aprile 2004

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A/R Andata + Ritorno…

A/R Andata + Ritorno


Già l’ho scritto che voglio bene a Santa Maradona. Questo non mi può esimere dall’essere oggettivo nei confronti di Marco Ponti e di Libero De Rienzo. Che, stavolta, come si diceva negli anni ’80, hanno toppato.


La rappresentazione della città incombente che c’era in Santa Maradona, dove Torino era pitturata e fotografata con un talento iperrealista straordinario, qui si perde nella superficialità. Un po’ come il resto del film. Perché si può riassumere tutto in questa parola: superficie. L’hanno scritto tutti, io non ci volevo credere, ma è vero. Ponti è un bravissimo regista, ma comincia a subire la sindrome-Muccino: abbandonare tutto ciò che non è tecnica. Dove eccelle, come Muccino, è innegabile.


Insomma, in Santa Maradona non succedeva niente, ma il ritratto dei personaggi, i dialoghi, il ritmo, la regia, tutto funzionava alla perfezione, e si sentiva che c’era una necessità al di sotto dell’opera, il bisogno di dire qualcosa, foss’anche uno sfogo. E in mezzo alle pieghe dei dialoghi surreali e alla sensazione di oppressione, c’era una bella storia d’amore da rattoppare. Qui succede di tutto, si mescolano i generi, si gioca con il ribaltamento, si ma la sensazione che dà alla fine è di non aver conosciuto un personaggio che sia uno, e che sia tutto improbabile, troppo stilizzato, fumettistico. Ma nel senso peggiore del termine: bidimensionale.


Libero De Rienzo gioca un po’ sul diminuendo, regala poche chicche, si trattiene insomma. E’ ancora bravo, ma senza esagerare, senza l’entusiasmo del film precedente. E’ Bart, non è Dante Cruciani, non c’è niente da fare. Quando a Barcellona, in un bar, incontra Mandala Tayde e fa quasi per riconoscerla, avevo le lacrime agli occhi. Alla Incontrada, invece, basta la bellezza, non dico altro (per non essere un attrice vera, va fin troppo bene).


L’unica cosa che funziona davvero sono le caratterizzazioni di sfondo, come il tassista breakdancer e antiberlusconiano, il personaggio di Ugo Conti, o il padrone di casa afono. Ma sono, appunto, figure di sfondo, cartonati da edicola senz’anima, che divertono ma restano lì, imprigionati nel loro ruolo. E il finale è orrendo, ma davvero orrendo fuori misura. Confido nell’opera terza.

[una cosa che propri…

[una cosa che proprio non mi piace sono i blog che postano testi di canzoni]


Non ho bisogno di un viaggio in irlanda, l’idea di una lingua diversa mi destabilizza non poco, non credo sia l’unica via di salvezza al mio stato confuso.
Non ho bisogno di un altro controllo, un medico puo’ solamente dirmi di stare piu’ attento, fumare solo dopo pranzo e stare piu’ tranquillo.
Non ho bisogno di un abito scuro da messa, la pasqua e’ finita e non sono invitato alla festa, il sabato sera sai mi stanca e il mio nome non e’ in lista.
Voglio avere dodici anni ancora, giocare con i miei compagni di scuola tutto il giorno sotto casa, nel cortile della chiesa quando la vita non faceva paura.
Nell’ottantacinque nevicava a Roma, mio padre mi portava nel parco vicino alla scuola, e su una busta di plastica a tutta velocita’ non avevo mai paura, a quell’eta’.






Monsters and Co.


Semplicemente il miglior film d’animazione digitale finora realizzato (e a mio avviso difficilmente superabile), con buona pace degli orchi cattivi e dei pesci perduti. E (mi spingo oltre) forse uno tra i migliori film d’animazione in assoluto. E forse (ma, nella mia umile opinione, sicuramente) una tra le più ignegnose, divertenti, commoventi, visionarie, geniali, insomma complete opere di fantasia degli ultimi anni (carne e ossa compresi). Perfetto. La scena delle porte, poi. Da brividi. Inarrivabile.


Un capolavorone, proprio. Difensori di Shrek, fatevi avanti.


[Importante: questo non significa che non mi sia piaciuto Shrek: al contrario. Ma niente a che vedere con Mike e Sulley...]

Non ti muovere


Non ti muovere è un film di fantasmi. Sul serio, non scherzo. Un ghost-movie. Ma non quei fantasmi che escono da dietro l’angolo, e ti spaventano, no. E’ un film su quei fantasmi che, calmi, claudicanti, con una scarpa sola, rossa, trascinano una sedia nel mezzo di un incrocio di passi e sguardi e pioggia, una croce salvifica, in attesa di uno sguardo, in attesa di un ricordo. Per poi sparire per sempre, lasciando il loro dono. Il fantasma di Timoteo è Italia, donna brutta e sgraziata. Il suo fantasma è il senso di colpa: il suo passato è quasi omicida, contiene il senso della perdita e il senso dell’abbandono, decuplicato, melodrammatizzato.


Tutte cose molto belle, anche da scrivere. Ma Non ti muovere mi ha lasciato alquanto insoddisfatto. Sarà forse che non sopporto che attrici meravigliose come la Cruz (o come la Theron, o come la Kidman) si imbruttiscano in questo modo. Ma questa è una motivazione molto superficiale. Sarà forse l’orrenda colonna sonora, ma può bastare? Sarà forse che l’ho trovato troppo legato alla sua natura insitamente letteraria, e forse avrei affidato la sceneggiatura a mani più abili di quelle di Castellitto & Mazzantini: ha una struttura interessante ma è sfilacciata, indecisa, ripetitiva e alla lunga è indigesta.


Castellitto come regista se la cavicchia, ma mi tratterei dagli elogi. E’ comunque forse il più grande attore italiano. E la Cruz riesce persino a dargli la polvere. Non è cosa da poco, lo riconosco. Ma, personalmente, non mi basta. Come non mi basta il bellissimo, davvero bellissimo, montaggio alternato nella sequenza dell’operazione, verso la fine, o il geniale uso del jump-cut nella scena dello stupro, a farmi passare la sensazione di un’opera dall’impianto visivo limitato e dall’emotività ricattatoria.


Qualcuno ha scritto che è impossibile giudicare un film mezz’ora dopo la fine della proiezione. Bisogna dormirci sopra. Giuro che se domattina ho cambiato idea, ve lo dico. Buonanotte.

L’uomo senza passato…

L’uomo senza passato


“Se non mi paghi domani, ti faccio staccare a morsi il naso dal mio cane”
“Meglio così. Fa ombra sul panorama.”
“Ma poi non potrai più fumare sotto la doccia.”


Qualche settimana fa ho parlato di Nuvole in viaggio. Se parlassi troppo de L’uomo senza passato rischierei di ripetermi inutilmente. Sarò quindi brevissimo. Riconfermo comunque che lo stile di Kaurismaki, da me scoperto purtroppo solo ora, mi piace. Si resta irresistibilmente incantati da un tale incessante ottimismo, da questo lunare romanticismo, seppur brechtiano e distaccato, apparentemente privo di sensazioni ma in realtà traboccante di sentimenti.


Un piccolo e divertentissimo film sulla memoria e sull’emarginazione, colorato di toni primari e dominato da un cielo nuvoloso e incombente, che scava in profondità soprattutto sul tema dell’identità e del ruolo del nome nella società odierna, e che mostra un mondo ingrigito e allo sfascio dove l’unico punto su cui si può fare affidamento è la solidarietà tra i simili.



L’inquilino del terz…

L’inquilino del terzo piano


Me l’ero sempre imperdonabilmente perso. E’ quello che mi aspettavo. Molto bello, si intende. Inoltre mi sono sentito toccato di persona, perché ho una vicina di casa, a Bologna, grandissima rompicoglioni, che mi fa vivere simili magagne quotidianamente.


Comunque sia, Le Locataire (titolo francese, recitato in inglese) è un’angosciante, beffarda, e virtuosistica variazione (a tratti hitchcockiana, ma si sa, è Polanski…) sul tema metropolitano della paranoia e sui rapporti di neighbourhood come metafora dei rapporti sociali. Molto meno serio, più giocherellone, di quanto può sembrare.


nota su Roman Polanski
Se non sapessi che è fallibile (Pirati, La nona porta), lo adorerei (Frantic, Tess, La morte e la fanciulla, Il pianista).


L’età dell’innocenza…

L’età dell’innocenza


Posso dirlo? Posso dire che Scorsese è il più grande regista vivente? Posso dirlo? Scorsese è il più grande regista vivente. Oh, l’ho detto. Oh, mi sono liberato. Oh.


Dio, quegli iridi primitivi sul volto di Ellen. Dio, simmetria di candele e asimmetria degli sguardi. Dio, quella dissolvenza in giallo.


Un film di una bellezza, anzi no, di una perfezione commovente.

Caterina va in città…

Caterina va in città


Ma quanto mi piace Virzì. L’unico erede della commedia all’italiana (come in Ferie d’Agosto) e l’unico uno dei pochi italiani che fa una commedia dal sapore europeo (come in Ovosodo), è capace come pochi altri di riflettere sull’Italia di oggi, ma con un occhio a cause e conseguenze, senza mai cristallizzarsi sul presente con falsi pessimismi o apocalitticismi.


Caterina è delizioso. Diretto in modo magistrale, e non si può dire altro. Coinvolgente, divertentissimo, intelligente. Con un montaggio mai banale, che gioca agilmente con i tempi narrativi, tra fabula e intreccio. Interpretato benissimo, e non solo dai magnifici Buy e Castellitto, anche dai ragazzi: in effetti Alice Teghil regge sulle sue spalle per tutto il film il senso dello spasamento che Virzì voleva trasmettere. E il viaggio dalla provincia alla “grande città”, insieme allo stile furiosamente danzante di Virzì, trasmette alla perfezione la sensazione del caos della società di oggi, della fine delle ideologie nell’italia contemporanea (quella delle “zecche” e dei “parioli”) e degli errori generazionali (ben espressi dal discorso di Amendola in macchina, o lo sfogo di Castellitto a tavola).


Ma lo sguardo di Virzì, grazie a dio, è sempre rivolto al futuro. A quell’infinito e liberatorio viaggio in moto. A quel mare senza fine, e a un sogno che si avvera. Perché “noi umani, a differenza dei pesci che guardano ai lati, guardiamo sempre in avanti”.

La montagna sacra


Maledetto Mereghetti: sul suo maledetto dizionario scrive le stesse maledette cose che ho pensato guardando il maledetto film. Devo forzare la maledetta mano?


“Mio padre, quando ha bisogno di un responso, si rivolge al cadavere imbalsamato di mia madre. Infila una mano nel suo sesso. Se è umido vuol dire sì, se è secco vuol dire no.”


Prima parte, il cristo-ladrone, il passato. Una meraviglia. Una feroce sarabanda surrealista, che funziona come una sorta di crudele metafora del colonialismo e soprattutto dell’invasione della cultura cristiana europea in sudamerica. Riuscitissima da un punto di vista visivo, simbolico, emozionale. Una capacità incredibile di sfruttare la padronanza del linguaggio-cinema a favore di un discorso che è sociale, politico e religioso, nascosto (ma non troppo) all’interno di decine e decine di geniali simbolismi.


Seconda parte, i pianeti, il presente. Acuta, e molto divertente. Forse persino con un eccesso di ironie e sberleffi, ma che è essenziale per spostare il discorso dal passato al presente, per disvelare quella che è la devastazione culturale della contemporaneità, il culto delle armi, e non ultima la complessa situazione politica sudamericana, come nella scena – celeberrima, la conoscevo anch’io pur non avendo visto il film – in cui dai corpi cadaveri dei massacri escono petali di fiori e uccelli in volo.


Terza parte, il viaggio, il futuro e l’incognita. Purtroppo, alquanto deludente, ma non abbastanza per demolire un bellissimo film, uno dei migliori risultati del surrealismo al cinema (se facciamo finta che Bunuel non sia mai esistito). Nell’ultima parte comunque il messianismo incauto di Jodorowsky fa sentire il suo peso, in una mezz’ora noiosa e un po’ troppo presuntuosa. Ma poi arriva lo schiaffo finale di metacinema, e tutto cambia. Non entusiasmante, ma uno schiaffo fa sempre comodo, vuol dire che non ti stai prendendo troppo sul serio.

[uélla]


Tre mesi di 2004, tre mesi di blog, oggi.


6000 contatti, oggi (credo).


Grazie.