Bullett ballett


Qualche settimana fa ho parlato di Tokio Fist, dello stesso regista, Tsukamoto Shinya. Inutile dire troppo di più, anche perché ho 4 post in cantiere oggi, e questo è il terzo. La mia immaginazione ha dei limiti enormi.


Bullett ballett, subito successivo a Tokio Fist, riprende dei temi (urbani, soprattutto), ma li deradicalizza, rinunciando allo shock, all’estremo, e seguendo una linea (in parte) nouvellevaguiana (che termine!) e (in parte) scorsesiana. Penso a un paio di citazioni – volute? – da Taxi Driver, ma anche alla rappresentazione iperrealista del caos della metropoli.


Per quanto mi riguarda, mi è piaciuto meno degli altri film di Tsukamoto che mi sono capitati tra le mani: meno coraggioso, meno intenso. E un tantino noiosetto. Ma non mancano i momenti folgoranti. E poi, il finale. Il finale è splendido. Due persone che si allontanano tra loro correndo sono ricongiunte da un semplice montaggio alternato. Questo, ladies and gentleman, è il senso del cinema.

5 Thoughts on “

  1. vero, che domani apro il blog e vedo superati i 9000? ne mancano solo 29… grazie! (nicola, non farli tutti tu) – si prevede un grande concorso per i primi 10.000

  2. utente anonimo on 6 maggio 2004 at 14:18 said:

    Tsukamoto cresce, non può restare (solo) cyberpunk in eterno. E’ questo il filo rosso che lega Tokyo Fist a Bullett Ballett a Snake of June.

    Bullett Ballett è un film che molti definirebbero “di passaggio”, forse meno rabbioso dei precedenti ma ugualmente profondo, che batte il tempo (fatto di decostuzione spaziale e desaturazione cromatica) per l’evoluzione tecnica e umana del regista.

    La telecamera sbatte di meno, la labirintica Tokyo mostra scorci ancor più caotici ma meno irraggiungibili, non si finisce sentendosi addosso l’odore del sangue rappreso sui guantoni umidi.

    Si ha il senso che la città si viva, non si subisca. O meglio, la si subisce vivendola.

    In Tokyo Fist, invece, la città era la negazione della vivibilità. Anzi, la boxe diventava fuga da un mondo che per definizione è lì per divorarti.

    Ma questo film è lì per dirci ciò con cui ho iniziato. Tsukamoto è cresciuto. Ed è capace di farti intravedere, solo in controluce, quasi un guizzo, uno stralcio, quello che Kekko chiama “senso” del cinema. Non è il “senso” del cinema, beninteso. A mio parere non c’è un “senso”, forse sono molteplici, forse nessuno. Senz’altro quel montaggio alternato è una sua realizzazione, un’oggettivazione. Ma, concediamocelo, sicuramente ci riunisce con il cinema come arte.

    Teo

  3. utente anonimo on 6 maggio 2004 at 15:01 said:

    e grazie teo

  4. se c’è anche un solo pizzico di Scorsese in Bullet Ballet io sono Ghezzi (e francamente ancora non parlo in differita…). L’aggettivo iperrealista non penso si sposi bene a Tsukamoto, semmai oltre-realista. sorry ma non condivido… mio caro ragazzo, tu vedi scorsese ovunque ;)

  5. io vedo scorsese in un personaggio che si rivolge a un tassista per procurarsi una pistola – non in tutto

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