maggio 2004

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Inutile dire che il 10.000esimo è invitato a annunciare la sua epifania.


In premio, una birra media cattiva all’Empire.


 

Lost in translation


- I don’t want to leave.
- So don’t. Stay here with me. We’ll start a jazz band.


Ho rivisto così in lingua originale uno dei film più belli dell’anno passato. Per quanto avevo scritto, il 13esimo. Anche se quella classifichina ormai non ha più molto valore. Potrebbe andare anche scalare la classifica, dopo questa seconda visione… Il problema è che non ho tanta voglia di parlarne.


Vorrei solo parlare del finale, meraviglioso: quel gioco del caso, quegli occhi lucidi, quell’abbraccio, e quelle parole che non sentiremo mai. E il passo di chi si allontana, ma sapendo che ogni partenza è un ritorno. Vale tutto il film, e chiude magnificamente il maturo e affascinante sguardo della Coppola (e che fotografia, Lance Acord…) sugli sguardi stranieri e suoi cuori persi dei due personaggi (Murray e Johansson, entrambi incredibili). Fenomenologia della deriva, antropologia del sentimento. Bello, eh sì sì.


La polveriera (Bure baruta)


Paskaljevic costruisce, con un respiro narrativo inconsueto per un film jugoslavo (quasi tarantiniano, ma stringo le palle a dirlo), un tragico (in senso stretto), disperato e modernissimo affresco corale di una città pronta ad esplodere. Questo è il cabaret dei balcani, questa è Belgrado: un barile di polvere da sparo.


Quadri ad incastro che si compongono in crescendo tra nevrosi e rabbie diffuse ovunque, che spargono il loro seme nella famiglia, nel lavoro, nell’amicizia, nell’amore, e preparano il loro piatto forte di distruzione e sangue. Nessuno è lì a contenere questa rabbia, e i tanti personaggi sembrano lasciati a se stessi, Belgrado è vittima del caos (e del caso). La rabbia aspetta il suo momento, per poi deflagrare. Era il 1998. Di lì a poco, la polveriera esplose davvero.


Da recuperare al più presto, per qualsiasi palato.

In cerca di Amy


Non mi è piaciuto un granché, ma forse perché so di cos’è capace Kevin Smith. Cioè è capace di fare Clerks e Dogma. Vero, è stato anche capace di fare quella porcheria (per quel che non ho rimosso) di Mallrats.


Quindi questa paraboletta acuta sul conformismo, che mescola momenti di irresistibile trivialità misti a un senso di incoerenza sparso dappertutto, dialoghi di una verità sconvolgente a banalità generazionali, si può anche difendere. Un altra cosa è farne un cult-movie.

Amore e guerra


Che vergogna, eh sì, mi mancava anche questo.


L’ultimo spasmo del proto-Allen, quello strampalato e comicissimo, prima dell’arrivo dei grandi capolavori del secondo periodo, contamina l’amatissima letteratura russa con il suo corpo slapstick (qui come altrove Allen è davvero un doppio di Groucho Marx) e il suo cervello da intellettuale newyorkese. Sceneggiatura, ovviamente, sublime. Non c’è ancora la ricerca formale, né la riflessione che vada veramente oltre il gioco testuale, ma probabilmente è il suo capolavoro comico, intriso di culture (yiddish, ortodossa, americana), che irride e ama allo stesso tempo.


Scusate la lunghissima citazione, ma è necessaria. Poi andate qui.


“After all, there are worse things in life than death. If you’ve ever spent an evening with an insurance salesman, you know what I’m talking about. The key is, to not think of death as an end, but as more of a very effective way to cut down on your expenses. Regarding love, heh, what can you say? It’s not the quantity of your sexual relations that counts. It’s the quality. On the other hand if the quantity drops below once every eight months, I would definitely look into. Well, that’s about it for me folks. Goodbye.”

Ritratto di signora


Tre donne, quasi tre generazioni, in realtà un unico filo che si trascina insieme alla storia (e alla Storia): Serena, Isabel, Pansy. Maternità e rinuncia, indipendenza e soggezione, desiderio e fuga. E il conflitto tra il senso di rivalsa e la solidarietà. Sembra scaturirne il cuore dell’essere donna. Bellissimo.


La signora del ritratto è Isabel Archer, ma è soprattutto (e lo dimostrano gli splendidi titoli di testa) ogni donna di ogni tempo, Jane Campion per prima. Che si affeziona al suo personaggio, e scioglie uno stile (a una prima impressione sofisticato e distaccato) e fa crescere in esso uno spasmo di emozione che esplode infine nei due finali. Il primo chiuso in sè come la morte, il secondo aperto come la vita, come una nuova vita da vivere.


Geniale l’inserto proto-surrealista. E Nicole Kidman è di una bellezza e di una bravura ultraterrena.

Il prezzo di Hollywood


La locandina è la cosa più figa del film.


Nicola recentemente mi ha scritto: ma non guardi i film alla tv? E io rispondo: odio vedere i film alla tv, perché odio (a) la pubblicità (b) i mascherini indecenti con cui vengono spesso trasmessi. Le uniche eccezioni sono Ghezzi (che trasmette senza spot) e i film che registro (Dio benedica il tasto forward!). Altra eccezione, ieri sera. Forse ho fatto male, perché questo film è finito poco prima delle 3, con in mezzo il tg4, con un servizio solo: “la presentazione nella villa di X ad X dei candidati di XX”.


Per uscire dal personale e parlare del film: un bel tratteggio (un tantino sadico, ma è tutto desiderio di rivalsa) sul mondo del lavoro statunitense, deciso a demolire l’american-way-of-life, fondato sulla gerarchia sociale, e sulla “scalata al potere”. Il finale cinico e pessimista è davvero illuminante. Peccato che sia piatto come un prodotto televisivo, e schematico come un dramma da camera. Peccato. Spacey è comunque bravissimo come sempre. Peccato per il doppiaggio di Giannini: non lo posso sopportare.

Tigerland


A gennaio ho parlato diffusamente dei motivi per cui odio (o dovrei dire odiavo, suvvia) Joel Schumacher, dicendo però che Phone Booth non è niente male, e che mi aspettavo qualcosa di buono anche da Tigerland. Aspettative non tradite, non del tutto. Meglio così.


Tigerland è un film di guerra – senza la guerra – ma con la guerra. Non si esce mai dal campo di addestramento, ma si entra nella simulazione di Tigerland: l’elemento più interessante, una sorta di parco giochi d’addestramento, con tanto di crudeli giochi di ruolo. Un finto Vietnam per una finta guerra. Ma basta una simulazione a far sfociare la violenza, il conflitto, interiore e non. Sopra tutti, il personaggio nichilista, interessante e ben tratteggiato di Bozz. Anche se un po’ troppo santificato. Colin Farrell è comunque molto bravo.


Tutto bene. Anche se lo stile di Schumacher continua a non piacermi. Lo trovo ruffiano. E poi, dà sempre la sensazione di sopravvalutare le sue doti. Però, lo spirito undergound e sottilmente indipendente fa trasparire dal sudore e dal fango un livore davvero partecipe che crea empatia, condivisione.


Mi giunge or ora la notizia che il prossimo film di Schumacher sarà un musical, e più precisamente Il fantasma dell’opera. Verrà una schifezza, me lo sento.

Il mucchio selvaggio


Un film sulla morte. Tutto qui. La vecchiaia e poi la morte. Di un uomo. Di un genere (forse del cinema stesso?). Splendido.


I due massacri che aprono e chiudono il film fanno venire i brividi: barocchi, di una complessità visiva inimmaginabile, insuperati. Puro montaggio, e puro genio. Da qui partono le mille strade della stilizzazione della violenza.


Centotrentaquattro (o centoquarantuno) minuti da vedere e da studiare, inquadratura per inquadratura.


Tutti pazzi per Mary


Un altro di quei film che guardo sempre volentieri. Un antidoto per la quotidianità. “Contro il logorio della vita moderna”, come il Cynar di Calindri.


Sono ancora indeciso se sia più bello, nella strampalata e genialoide filmografia dei fratelli Farrelly, questo strano oggetto pop oppure Me, Myself & Irene, di una complessità comica sottovalutatissima, divertentissimo, con uno splendido Jim Carrey. E persino più scorretto di questo. Devo recuperare quello che mi manca (ma soprattutto Kingpin – dove lo trovo? – e l’ultimo Fratelli per la pelle - mi mangio le mani per essermelo perso).


I Farrelly sono tra i pochi registi comedy che riescono a trasmettere valori attraverso l’irriverenza spudorata, ma senza tuttavia (è cosa rara) che tutto ciò stoni o che la morale sembri fuori posto. Hanno un’anima, seppur nascosta sotto lo sberleffo crudele nei confronti dei “diversi”. E poi, sotto ancora, c’è il loro bakground vitale, le cittadine del Rhode Island, gli amici di infanzia, gli scherzi di due ragazzini (più che) quarantenni con un’enorme sindrome di Peter Pan. Fossero tutti come loro due…

Crimini e misfatti


Per concludere, oggi. Che fatica!


Io adoro Woody Allen (con le dovute eccezioni, ma ne ho già parlato). Per quale motivo non avevo mai visto Crime and Misdemeanors? Non lo so, avevo la sensazione che, dal plot e dall’impostazione (che conoscevo), fosse un’opera fredda, impossibile da amare.


E invece no. Crime and Misdemeanors, almeno nella parte di Martin Landau (perfetto), è uno straziante e amarissimo apologo sulla morale. Per complicare, sul conflitto tra morale ed etica, e tra laicità e religiosità. Un ritratto crudele e affranto, di un pessimismo spaventoso, della condizione contemporanea della moralità: pentimento, crimine interiore, tradimento. Crimini e misfatti, appunto.


La parte di Allen smorza un po’ i toni, con la sua ironia depressiva ma ghignante. Riesce anche a divertire, come sempre. Ma il succo, alla fine, nell’incontro tra i due uomini e tra le due storie (destinate, forse, a sfociare in un secondo crimine?) lascia un amaro in bocca che fatica a sfuggirne.

Bullett ballett


Qualche settimana fa ho parlato di Tokio Fist, dello stesso regista, Tsukamoto Shinya. Inutile dire troppo di più, anche perché ho 4 post in cantiere oggi, e questo è il terzo. La mia immaginazione ha dei limiti enormi.


Bullett ballett, subito successivo a Tokio Fist, riprende dei temi (urbani, soprattutto), ma li deradicalizza, rinunciando allo shock, all’estremo, e seguendo una linea (in parte) nouvellevaguiana (che termine!) e (in parte) scorsesiana. Penso a un paio di citazioni – volute? – da Taxi Driver, ma anche alla rappresentazione iperrealista del caos della metropoli.


Per quanto mi riguarda, mi è piaciuto meno degli altri film di Tsukamoto che mi sono capitati tra le mani: meno coraggioso, meno intenso. E un tantino noiosetto. Ma non mancano i momenti folgoranti. E poi, il finale. Il finale è splendido. Due persone che si allontanano tra loro correndo sono ricongiunte da un semplice montaggio alternato. Questo, ladies and gentleman, è il senso del cinema.

Fahrenheit 451


Prima che mi dimentichi, devo ringraziare Manuele e Chiara. Grazie a voi!


Truffautiano solo in parte. Compromesso, ma con lampi di genio. Come i libri che bruciano: scelti con parsimonia nell’enciclopedia amorosa di Truffaut. Oppure tutta la sequenza finale, in cui il tema del “libro vivente” prende forma in modo ineguagliabile. Anche con un tono scherzoso, per soffocare l’ansia creata da questo strano oggetto. Un’opera (in parte) pop, colorata, contrastata, un tantino manierista ma con il cuore in mano.


E tra le fiamme c’è anche un numero dei Cahiers. Eh, sì. Anche la critica cinematografica viene bruciata dalla civiltà della televisione. Una difesa del libro è anche la difesa della narratività, e quindi della natura stessa del cinema.


Riso amaro


Inutile sprecare parole inutili. Diciamo: essenziale.


La cosa che ho amato di più è l’incontro di un macrogenere (il neorealismo) con i generi (hollywoodiani): il noir (l’inizio e la fine), il western (la ruralità, lo scontro virile, l’individualismo e la massa), e soprattutto il musical. Cosa sono i canti delle mondine se non numeri da musical? Geniale, no?

[fuori tema]


 Alé!

In the cut


Un altro film che mi ero perso del 2003. Ho poco da dire. Il thriller erotico ha dalla sua una profondissima cura nella rappresentazione del desiderio e dell’attrazione, grazie alla sensibilità femminile che non si può riconoscere alla Campion. Ma forse non basta.


L’inizio è straordinario, con i titoli di testa, le immagini a focale corta, il volto segnato della Leigh (splendida), que serà serà, il sogno in b/n di una pista di pattinaggio. Bellissimo. E per tutto il film la cosa che stupisce e affascina di più è il modo in cui la Campion gestisce l’immagine, i colori, le focali, le luci, mostrando una New York torbida, sporca, sudata, come l’incubo in cui la Ryan (intensa ma un po’ deludente) suo malgrado precipita. Tutto merito del direttore della fotografia, tal Dion Beebe (quello di Equilibrium Chicago). Che bravo.


Però è anche un thriller, e come thriller funziona ben poco. Uno schema usuale e abbastanza prevedibile, una risoluzione (il faro) che, se fascinosa visivamente, lascia il tempo che trova dal punto di vista narrativo. Non c’è tensione, non c’è l’ansia che il viaggio da incubo nei dubbi di una donna, tra attrazione e repulsione, vorrebbe trasmettere. Ripeto, lo scavo psicologico è perfetto, la cura dell’immagine sopraffina, ma (forse stavolta) non basta.

Terapia d’urto


Parliamone prima male, per poi salvarlo in corner.


Anger management è una commedia con un ritmo indecente (anche se non si arriva ai baratri di Meet the parents), una regia senza personalità (Peter Segal, incapace), capace di sprecare uno spunto (la rabbia – e la repressione – come motore e freno sociale, diciamo) annegandola nella melassa e nei “gatti simpatici”. La prossima volta che vedo un gatto (o altro pet) buffo in una commedia americana, giuro che me ne vado (ed è il motivo per cui ho evitato l’ultimo con Ben Stiller).


Ok, salviamolo in corner.


Ma in realtà ci si diverte parecchio, grazie soprattutto al cast: Nicholson è perfetto come (quasi) sempre, e il contrasto della sua recitazione ormonale con quella implosiva di Sandler (che ammiro dopo Punch-Drunk Love) funziona alla perfezione. E poi c’è Turturro nevrotico, Luis Guzman con la fissa di Jennifer Lopez, Heather Graham bulimica, e Woody Harrelson transessuale dalla doppia vita. Due scene da antologia: il duetto di “I feel pretty” sul ponte e il “duello” nel monastero buddista con John C. Reilly vestito da bonzo. Ah, per non parlare dell’apparizione di Joe MacEnroe e del finale allo Yankee Stadium con Rudolph Giuliani nel ruolo di se stesso. Il resto si può dimenticare in fretta.