febbraio 2005

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Tokyo godfathers
di Kon Satoshi (e Furuya Shôgo), 2003

A partire da un riferimento narrativo fordiano, Kon e Furuya costruiscono una favola moderna natalizia sulla seconda occasione, mettendo in campo tre personaggi di strada e il loro tentativo di riscattare gli errori e i dolori della propria vita con un’azione modesta ma eroica.

Che, per di più, per qualcuno di loro significa una rinuncia (la sognata maternità), o il rischio di tornare su passi che si credevano abbadonati da tempo. Non si pensi ad un approccio (termine abusato e spesso fuori luogo) buonista: i tre emarginati di non hanno intenzione di rinunciare alle loro personalità, al loro linguaggio e alla loro diversità, ma solo recuperare un po’ della loro umanità infreddolita.

Tokyo godfathers è un cartone davvero adulto, ma non tanto per il linguaggio e le situazioni, piuttosto per la sensibilità che Kon mette nella descrizione dei suoi irresistibili (tutti) personaggi, prendendo un punto di vista che è quello dei reietti e delle baracche, della strada fredda e innevata. E’ anche la storia di tre esclusi che ricominciano a fatica a comunicare con la società, e l’occhio di Kon è impietoso nei confronti del giappone contemporaneo, ma il suo intento è comunque dedicato alla costruzione di una strada di speranza nascosta nel cuore degli uomini, più che alla critica sociale.

Una cosa seria, quindi, ma anche piuttosto divertente, per la verve dei protagonisti e la brillante sceneggiatura. E non solo: c’è un inseguimento che toglie il fiato (e tutta la seconda parte è in "ascesa" emozionale), e le "scene madri" (tra cui il finale) sono davvero commoventi.

Link: what about Cinebloggers?

Adua e le compagne
di Antonio Pietrangeli, 1960

"Venitemi a trovare alla latteria"
"Sì, così facciamo un’orgia con le mozzarelle"

Il ritratto allegro e commosso, ma anche duro e partecipe, di quattro prostitute che cercano di ricostruire una vita dopo la loro deistituzionalizzazione. Adua e le sue compagne scoprono che c’è una vita anche fuori dalle "case", ma possono solamente guardarla da lontano, anzi viverne una fetta (che è ancora più frustrante che saperne solo l’esistenza), per poi venire schiacciate da un mondo e da una società che le vuole solo così, meri oggetti di piacere: la società del maschio.

Pietrangeli era davvero un grande regista, non solo per la capacità di rendere vive sceneggiature perfette come questa (scritta con Scola, Pinelli e Maccari), ma anche tecnicamente, con una costruzione delle persone nello spazio e un uso della macchina da presa, dei set e della fotografia che ha pochi eguali nella "commedia all’italiana" (anche se qui si sfocia in territori di melodramma sociale) e in cui la tecnica rimanda sempre a un sotteso senso tragico che lascia stupefatti, increduli e commossi.

Mi spiace davvero averlo scoperto così tardi: altri post sono Fantasmi a Roma e soprattutto Io la conoscevo bene. Sabato 26 Febbraio su Raitre il buon Ghezzi manda in onda appunto quest’ultimo. Non perdetevelo per niente al mondo.

Arancia meccanica (A clockwork orange)
di Stanley Kubrick, 1971

L’incontro.
Prima della proiezione, nella sala del cinema Lumiere, affollatissima, Stefano Benni introduce il film. A suo modo, divagando, accumulando pezzi di storia, aneddotica, opinioni personali e collettive. E’ il Benni che piace a chi lo ama, sfilacciato e compulsivo, confusionario e divertente. Qualche ovvietà ci scappa, ma anche un non comune senso del presente che sorprende sempre, tra ultraviolenza e civiltà-dei-consumi, tra "cura Ludovico" e "cura Silvio". La sua analisi è quella di un letterato, di un sorridente satirico, e non quella di un grigio critico come noialtri: e per una volta, fa proprio bene.

Il film.
Per quanto il post sia doveroso, trovo che non lo sia scrivere righe su righe su un film simile. Solo due cose: la prima è che è uno spettacolo vederselo in sala, in una pellicola "dei tempi" (e quindi un po’ rovinata, ma poco importa), con quell’audio fortissimo e quel fischio di Alex che ti buca il cervello.

La seconda è che quando (dopo il dialogo "che cosa studi?", e io "cinema") mi si chiede banalmente quale sia il mio film preferito, da anni rispondo, pigramente, Arancia Meccanica. E forse, ma che dico, probabilmente, è la verità. Immenso.

Infernal affairs (Wu jian dao)
di Andrew Lau e Alan Mak, 2002

Uno dei più (e uno dei pochi veri) grandi successi domestici del cinema hongkonghese degli ultimi anni è, sorpresa sorpresa (ma non tanto), davvero un gran bel film .

Regista altrove deludente (o almeno così dicono), Lau costruisce intorno a un intreccio intricatissimo ma godibile una storia di poliziotti e gangster, di scambi di ruoli e di identità che lascia senza fiato per stile e qualità. Un poliziotto infiltrato nelle triadi e un gangster infiltrato nella polizia: niente di nuovo, ma compatto e divertente, e comunque al di sopra di tutti (o quasi, escludendo Mann) i noir metropolitani occidentali di oggi.

Intrattenimento di gran classe, grandi star (dove un Anthony Wong sottotono ruba la scena a tutti persino da morto, riverso e sanguinante), e di conseguenza una dose di fascino supercool non indifferente; ma anche uno studio attento ai personaggi più che alla (poca) azione, e una variazione non banale sul tema del ruolo (e della divisa) nella metropoli: non facile, visto quanto il tema è stato visto già da ogni angolazione dal cinema cantonese.

Decine di scene da antologia (ad esempio le due morti "paterne", o il finale) si fanno perdonare alcune cose trendy per bocche facili. Avercene: da (ri)vedere.

Prossimo il remake per mano di un regista che qui amiamo: al di là dei dubbi legittimi, non sarebbe una buona occasione per vederlo nelle sale italiane, visto anche che in alcuni stati europei è uscito da ben poco?. Non si sa mai.

Furyo (Merry Christmas Mr.Lawrence)
di Nagisa Oshima, 1983

Un grandissimo film che trasforma una duplice storia di ossessione amorosa e solidarietà virile in un campo di prigionia giapponese in una riflessione sulla guerra come morte della verità e della giustizia. E per quanto sia fervente la critica di Oshima nei confronti della società giapponese (e non solo), il suo canto non si ferma al semplice antimilitarismo ma scava nelle pieghe dei personaggi per trarne un ritratto inarrivabile della disumanizzazione (collettiva) e del senso di colpa (individuale).

Lo stile di Oshima è rigoroso e perfetto nel singolo dettaglio, e il film vola altissimo anche grazie alla colonna sonora di Sakamoto (anche attore principale) e soprattutto alle splendide interpretazioni. Nessuna esclusa: se Bowie che mima "l’ultima sigaretta" è da brividi, non è da meno il ruolo "morale" del bravissimo Tom Conti e la performance davvero incredibile di Takeshi Kitano.

[remainder]

Esce domani nelle sale "Un silenzio particolare", il film di Stefano Rulli presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Venezia Digitale.

Dato che l’ho già visto, vi rimando al mio breve commento. E ovviamente ve lo consiglio caldamente.

Hellboy
di Guillermo del Toro, 2004

La delusione della critica e dei fans del comic Hellboy proviene dal fatto che un fumetto straordinario come quello di Mike Mignola non sarà mai altrettanto bello sullo schermo. Ed è vero, lo confermo con tranquillità. Ma al di là di questo, e a prescindere dall’opera di provenienza, l’ho trovato un film divertente e ben fatto.

Il lavoro di Guillermo del Toro non mi ha deluso del tutto, ma forse era troppo preoccupato di rispettare lo "spirito" di Mignola per stare anche a badare a un minimo di contorno, giocandola un po’ troppo sull’ironia facilona e cadendo nella trappola del ridicolo più di una volta. Ma nella maggior parte dei casi si resta su un livello più che dignitoso.

Non è Raimi insomma, e pazienza, ma non è affatto da buttare via. E Ron Perlman è fantastico.

Tu la conosci Claudia?
di Massimo Venier, 2004

Il quinto film "di" Aldo Giovanni e Giacomo è (astenendomi dal precedente, che non ho visto) è tra i loro risultati peggiori, e anche se non si raggiunge la beceraggine di Così è la vita, il mezzo miracolo di compattezza che era stato Chiedimi se sono felice è davvero storia antica.

Passi l’assenza di regia, passi la carenza di un progetto narrativo o intepretativo, passi il tentativo fallito di riportarsi alle origini (l’amicizia e le scaramucce virili, il road-movie) autocitandosi a manetta, passi la cristallizzazione dei tratti caretteriali dei tre, ormai insopportabilmente ripetitivi, passi la captatio benevolentiae dell’inizio: quest’ultima sì, da mettersi le mani nei capelli.

Passi tutto questo: il vero problema è che non si ride nemmeno. Le perle le regala Aldo, ormai l’unico dei tre che possa reggere (anche se solo ipoteticamente) su di sè la forma-film: sempreverdi i suoi neologismi (come il vomitoir) e l’impagabile sequenza della "signorina del navigatore satellitare".

Spiace davvero per la Cortellesi, per cui stravedo, davvero sottoutilizzata, diciamo pure sprecata: la Ceccarelli in 10 minuti di cameo le ruba la scena, schiacciante. Davvero imbarazzante a livelli epocali la particina di Messeri.

Link: i voti della cinebloggers connection (io direi un 2½).

Hollywood ending
di Woody Allen, 2002

Nel terzultimo film di Woody Allen, la malinconia che dovrebbe essere nell‘opera (visti i continui rimandi alla vita e soprattutto ai film di Allen stesso), è invece nell’esperienza spettatoriale, e si manifesta come una sorta di tristezza, di senso di vecchiaia, di imbalsamazione.

Ciò non toglie comunque che Hollywood ending sia divertente e soprattutto sia spudoratamente intelligente, e che il suo attacco irridente (sorridente più che davvero crudele) al cinema hollywoodiano e alla "morte della regia" (con più di una geniale frecciatina nei confronti della politique des auteurs) sia preciso e colga spesso nel segno.

L’interpretazione di Allen non aiuta, anche se le battute che si mette in bocca sono davvero irresistibili: le sceneggiature le scrive ancora come dio comanda. Peccato che per il resto si debba sempre rimpiangere Annie Hall (o anche solo Mighty Aphrodite).

"Sex is better than talk. Ask anybody in this bar. Talk is what you suffer through so you can get to sex."
"Thank God the French exist!"

Memories of murder (Salinui chueok)
di Bong Joon-ho, 2003

Una bellissima conferma: il secondo film di Bong Joon-ho è bello quanto il primo, il bizzarro e stupefacente Barking dogs never bite. Anzi, persino di più.

Una storia (vera) di omicidi seriali nella Corea dei terribili anni ’80 si trasforma nelle mani di Bong sia in una riflessione storica sulla dittatura e sulla provincia coreana, sia in uno studio attento di personaggi, dove la recherche dell’assassino perde importanza rispetto al metodo, e dove non ha più molta rilevanza il fatto di cronaca in sè, ma il background da cui è scaturito e gli approcci emozionali del contesto storico.

A partire dalle classiche dicotomie città/campagna e (fin dalla prima sequenza) luce/buio, i due straordinari protagonisti interpretano dall’interno e dall’esterno il viaggio infernale in una provincia dove regna la paranoia, dove l’impotenza provoca reazioni di violenza, e l’intelletto cede il passo alla furia. Davvero difficile scegliere il "miglior attore" tra Song Kang-ho e Kim Sang-kyung, perché lo spessore quest’ultimo viene fuori più lentamente rispetto al fascino e alla presenza immediata del primo.

Durissimo e di grande impatto emotivo, disturbante e commovente, il film è anche retto dalla capacità di Bong di giocare, fin quando è concesso dal dramma, e soprattutto nella prima parte, con un umorismo cinico e nerissimo come quello dimostrato nel film precedente. E al di sotto del mostrato e del celato, delle metafore storiche, dello sconcerto, delle risate e del dolore, di cadaveri nella pioggia e di volti dolenti difficili da dimenticare, c’è uno stile già maturissimo fatto di piani infiniti, di una gestione perfetta degli attori e degli elementi all’interno del quadro, e qualche momento esplosivo (bellissimo l’inseguimento).

Niente male per un autore poco più che trentenne: non possiamo che aspettarci altre grandi cose da lui, ma Memories of murder è già un grandissimo film, tra i migliori film coreani tra quei (pochi, purtroppo) che mi sono capitati tra le mani. E ancora una volta, la speranza di vederlo da noi, anche se qualunque doppiaggio ne rovinerebbe l’incredibile intensità. Come quegli urli di rabbia, sotto la pioggia, sul binario di un treno.

20 30 40 – L’età delle donne (20:30:40)
di Sylvia Chang, 2004

20 30 40 è la storia di tre donne e delle loro tre età (quelle del titolo), che sono gli anni dei sogni infranti e dei primi amori, gli anni della ricerca di una stabilità, gli anni della disillusione e, volendo, della rinascita. Tre storie (scritte dalle stesse tre protagoniste) che vogliono essere particolari e non universali, ma che ricercano anche e in primo luogo un’immedesimazione e un’empatia.

Con un senso dell’humor particolarissimo (il "lui" che per attirare l’attenzione di "lei" le spacca il parabrezza e le lancia addosso una secchiata d’acqua) e con una leggerezza (grazie soprattutto alle tre splendide protagoniste, tra cui la stessa regista) inaspettata per chi abbina il cinema taiwanese a Tsai o a Hou (ma questa è una coproduzione con HK e Giappone), la Chang costruisce un film sincero e affettuoso, realista e impietoso nel mostrare i dilemmi dell’essere donna (come la paura della vecchiaia e della solitudine) ma aperto alla speranza e al sogno.

Magari non troppo originale nei temi e nello sviluppo, ma con una struttura più che solida: a partire da un fatto traumatico e "cittadino" che fa partire le loro storie, le tre donne sono destinate a non incontrarsi mai. Solo ad incrociarsi: e la Chang gioca con abilità e astuzia con la casualità della vita fin dai titoli di testa, e segue con grande partecipazione i movimenti dei personaggi in una Taipei moderna e anglofona, in cui la via di fuga può essere la semplice solidarietà femminile.

Il risultato è che è davvero difficile non affezionarsi, almeno durante la visione. E non commuoversi, come per la scoperta dell’amore nel luogo più ovvio (un addio e un bacio in un aeroporto: lo ammetto, ho banalmente pianto) o in quello più insolito: un sorriso di stupore, in un cimitero.

Una commedia sexy in una notte di mezza estate (A Midsummer Night’s Sex Comedy)
di Woody Allen, 1982

Allen, nel mezzo di alcuni tra i suoi capolavori, si prende una pausa divertita (forse solo in apparenza, vista la cura formale) e racconta una storia di amore e sessualità, riportando all’inizio del secolo le sue nevrosi metropolitane (dando alla campagna e a Mendelssohn il compito di scioglierle) e ragionando sul contrasto tra razionalismo e irrazionalismo, ovviamente con il sorriso sulla bocca.

Non propriamente il mio Allen preferito, ma abbastanza in forma e sempre divertente. E capace di momenti di magia che da lui non ci si aspetterebbe (la palla magica, deus ex machina che ricorda la sessopalla del Dormiglione).

E poi c’è Mary Steenburgen, ancora nel fiore nella sua inspiegabile bellezza.

Three (San geng)
di Registi Vari, 2002

Per qualche misterioso intervento divino è comparso nelle videoteche italiane questo film a episodi, celebre coproduzione tra Corea, Thailandia e Hong Kong. Distribuisce Eagle Pictures: vuoi vedere che prima o poi metteranno fuori anche Three extremes? I tre segmenti non hanno quasi nulla in comune, quindi ne parlo separatamente.

Memories, di Kim Ji-woon (Corea del sud)
Un piccolo esercizio di stile (ma anche qualcosa di più), opera del regista che avrebbe poi realizzato Two Sisters, a cui la breve durata serve per sperimentare e giocare un po’ con i linguaggi, e per trasmettere una vicenda sull’abbandono e sulla memoria. Non propriamente horror, ma davvero pauroso, se si è predisposti: interessato in modo quasi teorico alle meccaniche dello spavento (l’inizio fa davvero saltare sulla sedia), Kim costruisce una tensione palpabile che resta per tutto il film e che alla fine si scioglie in un sorriso amaro. Bene, bravo, bis.

The wheel, di Nonzee Nimibutr (Thailandia)
Il segmento thailandese, a dispetto delle mie aspettative ricolme di curiosità, è quello che mi è piaciuto meno. Anzi, posso dire che non mi sia piaciuto. Nimibutr, produttore proficuo, e regista del Jan Dara di cui tanto male si è detto (ma mi riservo di vederlo comunque, visto che anch’esso è uscito da poco in dvd) costruisce una storia che mescola tradizione thai e ghost-cinema contemporaneo, annoiando però troppo spesso, o addirittura non suscitando alcun interesse: un dramma, vista la durata esigua. Il finale ricompatta il tutto, reimmette l’opera in un binario circolare, e azzecca qualche "visione": niente male. Peccato.

Going home, di Peter Ho-sun Chan (Hong Kong)
Nonostante il primo segmento sia molto bello, è questa la vera perla del trittico. Il segmento di Chan segue un binario e poi ne imbocca un altro, all’improvviso; sembra quindi prendere una sbandata narrativa, che è però solo apparente. Al di sotto di una bizzarra storia di paure infantili, ossessione necrofila, e medicina cinese, il risultato è una storia struggente e dolcissima sull’amore che sconfigge il dolore, la malattia, la morte. Peter Chan mostra una sensibilità incredibile e un senso notevole sia del dettaglio che dell’insieme. E poi fotografa Christopher Doyle: non serve dire altro. Un gioiellino.

In fuga per Hong Kong  (Gorgeous) (Bor lei jun)

di Vincent Kok, 1999

Gorgeous, tra i pochi film hongkonghesi dall’inizio del "periodo americano" di Jackie Chan, non è un film d’azione come pensavo (e come fa pensare il banale titolo italiano), ma una commedia romantica, simpatica ed edificante, con tanto di bottiglie con messaggi d’amore e amici delfini. Piacevole anche se di un’ingenuità sconvolgente, per non parlare dei sottotesti tematici (il confronto città/campagna, per dirne uno).

All’interno di questa storia d’amore tra un’ingenua ragazza taiwanese (dolcissima, meravigliosa Shu Qi), e un solitario industriale capitalista hongkonghese, c’è qualche combattimento, giustapposto in modo totalmente insensato, almeno per l’occhio occidentale. Duelli chiaramente pazzeschi, pochi ma più lunghi e persino meglio congegnati del solito. Chan che subisce in questo modo fa comunque un certo effetto.

Comunque, tra le ultime cose fatte da Jackie, si fa guardare, è diretto bene, e fa sorridere nonostante (o forse proprio per) le vette di stupidità naif e con qualche simpatica trovata demenziale (come la scena dell’effetto-vento). Sempre se Tony Leung (quello giusto) che fa la checca persa con i cetrioli sulla faccia è per voi il massimo dei divertimenti.

Ok, è una cazzata, ma che ci posso fare, io mi sono intenerito. Volete una buona, oggettiva, ragione per guardarlo? Potrebbe bastare, e avanzare, Shu Qi.

Frank Costello, faccia d’angelo (Le samouraï)
di Jean-Pierre Melville, 1967

Le samourai è un noir duro, spigoloso, asciutto e privo di fronzoli, caratterizzato da un’unità narrativa e spaziotemporale assoluta (un solo scopo per ogni personaggio, orari scanditi, e Parigi come un labirinto metropolitano) e dominato dal volto, dal corpo e dall’impermeabile di un Alain Delon semplicemente perfetto.

Molte le scene bellissime, oltre ovviamente al disperato finale autodistruttivo: tra tutte, l’incontro sul tetto tra Costello e il killer, e il serrato dialogo psicologico (un lunghissimo piano-sequenza) tra l’ispettore François Périer e la donna di Costello. Che era, non a caso, Nathalie Delon.

Ovvi rimandi al cinema classico nordamericano, ma ravvivati da un ineccepibile senso della morale, da un nichilismo diffuso, e soprattutto dalla messa in scena precisa, magistrale e di rara precisione di Jean-Pierre Melville. Da qui, debiti a destra e a manca in una manciata di cinematografie successive.

Bello, bello, bello.

Link: imprescindibile, Nicola Moroni.

The aviator
di Martin Scorsese, 2004

Howard Hughes è un giovane e ricchissimo industriale con la fissa del volo e del cinema. Ma Howard Hughes è (soprattutto, per Scorsese) un uomo sociopatico e paranoico, dilaniato da una patologia multifobica di matrice infantile, che affronta con sfrontata e assurda tenacia il mondo (e il modo) americano, rifuggendo l’idealismo e le dicotomie politiche (basta pensare alla figura che ci fa la democratica famiglia Hepburn) e dedicando la sua vita alla realizzazione di un sogno, o meglio di un’ossessione.

Intorno a lui si dipana la storia di almeno trent’anni di Stati Uniti d’America, dalla depressione al dopoguerra, attraverso lo sviluppo del cinema da una parte e della tecnologia (del volo) dall’altra, che camminano di pari passo ed appartengono entrambi a un immaginario che a che fare con memorie ataviche e irrazionali.

Tali movimenti storici sono comunque trasversali, perché pur nella grandiosità dell’affresco storico e con le ovvie ripercussioni metafilmiche, come il "ruolo" (in tutti i sensi) che star come la Hepburn o la Gardner (o lo spassoso Flynn di Jude Law) hanno nella sua vita, Aviator è soprattutto la storia di un uomo incapace di reagire alle pressioni degli altri e della società, incapace insomma di una catarsi "scorsesiana".

Perché al di sotto delle luci dei flash ci sono i cocci rotti delle loro lampade (forse la scena più bella del film), e al di fuori della realizzazione di uno o più sogni (possibili, ed effettivamente realizzati), meta in cui Howard vede forse la possibilità di poter sconfiggere la sua malattia, c’è sempre la frustrazione e l’impossibilità di liberarsi di un fantasma bambino immerso in una vasca, e il suo ineluttabile travaglio che corre sotto la pelle, e nel sangue.

Aviator è un bellissimo film, ed è davvero difficile da attaccare, sia da un punto di vista tecnico (dove, al di là della perfezione della regia di Scorsese, c’è anche un’insolito e riuscitissimo uso del digitale), sia da un punto di vista artistico: oltre alla bellezza di scenografie (di Ferretti) e costumi, è un film compatto nella sua frammentarietà, appassionante, divertente ed inquietante in egual misura, nonostante la lunghissima durata.

Miracoloso inoltre l’apporto del bravo, anzi bravissimo, Leonardo di Caprio, capace di sostenere per quasi tre ore il suo viso (e il suo corpo) perennemente fisso sullo schermo, mostrando una matura pienezza di e una grande sensibilità attoriale, ma senza strafare o strabordare. Forse quello è anche merito della guida dello zio Martin.

Però, nonostante troppe poche ore siano passate da un film così lungo e complesso, e quindi sia difficile giudicare, questo è inevitabilmente uno Scorsese minore, forse non raggiunge nemmeno il precedente sottovalutatissimo Gangs of new york (parere del tutto soggettivo), ed è quindi lontano dai suoi veri capolavori. Non si creda tuttavia che sia amarezza: non sono disposto a credere in nessuna ipotesi di decadenza autoriale (per chi scrive Scorsese è ancora il più grande regista vivente), e inoltre Aviator è comunque un gran film, assolutamente da non perdere.

Molti, in ogni caso ed inevitabilmente, i lampi di genio: dalle scene di volo all’inizio, a certi piani lunghi che solo ad immaginarli viene il mal di testa (come l’impressionante panoramica circolare negli studi cinematografici di Hughes, per citarne uno), tutta la lunga e angosciante sequenza dell’autoreclusione (bottiglie di urina comprese), e ovviamente l’inizio e il finale speculari. Il resto è (purtroppo, o no), solo gran bel cinema.

Seduti accanto a me, un blogger non-del-tutto-convinto e un Andrea estasiato. E poi una birra: no comment sulla musica alta…