maggio 2005

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Donne allo specchio (Women in the mirror) (Kagami no onnatachi)

di Kiju Yoshida, 2002

Yoshida, maestro riconosciuto della new wave nipponica degli anni ’60*, è cresciuto accanto a Ozu*, e si vede: nel suo film amaro e crepuscolare c’è quella stessa ricerca degli ambienti interni, quello stesso interesse nei rapporti tra la Storia recente del Giappone e i legami familiari, lo stesso senso di sospensione inquieta**.

Ma il settantenne regista giapponese non possiede (o non possiede più?) l’innata levità per cui è noto il cinema da camera di Ozu, e così il ritratto di tre generazioni "spezzate" dall’orrore della guerra (e della bomba) rimane coperto sotto a quello che è, purtroppo e con nostra grande delusione, un mattone terrificante. Sprecata quindi la splendida prova di Mariko Okada, moglie di Yoshida* e attrice di Ozu, e perduta l’occasione di confrontare generazioni attoriali, visto che il modello della Okada viene riproposto (forse per ossessione, forse per reverenza) anche dalle altre due bravissime attrici.

Insomma, l’ambiziosa ma fragile metonimia che regge il film (tutta al femminile, e non a caso) si perde dietro a una ricerca formale chiusa e soffocante e a una fastidiosissima colonna sonora, davvero di rara antipatia. Qualche bella sequenza, il riconoscimento struggente e una mano posata sull’altra, una panchina dove i segreti vengono a galla come aborti di una Storia paradossalmente da dimenticare, non basta a risollevare il film.

Basterebbe il fatto, per chi scrive inaccettabile, che ogni metafora e ogni simbolismo, per quanto già di suo abbastanza chiaro (lo specchio rotto, il tramonto rosso, eccetera) venga esplicitato dai personaggi stessi e sbattuto in faccia allo spettatore.

Forse è stato un peccato fuggire dal dibattito con Yoshida e la Okada che seguiva la proiezione. Imperdonabile. Ma la fame superava di gran lunga l’interesse.

NOTE

*dati a me ignoti prima della stesura di questo post.

** a scanso di equivoci: ve lo dice uno che di Ozu, vagonate di frammenti a parte, ne ha visti
solo due. Ma il raffronto è di un’evidenza inevitabile.

Samba traoré

di Idrissa Ouedraogo, 1992

Piacevolmente stupito dal suo "segmento" nel film collettivo sull’11 settembre, ho deciso di recuperare qualche film di Ouedraogo, regista del Burkina Faso e testa di serie del cinema del continente africano, partendo da questo film, Orso d’argento a Berlino nel 1993.

Samba traoré è un uomo che ha rubato, e che scopre che la serenità acquisita con l’inganno ha un prezzo, che si paga sulla propria pelle con la paura, con la paranoia, e alla fine con l’abbandono. Racconto morale dalla trasparenza cristallina, Samba traoré è un film semplice e diretto, che si discosta da eventuali visioni meramente endemiche (e il rischio c’era) per aprirsi a una riflessione universale sul senso di colpa e sulla cupidigia.

A tratti lieve e piacevole (anche grazie al lavoro di "spalla" dell’amico Salif e della moglie), più spesso caustico e doloroso (la sequenza in cui Samba abbandona la moglie durante il parto), mai lezioso né accademico, e consapevolissimo dei meccanismi di genere: inizia come un thriller, con un breve ma duro ed efficacissimo piano-sequenza, e segue comunque il percorso classico di ascesa e caduta.

A modo suo, sorprendente.

New police story (San ging chaat goo si)

di Benny Chan, 2004

Jackie Chan si dev’essere finalmente reso conto che il "suo" cinema americano non funziona, che è parodia ristretta e sterile, priva di plasticità e personalità. Allora torna ad Hong Kong e taglia i ponti con il recente passato: New police story è un film nero, cupissimo, violento: ciò che non ci aspettavamo dal ritorno in patria di Chan, ma che in fondo era prevedibile, e che siamo ben felici di trovare.

Il film inizia con Jackie che si trascina per la strada, barcolla ubriaco e finisce sdraiato a terra accanto al suo vomito. Non è altro che una dichiarazione d’intenti: il film, da lì in poi, è il racconto di una vera discesa all’inferno, e successivamente del difficilissimo riscatto con la società e con la propria coscienza. Per non parlare del personaggio del bravissimo Daniel Wu (quello di One nite in Mongkok), nemesi apparentemente bidimensionale che nasconde un inaspettato conflitto edipico: e la sua "caduta" è davvero struggente.

Benny Chan è più un affabulatore che un autore, e il suo sguardo è certamente derivativo. Però prende spunto dalle cose migliori degli ultimi anni: il cammino dell’eroe di Johnnie To, certe atmosfere metropolitane di Michael Mann, gli incontri epocali sui tetti di Infernal affairs. Senza dimenticare che di saga si tratta: la scena distruttiva dell’autobus e il finale nel centro congressi non possono non ricordare i vetri rotti del primo Police story.

Alcune cose (e personaggi) fuori posto, qualche indecisione sul registro (si richiedeva qualche breve respiro), ma quel che conta è che questo New police story è un film davvero commovente e tragico. E ovviamente è anche un action compatto e spettacolare, pieno di sequenze d’azione incredibili e inarrestabili fino al finale. E una volta passato il romanticismo schietto degno del cinema di genere a cui appartiene (ma non c’è Maggie Cheung, ahinoi!), si riesce persino e percettibilmente a sfocare l’happy end con una nota, o forse due, dolenti e malinconiche.

Entusiasmante.

My sassy girl (Yeopgijeogin geunyeo)

di Kwak Jae-young, 2001

"Vuoi morire?"

Grande successo in patria, la commedia di Kwak è tratta da un racconto online (da un blog, forse?), ed è una specie di diario sul lungo e tormentato rapporto tra uno studente non particolamente brillante e vessato dalla famiglia, e una ragazza che sotto le spoglie di normalità e tenerezza nasconde uno strato di follia e aggressività che sottende un’inquietudine profonda, legata alla perdita e alla solitudine.

Come spesso accade nel cinema di Seoul e dintorni, il modo di rappresentazione è abbastanza inaudito: il ritmo è bizzarro, una sorta di lento swing di piani lunghi nei quali gli attori si destreggiano con abilità, e il tratteggio dei personaggi preferisce fermarsi sui volti e sulle reazioni piuttosto che creare la facile risata. Eppure si ride, e tanto. Merito della sceneggiatura illuminata e romantica, ma più di tutto, come già accennato, dei due attori: se Cha Tae-hyun è bravissimo, la dolcissima Jun Ji-hyun è semplicemente perfetta. Tanto più se si pensa che l’interpretazione ha un doppio livello: entrambi i personaggi "giocano" un ruolo di autodifesa sotto al quale pulsano i loro desideri e la loro difficoltà di crescere.

Uno dei caratteri più particolari del film è la durata: spropositata, ben più di due ore. Che però non solo non stancano, ma permettono a Kwak di riflettere con intelligenza sullo statuto stesso del "finale" e sulla metodologia della chiusa cinematografica: il film continua a finire ma non termina mai davvero. Una presa di posizione dichiaratamente metafilmica, anche se divertita, come esprimono anche le (forse più prevedibili ma spassose) parodie all’interno del film, che se la prendono con il celebre Shower, con la moda di Matrix, con il wuxia coreano.

E alla fine, dopo la frustrazione continua e castrante, dopo un’improponibile serie di coincidenze e assurdità (e qualche sberla), la soluzione è quella più attesa, e arriva con una tempestività e una sensibilità narrativa incredibili. Il film, come ogni commedia romantica che si rispetti, cerca la lacrima, e grazie al delizioso romanticismo e alla delicatezza e sensibilità con cui decide di far sul serio solo quando si deve, la trova.

Link: impossibile non linkare il blog di Astor, Astorama cafè. Perché? Basta aprirlo, e si capisce al volo.

Also: Gokachu ne parlava più di due anni fa: sono un pivello.

News: ci tocca sorbirci il remake americano. Che potrebbe però rivelarsi una sorpresa: sarà infatti diretto dalla anglo-indio-kenyota Gurinder Chadha, regista di Sognando Beckham e Matrimoni e pregiudizi.

[amore a seconda vista]

Il post, qui.

Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (The heart is deceitful above all things)
di Asia Argento, 2004



Chiunque abbia letto (io l’ho fatto di recente) il libro di J.T.Leroy, sa che quella descritta su carta è materia calda, bollente. La storia del figlio inerme, della madre tossica e puttana, dei nonni bigotti e violenti è, oltre che un atto politico durissimo nei confronti delle contraddizioni religiose e sociali dei "margini" statunitensi, una possibile sfida cinematografica.



La Argento prende di petto la sfida, e pur scegliendo la via più semplice per rappresentare il mondo di camionisti e di prostitute dei libri di Leroy (ovvero quella di certo cinema americano indipendente che faceva capo al suo amico Gus Van Sant), le soluzioni nel dettaglio non sono mai le più prevedibili: evita l’impossibile (le parti del libro in cui Jeremiah "si punisce") e sfugge al non mostrabile sostituendo al corpo del figlio quello della madre nel terribile momento dell’identificazione sessuale.



L’impressione generale di un "riassunto" del libro è evidente e fastidiosa, forse anche per i non-iniziati: probabilmente la regista era così innamorata del libro da volerlo rappresentare tutto, nei limiti del possibile. Il risultato è che c’è tanta, tantissima carne al fuoco. Ma non c’è tempo per riflettere sui personaggi, ogni riflessione politica è conseguentemente tirata via, e la parte nella villa dei nonni (con un’inquietante Ornella Muti) è davvero troppo breve, considerando che era la più stimolante, per il contrasto.



Ci vuole comunque un bel fegato per rendersi così disgustosi, e per far crollare il proprio personaggio e l’intero film il film in un tale baratro di follia, nella parte finale. La Argento svicola anarchicamente le regole del genere, e paradossalmente rifiuta in più momenti il realismo di altri sfociando in gustosi surrealismi (con animazioni passo-uno che nemmeno i Katakuris).



Ma sì, in fondo Asia ha fatto un bel lavoro, e se non altro ha finalmente mostrato un talento (uno qualunque), che seppure ancora un po’ grezzo promette bene per il futuro.



LINK: Alcuni di simile, altri di diverso parere, com’è giusto che sia, i cinebloggers.


[amore a seconda vista]







Se n’è parlato qui e qui.

E qui
(classifica 2004).

E qui (IOMA 2005).



[i film che non ti stanchi mai di rivedere]

Quando rivedo film già postati (capita spesso), non scrivo nulla.
Esistono le eccezioni.

[remainders]

Esce domani 6 maggio in Italia il coreano Oldboy di Park Chan-wook con il grandissimo Choi Min-sik, di cui da queste parti si è parlato fino allo sfinimento (compresa la piccola icona che campeggia da giorni nella colonna destra del blog).

Non fate l’errore di farvelo scappare: è uno dei film più belli degli ultimi anni. E la chiudo qui.

Se la mia parola non vi basta, ecco una piccola rassegna stampa da me redatta sul (cine)forum.





Domani esce nelle sale italiane anche Tartarughe sul dorso di Stefano Pasetto con la sorprendente Barbora Bobulova e il dardenniano Fabrizio Rongione, presentato a Venezia l’anno scorso nella gloriosa sezione Giornate degli autori.

Ne parlai a suo tempo, dal Lido. Cinema ammirevolmente maturo e profondo per la media del cinema italiano, anche se grigio e poco costruttivo. Merita una visione. Ovviamente, dopo aver visto Oldboy.

Man on the moon

di Milos Forman, 1999

Forman trasforma un semplice biopic (che rispetta tra l’altro tutte le regole del formato, una per una) su un genio incompreso in un ritratto di una tarma del sistema il cui unico scopo (inconscio) era masticare il sistema stesso, farlo crollare su se stesso.

E l’unico modo per corrodere dall’interno un sistema basato sulla menzogna ("non voglio fare una sitcom, quella che ride è gente morta!") è mentire, ingannare, farsi beffe della verità. Ma il pubblico medio non poteva apprezzare "in massa" un atto anarchico travestito da comicità seriale. La trappola in cui cadde Kaufman fu quella di non rendere scoperto il gioco, di non fornire marche testuali che identificassero le sue burle come tali.

Il suo destino fu quindi quello di un’accettazione solo postuma: quasi un nuovo Amadeus, sui generis. Kaufman voleva diventare la star più celebre del mondo, e divenne invece un fenomeno di nicchia, come si suol dire di culto: nonostante ciò, l’ultima immagine che ci dà il suo volto è quella della serenità nell’accettazione della morte, e l’idea poetica (per quanto retorica) di un lascito ereditario gioioso e pacificato nei confronti dello stesso mondo che l’aveva tanto massacrato.

Il film non forse è un capolavoro, perché mantiene i lampi di genio solo all’inizio (con un atto molto kaufmaniano) e alla fine (più alcuni azzeccati momenti ellittici, come la sequenza di Taxi, in cui si nega anche a noi quello che aspettavamo con curiosità), cercando di dosare i mezzi espressivi per concentrarsi piuttosto sulla struttura semantica e sul rapporto tra bugia e verità, tra il pubblico di allora e quello ora presente in sala. Riuscendoci perfettamente: si ha davvero spesso la sensazione di spaesamento, di rapimento, di confusione. Tanto di cappello, visto anche il groppo di malinconia che ci lascia alla fine.

Memorabile comunque la prova d’attore di Jim Carrey: davvero mostruoso. Ancora di più se si pensa ai mille modi in cui le vite dei due attori si confondono: in alcune scene (soprattutto quella in cui Kaufman cerca di fare teatro sperimentale e il pubblico richiede a gran voce il tormentone) si dimentica persino che Carrey sta interpretando il ruolo di Kaufman. Eccellente.

[un tipaccio]


[meanwhile]

Mentre il cervello del giovane cinefilo era sottoposto all’inebriante miscuglio di idiomi asiatici e dialetti friulani, in Italia accadevano ben altre cose.

David di Donatello 2005

Mi fa piacere poter scrivere che l’ambito (…) premio al cinema italiano ha decretato la vittoria del migliore: Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino si porta a casa 5 sacrosante statuette: miglior film, regia, sceneggiatura, attore protagonista (Toni Servillo, ci mancherebbe altro) e fotografia (idem con patate). Ci voleva proprio. Meritatissimi anche il premio alla miglior attrice alla Bobulova per il pur parzialmente deludente Cuore Sacro e quello per il miglior regista esordiente a Saverio Costanzo per il bellissimo Private.

Il film di Veronesi, che mi sono rifiutato di vedere, si accontenta dei due soliti attori non protagonisti Buy e Verdone. Non mi dovrei pronunciare sulle musiche (premiati due film da me non visti, tra cui Christmas in Love!), ma avrei comunque dato la statuetta a Andrea Guerra per Cuore Sacro, che invece viene premiato per le belle scenografie.

L’unico premio tecnico (miglior fonico) per Le chiavi di casa è un inaudito gesto di consapevolezza da parte di un’industria che aveva sopravvalutato un buon film scambiandolo per un capolavoro, mentre è un peccato che l’identica sorte (migliori effetti visivi?) sia toccata a Dopo Mezzanotte.

Felice il premio a Un silenzio particolare per il miglior documentario, anche se in questo caso non sarei così rigido nella definizione: comunque meglio del (comunque buon) film di Cabiddu. Mare dentro si porta a casa anche qui un premio (miglior film europeo), e continuo a pensare che stiano esagerando, o che io ho visto male. Ma non c’era molto di meglio. Miglior film straniero Million dollar baby: ok, va bene, siamo contenti. Ma c’era Ferro 3, e che diamine!

 

 Ci sono stati anche gli IOMA, Italian Online Movie Awards, ai quali ho avuto l’onore di partecipare come giurato: del quando avere un blog è una sufficiente credenziale.

Miglior film Ferro 3, miglior regia Quentin Tarantino, miglior film italiano Le conseguenze dell’amore e miglior attore Toni Servillo, miglior attrice non protagonista Cate Blanchett, miglior sceneggiatura originale (c’è bisogno di dirlo?) Charlie Kaufman, miglior fotografia Christopher Doyle (ma per Hero, io votai 2046) e miglior colonna sonora Umebayashi per 2046: da quanto ricordo, posso dire di avere contribuito nel mio piccolo alla loro doverosa vittoria.

Ma anche molti degli altri premi sono azzeccatissimi. Non voglio postarli tutti: date un’occhiata.

Doloroso leggere che per il miglior film d’animazione Shrek 2 abbia inspiegabilmente battuto Gli incredibili. Incredibile.

[nota di servizio]



Lunedì 2 Maggio, 20,15



BAD GUY
(Nabbeun namja)

di Kim Ki-duk (100’)

Corea del Sud/2001



Cinema Lumière 1

Via Azzo gardino 65, Bologna



Vedasi post.

Far East Film 7, Udine 2005

Un riepilogo pieno di pallette



Love battlefield di Cheang Pou-soi (HK), Peppermint candy di Lee Chang-dong (KOR).

Già postati: Lady snowblood di Toshiya Fujita (JAP), Memories of murder di Bong Joon-ho (KOR).



Beyond our ken di Pang Ho-cheung (HK), Kamikaze girls di Tetsuya Nakashima (JAP), One nite in Mongkok di Derek Yee (HK), Zee-oui di Nida Sudasna e Buranee Ratchaiboon (THAI).



Ichigo.chips di Shun Nakahara e Takahashi Tsutomu (JAP), Letter from an unknown woman di Xu Jinglei (CHI), Pattaya maniac di Yuthlert Sippapak (THAI).



Everybody has secrets di Jang Hyeon-soo (KOR), R-point di Kong Su-chang (KOR).



Yesterday once more di Johnnie To (HK).



The last level di Wang Jing (CHI).



Suffocation di Zhang Bingjian (CHI).



Art of the devil di Tanit Jitnukul (THAI).

Pallette cortesemente offerte da: Cinebloggers Connection.

L’ordine è ovviamente alfabetico.

[FEFF2005]

Love battlefield (Ai zuozhan)


di Cheang Pou-soi, 2004

Il penultimo film visto al Far East 2005 (ultimo per quanto mi riguarda) è dello stesso regista di Horror hotline (visto di recente) e New blood (iniziato giorni fa, lo finirò presto). Un regista dell’orrore, quindi, che si confronta con uno dei generi più canonici del cinema dell’ex colonia britannica: l’action movie.

Ma Love battlefield non è un semplice action-noir. L’approccio al genere di Cheang è infatti quasi sperimentale, perché decreta un taglio netto, senza le classiche mescolanze: il film inizia come una commedia sentimentale su una coppia che litiga e che si divide, e per molti minuti non è altro che questo. Poi arriva il trauma (quasi horror, visto il salto sulla sedia) e il film cambia completamente rotta, diventando appunto un action violento e che non lascia un attimo di respiro.

Inutile nascondere l’entusiasmo: Love battlefield è il miglior film da me visto a Udine quest’anno (almeno nella rassegna 2004), e uno dei film hongkonghesi più stimolanti degli ultimi anni: appassionante e concitato, girato con una impressionante consapevolezza del passato (e del presente) del cinema cantonese, e perfetto nel disegno dei personaggi e soprattutto nelle relazioni tra essi.

Nonostante le speranze (mie e di molti altri), il film non si è conquistato un posto ai "piani alti" dell’audience award. C’è un motivo concreto: non è piaciuto il finale, esagerato e compulsivo. Ma da un film che si chiama Love battlefield non si può non gioire di un finale così disperatamente romantico e al tempo stesso così estremo: un vero tragico inno all’amore. Chi vi scrive l’ha trovato, per quanto davvero interminabile, splendido.

[nota]

Nonostante il popolino non abbia gradito, l’applauso è stato davvero lunghissimo e sentito. Qualcuno (ehm) con le lacrime agli occhi. Cheang presentava anche un’altro film, Hidden Heroes, una specie di sci-fi metropolitano demenziale: devo assolutamente recuperarlo.