novembre 2005

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Dark water
di Walter Salles, 2005

Per girare un remake di uno dei migliori horror giapponesi degli ultimi anni, forse il capolavoro di quella "nuova onda" che ha investito – più con schizzi di rimando che con flusso diretto – anche le "nostre" coste, non si poteva pensare a regista più inadatto. Non per qualità, che non giudico avendo visto solo un suo film (che comunque non mi piacque affatto), ma per il connubio tra esperienza e attinenza. Siamo sempre portati a pensare che, se proprio devono propinarci remake di film che amiamo tanto, debbano dirigerli Romero o Carpenter.

Ci sbugiardano, con la sorpresa delle sorprese: il Dark Water di Walter Salles non è affatto male. Anzi. Ve lo dice uno che appena sente puzza di remake corre ai ripari della protesta. E invece Salles è riuscito a fare ciò che era già riuscito a Verbinski con il primo remake di The Ring: portare in occidente l’horror nipponico, che ha delle caratteristiche precise e ineliminabili, utilizzando il principio dell’adattamento, e non quello della banalizzazione o dell’appiattimento in vista di un pubblico instupidito dal burro d’arachidi. Forse per questo non ha avuto molto successo…

Le mani del cinquantenne regista brazilero si rivelano, con nostro grande stupore (nonostante Pier Maria Bocchi ci avesse avvertito), più che adatte: con classe e maturità intellettuale non indifferente gestisce la storia dolorosa, oscura e "umida" di Dahlia/Yoshimi, una storia di due (tre) madri e due (tre) figlie, di responsabilità e sacrifici, di lacrime che diventano "pioggia sporca", non finalizzando il tutto al banale spavento, ma prendendo tempo e facendo maturare un’angoscia letteralmente nakatiana, giocando bene con le location e con i personaggi di contorno (Tim Roth su tutti) e costruendo persino scene di grande suggestione, come tutto il crescendo dei due – coerentissimi e coraggiosi – finali.

Non riesce a Salles il mezzo miracolo di quasi-eguagliare l’originale come accadde a Verbinski, e quindi Honogurai mizu no soko kara rimane su un altro piano, perché qualche piccola cantonata Salles la prende, ma è roba da poco (qualche chiacchiera di troppo?), perché più di così era davvero difficile, impossibile chiedere. E ci sentiamo persino un po’ in colpa per averlo deriso per mesi e ignorato alla sua uscita nelle sale. Shame on us.

Crimen perfecto (Crimen ferpecto)
di Álex de la Iglesia, 2004

Rafael è un uomo di successo, perché ha imparato la due semplici regole che reggono la nostra civiltà. L’immagine è tutto, perché la bruttezza è la prima fonte dell’infelicità. Prendersi sempre quello che si vuole, perché il desiderio è la seconda fonte dell’infelicità. Rafael è una specie di epitome della nostra società, la società dei centri commerciali dove lui lavora, e dove campionari di varia e squallida umanità si avvicendano tra gli scaffali fingendo, nascondendosi, rubacchiando.

Sul suo cammino di successo – che diventa anche sopravvivenza omicida – Rafael incontra Lourdes. Che è brutta e insopportabile, follemente desidera ed è fottutamente determinata. E’ insomma la forza che sovverte le regole del mondo di Rafael: per questo Crimen ferpecto è un film sottilmente – ma non troppo – anarchico. Perché è vero che gioca con meccanismi semplici e basilari, a volte barbari e inconsulti. Ma è vero anche che restituisce un’idea della modernità caotica e crudele almeno quanto la modernità merita.

Ed è innegabile che, a dispetto di una campagna pubblicitaria fuorviante, Crimen ferpecto sia uno spasso incredibile: inizio sgargiante (Rafael che limona con la figona sulle strisce pedonali), risate e cattiverie – ma nessuna inettitudine -, prefinale infuocato e finale, inevitabile, ma che si fa ugualmente apprezzare. Geniale il fantasma con l’accetta fumante nel cranio, scheggia freak che sembra venire da Azione Mutante. Altri tempi, grazie al cielo.

Inspiegabile il titolo italiano, vista la coproduzione nostrana. Che il nostro caro pubblico sia così stupido da capire una cosa spiegata esplicitamente nel film? Bah. A noi ci piace quello originale, a noi.

[meanwhile]

Escono oggi nelle sale italiane due film che vi garantisco essere degni di nota.

Il primo, lanciato con un sacco di copie, un battage violento e un titolo italiano scemo, è l’ultimo film del nostro-sempre-caro Terry Gilliam, da me visto all’ultima Mostra di Venezia. The brothers Grimm, ovvero I fratelli Grimm e l’incantevole strega, per quanto non sia il miglior Gilliam, un film piacevole e divertente, "un figlio minore di Munchausen". Andate a vederlo, su.

(qui il post dei Lidobloggers. Oltre a me, tre delusi: Andrea, Ohdaesu – che poi ha cambiato idea – e Murdamoviez)

Il secondo film, lanciato con pochissime copie, copertura silenziosa e un titolo italiano corretto, è l’esordio di Liev Schreiber, Ogni cosa è illuminata. Spassoso e commovente al tempo stesso, e davvero sorprendente. Se riuscite a trovarlo in giro, non perdetevelo (anche se si temono giustificatamente gli effetti devastanti del doppiaggio).

(il post degli stessi quattro Lidobloggers è qui: direi che ci è piaciuto)

Oliver twist
di Roman Polanski, 2005

Oliver Twist, caso strano di eroe di un romanzo il cui protagonista è in realtà tutto ciò che sta fuori da lui, è come un perno intorno al quale gira il mondo. Ed è un mondo brutale e violento, quello che Oliver vede con i suoi occhi innocenti e impotenti, l’immagine di una civiltà fumosa e buia anche se accesa da timide candele di speranza, una civiltà che mangia i suoi figli brutti, sporchi e cattivi con il furore di un Saturno industriale. E fin qui, poco merito a Polanski, molto a Dickens. Eppure.

Eppure Polanski – anche se non non è amore in queste vesti, perché lo si preferisce quando osa e turba: non lo fa da undici anni – non forgia solo una rappresentazione fluida del mondo dickensiano limitandosi ad un dichiarato (ma solo apparente) adattamento-copycat, ma stupisce per come riesce, dopo un’abbondante metà in cui si segue facilmente il film e lo si apprezza moderatamente e senza alcun entusiasmo, riesce a seminare nei suoi personaggi una vorticosa profondità.

E sono questi i tratti più distintivi del film, sono i cambi di rotta dei personaggi. O la loro feroce coerenza. L’urlo di Dodger dalla finestra, la fatale barbarie di Sykes, e soprattutto Nancy: il suo dolore, la sua rassegnazione, il suo gesto martire, le sue urla e la sua morte. Un rivoletto di sangue all’uscio è il suo lascito umano: brava, bravissima Leanne Rowe.

E ci pare pure strano, ma è difficile non rimanere commossi durante la sequenza finale, durante i passi infiniti nel buio del carcere, verso la cella, verso la preghiera, verso il perdono. Che lo sai, te lo aspetti, ma ti stringe comunque il cuore. Solo questione di professionalità, forse, ma Polanski ne ha ancora da vendere.

E non si faccia l’errore di considerare Polanski un traditore che ha abdicato al classicismo: anzi, è anche (anche se non soprattutto) per film come Tess e Il pianista che lo amiamo, perché nonostante si appiattisse volutamente sul piano iconografico faceva scaturire il suo sguardo sull’essere umano – spesso impietoso e spesso impietosito – proprio da quei paesaggi calligrafici e/o da quei movimenti di macchina fin troppo calibrati.

E questa 26ma versione del romanzo dickensiano non fa eccezione all’eccezione stessa: non sapremmo che farcene, di un simile Oliver Twist. Eppure, eppure sì, ma sì, ci piace.

[cinnamon]

La sparizione delle sagome dei camerieri fuori dai ristoranti non è avvenuta in una data precisa. Sono cose che misteriosamente accadono, come la comparsa dei biscotti Togo al cioccolato. Tutto è cambiato. Prendete le ciuingam. Quando ero piccolo il massimo erano le ciuingam a palline dentro la boccia. Perché una cosa va detta: anche se i telefilm erano in bianco e nero c’era sempre una cosa a colori: la boccia delle ciuingam. Poi sono venute le prove tecniche di trasmissione. Se eri fortunato ti poteva capitare di avere un amico con l’antenna esatta che captava la Svizzera o Capodistria. Tele Capodistria era un vulcano di emozioni: film partigiani dove i tedeschi erano cattivi e i partigiani buonissimi e intelligentissimi. Un paradiso socialista. Dopo le palline sono arrivate le Riprova, sarai più fortunato. Le più ambite erano quelle di Fort Apache. Se superavi la prova potevi lanciarti dalle Brooklyn, la gomma del ponte. Al tempo però le ciuingam avevano un mucchio di sapori in più. Il meglio, il più rivoluzionario era il Cinnamon. Il Cinnamon era il vero gusto da Black Panters, da Malcolm X. Il Cinnamon è la cannella, ma non vale. Il Cinnamon, quando è arrivato il riflusso, lo hanno abolito: evaporato, sparito! Uno andava al bar e trovava solo le Centerfresh, quelle con dentro il liquido. Ciuingam da "maggioranza silenziosa". La Sinistra calava ed ecco comparire le ciuingam del capo che mangia pesante. PESANTE… Erano tempi difficili. C’era chi si dava alle Stimorol danesi, chi si drogava con le Dentigomma che si trovavano solo in farmacia. Poi il miracolo: un giorno, al Circolo Gramsci, preso dallo sconforto per aver scoperto che esistono le Big Babol Revolution, ho gettato l’occhio dietro i boeri e alle liquirizie Goleador: le Cinnamon erano tornate! Strano che l’Unità non avesse detto niente. Alle Cinnamon e a tutti i compagni caduti bisognerebbe dedicare una piazza davanti a un ipermercato.

Offlaga disco pax, "Cinnamon", in Socialismo tascabile, Santeria/Audioglobe, 2005

L’arco (Hwal)
di Kim Ki-duk, 2005

Si muovono due anime dentro me dopo la visione, in sala, dell’ultimo film di uno dei registi che più ho amato negli ultimi anni. Due anime che corrispondono, più o meno – perché non condivido comunque estremità quali le lodi eccessive o immeritate "insufficienze" – alle due posizioni della diatriba che divide i cinebloggers fin dalla prima proiezione post-Cannes. Questo è un vero e proprio disclaimer: siete liberi, liberissimi, di insultarmi o di darmi del cerchiobottista per questo strano e schizofrenico post, ma al momento non trovo altro modo per esprimere con pienezza la mia – parziale – delusione per il film e la mia – sempre parziale – ancora rinnovata ammirazione per il suo autore.

L’arco è inequivocabilmente un film di Kim Ki-duk, in tutto e per tutto. E’ quello che Kim – e soltanto lui – poteva fare di un soggetto simile.

Allora perché noi che amiamo tantissimo l’ormai arcinoto regista coreano ne usciamo così sconfortati e delusi? Perché proviamo questa insoddisfazione che, nonostante l’aria di qualche critica pesante – soprattutto da fonti non sospette – non ci aspettavamo? Perché L’arco è un film che non taglia e che solo cuce, che non strazia e che solo affascina, un film né imperfetto né perfetto, forse solo un bel film, un gran bel film di cui non sentivamo la mancanza. Diavolo! Dov’è la stratificazione di Ferro 3, la passione di Address unknown, la struggente e violenta poesia di Bad Guy? Un solo anno da Samaria, ma sembra sia passato un secolo: e si dicono sempre le stesse cose, ma si ha l’impressione che siano sempre meno, le cose da dire. Speriamo solo che sia solo un passo falso, una pecca da perdonare a posteriori, non l’inizio della fine.

Paradossi della politica degli autori: se fosse un film di un altro regista tutti condanneremmo i suoi limiti – o meglio i suoi difetti – senza remore, tra gli sbadigli.
E invece no.

L’arco  è inequivocabilmente un film di Kim Ki-duk, in tutto e per tutto.  E’ quello che Kim – e soltanto lui – poteva fare di un soggetto simile.

Minore, certo, ma che forza: è ancora difficile trovare nel cinema mondiale un autore capace di far dialogare due personaggi tra se stessi, e con la natura, con il solo ausilio degli sguardi, dei silenzi. Senza dire una parola, condannando anzi tutte le parole che, nel mondo, vanno sprecate, e che sono l’unica vera violenza. L’arco è l’ulteriore e bella conferma di un cinema magico capace di sospendere se stesso e di sublimare l’emozione dei corpi e delle anime con metafore ardite ma miracolosamente mai stucchevoli. Un cinema che diventa aria e nuvola, per poi tornare ad essere carne, sangue, e poi morte, e di nuovo vita. Non va condannato solo per la sua – molto più che evidente – natura "interlocutoria". E’ imperfetta, ma un’opera sola, e sarebbe un grave errore a causa di essa perdere la fiducia nella grandezza di Kim.

Paradossi della politica degli autori: se fosse di un altro regista passeremmo tutti oltre i suoi difetti – o meglio i suoi limiti – e promuoveremmo, in lacrime.
E invece no?

Female yakuza tale (Yasagure anego den: sôkatsu rinchi)
di Teruo Ishii, 1973

"My friends call me Yoshimi of Christ. When I pray, I kill."

Il film inizia proprio come The blind woman’s curse: una donna tatuata affronta a spada sguainata, sotto la pioggia – al ralenti – un gruppo di uomini. Ma ci si rende conto presto che le cose sono diverse, perché i suoi vestiti si lacerano e la donna – la bellissima Reiko Ike, per la precisione – rimane a combattere completamente nuda. E questi sono solo i titoli di testa.

Infatti l’erotismo è il tratto più marcato di un prodotto consapevole del decennio in cui si trova (si capisce dai look cool, dalle musiche, dalle situazioni) e dei meccanismi di sesso e violenza del cinema exploitation (anche occidentale). E così, Ishii costruisce un film iper-pop, truce e sporcaccione, che ruota attorno – per dirne una – a una gang di malfattori che trafficano droga in dildo-contenitori inseriti in orifizi femminili (sic) di ladruncole assuefatte all’eroina.

Al di là del softcore spiattellato, non è certo un Joe d’Amato: anzi, un bel divertimento, con personaggi azzeccati (la suora-killer), scene molto forti ma emozionanti (l’omicidio a scariche elettriche e strangolamento della giovanissima figlia del boss), e soprattutto un grandissimo finale che vale tutto il film, in cui si compie la vendetta collettiva delle donne, che dopo essersi spogliate come in un film di Berkeley, massacrano i maschiacci e pisciano sui loro corpi morti. Oh, yeah.

Ho considerato il film come a sè stante, ma in realtà è il sequel di Sex and fury, di Norifumi Suzuki, che conto di recuperare quanto prima.

A differenza di quasi tutta l’opera di Ishii, il film è disponibile da poche settimane in uno svavillante dvd americano.

Si è già parlato di Teruo Ishii nel post su The blind woman’s curse, a cui rimando.

I heart Huckabees – Le strane coincidenze della vita (I heart Huckabees)
di David O. Russell, 2004

"Fuckabees!"

Si può raccontare una diatriba filosofica in forma di commedia? Russell se lo chiede e ci prova, ricicla senza pudore il detective olistico di Douglas Adams, mette in campo due detective panteisti contro una francesce nichilista, e ottiene un film stralunato ed irrisolto, divertente anche se sostanzialmente inutile, in cui la sceneggiatura passa da un’intellettualismo di mano pesante – che rende il film a tratti un po’ indigesto – a trovate bizzarre, e quasi demenziali.

Ma la visione del mondo del regista di Three Kings, almeno, è preoccupata della realtà, del presente e dell’individuo contemporaneo, e pur nel caos di un racconto corale che prende mille strade – spesso cieche – butta lì qualche pietra bella affilata sull’america di oggi (il pranzo nella famiglia ipocrita a bigotta), e non risparmia nessuno, né gli ecologisti pronti a divorarsi per una qualsiasi Shania Twain, né gli aguzzini delle multinazionali. Con molta, troppa speranza per tutti, e uno stile strafottente e vezzoso ma originale e stravagante.

Si può tranquillamente uscirne ammirati, come annoiati, come incazzati, oppure – è il mio caso – uscirne e dimenticarsene. Quel che è certo è che il cast fa paura, tutti divertiti e bravi. Noi qui – come al solito – si fa il tifo per Naomi Watts, modella sull’orlo di una crisi di nervi, eccezionale sia in costume da bagno che conciata da amish.

The blind woman’s curse (Kaidan nobori ryu)
di Teruo Ishii, 1970

Chi era Ishii Teruo? Meno noto in occidente rispetto ad altri suoi "colleghi di genere" come Suzuki e Fukasaku, è autore di culto in patria, per i suoi ero-guro (erotico-grotteschi) e per alcuni film con Sonni Chiba, oltre che per il suo ritorno nelle sale degli ultimi anni. I frequentatori del Far East Film Festival l’hanno conosciuto (anche di persona) nel 2003, quando i ragazzacci di Udine gli dedicarono una retrospettiva, e quest’anno, un mese dopo la sua morte (il 12 Agosto, per cancro ai polmoni) Marco Muller l’ha omaggiato (a sorpresa, me distratto!) proiettando a Venezia l’introvabile Horror of a deformed man.

The blind woman’s curse (o Tattoed swordswoman), è un film bizzarro ed acceso, un misto di chambara eiga e yakuza eiga che non disdegna l’horror, e che nonostante la mescolanza rispetta le regole dei singoli generi che affronta. Forse troppo, perché si sente spesso la mancanza – soprattutto nella parte centrale – di guizzi personali e rivoluzionari, e perché la splendida Meiko Kaji sarà ancora più splendida in Lady snowblood (1973). Ma il film di Fujita ha qui le sue radici, la regia mobilissima è sorprendente, la violenza abbondante ma stilizzata, non c’è un attimo di pace e c’è invece una tonnellata di ironia. La svolta femminina del genere con il clan di yakuza "misti" e il duello tra la protagonista dall’animo puro e la cieca vendicatrice non possono non farci suonare qualche campanello.

Un oggetto affascinante e imperfetto, con tutta probabilità parte di un percorso che ci sfugge. Per ignoranza, forse. Ma con tutti i suoi limiti, ha un incipit marziale (una mischia con ralenti e fermoimmagini sotto la pioggia) e un finale western (il duello suddetto, con enormi nuvole surrealiste) potenti e impressionanti, degni di un’antologia dei generi popolari nipponici.

Sul web a proposito di questo film pare non esista nulla in italiano. Linko quindi due interessanti schede in francese, una entusiasta e una molto meno. Tanto per farsi un’idea.

Essenziale (anche per questo post) la scheda del guru
Mark Schilling su Ishii, sul sito del FEFF.

Elizabethtown
di Cameron Crowe, 2005

L’uomo che trasformò Abre los ojos in Vanilla sky colpisce ancora, e trasforma Garden state in Elizabethtown. Lungi dall’esserne un remake, raccoglie l’eredità del sorprendente film di Braff, recuperando tutta la linea narrativa (muore un mio genitore – faccio un viaggio funeral-familiare nella provincia – i miei parenti credono sia una star mentre sono un fallito – incontro una ragazzetta pazzerella e mi innamoro – recupero la voglia di vivere), e non solo. E ancora una volta fallisce. Certo, per citare il film stesso, "There’s a big difference between a failure and a fiasco", e questo film forse non è un fiasco, sarebbe ingentile, ma è di certo un fallimento. Sarà la versione italiana (in cui si perdono i giochi sull’accento del Kentucky, bah), sarà pure la versione rimontata, ma è un fallimento.

Qualcosa si salva, e il film per una mezz’ora, per tre quarti d’ora, è anche banalmente piacevole. Ma non è possibile (s)tirare un film simile per due ore e passa, con sette/otto finali uno in fila all’altro (di cui l’ultimo è il più prevedibile), perché la pazienza del pubblico ha un limite, o almeno la mia. E anche se sei un critico musicale, ce l’hai pure raccontato in Almost famous (bella eccezione della sua filmografia), e sei ossessionato da questa benedetta musica rock – peggio che Linklater – non puoi straziarci con decine di canzoni una dietro l’altra in preda all’horror vacui giusto per farci vedere quante ne sai. Sennò poi dai l’impressione, e seria, che tu sia un dj più che un vero regista, e che tu abbia fatto un film per pubblicare una maledetta compilation.

Il problema del film è che starebbe anche in piedi, e fa doppiamente rabbia che sia tutto tutto così, anche leggermente, "sbagliato": come la lunghissima telefonata amorosa (gli americani hanno delle tariffe incredibili, eh?): sarebbe una sequenza davvero graziosa, eppure Crowe la stempera con una sequela di frasette isolate degne di una "smemo" (Gli uomini vedono le cose in una scatola, le donne in una stanza rotonda? Di’ giuro!), buttate lì per far contente tutte quelle (migliaia migliaia migliaia) di ragazzine accorse solo per vedere Orlando Bloom. Che è impacciatissimo, e rimpiangiamo a cavallo del suo mitico elfo-surf.

Ecco, detto questo, detto tutto questo, noi qui si adora Kirsten Dunst, e ogni volta che appare sullo schermo durante il film non ci fa pentire di aver pagato il biglietto (o, nel mio caso, di aver mosso il culo da casa approfittando dell’anteprima gratuita), e ogni volta che sorride dimentichiamo tutta la balordaggine che le sta attorno, e applaudiamo dentro il cuore. Zitti zitti, però.

Rinchiudete Susan Sarandon.

Imperdibile il post di FedeMc su SecondaVisione, dopo la proiezione del film a Venezia.

The interpreter
di Sydney Pollack, 2005

"Vengeance is a lazy form of grief."

I titoli di testa mostrano l’esterno e poi l’interno del "palazzo di vetro", la sede dell’ONU a New York. Che è un luogo costituito da contraddizioni: l’ordine pacifico e la lucidità delle superfici cozzano con un crogiolo di lingue che, nascoste ma presenti (le sentiamo tutte insieme), partono dalle bocche degli interpreti stipati dietro i vetro e vanno a riformare a fatica l’unità linguistica. Un’immagine geniale, quella di un mondo tutto chiuso in una stanza a combattere la guerra più basilare, quella tra la pace globale e la torre di Babele che non riusciamo e non a buttar giù.

Dopo di che, purtroppo, c’è solo un thriller ben confezionato e molto professionale, la storia di due perdite, di due dolori e di una vendetta. Personali, più che Storici o etico/politici. La mano di Pollack è ovviamente sicurissima, infila alcune sequenze tesissime (come quella della bomba sull’autobus – reprise dell’Hitchcock di Sabotaggio), qualche dialogo prezioso o almeno ben intrecciato e qualche frase ad effetto ("I’d rather make the mistake of believing her, than the bigger one of not"), colpi di scena prevedibilotti (finale compreso), e un po’ di politica, ma non troppa: non si va al di là di un messaggio generico, con giusto una vaga attinenza con il reale.

Niente di che, dunque, un prodotto medio senza lodi né infamia. Ci dispiace. Ma si fa guardare comunque volentieri, perché i tre protagonisti insieme non li trovi tutti i giorni. E se le nostre amate Keener e Kidman se la giocano, low profile contro gigioneria, Sean Penn è semplicemente perfetto: entra in scena, riaccende il juke-box, telefona a se stesso, e ci commuove senza versare una lacrima e senza dire nemmeno una parola.

Il film è nelle sale, ma consiglio per le suddette ragioni la versione originale: il dvd per gli anglofoni è già online, ma nella versione inglese ci sono i sottotitoli in English; Bulgarian; Arabic; Croatian; Danish; Finnish; Greek; Hebrew; Norwegian; Swedish; Icelandic; Slovenian. No, italian no.

[milestones]

Beetlejuice – Spiritello porcello (Beetle Juice)
di Tim Burton, 1988

"I’m the ghost with the most, babe."

Il primo Burton inequivocabilmente burtoniano è, a dispetto del titolo cretino affibbiato da distributori yuppies e distratti quasi due decenni fa, ancora un amabile oggettino. Talmente arcinoto da essere indiscutibile, banco di prova più che opera compiuta: per quello bisognerà attendere un paio d’anni. Qui lascia troppo campo libero a Keaton (probabilmente tavorizzato nei due Batman) e commette un’altra manciata di perdonabilissimi errori.

Però di tocchi geniali ce ne sono a bizzeffe: i vermi simil-Dune delle sabbie in un non-luogo coloratissimo e spaventoso, l’immagine dell’aldilà come inferno burocratico (tutto il film è una levissima satira di servizi statali e ingerenze private), i tetri e inutili tentativi di spaventare gli indesiderati coinquilini, il plastico della città nell’incipit, Winona Rider diciassettenne.

La cena a ritmo di "Banana Boat" è uno dei cardini del lato più sbarazzino del cinema di Burton. Tutto sommato, gli vogliamo un bene da matti.