[THE GAME – 1:2] Il Cinema Sporco

Tras el cristal
di Agustí Villaronga, 1987

Un occhio aperto, chiude la palpebra. Poi un obiettivo, il diaframma che si chiude. Controcampo, due piedi sollevati da terra. Controcampo, un uomo con una macchina fotografica. Controcampo, due mani legate. E’ già tutta qui, nella forza incredibile delle prime immagini, illuminate da lampi di luce iperrealista e gelidamente blu, tutta la forza e la pregnanza simbolica del film. Che poi si scopre sì – e presto – di genere, accarezzando l’horror nello scoprire la morte, corteggiando la Storia nei fotogrammi dei titoli di testa, e facendo dra(m)ma del suo protagonista. Un corpo ridotto a puro sguardo, all’interno di una tomba di vetro.

Di nuovo l’incipit: al di fuori della stanza, massimo abisso dell’abiezione umana, un occhio scruta, osserva, ama e odia. Siamo già noi, assuefatti in pochi secondi ad un atmosfera orribile e funesta, ma contratti, e attratti dalla fascinazione del male. E’ da chiaro fin da subito, che l’Angelo che apparirà alla porta della camera di Klaus siamo noi. Siamo noi, l’angelo sporcato per sempre e irrimediabilmente dalla bellezza della morte, o meglio dell’immagine(movimento) della morte. Siamo noi, lo sguardo puro del fanciullo che ripete i gesti del "padre", per compiere da un lato una vendetta impossibile, dall’altra la violazione di un percorso redentivo e suicida. Morire, no, non basta.

Il film di Villaronga è un film affascinante, tetro, lentissimo e violento, con un incipit incredibile la cui bellezza è difficile da reperire nel cinema europeo coevo. A volte imperfetto, quasi per scelta o per perdonabile ingenuità, ma con una serie sterminata di suggestioni cinematografiche e soprattutto linguistiche che non ci si aspetta da un film tanto sconosciuto, tantomeno dall’opera di un (ai tempi) film di un (ai tempi) esordiente. Un film che invece unisce sapientemente l’orrore della Storia all’orrore delle parole (una confessione rubata e poi riconsegnata), e mescola il miglior thriller italiano con il Peeping Tom di Powell, con cui condivide quello stesso sguardo insistito sulla morte e "attraverso" la morte, lo sguardo qui negato e poi ritrovato nello specchietto ribaltato di Klaus. Rovesciato, proprio come – appunto – un obiettivo.

Impossibile non stringere i denti davanti al sangue e al respiro soffocato della giovane vittima, ma il film, più che per le singole scene, di rarissima e feroce intensità emotiva, colpisce per l’atmosfera di decadenza totale e diffusa, che diventa quasi apocalittica, e che accompagna i volti (e soprattutto la casa, personaggio morente e piegato al fuoco) di Angelo, di Rena, e di Klaus. Quest’ultimo, uno straordinario corpo-immobile destinato a rivivere l’autocoscienza della propria morte, e legato al destino e al volere di Angelo. In fondo, forse, un vero e proprio angelo. Un angelo della morte, e della vita.

Gli altri giocatori:
AndreaGokachuInfamousOhdaesuPrivate
(i link appariranno entro poche ore)


I precedenti:
# 1.1 Rubber’s lover
#       Tutti

3 Thoughts on “

  1. utente anonimo on 23 marzo 2006 at 00:38 said:

    Bella recensione, gran film ^_^

    Un saluto, da Hire

  2. Sei più bravo di noi

  3. utente anonimo on 23 marzo 2006 at 14:32 said:

    tutto vero e giusto, ma l’impiccagione barocca alla Dario Argento che c’entra con tutto il resto? mi è sembrata una caduta di tono abissale…

    lonchaney

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