George Washington
di David Gordon Green, 2000

Il primo lungometraggio di David Gordon Green è una risposta perfetta ad una provocazione da me sollevata in questo post, dove scrissi – iperboleggiando - che non esiste più un vero cinema indipendente americano. Correggendomi parzialmente, perché intendevo che quello non era il c.i.a. di cui parlavo (e che desideravo), ammetto che questo film, esordio di un bravissimo regista texano e assolutamente invisibile in Italia, mostra che, se preso alla lettera, avevo torto marcio.

George Washington non è solo un film assolutamente indipendente (nel modo in cui utilizza i linguaggi e opera sui personaggi, assolutamente autonomo ma non del tutto esente dal "classico") e assolutamente americano (per come riflette sulla nascita di una nazione e gioca ai rimandi tra la Storia e il racconto di formazione indivudiale: leggasi). Ma è soprattutto il primo termine di questo curioso acronimo neologista a stupire: cinema. Puro cinema, dal sapore amaro e profondo. Roba che vorremmo vedere molto più spesso (esageriamo) nelle sale, e che ovviamente – ma chissà perché – ci possiamo scordare.

Ripartendo dal cinema di Malick (di cui è un seguace tanto esplicito che non servirebbe nemmeno dirlo), Green crea un universo cinematografico piccolo e umano, non del tutto inedito né perfetto, ma che è, visti i tempi che corrono e il fighettismo imperante, tanto una boccata d’aria quanto uno schiaffo emotivo: la messa in scena e la recitazione quasi impressioniste e vicine al documentario, accanto alla suggestiva voce fuori campo e alla magnifica fotografia (decisiva, visto che il nome del magnifico Tim Orr accompagna quello del regista all’inizio dei titoli di coda), creano una sorta di contrasto dall’effetto quasi ipnotico.

Ma alla fine è dei personaggi che ci si innamora, dei corpi e dei luoghi su cui ci si commuove senza remore, della voce di Nasia e dell’innocenza di George, dell’impotenza negli occhi di Vernon e del senso di fallimento (di una generazione, di una nazione) negli occhi di Sonya, del corpo solitario e sanguinante di Buddy, nel fiume.

Assolutamente da recuperare, e promuovere.

Se avete tanti dindini, c’è la solita meravigliosa splendente edizione Criterion. Per chi se la sogna di notte, l’edizione inglese dovrebbe bastare:una ventina di euro su play.com.

Impossibile non ringraziare il signor Gokachu, uno dei pochi fan italiani di DGG, che parlandone mesi fa mi mise la pulce nell’orecchio.

8 Thoughts on “

  1. ohhh, ricordo che quando lo passarono su raisat la prima volta (2002? boh) avevano ancora il palinsesto che si ripeteva tre volte al giorno. l’ho guardato tre volte e mezza in due giorni, semi-ipnotizzato.

  2. ..non sono arrivato a tre volte e mezza in due giorni ma a due nel giro di un giorno e mezzo sì.. su raisat anch’io.. semi-ipnotizzato anch’io.. e un’amarezza sospesa di cui ancora ricordo il sapore..

  3. allora SI E’ visto in italia.

    diamine, che brutto mondo il nostro degli eterofili.

  4. E adesso sotto con All The Real Girls ^^

  5. si, si è visto. e pure con dei bei sottotitoli. ma era ancora il periodo in cui raisat cinema ogni tanto riusciva a soprendermi con la sua programmazione. ormai non succede quasi più.

  6. dopo aver visto quello sono andato a torino due giorni apposta per vedere all the real girls (ok, c’era anche ki-duk che mi spingeva)

  7. scusa ma l’idea di pubblicare anche su un sito ti è mai venuta?

    se ti interessa mandami una mail a cinemaplus_redazione@yahoo.it

  8. li stai vedendo tutti i film che vogliamo proiettare all’xm24

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