2006

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[cose per cui vale la pena vivere]

- Scoprire cosa potresti votare il 9 aprile, e scoprire che più o meno lo sapevi già. Sorridere, rassegnato.

- Scoprire che Angry Alien Productions ha rifatto Brokeback Mountain. Ridere incontrollatamente per molti minuti.

- Scoprire che una canzone che ascolti superficialmente da mesi ha un testo tanto bello quanto triste. Trattenere le lacrimucce in attesa di un concerto in cui le butterai fuori tutte.

- Scoprire l’esistenza dello slamball. Rimanere estasiato.

- Scoprire che a volte una cosa, se non la scrivi, se non la butti giù, non la fai. Decidere dunque di redarre una wishlist seria per il futuro prossimo venturo. Eccola.

[2 film di Masaki Kobayashi, 2 film di David Gordon Green, 2 film (recenti) di Seijun Suzuki, almeno 2 film di Aleksandr Sokurov]


- Scoprire che a volte i cineblog ri-aprono.
Sorridere e basta. Perhaps, perhaps, perhaps.

L’incubo di Darwin (Darwin’s nightmare)
di Hubert Sauper, 2004

L’ultimo formidabile film del documentarista tirolese è sia una conferma, dopo quanto se n’è parlato e per tutti i premi che ha vinto in giro per il mondo, sia una sorpresa. Perché sviluppandosi da un dato "interessante", che sembra quasi la "curiosità" che molti spettatori cercano svogliatamente in un documentario (ovvero la presenza nel Victoria Lake di un pesce estraneo che si è mangiato l’intera fauna locale), si autoalimenta con un meccanismo quasi inconscio diventando infine qualcosa di molto diverso. E molto più doloroso.

Diventa insomma un ritratto a tutto tondo dei rapporti tra l’occidente capitalista e il sud del mondo, un affresco nerissimo, come poche volte ci è stato concesso nel passato prossimo, che ci parla di ragazzi che sniffano pesce bruciato sulle spiagge, di bambini che si picchiano per un pugno di riso, di ragazze che per sfuggire alla povertà trovano la morte sotto i colpi di una lama straniera, di uomini che sognano la guerra perché "sotto la guerra c’è lavoro per tutti". E sopra le loro teste gli aerei che rombano.

Portano in Europa la vita, e riportano in Africa la morte.

Di premi ne ha vinti tanti, ma l’Oscar se l’è fatto fregare dai pinguini di Jacquet. Va detto, però, non c’era lotta.

[sheep counting sheeps]

The Rock.
Besson.
Vin Diesel.
Saddam.
Franco Nero.

No, non è un brutto sogno.

Ci son tante pecore nere che a contarle ci si addormenta.
Chi ci potrà mai vendicare?

Su Friday Prejudice, anche questa settimana,
insultiamo film che non abbiamo visto.

(colà usiamo la prima persona singolare, giuro)

Æon Flux
di Karin Kusama, 2005

Sorge un piccolo problema, a parlare di Æon Flux, ed è un problema di distinguo. Cioè, si sarebbe portati a bocciare senza indugi l’orribile filmaccio della Kusama, regista newyorkese passata dal cinema indie-femminista agli scarti appassiti del bruckheimerismo, quando invece è chiaro che quello che c’è davanti è un sintomo di qualcosa che non va, oppure di un qualcosa che è giunto al suo canto del cigno. E, come diceva Harry Burns, "that ‘symptom’ is fucking my wife".

Perché possiamo anche sorridere delle inesattezze di una sceneggiatura frettolosa che attende solo il prossimo svolazzo, della regia patetica e del montaggio fatto con il randomizer, del ritmo che è quello di un trailer troppo lungo e che anzi imita i trailer come fossero un modello, dell’evidente difficoltà di arrivare all’ora e mezza di ordinanza rallentando verso la fine con un pietoso melodramma da giardino, di una protagonista antipaticissima e inadatta che per quanto topa fa rimpiangere persino chiappe della Johansson che non abbiamo visto in The island, di Pete Postlethwaite ricoperto di cerone e conciato come un guru di passaggio, di personaggi che agiscono (e attori che recitano) come nella peggiore imitazione di un brutto episodio di un clone di Alias, possiamo, sì.

Ma la verità è che questo è un film perfetto per il pubblico a cui si rivolge, una fascia di età sempre più ampia, che siano i nostalgici del brutto cartoon di Peter Chung oppure i geek dell’ultima ora, ed è ideale per un pubblico privo (o privato) di una coscienza critica del cinema di genere. Æon Flux non è uno scherzo: è una dichiarazione di guerra al buon senso, ed un atto di sottile violenza nei confronti del cinema. Quindi c’è poco da sorridere, se quel sintomo si sta scopando mia moglie. E sarà anche un segno dei tempi, ma fa proprio male vedere un film potenzialmente ricco di spunti e divertimento stuprare il cinema a questo modo.

Resta la domanda: se fossimo in televisione, quella parte della televisione rimasta indietro e imbruttita dall’età, forse tutto ciò sarebbe più facile da digerire? Ma siamo davvero sicuri di non esserci?

[controcampi]

Ogni profeta nella propria casa.

Carnivàle, HBO
Sito ufficiale. Wikipedia. IMDB.

Quando l’amore brucia l’anima (Walk the line)
di James Mangold, 2005

Bastano pochissime battute di Walk the line, le prime ma anche qualsiasi altre, per capire cosa ci si possa trovare tutto intorno: perché il film è disseminato praticamente in ogni singola sequenza di ogni abusatissima locuzione filmica che si conosca (chiamiamole pure "luoghi comuni"). Se la convenzionalità può o addirittura deve essere l’unica cifra stilistica per potere raccontare la vita (o un pezzo della vita) di Johnny Cash, allora possiamo tranquillamente fare finta che il film non sia – come in effetti è – scorrevole e sommariamente piacevole. Al contrario, possiamo imbestialirci, di brutto.

Non accetto un film come Walk the line, non perché trasformi – come in effetti fa – una biografia straordinaria in una soap vetusta e ammuffita. Non perché sprechi – come in effetti fa – le potenzialità offerte dalla forma-musical con una regia incapace di giocare emotivamente persino sulle reazioni più basilari, piatta e inerte, non inetta ma inutile (roba da pomeriggio di canale5). Non perché infine io sia ormai – come in effetti sono – un uomo senza più un cuore. Non lo accetto perché le canzoni di Cash riescono da sole a schiacciare i dialoghi, così come è la vita di Cash a massacrare la sceneggiatura. Si vede a occhio nudo che quel che c’è di buono nel film è, bene o male, Cash stesso, e poco altro.

Poi. Non ci si decide mai se si vuol fare un biopic o una love story. Mangold cerca di farle entrambe, un colpo al cerchio e uno alla botte, mezz’ora di turno a testa per contentare sia i fan duri e puri che chi non sa chi diavolo fosse quest’uomo vestito di nero con il vocione. Quindi i dettagli più biografici risultano a volte ridondanti e a volte insufficienti, così come gli schemi tipici della storia d’amore complessata (lui ha la scimmia, lei lo salva, lui guarisce, aspetta, aspetta, no, aspetta, ecco, amiàmose) risultano talmente ritriti da apparire risibili, quando la loro realtà avrebbe potuto davvero far esplodere lo schermo. Il risultato, il film insomma, è a dir poco sconsolante.

Però, ecco, c’è Cash. And it burns, burns, burns, the ring of fire, fa sempre piacere. Oppure, magari, ecco, c’è Phoenix, che dà tutto se stesso in una prova da brividi (senza contare una certa identificazione attore/personaggio, vista la rilevanza data al fratello morto di Cash). E’ sempre stato bravo, Joaquin, ma forse mai così bravo. Altro che Reese Whiterspoon: questa tizia da niente fa tutto sommato niente più che il suo pulitissimo porco lavoro, e si porta a casa lambitastatuettammericana. Oh, contenta lei, contenti tutti.

The weather man
di Gore Verbinski, 2005

"That was refreshing. I’m refreshed. I’m refreshing."

Gore Verbinski, lo si è scritto altrove, è un regista eccezionale. Non perché i suoi film siano eccezionali, ma perché possiede doti di versatilità e intelligenza rare nel cinema americano più "mainstream", doti preziose che hanno portato a piccoli miracoli come "rendere piacevole e spassoso un film prodotto da Bruckheimer", oppure "fare di un remake modaiolo di un horror giapponese un film quasi all’altezza dell’originale".

Dopo aver applicato la sua mestieranza in casa Disney, e in procinto di farlo ancora per due – inevitabili – volte, Verbinski si prende una pausa, e sceglie di dirigere un film piccolo e bizzarro, relativamente "autoriale" rispetto agli altri suoi lavori, in ogni caso un film che cerca di allontanarsi dai canoni del cinema statunitense proponendo una formula e una "forma" abbastanza inusuale, ma che può ricordare – vagamente - il Mendes di American beauty. Il problema è che, per quanto il progetto sia ammirevole e ben scritto, e per quanto Verbinski sia ancora professionale nella messa in scena, il film sbraca clamorosamente.

Non si capisce nemmeno perché: è forse una questione di armonie mancate, o di alchimie sbagliate. Perché, a raccontarlo, The weather man è bellissimo. Ma a guardarlo lo è un po’ meno. Si cerca di parlare delle pieghe della quotidianità, del rapporto tra padri e figli, dei successi e dei compromessi, dell’impossibile lotta contro la propria mediocrità, della visibilità e dei media, buttando sul calderone fumante una quantità indefinita di stimoli che mal si combaciano con la glaciale e cinica messa in scena e con l’effettiva portata narrativa – in secondo piano rispetto ad una forma lucidissima e matematica.

Perché Verbinski, forse soffocato da eccessive ambizioni o forse semplicemente annoiato, con un malefico effetto-Mendes cerca in tutti i modi l’inquadratura giusta: non sempre sfugge dai manierismi. Ma riesce comunque per il rotto della cuffia a confezionare un film interessante e intelligente, anche perché capace di dire qualcosa sulla quotidianità che non ci si aspettava di sentire, e di toccare pure qualche corda, proprio perché quel qualcosa è dolorosamente vero. Chiaro, può far persino incazzare, ma "la verità ti fa male, lo sai".

Fornito del peggior look mai affibiatogli dai tempi di Peggy Sue, Cage si arrabatta come può, ed è credibile solo a lampi: viene schiacciato rumorosamente da un solo paio d’occhiate lucide di Michael Caine.

"In this shit life, you have to chuck some things."

[paraponzi, ponzi, po]

Questa settimana escono solo cinque film.

Se due di loro sono italiani, è un buon segno.
Se nessuno dei due è allettante, è un brutto segno.

Se due di loro riguardano il continente nero, è un buon segno.
Se entrambi sono allettanti, è un ottimo segno.

Ehi, io vi ho avvertito, eh.

Dove?

Su Friday prejudice, pensa, anche questa scarna settimana.

Poi ovvio che c’è il quinto film ma nessuno se lo caga.

[the cameo of the year]



E post in attesa.

Me and you and everyone we know
di Miranda July, 2005

Non lo posso negare, che il primo film di Miranda "July" Grossinger, artista-a-tutto-tondo, videomaker che ce l’ha fatta, è stato ad un passo dal sorprendermi, ad un passo dal commuovermi, ad un passo dal piacermi davvero. Come non posso negare che quell’incipit genialoide, la mano in fiamme sbattuta al ralenti sul prato davanti a casa, mi avesse fatto sperare in meglio. Non in un miracolo, ma almeno di non dover staccare i miei testicoli da terra alla fine del film.

Perché MAYAEWK (è un acronimo, ma sembra una parola ewok) sembra un film di Todd Solondz senza tutto ciò che rende più prezioso del cinema di Solondz: i disgustosi mostri della periferia americana diventano gli amabili mostriciattoli della provincia americana, l’impossibilità amorosa diventa negligenza amorosa, la coralità funziona ma annega nei leziosismi, eccetera. Il tutto ha un tale sapore di frustrazione intellettuale (apparentemente, perché la July è una videomaker che ce l’ha fatta) che persino le piccole reiezioni e le montate ma innocue provocazioni sessuo-sociali sembrano robetta da rivista da tavolo, o da banchi del liceo artistico.

Ciò nonostante, la July ce l’ha fatta per qualche ragione. Così, come non si può nascondere quanto detto finora solo perché sundance dixit, lo è anche la capacità incredibile dell’autrice di costruire piccoli, intimi e bellissimi quadretti, di poesia quasi imbarazzante. Come la sequenza della gara di fellatio, o la passeggiata che diventa una pessimista metafora della vita amorosa, oppure il dolcissimo incontro tra il piccolo Brandon Ratcliff e l’intellettuale – appunto – frustrata Tracy Wright. La giovane vermontina ha però talento compositivo più che talento registico: saremmo curiosi di vedere le sue idee in mano a braccia più consapevoli, correndo però il rischio di ripetere quell’innominabile porcata di Wayne Wang da lei co-scritta qualche anno fa.

Comunque, al di sopra di tutto, di ciò che è riuscito e ciò che è meno riuscito, che lo si voglia o no, c’è solo e unicamente l’ego indie, sbarazzino e molto molto trendy di Miranda July. Una videomaker che ce l’ha fatta e che ce lo sbatte in faccia. Ci mette pure dentro le sue opere, innescando meccanismi metalinguistici interessanti ma che non possono non irritare lo spettatore medio che non passa i suoi pomeriggi al MoMA. Senza nulla togliere al MoMA. La July è introversa, gracile, arty, occhioniblu, e ancora introversa. Insopportabile: se mi date una torre la butto giù.

[un quarto di secolo]

6 marzo 1981: in una ridente cittadina lombarda,
Kekkoz veniva alla luce.

6 Marzo 2006:
Memorie di un (non più) giovane cinefilo
.
Mah-nah-mah-nah.

Hostel
di Eli Roth, 2005

Da queste parti, spesso le questioni sono relative. Per esempio, si può dire che Hostel è un film bruttarello, che forse è un (piccolo) passo indietro rispetto a Cabin fever (che pure non mi aveva fatto impazzire), eppure per suddette questioni relative mi sento in parte di difenderlo, o almeno di cercare i suoi "pregi" di modo che possano essere poi sepolti dai difetti sottolineati altrove.

C’è un’estesa quantità di ragioni per cui farlo. Per esempio, il modo in cui Roth si relaziona ai personaggi, che se non inedito è comunque straniante. Cioè, costruisce un personaggio convincendoci che sia il protagonista (anche perché è il tipico protagonista) e poi lo fa schiattare in quattro e quattr’otto. Lezione hitchcockiana, si direbbe. Con le dovute distinzioni. Allo stesso modo, l’uso che Roth fa del ribaltamento è interessante: ovvero, il passaggio da una (pur inquietante) commedia sexy "american road pie trip" ad un violento massacro è studiato alla perfezione. Il risultato non è perfetto, perché alcune incertezze e sbavature rovinano tutto. Insomma, mostrare il corridoio prima che ci si tuffi del tutto nell’errore è un fastidioso contentino per un pubblico che si immagina già annoiato ed in preda agli spasmi nell’attesa del caro vecchio succo di pomodoro. Lo ammetto, è così, a quel punto si è già stufi. Ma la coerenza non fa mai male.

Qui cominciano i problemi, perché finché si parla di Hostel in senso assoluto sembra che sia un’horror inessenziale e innocuo, uno slasher old style tanto per farsi quattro urla (e/o risate, a vostra scelta). Invece, tramite forse anche la supervisione e/o amicizia dello zio Quentin (che invece di apparire come in Sin City, il suo spirito è in uno schermo con la faccia incazzata di Samuel Jackson doppiato in slovacco: già cult), Hostel vorrebbe essere un po’ di più, un po’ più postmoderno, un po’ più "progettuale". E come ha dichiarato Roth mille volte, come Cabin Fever era un omaggio agli horror seventies americani, Hostel dovrebbe essere un omaggio agli horror nineties nipponici. Domanda-chiave: lo è? Domanda vera: ha importanza?

Non lo è, e non basta la comparsa di Miike che dice una boiatella a omaggiarlo, né tantomeno un espianto oculare purulento in bella vista. Chiunque abbia visto un film di Miike sa che ne siamo lontanucci. Importa, dunque? L’unica cosa certa è che Roth ha solo voglia di abbattere i limiti della visione che spesso ci si dà nell’horror, fregandosene degli appigli commerciali del "parental guidance" (per cui se in America fai un film vietato ai minori ne decreti la morte economica). Dunque, basta questo? No, perché Roth alla fine si appoggia a una concezione dell’horror molto semplice e basilare, quasi elementare, e facendo l’errore imperdonabile – ma appunto elementare – per un film del terrore. Ovvero confondere il soggetto per l’oggetto: cioè, Derek Richardson dovrebbe farci urlare solo perché non fa altro che urlare?

C’è insomma qualcosa di buono in Hostel? C’è, e non è poco. L’uso delle location, per esempio, oppure – sempre nello stesso "settore" – il ribaltamento prospettico notte giorno (per esempio, sul volto delle due "femme fatale", ma anche sui "profili" di Bratislava) che richiama l’iconografia vampiresca afferente ovviamente all’est europa. Dove gli slavi sono come un americano si immagina uno slavo: un classico. Oppure il finale, che è davvero impietoso e coerente come gli si è richiesto, e anche se non arriva inatteso (è anzi logico) è un toccasana. Jay Hernandez, dalla sua, è assolutamente poco credibile, ma si dà da fare, e la sua fuga e la "rivincita" sono irresistibili.

Ecco, è magari il suo slancio da eroe ad essere incompatibile con l’ecologia del film, e a dare la sensazione di "ecco, cazzo, hai rovinato tutto". E in effetti è così: Hostel è un film che costruisce composizioni ordinate e pregevoli (all’interno dei relativissimi meccanismi di genere) e poi le rovina. Un film che azzecca il progetto e lo applica male, oppure che fa il contrario, ma che mai e poi mai li azzecca entrambi. Possiamo accontentarci solo se – come ci chiede Roth – lasciamo a casa il cervello e ci portiamo al cinema le budella. Ma almeno facesse paura: faremmo una festa in suo onore. Peccato che più che altro non faccia che ribrezzo.

[keira knightley nuda into the blue topa]

Questa settimana escono undici film.
Eh, ma dico, uff.

Esce anche un altro film italiano, anzi due, facciamo tre.
Esce anche un altro film con Jake Gyllenhaal.
Esce anche un mischiottone per l’unicef.
Esce anche un altro film con Ewan MacGregor.
Esce anche un film con dei sudafricani che si sparano.
Esce anche un altro film con Rachel Weitz.
Esce anche un altro film con degli spagnoli che scopano.
Esce anche un altro film con Nicholas Cage.

Su Friday Prejudice, anche questa settimana,
ve li metto giù uno per uno, poi fate voi.

Tanto esce Wallace & Gromit e se li mangia tutti.

Syriana
di Stephen Gaghan, 2005

Gaghan e Soderbergh, già rei confessi – a ruoli alterni – dell’enormemente sopravvalutato Traffic, fanno il bis. Coinvolgendo l’amico Clooney, pappa e ciccia con Steven e Stephen ormai da tempo, mettono su un altro insieme di storie intrecciate, con la convizione che per fare un film corale basti mettere dei personaggi sullo schermo e poi ad un certo punto farli incontrare – magari traumaticamente. Ma se i personaggi non hanno alcun interesse, se non subordinati alla causa del film e al suo "discorso", e sono quindi oggetto non del fato o del caso ma degli interessi extratestuali, oppure dell’inutile sadismo (o giocosità, o entrambi), del regista, allora il film stesso finisce per essere solo confusionario. Un gran casino: questo è il caso di Syriana.

Insomma, è vero: Syriana è un film coraggioso, appoggiabile, estremo ed estremamente trasparente. Non perché Clooney parli un buon arabo, o perché le unghie di Clooney vengano strappate via (con nostro sommo sbigottimento, direbbe qualcuno), ma perché si dipinge un panorama politico, politico e umano, politico e sociale, politico e internazionale, che fa stringere il bracciolo della poltrona con la lingua tra i denti. E non è fantapolitica, per quanto Gaghan si diverta abbastanza a miscelare la fanta con la politica, ma l’idea che dovrebbe sorreggere l’intero film, e che purtroppo non basta a sorreggerlo. Perché i buoni propositi e la buona fede – sempre che siano dati per scontati, e vi ci sfido – non bastano. Peccato, perché l’idea in sè – pur dietrologa, paranoide, cospirazionista, quello che volete – mi trova persino partecipe.

Il problema è proprio il film, che è tremendo: una noia mortale per tutta la prima incasinatissima metà, antipaticissimo nella seconda. La regia è soderberghiana: tipo, usa una camera a spalla e farai vedere che sei indipendende, nascondendo l’inettitudine della tua regia (e del tuo montaggio, notare bene: e sono tanti soldi al cesso). Poi, tornando alla falsa coralità del film, tutti i personaggi sono introdotti senza un briciolo di spirito, con la chiara sensazione che tutto avrà un senso nel finale. Ipotersi confermata dal finale stesso. Ma qual tragico error, per un film corale, dare la sensazione di mostrare un’ora e mezzo di accessori del finale.

Anche se quest’ultimo è decisamente riuscito, quasi commovente. Tu sei il canadese, boom. Bellissimo. Almeno per metà, quella in cui, dopo essere stati propositivi e coraggiosi, gli autori si tirano indietro e un po’ piangendosi addosso dichiarano morta ogni speranza sotto il suono delle bombe. Complimenti, mi avevate quasi convinto. Ma sotto sotto, se ne tornano a casa ad abbracciare i propri cari, girandoci dietro la schiena. Vigliacchi.

[THE GAME – 1:1] Il Cinema Sporco

Rubber’s lover
di Shozin Fukui, 1996

Shozin Fukui è uno che ha visto i primi film di Tsukamoto, tipo Tetsuo e Tokyo Fist, non li ha capiti, ha pensato che Tsukamoto fosse bacato nel cervello, ed essendo egli (lui sì) bacato nel cervello ha provato ad emulare il genio del nostro amato e ipereducato regista nipponico. Così, dopo aver fatto un film chiamato 964 Pinocchio che ora non vedrei nemmeno se mi legassero davanti allo schermo iniettandomi etere nel sedere (non è un’idea mia), il Fukui ci sforna questo film, diciamolo, questo film del cazzo, con tutta probabilità uno dei peggiori prodotti del cinema indipendente asiatico degli anni ’90. Fukui prende una storiella insulsa di esperimenti e torture senza capo né coda (e di cui si capisce poco o niente, ma che importa, se s’ha da torturà), e ci spara dentro di tutto, dalle classiche metafore horror della tossicodipendenza (è metafora uno che urla "dammi un altro schizzo"?) e delle varie deviazioni/perversioni sessuali, agli ovvi litri e ettolitri di sangue nero che sembra bava, bava che sembra sperma, e ancora sangue che sembra sangue. Purtroppo lo sperma manca, ma lo stupro c’è, non preoccupatevi. Recitato probabilmente da amici del Fukui, tra cui un certo geniale "Nao", una cumpa che si spera non abbia fatto altro per vergogna e che ora forse lavora in massa al K-mart sotto casa del Fukui, il film fa tanto "japan extreme", ma un film così fatto nel 1996 non solo è fuori tempo massimo, ma soprattutto fa ridere i polli. Anzi nemmeno, fa solo annoiare, e dopo un’oretta ti incazzi proprio. Reggerlo tutto senza saltare pezzetti è un’impresa eroica. Rubber’s lover potrebbe essere almeno provocante o provocatorio, ma non è mai e poi mai convincente, nemmeno per un minuto, nemmeno quando sfodera piani fissi lunghi minuti di personaggi che sbraitano ondeggiando come polli impazziti (ovviamente ricoperti di bava e sangue e chissà che altro), nemmeno quando sfoggia quella nebbiolina "che fa tanto zucamotto" ma che sotto la nebbiolina lo giravo meglio io in quarta ginnasio. Bendato. E almeno faceva ridere.

(ne hanno parlato anche lui, lui, lui, lui e lui)

[controcampi]


Life on mars, BBC One

Sito ufficiale. Wikipedia.

Truman Capote: A sangue freddo (Capote)
di Bennett Miller, 2005

Per una volta, il titolo italiano di un film sembra quasi più appropriato di quello originale: Capote non è infatti un biopic, ma il racconto – romanzato dallo scrittore Gerald Clarke – della genesi di un libro: appunto, In cold blood di Truman Capote. In realtà, non è propriamente così, perché gli anni raccontati rappresentano per Miller e soci una sorta di "fulcro vitale". Come se Capote non avesse avuto un senso di esistere – con i suoi cocktail newyorkesi e il chiacchiericcio acido ed arguto – prima di In cold blood, e come se fosse morto con esso.

Al di là delle conseguenze che ciò porta sulla carta (il classico binomio vita-letteratura) e sulla pellicola (la diabolica confusione tra personaggio e uomo: sia per noi che dimentichiamo che Hoffman stia recitando e che lo faccia con una vocetta, sia per Capote che "tradisce" l’umanità di Perry Smith), Miller cerca di aggirare il principale problema di base di un progetto simile, ovvero: cosa c’è di meno esaltante, cinematograficamente, della genesi di un libro, anche se quest’ultimo è uno dei più noti della letteratura statunitense della seconda metà del secolo scorso?

La cosa più sorpendente è che, nonostante Miller sia al primo film di "fiction" e lo sceneggiatore sia un attorucolo televisivo dietro la macchina da scrivere, entrambi funzionano alla perfezione. E non nelle suggestioni che con una trama simile sarebbero state più scontate e facili, come le tattiche emotivo-sonore, oppure la spinta sull’interpretazione. Al contrario, l’occhio – che si identifica con il personaggio, splendidamente sfaccettato, e doloroso anche in senso autoriflessivo – si posa sui dettagli, sugli sguardi, sui silenzi, sulla memoria, sull’immobilità dell’uomo e del paesaggio. Sui segni fatti con la penna sullo stipite per segnare la crescita dei propri figli.

Capote non sarà forse un classico, perché pesano su di esso molte scelte che si ascrivono a moduli risaputi e abusati oppure che sono semplificate o didascaliche (Capote intervistato che dice "ho creato la non-fiction novel", Capote che alle feste è sempre primadonna), e forse perché c’è la paura di mettere quell’occhio dettagliato a servizio di un film più autonomo, più crudele e "gastrico" con il proprio protagonista, insomma più indipendente, più "umano" e meno "letterario". Ma ha il dono di emozionare con durezza e insieme con delicatezza, regalando perle come il flashback dell’omicidio (classicamente, e letterariamente, prima raccontato e poi rappresentato) negatoci fino quasi alla fine, e parlando di quello che è forse un amore impossibile, o che più probabilmente è un lungo, lunghissimo inganno pagato con il dolore sulla propria pelle.

Infine, ultimo fattore ma tra i più rilevanti, Miller riesce con una "umanità a sangue freddo" che forse gli viene dal suo passato nel documentario, a trattenere e compensare l’immensa gigioneria di Hoffman, affiancandogli tre attori (Keener, Collins e Cooper) tutti strepitosi e tutti in sottotono, e permettendogli così di creare una delle interpretazioni più assurde degli ultimi anni. Assurda perché convincente, assurda perché sottotono anch’essa nonostante la vocetta e le mossette, assurda perché geniale.

Jarhead
di Sam Mendes, 2005

"Welcome to the suck"

Il terzo film del regista inglese, ambientato durante la prima Gulf War, i cui protagonisti sono un gruppo di tiratori scelti (destinati quindi a vivere la guerra come una mera e infinita attesa, Buzzati insegna), è un film che annega – e rumorosamente, muovendo forte le braccia – nelle proprie ambizioni. Perché vuole essere storico, metastorico, metafilmico, metafisico. Ma l’unica certezza è l’imponenza visiva e sonora, aspetto sotto cui Jarhead è davvero (ma davvero) favoloso. E che salverebbe il film in corner, forse, vista l’efficacia delle scelte estetiche e fotografiche (desaturazione e contrasti alti, ma non solo) messe in campo da Mendes e Roger Deakins, ma che ricopre con le esplosioni (non per forza di bombe), con i megabass e con i fuck la sua dubbia moralità e l’inconsistenza delle sue affermazioni di fondo.

Riesce giusto a dire qualcosa di incisivo sulla "sindrome del Golfo", ma solo nel finale, e a fatica. Cerca, come già detto, la metafisica a tutti i costi (il rave finale, il cavallo), e la butta sul contrasto forte e sulla ricercatezza formale, azzeccando qualche sequenza quasi formidabile (le tracce sulla cenere). Per il resto si attesta sul livello di un esercizio di stile di dubbia utilità, un film mendessiano in tutto e per tutto nelle scelte strutturali (la voce off, l’uso della bellissima colonna sonora), ma che annaspa tra citazionismi assolutamente privi di spessore o di senso, bizzarrie impreviste, e una sceneggiatura (di William Broyles, mai stato eccezionale) che raggiunge baratri di urlata banalità, tra soldati ex-galeotti che citano Hemingway e il Jamie Foxx più inadatto mai visto sullo schermo.

Essendo Mendes un regista discusso, Jarhead è prevedibilmente un film che divide, ma è probabilmente anche il suo film meno riuscito.

[everything is connected]

Impreviste connessioni, bionde & brune, soavi e flussuose.
Fighe non basta.

Amici di registi, amici di attori, amici e parenti di attori-registi.
Sono tutti amici.

Una settimana con solo cinque film,
e non butta nemmeno troppo bene.

Scopri l’unico "colpo sicuro", e quelli che gli stanno sulla miccia.
Su Friday Prejudice, persino questa settimana.

Transamerica
di Duncan Tucker, 2005

Ogni tanto ad una fetta non tanto ristretta del pubblico americano piace convincersi che nel loro paesone esista ancora un cinema indipendente, capace di guardare "ai margini della società" "senza peli sulla lingua" e altre splendide virgolettature, e così puntualmente si innamorano alla follia di un filmetto prodotto probabilmente allo scopo di colmare questa incombente lacuna. Era già capitato poco tempo fa con Sideways: Transamerica è stato altrettanto sopravvalutato, tanto che verrebbe voglia di demolirlo tanto per il gusto della rivalsa del buon senso.

Transamerica è però molto interessante per una serie finita di ragioni, tra cui la capacità di "sporcare" lo schermo con uno degli ultimi oggetti-tabù del cinema occidentale, e ovviamente l’interpretazione della Huffman. Che apre una nuova interessante parentesi intepretativa: una donna che interpreta un uomo che "interpreta" una donna è qualcosa di decisamente nuovo, e l’attrice (doppiaggio a parte, da schiaffi sulla fronte come al solito) è di una bravura quasi imbarazzante.

Ma che non ci provino, a far passare questa storiella di riconciliazione filiale, di menzogne e dolcezze, di autotradimenti e autoriconoscimenti di genere, per uno spaccato sociale: al di là del finale trattenuto e corretto, è tutto troppo quadrato e riconciliato, tutto troppo virato al buffonesco e alla carineria, ma senza la capacità di far ridere né di commuovere.

Un film che non lascia molto, magari un sorriso a metà bocca. Ma la mattina dopo ti sei pure scordato perché ti dolga la guancia.