La cena per farli conoscere
di Pupi Avati, 2007

Il nuovo film di Pupi Avati si svolge su due piani differenti. Il primo è una storia, abbastanza risaputa, del superamento di una sindrome di Peter Pan, della scoperta dell’essere adulti (e padri, con tutte le conseguenze e responsabilità del caso) appena prima che sia troppo tardi. Il secondo è una storia di ricongiungimento familiare "orizzontale", ottenuto però, al contrario del solito, tramite meccanismi di negazione: come esplicita Avati nell’incontro con la stampa, ad unire le tre sorelle quasi sconosciute sono prima l’odio nei confronti di un uomo che le ha rese inesorabilmente infelici, e successivamente la sua stessa assenza.

Sotto a tutto questo però c’è anche l’ennesima presa di coscienza di un regista che è nato e cresciuto con il cinema di serie B. E quindi, oltre ad omaggiare in modo naif ma sincero Corbucci e Germi, Avati inserisce la sua storia – un po’ fuori tempo, e con un meccanismo simile a quello svolto da Moretti, anche se qui siamo esattamente gli antipodi, trattandosi di un cinema assolutamente apolitico – nel contesto di un omaggio a "quel cinema là". Abatantuono è infatti non a caso un attore che, finita l’era degli italian kings of the b’s, si ritrova a girare brutte soap, quando non (im)probabili reality show. E quando sui titoli di coda scorre la sua (im)probabile filmografia come fosse un necrologio, è evidente, questo è molto più che un semplice tratto marginale del film. Che rimane comunque prima di tutto, come da sottitolo di testa, una "commedia sentimentale".

Ma Il grosso dispiacere di La cena per farli conoscere, oltre al titolo (ma si sa che in quello gli Avati non vanno mai per il sottile), è l’enorme scarto esistente tra la dimensione progettuale del film, che è molto ordinata, consapevole, onesta e chiara quanto i suoi progetti narrativi, e la realizzazione, che è molto al di sotto della media del cinema europeo, e pure di quello italiano. Per esempio, non serve un orecchio attento per accorgersi dei problemi in fase di missaggio audio, con il doppiaggio che si sovrappone alla presa diretta all’interno della stessa scena (con un fastidioso effetto straniante per cui i rumori di fondo vanno e vengono: e vi assicuro che non si tratta di minuzie tecniche), e non serve un occhio attento per rendersi conto della piattezza della fotografia, che a volte si trasforma persino in indelicata imprecisione.

Ciò nonostante, con tutti i problemi che ne minano la visione, comprese le scelte per cui il pericolo televisivo è più che presente (come la tipica struttura soap: panorama + esterno + interno) e quel senso di ingenuità diffuso che a volte rende difficile divertirsi o commuoversi davvero fino in fondo, ci è davvero difficile disprezzare questo piccolo film da camera. Prima di tutto, perché l’allontanamento dal cinema più recente di Avati, quello malinconico che guardava al passato senza saper uscire dal pericoloso vortice della nostalgia provinciale, giova molto al regista, che si confronta stavolta con qualcosa di più universale. Poi per l’eccezionale talento sintetico dell’incipit con le "immagini" delle tre sorelle nelle tre città lontane, le prove d’attori gradevolmente sotto tono (tranne una brava Francesca Neri che irrompe nella scena ubriaca fradicia e delira per 10 minuti), e il gustoso personaggio del marito feticista interpretato da Fabio "Chicco Lazzaretti" Ferrari. E infine, la schiettezza con cui Avati si approccia alla scivolosa materia della "commedia all’italiana", con un misto inconsulto di ambizione e di umiltà, da cui esce tutto sommato vincente.

Ma soprattutto, perché La cena per farli conoscere, dimenticando volutamente ciò che Avati ha detto alla conferenza stampa (ovvero che "è un film a lieto fine", ma si sa che ci possiamo fare noialtri con l’intenzione dell’autore), è un film funebre e tendenzialmente pessimista. Un film che si apre con un funerale e si chiude con un funerale, in cui è la morte la risposta, e nel cui finale, a parte il ricongiungimento di sguardi e l’emblematica redenzione di gruppo (e la mancanza del graffio di Regalo di Natale di sente eccome), il protagonista non raggiungerà mai il suo sogno e le tre sorelle, diciamola tutta, rimarranno comunque e sempre inesorabilmente infelici.

Nelle sale dal 2 Febbraio 2007

12 Thoughts on “

  1. “è un film funebre e tendenzialmente pessimista. Un film che si apre con un funerale e si chiude con un funerale, in cui è la morte la risposta”

    da vedere allora.

    “il protagonista non raggiungerà mai il suo sogno e le tre sorelle, diciamola tutta, rimarranno comunque e sempre inesorabilmente infelici.”

    e ri-vedere.

  2. tieni conto però che quella è la mia interpretazione del film, e soprattutto del finale.

    per capirci, sono convinto che non sia voluto. ma io voglio che sia così. altrimenti uff.

  3. quella è una grande perplessità. fino a che punto ciò che vediamo e capiamo è voluto dal regista e quanto è solo ciò che vogliamo o crediamo di vedere. me lo chiedo spesso, ma in fondo chi se ne frega? forse ha importanza quello che il film ci dona “personalmente”

  4. speriamo che il prossimo sia meglio.

  5. ot: amico mio france’, t’avverto. martedì sera incoccio in inland empire…

    la reine

  6. utente anonimo on 30 gennaio 2007 at 22:49 said:

    niente sarà più lo stesso dopo che avrai visto INLAND EMPIRE, niente, ma davvero niente…il mondo si divide definitivamente: Lynch o non-Lynch. E io sto dalla parte giusta, fate voi! come poter apprezzare altro dopo aver visto i faccioni?? e QUEL faccione! QUEL faccione!

    J

  7. “fino a che punto ciò che vediamo e capiamo è voluto dal regista e quanto è solo ciò che vogliamo o crediamo di vedere.”

    Sta li l’universalità di un film: quando significa qualcosa per lo spettatore, indipendentemente dalla volontà del suo autore. E’ il motivo per cui il mondo si divide tra Lynch e non-Lynch. E anch’io sto dalla parte giusta :-)

  8. ot: J. niente è più lo stesso da quando ho visto strade perdute e ho perso lynch per strada – appunto – e kekkoz se dici comodi, comodi c’hai anche ragione eh (che paracula…) eeheheh

    la reine again

  9. utente anonimo on 9 febbraio 2007 at 20:46 said:

    Grande Kekko, mi fai impazzire…

    Dagli secco all’intenzione dell’autore!

    Teo

  10. quindi quando nemmeno a meta’ film e’ “scoppiato l’audio” non era un problema dell’impianto audio del cinema dove l’ho visto?

    :-O

  11. confermo anch’io l’affaire dialogue. Allora non era un’impressione.

    personalmente sono meno benevolo di voi sul film. Non è brutto, ma la sufficienza non me la sento di dargliela. troppe cose che mi fanno storcre il naso. Tipo CHICCO.

  12. chicco è fenomenale. ^^

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