A cock and bull story – Tristram Shandy
di Michael Winterbottom, 2005

Se il terzultimo film di Michael Winterbottom è (ancora) inedito in Italia, è approssimativamente per due ragioni – al di là della fama non proprio altisonante (almeno non ecumenica, dalle nostre parti) del libro di Laurence Sterne. La prima è che Steve Coogan, intorno a cui gira tutto il film, dalle nostre parti non lo conosce quasi nessuno, mentre nel mondo anglosassone è celeberrimo per il personaggio tv di Alan Partridge. E figuriamoci Rob Brydon. La seconda è che il film è apparentemente invendibile.

In realtà, in un paese in cui il prefisso fellin* è uno dei più abusati di sempre, se un film ha come culmine una lunga sequenza su un set di un film che sembra non dover decollare mai, e questa scena è accompagnata dalle marcette di Nino Rota, dico io, in qualche modo questa roba si poteva smerciare. Certo che Steve Coogan che interpreta Steve Coogan che interpreta Tristram Shandy che interpreta Walter Shandy (tutto vero), beh, qualche confusione la può creare.

Infatti, dopo mezz’ora passata a replicare l’incipit del testo originale nel modo più furioso e incontrollato che possiate immaginare (e anche furiosamente divertente, va detto), A cock and bull story diventa un meta-film che racconta con ironia e con un uso intelligente e complesso del caos diegetico l’impossibilità di raccontare al cinema la storia di Shandy, e forse ogni storia. Dall’altra parte, Steve Coogan intepreta sé stesso con un’abnegazione votata all’autodenigrazione (il ritratto che ne esce è quello di un borioso e insopportabile eterno ragazzino, e pure un tantino puttaniere) che – volente o nolente – attira su di sé tutta l’attenzione dello spettatore, rendendolo davvero – riprendendo il dialogo che apre il film – un film con Steve Coogan e basta. Fino al finale, che si ricollega a quello del libro in modo frettoloso e autoironico, con una comparsata di un enorme – in tutti i sensi – Stephen Fry.

Ma non si intendano le mie parole come uno sminuimento: A cock and bull story è un film decisamente spassoso, assoluto trionfo dell’inessenzialità, d’accordo, ma raccontato con intelligenza e senso del ritmo. In un film del genere, non è cosa da poco. Se la spocchia c’è, quantomeno è giustificata dai risultati. E il dialogo tra Coogan e Brydon che accompagna i titoli di coda è impagabile.

Ecco un film di cui avrei voluto scrivere per primo. E invece no.

5 Thoughts on “

  1. Vorrei farti i consueti complimenti per il pezzo, ma, come già sai, da te oggi io aspetto di leggere altre cose.. ^_^

    (Comunque complimenti…)

  2. eheh. siete sempre i soliti. ^^

    (per i pregiudizi come al solito ci vuole un po’ di pazienza. ma arrivano, arrivano.)

  3. utente anonimo on 1 luglio 2007 at 17:47 said:

    di questi film mi era piaciuto molto l’inizio, poi, passato “l’effetto sorpresa”, è arrivato l’effetto “accidenti l’ennesimo nipote di Effetto Notte”…

    F.

  4. utente anonimo on 1 luglio 2007 at 17:48 said:

    volevo scriver ‘questo film’

    F.

  5. bello molto bello.

    avevo visto 24 hour party people e non avendoci capito una mazza (del resto pareva più un film per addetti ai lavori, e chi è a digiuno di trivia sulla storia della musica londinese semplicemente si attacca) mi ero un po’ demoralizzato, avevo paura che Tristram mi facesse addirittura schifo.

    e invece.

    il meta-film non passa mai di moda, ci sarà un motivo. e non vedo cosa ci sia di male nell’essere un nipote di effetto notte.

    a.

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