2007

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Apocalypto
di Mel Gibson, 2006

Vorrei sgombrare subito il campo dalle incertezze, perché mi rendo conto che qualcuno ha poco tempo da perdere e vorrebbe leggere subito, o quantomeno nel primo paragrafo, una dichiarazione d’intenti chiara, una presa di posizione decisa, pro o contro diamine!, soprattutto se il film divide così tanto come in effetti ha fatto negli ultimi tempi questa nuova opera del regista di Braveheart e The passion of the Christ. Lo so, certe volte si chiede solo una punta di chiarezza. Mi sembra, per adesso, se non sbaglio, sarà che non ho niente da dire, di non averne affatto.

E quindi, nonostante Gibson azzecchi qualche sparuto minuto in più di quanto io non mi aspettassi seguendo il mio ovvio e negativissimo pregiudizio, per esempio mostrando un brillante paradigma della società di classe mentre i protagonisti legati percorrono la via (crucis, obviously) che porta al tempio, oppure cambiando rotta dall’oscena prima metà preparatoria, girata con i piedi, ripeto: con i piedi, e con un’imbarazzante e ridicola pochade riempitiva, a una seconda metà in cui almeno si spinge sull’azione pura, dove Gibson si muove con più dimestichezza, Apocalypto è proprio brutto. E se vi sembra folle, violento e spregiudicato, vi giuro, non capisco che film abbiate visto. E nonostante le buone intenzioni ci ho messo due paragrafi a dirlo. Ora che l’ho detto potrei ripeterlo per ore. Urlando, per strada.

Si sarebbe tentati, forse proprio per l’estrema ingenuità e per la rozzezza con cui è girato questo mastodontico e interminabile pachiderma da corsa, condito pure dalle risaputissime musiche tribali di James Horner e da dialoghi che (come già fatto notare altrove) nascondono la loro insopportabile banalità dietro il trucchetto del fascino della lingua madre (inutile e perfino dannoso quando non si hanno pretese documentarie bensì idelogiche e/o di intrattenimento), a non demolirlo in toto, a fare in modo che passi inosservato e che qualcuno se ne innamori pure. Che si divertano pure!, a vedere questa cartolina traballante e sentenziosa, questo Rambo dell’isola di Pasqua, questo film d’avventura pura ma ossimoricamente noiosissimo e pretenzioso, quest’opera capace – come già in The passion – di mandare al macero delle buone, o almeno scaltre, idee progettuali.

Lo si farebbe anche, se non fosse per il concetto-chiave che condanna irreparabilmente il film, già espresso nel suo post da UnoDiPassaggio. A cui, se me lo permette, lascerei la parola per chiudere questo post. Non farei che ripetere gli stessi concetti, e sicuramente non con questa sintesi ironica e preziosa.

"Si mormora in giro che in fondo sia solo un film d’avventura. Forse sì ma maledettamente serioso e un po’ disonesto. Perchè non avendo forse la tempra necessaria per sporcarsi le mani col genere nudo e crudo, intontito da deliri autoriali, Gibson ammanta declamatoriamente la sua storia del Grande Messaggio fin dalla didascalia iniziale, nonché di un (presunto) rigore filologico per quanto mi riguarda pleonastico e degno di miglior causa. Le grandi civiltà vengono conquistate dall’esterno solo quando si sono distrutte dall’interno. All’ombra della logica di questa giustificazione ideologicamente discutibile e velatamente interventista, lo sbarco finale degli spagnoli ha ben poco di minaccioso e molto di inevitabilmente necessario. Sono destinati a scomparire questi indigeni marci e in fondo sconosciuti che probabilmente custodiscono all’ombra delle loro piramidi insanguinate armi di distruzione di massa. E se non le hanno, che scompaiano lo stesso. Perchè così è scritto da qualche parte e così ha detto qualcuno. O Qualcuno. Solo al Maya padre e figlio di famiglia, dall’aspetto non troppo "diverso", sopravvissuto e probabile futuro integrato, è concesso un nuovo dubbioso inizio."
(da qui)

Crank
di Mark Neveldine e Brian Taylor, 2006


"Does it look like I got cunt written on my head?"

Cosa fai se un mattino ti svegli dolorante e scopri che il tuo battito cardiaco non può scendere sotto una certa soglia altrimenti muori? La risposta, soprattutto se rischi di perdere qualcosa di importante e la vendetta ti pulsa nelle vene, è quasi scontata: corri. Così, Jason Statham non fa altro che correre, da subito e per quasi un’ora e mezza:  salta, scappa, insegue, spara, sniffa cocaina sul pavimento di un cesso, si inietta epinefrina in ogni forma possibile, ammazza di botte la gente, distrugge un mall con una Buick, mozza mani, ruba una moto della polizia, guida la suddetta moto in piedi, scopa, salta sugli elicotteri in volo, e di nuovo corre. Che bello.

Da un film con una trama simile, sorta di Speed interiorizzato (e di conseguenza duplicato), non si può pretendere che un film fatto di pura azione, e quindi il rischio, dato anche il budget non proprio esorbitante, è di fare il solito film d’azione da due soldi. Ma Neveldine e Taylor scrivono e dirigono questo loro esordio con due ottime premesse: la prima è quella di non prendersi mai sul serio, riempiendo il film di situazioni (oltre che di dialoghi) grottesche e ironiche che culminano con un coito pubblico di fronte a decine di cinesi festanti, evitando così il ridicolo (il finale è una sintesi di pathos e ironia che lascia stupefatti) e concentrandosi sul puro intrattenimento.

La seconda – non così dissimile dalla prima, ma questa volta in senso ritmico/visivo – è quella di strafare sempre e comunque. Crank è un film che non si perde in finezze, che vuole solo raggiungere il suo scopo – ovvero, allineare il nostro battito cardiaco con quello di Statham – e che lo fa con uno stile che, tra ralenti, accelerazioni, otturatori spalancati, sovrascritte, split screen come se piovessero, raggiunge – grazie anche all’uso intelligente della HD – una coerenza stilistica inaspettata. Uno stile che fa dell’esagerazione la sua dichiarazione programmatica, arrivando a livelli visti raramente (o forse mai) nel cinema action americano. E forse persino – senza dimenticare un po’ di necessaria ingenuità, ché dopotutto è pur sempre un esordio – aprendogli nuove strade.

Se non vi gasate con questo, non so più cosa fare per voi.

"You haven’t been tight since your brother fucked you in third grade"

[el pube è un pilota / coffee break]

Knights of prosperity
ABC

Giunto alla nostra attenzione per puro caso e senza nemmeno un briciolo di hype da oltreoceano (ma è ancora cosa nuova, e da queste parti i nomi coinvolti possono dire poco), la minuscola serie comedy prodotta dal team del David Letterman Show è invece una piacevole sorpresa. Un gruppo di irresistibili bifolchi che cerca di derubare l’appartamento newyorkese di Mick Jagger, ovviamente con risultati disastrosi quando non misteriosamente fortunati, inframmezzati da Jagger stesso che mostra il lusso del suo loft (e il suo irreprensibile schiavo asiatico) con notevole autoironia. Cheap and chic: uno spassone.

Dirt
FX

Dopo l’exploit miracoloso di Matthew Perry, attendevamo il ritorno di Courtney Cox. Tutti ne parlano: qui dicono le parolacce e scopano, che bello. E invece no. No no. Per farvi capire: un palo della luce con un vestito da sera (leggi: Courtney Cox) esce dal locale cool dove si sta festeggiando la premiere di un film molto brutto. Fuori dal suddetto locale c’è un giovane virgulto che legge un libro molto grosso. Lei: "nessuno a Hollywood legge libri". Lui: "mi inquieterebbe essere definito qualcuno a Hollywood". E poi, lui spara la perla delle perle: "incredibile, tutto questo libro solo perché ha mangiato un biscotto". Lei, non contenta della di lui vaccata: "non è un biscotto, è una maddalena". Segue dialogo sulle rispettive macchine sportive e canonica scena di sesso. Per quanto mi riguarda Dirt era già finito alla parola "biscotto".

e inoltre

Colgo l’occasione per segnalare che questa sera (questa notte) ricominciano dopo lo iato natalizio le due migliori serie tv di questa stagione. La prima è Studio 60 on the Sunset Strip, il capolavoro di Aaron Sorkin scandalosamente dimenticato dai Golden Globes, giunto (per miracolo, visti i pessimi ascolti) al dodicesimo episodio. La seconda è la vera sorpresa di questa annata televisiva, ovvero la declinazione definitiva del racconto superomistico, ovvero la serie con il maggior tasso di additività dai tempi della botola, ovvero la serie con Hiro Nakamura, ovvero la nuova pazzesca creatura di Tim Kring: Heroes, ladies and gentlemen. Avete ancora tempo per mettervi a pari.


Cercavate gli altri post simili? Uno e Due.

Casino Royale
di Martin Campbell, 2006

Molte delle reazioni al nuovo film dell’agente 007 vertevano sul confronto tra questo James Bond biondo e tamarro e quello a cui siamo stati abituati dai quattro attori precedenti (e dalle innumerevoli parodie), quello fighetto e benvestito che beve amarissimi intrugli e scopa da dio. E la linea di pensiero suonava più o meno così: che due palle i film di James Bond, che due palle Pierce Brosnan, invece questo è divertente e fiammeggiante, evviva. Tutti pazzi per Daniel Craig.

Senza nulla togliere al piacere ludico del film, e all’innegabile intelligenza dell’operazione (soprattutto per come sono stati mescolati modernità e nostalgia, sequelità e prequelità), Casino Royale mi è sembrato meno innovativo del previsto (e del potenziale) e piuttosto una variazione "sulla linea", più "solito" (o "il solito Bond", per intenderci) di quanto mi aspettassi, magari conscio della lezione spettacolare delle tre missioni impossibili di zio Tom (che restano in ogni caso superiori). In più, il divertissement non è creato per i fans duri e puri, ma per quelli poco sgamati: i riferimenti da rileggere in chiave ironica sono infatti i più sputtanati di sempre (l’uscita dall’acqua, il martini mescolato, il mio nome è Bond, eccetera) e le parti serie rispettano bene o male i canoni di un qualunque film d’azione mediamente professionale. E nemmeno tutte.

Se fosse tutto come un paio di sequenze iniziali (leggi: violento bianconero a Praga, scatenato parkour in Madagascar), sarebbe una bomba. Invece così, con l’alternanza di scene entusiasmanti quanto frastornanti e decine di minuti di noia (leggi calo di ritmo / leggi grandangoloni e faccioni / leggi poker) è un film di James Bond superiore alla pallidissima media brosnaniana e poco più, abitualmente complicato e con un cattivo di un’usualità quasi fastidiosa, divertente ma senza alcuno strascico di memoria, che non siano gli occhioni di Eva Green o quei colpi di corda nei bassifondi.

[oooooooooooohhhh]

Quattro bombe su sei film. Quasi non ci si crede.

Il nuovo episodio di Friday Prejudice. Ora.

[masters of horror, season 2]

Prima parte
*ipotizzando che la qualità sia inferiore di quella – già altalenante – della stagione precedente, quest’anno i post sulla serie creata da Mick Garris per Showtime saranno pubblicati a gruppi di tre, piano piano.


S02E01 – The damned thing
di Tobe Hooper

Dance of the dead, nonostante la luciferina presenza di Robert Englund, era stato una notevole delusione. Questa volta sembra andare un briciolo meglio, ma solo in apparenza: il regista texano infatti, ispirandosi a un apocalittico racconto ottocentesco cripto-ambientalista di Ambrose Pierce, riadattato senza troppi giri di parole dal figlio del mitico Richard Matheson, azzecca un inizio tesissimo, con una scena familiare in cui irrompe la follia e un inseguimento shininghiano nei campi di granoturco. Ma poi sbaglia praticamente tutto il resto, dal tremendo cast al mostro grosso di fango. Unico vero brivido, il tizio che si massacra la faccia a martellate: una pacchia, per noi che ci garbano i martelli. Incredibile che sui DVD delle ultime inaffrontabili opere di Hooper campeggino ancora titoli come Poltergeist e Non aprite quella porta: quanto ci metteranno a capirlo tutti che ce lo siamo giocato?


S02E02 – Family
di John Landis

L’episodio di uno dei registi più cari alla mia generazione, quella cresciuta guardando in tv i grandissimi film da lui girati tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, riconferma la piacevole sensazione provata con lo spassosissimo Deer Woman. E cioè, che non tutto è perduto, e che Landis ha ancora talento da vendere. Scritto dallo sceneggiatore dell’interessante Frailty e dominato dall’interpretazione di George Wendt (storico attore di Cheers), il film di Landis è un’operetta ironica e caustica su un uomo che reagisce alla solitudine costruendosi una famiglia "su misura", nascondendo anche una riflessione sagace e pessimista sull’impossibile serenità del nido familiare. Un gran bel divertimento, e per una volta un gran bel twist finale. Magari con qualche calo di ritmo: ma è sempre un piacere riaverti a casa, zio John.


S02E03 – The V word
di Ernest Dickerson

Pochissime parole sul bruttissimo capitolo diretto dal direttore della fotografia di tutto lo Spike Lee del primo periodo, passato di recente a dirigere episodi random di una quantità impressionante di (pur ottime) serie televisive. Un film di vampiri con tutti i crismi del caso, con l’unica differenza che invece di due buchetti questi vampiri si strappano via la pelle dal collo e poi bevono. Uffa. Michael Ironside è bollitissimo, e non farebbe paura nemmeno a una mosca timida e schiva. D’altro canto, i due ragazzetti protagonisti sono nel pieno della loro gavetta televisiva (sono apparsi anche loro un po’ ovunque), e hanno lo stesso carisma di un termosifone. Quello nero muore per primo.

Tutti i post sui Masters of Horror

Rocky Balboa
di Sylvester Stallone, 2006


"Yo, don’t I got some rights?"
"What rights do you think you’re referring to?"
"Rights, like in that official piece of paper they wrote down the street there?"
"That’s the Bill of Rights."
"Yeah, yeah. Bill of Rights. Don’t it say something about going after what makes you happy?"
"No, that’s the pursuit of happiness. But what’s your point?"
"My point is I’m pursuing something and nobody looks too happy about it."

Parlare di Rocky Balboa non è facile. O almeno, non lo è se si vuole mantenere un certo distacco oggettivo. Il film di Stallone, sesto capitolo dell’apparentemente interminabile saga con protagonista il nerboruto pugile di Philadelphia, è un autocelebrazione ai limiti dell’imbarazzante ma è capace di momenti di grande dolcezza e intimità. Tecnicamente vecchissimo e terribilmente ingenuo, ma è capace di far alzare i suoi spettatori in piedi a fare il tifo. Riciclo spudorato di idee vecchie di trent’anni, ma anche consapevole (e scaltro, nel senso buono) tributo a un intero immaginario.

Non è una o l’altra cosa. La proverbiale incapacità dello Stallone regista e l’inspiegabile fascino dello Stallone attore (nell’unico ruolo a lui adatto e che gli rende onore), l’anima pedestre e quella passionaria dell’ultimo Rocky possibile, convivono quasi senza la cognizione del passaggio. Ci si trova a maledire le lungaggini, la bruttissima colonna sonora, Burt Young e Milo Ventimiglia che piagnucolano, Stallone che dice How you doin’ e I appreciate it ogni 2 minuti per far contenti i fan, e in pochi secondi ti perdi a guardare quel corpo imbolsito che si allena, e non ci si crede. Ci si sfida pure, a resistere a sorridere con soddisfazione durante il fatidico montage, che dovrebbe risultare stucchevole, ma non ci si riesce. Nemmeno il cagnolino ci trattiene da uno slancio di entusiasmo.

E tutto il combattimento finale, che occupa un terzo di film, quindi troppo, davvero troppo, è pure brutto, girato come viene, con un montaggio che fa fare un balzo indietro di vent’anni al cinema di boxe, con gli attori che se la divertono e fanno gli imbecilli, con le buffonerie italoamericane. Eppure quasi la pensi come quei telecronisti che rimangono a bocca aperta, e quasi sei emozionato anche tu, perché non pensavi davvero che quel vecchio pugile (o quel vecchio attore, si intende) potesse fare un simile show di fronte ai suoi fan, per i suoi fan. Per noi, tra l’altro. Ma soprattutto per se stesso.

Quando nel finale, stringato e ovvio, Rocky Stallone si allontana da quei fiori, e sfuocato se ne va a vivere quel po’ di vita che gli è rimasta, finalmente rasserenato e finalmente liberatosi dai suoi fantasmi, dovresti essere portato a odiare tutto questo, a tacciarlo di ridicolaggine. E non avresti torto. Invece sei quasi commosso. Incazzato e commosso insieme. Rocky Balboa è un brutto film che non posso che consigliarvi di cuore.

[point(s) break]

- questo post nasce come commento alla recente consegna dei Golden Globes. Poi mi è passata la voglia. Per dire, Babel batte The Departed? Whitaker batte il doppio Di Caprio? Iwo Jima batte Il labirinto del fauno? Ugly Betty batte Weeds? Alec Baldwin batte Steve Carell e Jason Lee? Ma soprattutto: Grey’s Anatomy batte Lost e Heroes? Come, scusa? Sì, Grey’s Anatomy batte Lost e Heroes. Cristo, non ne hanno azzeccata una. O quasi. Felice per Scorsese e Cars, per Eddie Murphy e Sacha Baron Cohen, ma per il resto – a parte i premi giusti ma annunciati, tipo alla Mirren e alla Hudson – era quasi meglio tacere.

- nei prossimi giorni, probabile scorpacciata di film e – chiaramente, a seguire – scorpacciata di post. Oppure no, tipo che mi passa la voglia e non vedo niente. Chissà. Ecco, prima o poi scriverò anche due righe su Rocky Balboa. Anticipo che non mi metto affatto nelle file degli entusiasti: sì, è vero, fa una gran tenerezza, ma dire che sia un bel film, mh. Fammici riflettere, cara.

- se siete dei nerd youtube-dipendenti probabilmente li avete già visti, comunque: (1) Dick in a box. Cut a hole in a box. (2) Jake Gyllenhaal jenniferhudsonizzato. Supremo.

- dal nuovo e bellissimo disco dei Giardini di Mirò, Broken By, il video vincitore del contest di Qoob. E bellissimo anch’esso.

- voi montate pure l’hype per l’ultimo enorme immenso capolavoro di David Lynch, Faccioni. Io ho già fatto abbastanza, e probabilmente insisterò – quando si saprenno date certe. Nel frattempo la mia attenzione si rivolge a questo film. Panciona! Catene! Justin! Ah.

- David Lynch & Au Revoir Simone. Per l’appunto.

- una cosa è vedere The pursuit of happyness, una cosa è viverlo. Disagio, deh.

- una montagna di soddisfazioni: non solo per il New York Times che massacra l’ultimo orribile orrendo orripilante film di Roberto Benigni, ma per come lo fa. (via Gokachu)

- bei videoclip a casaccio: Charlotte Gainsbourg, My brightest diamond, Patrick Wolf, The Tiny, Moltheni.

- se non ve ne foste accorti, Andrea83 è tornato. Yeah, dude.

- un tizio stava uploadando tutto il Flying Circus su Youtube, poi evidentemente si è rotto i coglioni. Ma sul suo profilo – spezzettati ma almeno tutti belli in ordine (inverso) – ci sono i primi 5 episodi. It’s the arts!

- arriva sugli schermi il primo film ispirato a Friday Prejudice. Hanno paura, gente.

- momento nostàlghia: le sigle di Growing Pains (Genitori in blue jeans) e Family ties (Casa Keaton). Non chiedetemelo, non lo so perché. Lacrime. Applausi.

- Una settimana da Dio era brutto brutto. Allora perché aspettarsi qualcosa dal sequel venturo? La risposta è nel trailer, e ha un nome e un cognome.

- vi piacciono i bottoni, non vi piacciono i bottoni. Suvvia, decidetevi.

- ricordo di aver comprato il primissimo numero di FilmTv, anche se ero piccino picciò. Vi ricordate che una volta prima della programmazione c’erano la TOP5 e la FLOP5? Se ci penso mi vengono le lacrimucce. Poi ho smesso, così. Poi ho ricominciato, soprattutto per rubriche come quelle di Pier Maria Bocchi e Gualtiero de Marinis. Poi ho smesso di nuovo, così. Ma ora FilmTv rischia di chiudere: e non ci sono cazzi, ci spiacerebbe. Quella rivistucola di cinema è la nostra rivistucola di cinema. Quindi, non fate come me: compràtelo. E fatelo comprare a tutti i vostri amici.

- nella foto di sopra, le action figure di Smallville. Compratele su Ebay. Finalmente vedrete prendere vita le vostre più colorite fantasie erotiche infantili, ma in una perversa versione geek. Allegramente slash.

- se non avete ancora messo il link al Classificone Aggregator 2006 nel vostro blog, puzzate. E quindi, per farvi perdonare, ecco di seguito il codice del bellissimo bottone finto-rotondeggiante qui a sinistra. No, non è una minaccia, perdio!

<a href="http://ilclassificone.wetpaint.com" target=_blank>
<IMG SRC="http://giovanecinefilo.interfree.it/aggregator.png"
border=0></a>

(grazie a Violetta per alcune gustose segnalazioni)

[les jeux sont faits]

La classifica ufficiale 2006 di Cinebloggers Connection

finalmente è stata pubblicata la classifica con le medie delle "pallette" – come sempre ci sono grandi sorprese ai vertici – se siete dei cineblogger o anche solo lettori della Connection, non esitate a segnalare anche voi questa classifica assolutamente imperdibile sul vostro blog – la Connection ha bisogno di voi – avanti, cosa aspettate?

The 2006 Classificone Aggregator

questo invece è uno wiki che raccoglie i link a tutte le classifiche dei film del 2006 stilate dai cineblog italiani – se ci siete anche voi, gioitene! – se non ci siete, fatelo sapere! – e se avete un blog di cinema o anche un blog qualunque, segnalate anche questo wiki in un post! – c’è pure un bel bottoncino qui a sinistra! – avanti, cosa aspettate?

La ricerca della felicità (The pursuit of happyness)
di Gabriele Muccino, 2006

L’esordio americano di Gabriele Muccino è forse la storia di un uomo che si convince che, non solo per "trovare la felicità" o per uscire dai casini, ma proprio per fare successo, per sfondare, l’unico modo – anzi, il modo necessario e sufficiente – è saper conquistare le persone con un sorriso e una decorosa parlantina. Con sincerità o meno, non importa: quello che conta è fare buon viso a cattivo gioco, stringere i denti, e far finta di niente se tutto va in pappa. Sciolto, sorridente, giacca scura, via, e poi a dormire nel cesso di una stazione, tra le lacrime. Tieni duro. Prima o poi ce la farai, botta di culo permettendo. Forse, eh. Un intero paese che la sera si toglie la cravatta – e quel sorriso che fa alle telecamere di tutto il mondo – e va a dormire sotto il suo ponte?

Questo è l’aspetto di The Pursuit che in qualche modo sfugge alla vista – o non c’è – ma che sarebbe più stimolante, più che l’edificante e prevedibile – anche se entusiasmante nelle sue pieghe più sadicamente kafkiane – racconto di una tenacia che se perseguita con correttezza porta, da power-of-a-dream copione, ad ogni risultato immaginabile. Perché sotto alla serie di sfighe – sterminata, davvero da record – reinventate e riassunte da Steven Conrad a partire da un fatto – deo gratias – verissimo, può giacere un’immagine assai poco rasserenata della società americana, dove è vero che i sogni possono diventare realtà, ma dove è vero anche che spesso, se ti abbandona la dea bendata, ti ritrovi in un incubo bello e buono. Quelli a cui va come Gardner – e negli States sono tantissimi, più di quanto ci vogliano far credere – generalmente, senza un pupattolo dalla faccina dolce per cui lottare, sul marciapiede finiscono per rimanerci a vita. Altro che broker.

Libertà interpretative, perlopiù. No, diciamo piuttosto che ci piacerebbe pensarla così. Perché The pursuit of happyness è invece un film abbastanza ordinario. Onesto magari, quello sì, ma scritto e girato senza andarci troppo di fino, con qualche piccolo tocco personale (sia in fase di scrittura – "this part of my life is called" – che in cabina di regia – qualche movimento di macchina ben compiuto, ma i quasi-virtuosismi de L’ultimo bacio sono lontanissimi), che appena appena si vede. Comunque, molto pacato per essere un film di Muccino: per dire, gente che corre e urla ce n’è – nonostante il successo gli americani sulla stampa si chiedono com’è che Will Smith si dimena così tanto, ehy guys THAT is Muccino – ma in alcuni momenti rischiosissimi (il campo di basket, l’abbandono della sfattissima Thandie Newton) i climax vengono tagliati con un certo garbo, e come eccesso emozionale, signora mia, le basti questo chilo e mezzo di mala suerte.

Infatti, come già accennato più volte, l’impronta sadica del film è preponderante, ma non per forza in senso negativo. Se siete disposti a vedere due ore di discesa all’inferno senza pensare di avere nulla in cambio, tipo che so, una catarsi esplicita, e se non siete dei precari o in difficoltà lavorative, altrimenti ve lo assicuro, vi arrivano delle mazzate nelle ginocchia senza precedenti, avrete anche di che divertirvi. In fondo The pursuit of happyness è, a tutti gli effetti, una pursuit. I risultati, e il riscatto, se vi aggrada, ve li potrete godere, mediamente soddisfatti (e affaticati, non c’è che dire: Gabriele non ha proprio delle manine di fata), tornando alla vostra bella casa o al vostro amato ponticello.

 Magari ripensando pure alla quantità vergognosa di denaro che il signor Gardner possiede a tutt’oggi. Senza contare gli introiti della sua autobiografia "The pursuit of happyness", e ovviamente i diritti di sfruttamento cinematografico della stessa. Questo sì, diavolo, che si chiama riscatto. Evviva l’America.

Il mistero del bosco (The woods)
di Lucky McKee, 2006

Chi ha visto May, il bellissimo film che ha reso Lucky McKee un regista di culto tra molti appassionati di cinema del terrore (e di quelli del cinema queer), soprattutto oltreoceano, conosce la passione che il regista nutre nei confronti del cinema di Dario Argento. E in effetti The woods è prima di tutto una rivisitazione, con una storia che si rifà esplicitamente – pur cambiando tantissimo, sia nell’ambientazione che nelle singole trovate, ma conservandone lo stile e molti sviluppi narrativi – al celeberrimo Suspiria.

L’edizione italiana di The woods è uscita da qualche tempo, ovviamente nell’indifferenziata sordina che caratterizza il mercato dell’home video. Ma anche negli USA l’uscita del film è stata molto travagliata. Infatti, dopo anni di progettazione (il titolo fu opzionato anni fa e "rubato" al The village di Shyamalan), il film è riuscito a vedere la luce solo negli scaffali delle videoteche, uscendo direttamente in DVD nell’Ottobre del 2006.

E se almeno questo ci è arrivato mentre May ancora ce lo sognamo, è comunque un peccato, perché se anche The woods non è all’altezza del film precedente, che era ben più personale e originale, è comunque un film horror piacevole, assolutamente migliore della media, forse anche per il suo essere sottilmente "malinconico" – e qui l’ambientazione fifties aiuta non poco – nei confronti di un cinema horror che non c’è più. L’idea di rappresentare il sovvertimento dell’ordine anche attraverso contrasti fotografici e cromatici (Heather, la brava Agnes Bruckner, è rossa di capelli e più "luminosa" delle sue compagne) poi, è davvero intelligente e ben realizzata, e McKee ha la capacità di tirare fuori la sua personalità quando meno te l’aspetti. Magari in piccoli flash, urla, spaventi, sogni.

Note particolarmente positive per il cast: Patricia Clarkson, per dire, è assolutamente perfetta nel suo ruolo di preside-strega. Sempre incredibile, anche se un po’ sacrificata, la presenza scenica di Bruce "Ash" Campbell. Angela Bettis invece, l’attrice-feticcio di McKee, non c’è. Ma a modo suo appare anche qui: è la voce spettrale che viene dal bosco. Brrr.

Per procurarselo.

[vespai e/o grasse risate]

E il film della settimana è… (basta così per farvi ammattire?)
Almeno avrete qualcuno con cui prendervela.

Ma non qui! Bensì nel nuovo episodio di Friday Prejudice!
Punto Esclamativo!

Friday Prejudice, the pursuit of geekness.

(Run Gabriele, Run)

Happy feet
di George Miller, 2006

A sorpresa, il terzo film d’animazione del 2006 dopo i coniglioni della Aardman e le automobiline della Pixar è un film di produzione Australiana. Ancora più a sorpresa, è un film di uno studio all’esordio nel lungometraggio, la Animal logic. Di più: è un film a cui non avrei dato un soldo, nonostante il buon nome di George "Mad Max" Miller, che ha pur sempre creato Babe. E infine, per concludere: è un film animato con gli animali, categoria da me ultimamente disprezzatissima. Ma nonostante gli animaletti, gli occhioni blu della diabolica versione pinguina di Elijah Wood, e la quantità di cucciolosismi e cucciolosità presenti, la visione di Happy feet è davvero un piacere. E non solo perché è tecnicamente in-cre-di-bi-le. E notare la sillabazione: non dico altro.

E come diavolo fa? Prima di tutto, azzecca l’uso del musical luhrmanniano: non solo l’incipit con Kiss, che fa venir voglia di alzarsi ad applaudire e a tirare petali di rosa sullo schermo, ma il fatto stesso che ci siano continuamente animali che cantano e ballano (anche in gruppo) e che io non mi innervosisca affatto (anzi), vuol dire davvero molto. Secondo, azzera quasi completamente le tendenze citazioniste di Dreamworks et. al. (che solo pochissime volte riesce bene) e ricostruisce la piacevolezza del racconto su basi più concrete, come per esempio i personaggi. Per esempio – almeno nella versione originale – il quintetto di pinguini sudamericani capitanati da Robin Williams è strabiliante.

Ma ciò che funziona al meglio in Happy feet è la capacità di trasmettere dei forti messaggi, politici nel senso più profondo del termine, a una platea più variegata possibile, senza sfociare mai in facile retorica ecologista, ma utilizzando come arma il semplice buon senso, e senza strizzare troppo l’occhio a destra e a manca. Mica per niente più di un Conservatore negli States si è indiavolato. Beh, se non si sanno divertire, fattacci loro. E poi dai, quando all’inizio Mumble casca su Gloria, in pochi istanti mimano almeno (dico almeno) tre posizioni del kamasutra. Ho le prove*.

A questo punto, vi importa davvero che il film sia così lineare e ingenuotto? Per dire, a me no. Peccato per l’ultima parte, un po’ scialacquata, con una riconciliazione – ma decisamente onirica – a sostituire l’angoscia di una lotta senza speranza contro l’intervento umano sulla natura. Altra cosa, se il film si fosse chiuso su quella spaventosa, inquietante e – facendo il paio con An inconvenient truth – quasi horrorifica immagine della Terra dall’alto. Ma ce lo facciamo andare bene pure così.

*le prove, appunto (link sconsigliato ai più piccini)

[tonite] [double feature]

Acoustic showcase @ La casa 139, Milano.


Malcolm Middleton
Official site, Myspace,
Last.fm, Arab Strap
[A brighter beat video directed by Tom Haines]

Sophia (Robin Proper-Sheppard)
Official site, Myspace, Last.fm, The God Machine
[Oh my love video directed by Ronald Austin]

Babel
di Alejandro González Iñárritu, 2006


[13 cose che ho pensato e/o detto di
Babel negli ultimi due giorni.]

1. caro Alejandro, i tuoi film sono tutti uguali. Passi uno, passino due. Basta.

(potrei pure fermarmi qui)

2. nei film di Iñárritu, non solo va (o sembra andare) tutto a puttane: la cosa più inquietante di questa personale variante sadico/goliardica della Legge Di Murphy (con riserve: vedi punto 3) è che Iñárritu si diverte come un pazzo. E non solo a far star male i suoi personaggi. Ma a farli star male piano. A farli star male di più. Se Iñárritu uccidesse persone, non sparerebbe loro. Le farebbe soffrire il più possibile, poi le segherebbe in tanti piccoli pezzetti, che metterebbe tutti insieme su un pavimento bianco a riformare il corpo originario, e solo allora infierirebbe sul loro corpo morto svuotando un caricatore sui pezzetti stessi. Il tutto, ridendo a crepapelle. E inviterebbe gli amici ad assistere. Dai, tira un colpo anche tu. E non è nemmeno detto che non lo faccia.

3. che poi c’è la speranza, eh. Più speranza per tutti. Ma il signoreiddio che gioca a dadi era cosa vecchia e noiosa già prima.
3a. gesù, quale intrigante tendenza a far piovere sul bagnato.
3b. una cosa è il Caso, una cosa è il Culo.

4. già all’inizio pensi che Cate Blanchett sia un motivo valido per vedere il film fino alla fine, ma poi quella stronza passa tutto il film a lamentarsi.

5. il messaggio di Babel è: non viaggiate. Non andate da nessuna parte. Non uscite di casa.

6. i feticci di Babel fanno sorridere. Per dire, il fucile. Ma se davvero volevi fare anche un discorso politico, allora no, ecco, ridateci i feticci.

7. ci ho messo tre sessioni a vederlo. Nel giro di due giorni. Che due palle. Babel mi ha fatto venire voglia di vedere Happy feet.

8. lo ammetto, anche se è evidentemente appiccicata lì perché fa figo, la parte giapponese non è poi così male. Forse per quei silenzi insistiti, forse per la scena della discoteca, forse per Yakusho Kôji, o forse perchè c’è una giovane giapponese con il pelo all’aria per tutto il tempo.

9. caro Gustavo Santaolalla, che bellissimo nome. Ma pure tu eh, che due palle.

10. Gael baffuto, sempre piaciuto.

11. film come barzellette vecchie. Ecco.

12. salve, sono Il Finale Inguardabile. Vi ricorderete di me per film come il secondo film di Marco Ponti.

13. ho davvero voglia di scrivere un post serio su questo film?

[look right through me, look right through me]

Mad World – Gary Jules & Michael Andrews
Video directed by Michel Gondry

3.5 out of 5Giù per il tubo (Flushed away)
di Sam Fell e David Bowers, 2006


"From up top, eh? I used to work at a lab up top. I tested shampoo. I used to be a lovely dark grey. My dandruff’s gone, though."

La Aardman, lo studio inglese responsabile di due enormità quali Galline in fuga e il lungometraggio di Wallace & Gromit, abbandona temporaneamente la stop-motion in favore dell’animazione 3D. E in altre parole, abbandona Bristol per Glendale. Perché se è vero che l’impronta della società di Nick Park è forte, sia visivamente – nel disegno dei personaggi, che richiamano la fisicità della plastilina – che nei toni citazionisti e goliardici (anche se effettivamente meno iconoclasti che in passato), anche quella Dreamworks si fa sentire, e molto più che negli altri due film – che le due case hanno ugualmente coprodotto.

Soprattutto nella struttura, con un impianto narrativo risaputissimo: la vita vale la pena di essere vissuta solo se si hanno attorno un mucchio di amici e la famiglia? Tutto il resto è solitudine, e la ricchezza non è che una gabbia dorata? Oh bene. Se la prima metà sembra una replica di Una poltrona per due (et similia: basta che ci sia un ribaltamento sociale, il resto si scrive da sè), il resto del film non fa molto per rimediare a questa profonda prevedibilità. Anche se alcune sequenze la fanno dimenticare in fretta e volentieri: come quella del videofonino. Lo so, sembra assurdo che esista una gag incredibilmente divertente con un videofonino. Ma c’è, eccome.

E poi, non fatevi ingannare da queste piccole inezie: in tempi in cui i film d’animazione 3D sono diventati in gran parte un amarissimo boccone da inghiottire, questo film è come minimo una boccata d’aria fresca. Non solo perché i film cugini di casa Dreamworks non sono degni di allacciargli le scarpe, ma per un semplice motivo: Flushed away è divertente, schifosamente divertente. Con tutti i suoi limiti, è pieno di gag freschissime che conservano l’umorismo british di casa Aardman, le citazioni e parodie sono continue eppure mai stupide o stucchevoli, il ritmo è incalzante e perfetto, persino i numeri musicali sono spassosi, e i noti singoloni brit-pop che non sto nemmeno a nominare calzano a pennello.

Insomma, il tipo di film animato che vorremmo vedere più spesso, e che invece ci negano propinandoci RnB e una marea di insopportabili animali in fuga. E poi, diciamoci la verità: le lumachine doppiate da Nick Park – è l’unica cosa che ha fatto in questo progetto – sono tra le più belle invenzioni del cinema d’animazione da molti tempi a questa parte. Lumachine piccole, lumachine grandi, lumachine che urlano, che scappano, che cantano pezzi bepop in polifonia, che volano nel cielo di Londa attaccate a ombrellini di carta. Lumachine. Lumachine. We all love lumachine. All we need is slugs.

Kate Winslet anche come topa è topa. Volevo dire, bravissima.

[lo scorso Ottobre la Aardman e la Dreamworks hanno deciso di non estendere il loro fruttuosissimo contratto di collaborazione, mandando probabilmente a monte alcuni progetti futuri. Non sono poi così sicuro di esserne amareggiato]

[benvenuti nel 2007. o no?]

Apocalypton. Mmmh. Fenomenale.
(mi scuso per la bruttezza della battuta, ma non ho saputo resistere)

Il primo episodio di Friday Prejudice del 2007. Clicca.

Borat (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan)
di Larry Charles, 2006

"He is my neighbor Nushuktan Tulyiagby. He is pain in my assholes. I get a window from a glass, he must get a window from a glass. I get a step, he must get a step. I get a clock radio, he cannot afford. Great success!"

Il film che il comico inglese Sacha Baron Cohen ha scritto (e ovviamente prodotto, insieme a quell’incapace di Jay Roach) a partire dagli sketch dell’omonimo personaggio nella sua trasmissione Da Ali G Show è diventato in fretta è furia un piccolo "caso" cinematografico internazionale: se c’è un film di cui si è parlato nel 2006, questo è stato Borat. Un po’ perché c’è ancora gente che fa fuoco e fiamme quando si nomina la parola "ebreo" senza dire "shoah", un po’ perché c’era ben poco su cui fare le insindacabili polemiche da telegiornale delle otto.

In realtà, quello che viene colpito maggiormente dalla presenza sulfurea e spudorata di Cohen sono proprio gli "US and A", è il sistema-America, il suo insostituibile razzismo, le manie patriottiche e quelle religiose. Quindi, la lunga parte che (se leggete qualche blog e smanettate su youtube) avete probabilmente già visto del film, incipit kazako compreso, è forse anche la meno riuscita: va bene la sorella prostituta e il ping-pong, che fanno ridere ancora dopo le prime due/tre volte, ma è molto meglio quando Borat si inserisce (non visto?) tra le mille ipocrisie della società statunitense, e – da vero straniero – le rivolta dall’interno come calzini.

Forse il "caso" è stato un po’ eccessivo, perché Borat tutto sommato è abbastanza innocuo, e – cosa ancor più rilevante – ci si mette ben poco a capire quanto la sua struttura, insieme di on the road e mockumentary, sia un pretesto per incollare una serie di idee una accanto all’altra. E peraltro, un pretesto davvero troppo, troppo fragile. Da una premessa del genere, i capolavori li sfornano solo i geni, e Larry Charles non lo è. Anche se, va detto, gestisce benissimo la mescolanza di candid camera e gag costruite ad hoc, tanto che si fatica a coglierne i confini: giù il cappello. Che sia un film più bello da raccontare che da vedere, non vi aggiunge certo merito.

Ma ci si sganascia. Non sempre, ma a volte davvero parecchio (la notte di terrore a casa dei due anziani ebrei, la lezione di galateo, per citarne due), e a tratti in modo addirittura scomposto (soprattutto quando Cohen "osa" di più: la lotta omo tra Borat e Azamat al convegno dei broker, la sequenza del guaritore, l’incontro con Pamela Anderson). Poi, mettendo da parte il resto, che di fronte a lui passa in secondo piano, il film è Sacha Baron Cohen, sorta di mistura infernale di Johnny Knoxville e Peter Sellers: un’autentica forza della natura.

"My neighbor Nushuktan Tulyiagby is still assholes. I get iPod, he get iPod mini. Haha! Everyone know iPod mini for girls!"


Nei cinema italiani dal 2 Marzo 2007. Forse.

A tal proposito, segnalo che la versione italiana potrebbe essere una fregatura colossale. Borat sarà infatti doppiato da Pino Insegno, l’uomo che già ci ha fatto odiare Will Ferrell, e dubitare del senno di Roberta Lanfranchi (la ragazza ci sembrava così sveglia, deh). Potrei sbagliarmi, ma sento già puzza di (1) regionalismi e dialettismi: non necessita commenti (2) traduzioni aribtrarie: se è possibile renderlo più volgare, lo faranno (3) personalizzazione eccessiva della parlata: perdendo così praticamente metà del piacere del film (4) effetto-premiata-ditta: ecco, appunto.
Suvvia Pino, non si nasce tutti Umberto Eco.
Insomma, se – come me – avete una curiosità assurda di vederlo, oppure se – come me – volete semplicemente evitarvi questa probabile tortura dopo una così lunga (e inspiegabile, diamine!) attesa, mh, secondo me sapete già come fare. Se non lo sapete, ehi, io sono qui per questo.