2007

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Art school confidential
di Terry Zwigoff, 2006

Motivi per cui Art school confidential in Italia è uscito direttamente in dvd? Primo, pochi  sanno chi diavolo sia Daniel Clowes: è già tanto che in giro si conoscano Art Spiegelman e Robert Crumb, figuriamoci l’autore di Eightball. Secondo, pochi sanno chi diavolo sia Terry Zwigoff: Crumb non è mai uscito, del delizioso Ghost World tutti si ricordano solo Thora Birch e Scarlett Johannsson (i più sgamati Steve Buscemi), e pure lo spassoso Bad Santa (Babbo bastardo), sua regia meno "personale", lo spacciarono spudoratamente per un film dei fratelli Coen.

Invece Art school confidential è un’operetta da non sottovalutare con le armi – ben più subdole di una stroncatura – della carineria e del bello-da-vedere. Qualità che il film ha senz’altro (anche grazie al lavoro del direttore della fotografia Jamie Anderson, asciutto e senza sbavature d’inchiostro), ma sulle quali non si addormenta pigramente. Il duetto Zwigoff-Clowes è riuscito insomma, ancora una volta, a trovare una forma, "soffice" ma graficamente compiuta, per rappresentare in movimento il mondo bizzarro ed eclettico del fumetto alternativo americano, bilanciando alla perfezione cinismo e tenerezza, realismo e caratterizzazione.

Con una furbizia ben mascherata da ingenuità, si mettono poi nella bocca e negli occhi del giovane protagonista (interpretato, non senza qualche intoppo, dal figlio di Anthony Minghella) parole di spietata verità sul mondo dell’arte, così simile a tanti altri sistemi di caste chiuse e gerarchiche. E senza stare a girarci troppo attorno. Un po’ rigido, ecco, e con storie di contorno poco coinvolgenti (con tutto il bene che vogliamo a Ethan "Randy" Suplee, la sua parte non tiene). Forse meno sincero di Ghost World, che rimane una delle perle del cinema indie americano di questo decennio, ma altrettanto stimolante.

This is England, Shane Meadows 2006

This is England
di Shane Meadows, 2006

Avete presente quando si dice che le stroncature sono molto più divertenti e stimolanti degli elogi? Ecco, il discorso vale anche per This is England, straordinaria opera nona di Shane Meadows, trentacinquenne regista inglese, originario dello Staffordshire, ancora piuttosto sconosciuto – purtroppo – dalle nostre parti. Sulla quale non ho nulla da dire. Il film è bellissimo, è intelligente, profondo, commovente, sincero. Ho pianto. Che altro devo aggiungere? Guardatelo e basta.

Per ovviare al problema, potremmo utilizzare quattro artifici.

Artificio numero uno: l’invettiva contro quei cattivoni dei distributori.
E non vedremo nemmeno questo film di Shane Meadows, nelle sale italiane. Diamine. Pare che i distributori, con le guance ancora piene degli avanzi del cibo scartato dai sottocloni dei film in costume tratti dai romanzi di Jane Austen, si siano dimenticati che c’è anche un altro cinema inglese, in giro. Va bene, ora distribuiscono i film di Edgar Wright, ma ci basta? Ci può bastare? No! Non ci basta mai! Qualcuno glielo può dire, a quei cattivoni, che ci sono – per dire – i film di Winterbottom con Steve Coogan? E soprattutto, che ci sono i film di Shane Meadows? Che non avranno Liz Bennet e Mister Darcy e anatre starnazzanti nell’aia, ma che riescono, senza guardare in faccia nessuno, con la delicatezza di una carezza e la forza di un pugno, e scegliendo di non banalizzare il male, a tutti i costi, cogliere – come fa This is England – il senso profondo dello sguardo di un ragazzino sul mondo? Peraltro, di un bambino così pucci?

Artificio numero due: il secco riconoscimento di una secca lettura storica.
La cosa che più sorprende di This is England è come sia riuscito a far sì che dal ritratto, estremamente intimo e racchiuso tra poche mura e cortili, di alcuni ragazzi di Nottingham, fuoriesca un vero affresco storico, quello di un decennio e dell’intero sistema che ne reggeva le sorti (Margaret Thatcher, la guerra nelle Falkland, l’ascesa del nazionalismo bianco), facendo rispecchiare con perfezione millimetrica – nascosta sotto l’illusione del lo/fi e del low/cost – il collettivo nell’individuale. E viceversa.

Artificio numero tre: l’aneddoto personale che non c’entra un cazzo.
Io qualche anno fa ho incontrato, di sfuggita, il signor Shane Meadows. Mi ricordo che da principio era parecchio paurosetto a vedersi, ma in realtà una personcina davvero a modo.

Artificio numero quattro: manifesta vacuità per interposta spocchia.
E alla fine il nostro Shaun, della sua bandiera, della sua croce ammazzadraghi, non sa più che farsene. Si lancia sulla spiaggia, quella stessa spiaggia da cui il padre, omericamente, non tornerà mai più, e lancia la bandiera nell’acqua. La guarda affogare, come una speranza che si cancella nell’acqua, o come una speranza, forse, da ricostruire altrove. Nel proprio animo, confuso e tradito. Nel proprio cuore, contuso e trafitto. Nello sguardo, privato dell’innocenza e pieno di morte e dolore, lo stesso sguardo che rivolge a noi prima del buio, lo stesso sguardo che chiudeva la storia di Antoine Doinel e apriva la sua vita, quella vera. Ehi, hai visto? Ho riconosciuto la citazione. Cosa ho vinto? Buio in sala, titoli di coda.

[post in attesa]

[in miniera! in miniera!]

Tre film italiani da deridere, questa settimana su Friday Prejudice.

Becoming Jane
di Julian Jarrold, 2007

Che la mania del cinema anglosassone per Jane Austen sia una cosa inevitabile, nonché ricorsiva e implacabile come lo scoccare del nuovo giorno, è cosa ormai accettata. E in molti casi, ma sì, benvoluta. Dopotutto, la signorina Austen scrisse pur sempre dei signori libri, testi che è difficile sputtanare per mera pigrizia. Altra cosa è impuntarsi a tal punto che, se non c’è più un libro dell’autrice libero, ci si guardi in giro e ne venga fuori un biopic della Austen stessa. Che non sarebbe nemmeno male, di per sé.

Se non fosse, ahinoi, che il film è maldestro e malriuscito. Più che altro, la cosa che più infastidisce è che da una vicenda sommariamente interessante (come Jane Austen divenne, o meglio rimase, una zitellona da brodo) esca un film disascalico fino alla nausea: ragazzi, se la vostra sceneggiatura è basata su due idee di numero che, fossero anche le più illuminate e profonde del mondo, sono pure di immediata comprensibilità  (chiamatela pure sconfinata banalità), di certo non voglio che i personaggi me le spieghino nei dialoghi. Ci arrivo da solo. Tutto intorno, il solito cerchio boriosetto di inchini, faccette torve, sguardi languidi, vecchie antiquate, galline che svolazzano quando la madre corre nell’aia agitata perché è arrivato un ospite inatteso, Maggie Smith, quattro vigorosi cazzotti per scuotere il nostro animo di fanciulle, e via dicendo.

Ma non bastano quattro maiali messi lì a casaccio a rappresentare, o a farlo come si dovrebbe,  l’impossibilità di una rivalsa sociale ed economica in un meschino misero maschile mondo, nascosta però sempre sotto i vestiti puliti, non basta mettere quella pertica di Anne Hathaway -  che è bellina, per carità, ma non so cos’è, ha la faccia tutta spettinata, e non si adatta bene a questo inspiegabile inglesismo che le hanno cucito addosso, mi ripeterò, ma non c’era un’attrice inglese? – sperando che la somiglianza vaga con quell’altra ripeta il miracolo di renderla intensa e commovente. Si salva la scena del ballo, dove la Hathaway e il malcapitato James McAvoy (fijo mio, selezione, per cortesia) ballano e recitano – finalmente – con gli occhi e con il corpo. Senza dover aprire quelle cazzo di bocche per poi parlare come (brutti) libri stampati.

[hype]

 

Meglio tardi che mai, nevvero?

[tonite]

Amari @ Circolo Magnolia, Segrate (MI)

Sito ufficiale, Myspace, Lastfm, Wikipedia, Riotmaker.

Conoscere gente sul treno video directed by Danxzen.

[ma vacci tu, vacci]

Halloween incasina le uscite cinematografiche, ma non…

Friday Prejudice. Un blog sempreverde. Il nuovo episodio qui.

Kill Buljo: The Movie, Tommy Wirkola 2007

Kill Buljo: The Movie
di Tommy Wirkola, 2007

Quanto è bello svegliarsi in un mondo in cui non solo si può urlare a gran voce “esiste una parodia norvegese di Kill Bill”, ma addirittura “ho visto una parodia norvegese di Kill Bill”? Cos’altro si può aggiungere? Solo il fatto che esista una parodia norvegese di Kill Bill, mi rende una persona più felice. Poi, è chiaro a tutti fin dalle premesse che il film è una colossale monata, girata con l’equivalente 150mila dollari solo per poter fare delle battute di pessimo gusto ai danni di lapponi e di antilapponi, e ancor più per poter girare una lunghissima sequenza di inseguimento tra moto da neve.

Ciò nonostante, l’occasione che mi si presenta, quella di parlare non solo di una parodia di Kill Bill, ma di una parodia norvegese di Kill Bill, è rara e ghiotta, e tenendo fede al dogma Norvegia! Nuova! Corea! spenderò qualche parola in più. Anche se è evidente che questa immensa boiata, che ha la valenza artistica di un film girato tra amici durante i weekend, potrebbe gettare un’ombra su ogni parola spesa in difesa e in promozione del cinema di Oslo.

Ma comunque, conservando la ferrea convinzione che questo film sia più divertente da raccontare che da vedere davvero, e per salvare il salvabile, ecco a voi questo post assurdo che si chiama

I 10 selling point di Kill Buljo

1. KILL BILL
Chiaramente, come già detto, il film si vende come La Parodia Di Kill Bill. Almeno, cerca di spacciarsi come tale per mezz’ora, poi (giuro) se ne dimentica completamente, prendendo una piega completamente scollegata che ha un che di avanguardistico. Seh. Nell’ottica di “parodia di Kill Bill”, la cosa migliore è tutta la sequenza in ospedale, che vado a raccontarvi nei suoi punti-cardine: mentre Jompa Tormann (il nostro eroe lappone, di cui riparleremo allo sfinimento) viene stuprato durante il coma, sogna tutta una serie di suggestioni che rimandano al sesso anale, tipo andare in bici senza sellino o andare da solo sull’altalena per due, fino a essere investito proprio lì dal getto di un idrante; Jompa si sveglia dal coma, si alza sul letto, e si ritrova in bocca un numero vergognoso di profilattici, ovviamente usati; gli scappa da pisciare, mette la padella per terra e ci piscia come in una turca, ma non basta, allora mette per terra il cassetto di una scrivania e ci piscia, ma non basta. Stacc su un numero imprecisato di contenitori a terra, tra cui (sic) una scatola di fiammiferi, tutti pieni di piscia. Punchline: “such a small fucking cock and such a large amount of urine”.

2. IL LOOK
Il protagonista Jompa è un lappone, e per questo non solo viene deriso e stigmatizzato dal co-protagonista che lo insegue ingiustamente, un poliziotto che odia a morte tutti i lapponi e tutte le donne chiamato Sid Wisløff e intepretato (malissimo) da Wirkola stesso, ma ha sempre questa orrenda fascia etnicolappone sui capelli che fa il paio con i suoi meravigliosi baffoni. Da segnalare però apparizioni secondarie, come il padre del poliziotto nel flashback, che indossa una maglia bianca a rete, per di più piena di buchi, e soprattutto il tamarro che stupra Jompa mentre è in coma: sfoggia una minuscola giacchetta di pelle nera sotto cui fa bella mostra di sé un orrendo petto glabro e lucido.

3. IL MOMENTO SESSUALMENTE SCORRETTO
I cattivoni si nascondono in un allevamento di vacche: ci vuol poco a scoprire che uno di loro usa gli animali per scopi non propriamente alimentari.

4. LA MISOGINIA
Il poliziotto intepretato da Wirkola è uno dei personaggi più cinematograficamente spiacevoli che io ricordi, ciò nonostante la sua esagerata misoginia non può essere tralasciato come selling point, al giorno d’oggi. La sintesi del personaggio è probabilmente la scena in cui incontra la sua aiutante, una “pathfinder” lappone, peraltro particolarmente figa. Lei arriva vestita con dei coloratissimi abiti tradizionali lapponi, e gli dice “Boris” che in lappone significa, tipo, “Ciao”. Risposta di lui: “Chiamami Boris un’altra volta e ti apro un altro buco nel culo”, alla quale aggiunge un invito a mettersi addosso dei vestiti civili. Alla richiesta del dovuto rispetto professionale da parte di lei, la risposta di lui è: “Sei una lappone, e una donna: dove entra in gioco il rispetto?”.

5. L’ACCENNO DI SOTTOTRAMA CHE FA IMPAZZIRE IL FANDOM
Quando si incontrano in una taverna Jompa e la poliziotta, peraltro particolarmente figa, che lo contatta per difenderlo dalle accuse di Sid Wisløff e che diventerà la sua amante, il dialogo suona più o meno così:
(lei) “Io lo so, cosa hai fatto”.
(lui) “Mi aveva detto di avere 16 anni, lo giuro”.
(lei) “Cosa?”.
(lui) “Ah, niente, niente”.

6. IL METACINEMA
Dalla stessa sequenza parte un interminabile flashback amoroso, introdotto da Jompa: dopo aver detto la suggestiva frase “Aspetta, sono già stato ferito”, il nostro eroe si gira verso la macchina da presa con il dito puntato e dice “Vai col flashback!”. Lo so che è triste, è quel che passa il convento raga.

7. IL FLASHBACK AMOROSO
Momento di massimo stimolo erotico del film, il flashback amoroso di cui sopra non solo contiene una parodia di Titanic in cui la tipa in questione, peraltro particolarmente figa, ma questa volta con una faccia da puttanone che lévati, finisce sbudellata dal motore della barchetta, ma anche una scena – la più riprodotta se cercate il film su Google Images – in cui Jompa e la tipa in questione fanno petting immersi nel pesce crudo.

8. IL CLASSICO DEMENZIALE MERIGANO
La sequenza più riuscita nell’ottica del Classico Demenziale Merigano è probabilmente quella in cui Jompa spia i cattivi mentre questi stanno dentro a questa specie di rifugio montano. Primo: loro sono stati appena raggiunti da una bodyguard, peraltro particolarmente figa, un clone di Lara Croft che si chiama (ve lo giuro) Lara Kofta (e no, questa non la spiegano proprio), e si mettono (ve lo giuro) a giocare a Twister. Secondo: lui fa la nota gag del Classico Demenziale Merigano per cui fa rumori sempre più assurdi senza che i cattivi lo sentano, e poi rompe un rametto e lo sentono: ma il culmine comico arriva quando mette il piede su una tastierina Bontempi, da cui escono le note di Fight Club.
(mioddio, questa cosa è talmente bella che a raccontarla sembra che me la sia inventata io, tanto non vi metterete di certo a verificare)

9. LE PUNCHLINE DI JOMPA
Come ogni eroe action che si rispetti, anche Jompa uccide i cattivi in modo creativo e truculento, e poi prorompe in una bellissima battuta sprezzante à la Bruce Willis. Nell’ordine:
- il cattivo equivalente di Daryl Hannah, qui schifoso ciccione pedofilo, viene decapitato con l’ausilio di un misuratore della pressione. Punchline: “Stress, man, it’s a killer”.
- il cattivo x viene decapitato con la katana e la testa cade sulla neve. Punchline: “So much for keeping a cool head”.
- il cattivo y aveva per tutto il film una mascherina nera senza buchi, Jompa combattendo gliela toglie, lui è tutto contento perché finalmente ci vede, oggesù, e dice “I can see! I can see!”, al che Jompa lo alza e lo decapita con le pale del ventilatore da soffitto. Punchline: “Yes. But you didn’t see the fan.”

9b. LE PUNCHLINE SESSUALI DI JOMPA
Nella sequenza in cui Jompa e la poliziotta finalmente si baciano e fanno dei coiti, c’è tra di loro, tra un bacio e l’altro, il seguente dialogo. Sento dentro il dovere di trascriverlo interamente.
Lei: Jompa, i’m not wearing any underwear.
Lui: Tsk, talk about being forgetful.
Lei: Jompa, i feel there is something special and unexplainable between us.
Lui: Relax, it’s just my dick
Lei: Oh, Jompa! Jompa!
Lui: Shht. Less talk, more fucking.

10. LA SEQUENZA D’AZIONE
Come già accennato in precedenza, tutto il film è un pretesto per poterci ficcare in mezzo uno spettacolare inseguimento tra moto da neve. La sequenza in questione è effettivamente abbastanza ben fatta, soprattutto considerando la gente che vi è coinvolta.
Peccato che tutto intorno ci sia Kill Buljo.

In chiusura, vorrei sottolineare una volta per tutte che nel vedere l’impresentabile stronzata che è Kill Buljo mi sono in realtà divertito come un deficiente, e che l’ho pure parzialmente riguardato per scrivere questo post, il che fa di me solo uno snob, paraculo e cerchiobottista. Buona visione.

[post in attesa]



They shot my girl. My whole family. Even the reindeer.
But they made one big mistake: they thought I was dead.

Secret Sunshine, Lee Chang-dong 2007

Secret sunshine (Milyang)

di Lee Chang-dong, 2007

Una giovane donna, rimasta vedova, si trasferisce da Seoul alla Milyang del titolo (secret sunshine è il significato etimologico), piccolo centro periferico di centomila abitanti dove suo marito era nato e cresciuto, per elaborarne la perdita e per ricominciare una vita differente. Verrà trafitta presto da un’altra tragedia, le cui reazioni la travolgeranno attraverso la crisi mistica, l’aggressività, l’autolesionismo, la rinuncia.

Al suo quarto film dopo Green fish, Peppermint Candy e Oasis, il celeberrimo romanziere e regista, nonché ex ministro della cultura sudcoreano, Lee Chang-dong torna a raccontare una storia che, nel contesto più collettivo possibile (qui il contrasto relazionale tra città e provincia), va in verità a scavare nell’intimità più profonda dell’animo umano. Secret sunshine è infatti un film sull’accettazione del dolore e sulla sua impossibilità, più antologico che antropologico nel tentativo di rappresentarne le manifestazioni, le reazioni, l’epifania e l’abbandono.

Un film ondivago e trasversale (ondivago nella rappresentazione e trasversale nella narrazione, e viceversa) girato per solenni accumuli (con una divisione in “settori” che tradisce l’amore di Lee per il racconto scritto) e poi per impietose sottrazioni (come il finale tronco), che sfrutta la straordinaria prova della protagonista Jeon Do-yeon per tracciare un percorso, umanista nel migliore dei sensi (ovvero di chi coglie non solo la profondità ma anche la contradditorietà di essere umano) e intellettualmente impagabile. E’ anche però un film che richiede allo spettatore una pazienza maggiore che in passato, per apprezzarlo in pieno.

Non perché sia noioso, nonostante la lunghissima durata: piuttosto perché non è così facile – per una certa benvoluta negazione, quando non un ribaltamento, dei crismi del melodramma – entrare, a piè pari, nella sfera emozionale della protagonista. La struttura ambigua e ricercata, che fa terminare il melò tradizionale dopo poco più di un’ora, per poi allungarne le conseguenze nella seconda metà, non aiuta a buttarci il cuore. A meno, ovviamente, di abbandonarsi del tutto nella vicenda, che di per sé è assolutamente straziante, anche se corretta e misurata grazie al contraltare recitativo del solito incredibile Song Kang-ho, e a inaspettati tocchi (mai ridicoli ma) ironici – magistrali quando vanno impietosamente a colpire la tentazione dell’uomo di pensarsi superiore al proprio dolore, per intervento divino – che cozzano volutamente con l’abisso di disperazione che coinvolge la sua protagonista.

Secret sunshine è forse, insomma, il film più difficile, complesso, stratificato, ma soprattutto il più disperatamente coerente, di Lee Chang-dong: il che non significa affatto che non si possa amare alla follia.

[addio]

E’ morto Zampetti. Fine di un’era?

[bella lì]

Juno ha vinto la Festa di Roma.

[messaggio ai sopravviventi dell'etere]

Non avete soldi per comprarvi i cofanetti Rarovideo? Non vi fidate di comprare i dvd sull’internet? Non avete Sky, né amici con Sky? Non avete mai avuto l’ADSL né un amico con l’ADSL? Ce l’avete ma non sapete usare il p2p? Siete mortalmente pigri? Avete altre scuse o giustificazioni?
Questa notte non ne avete: Rai3 trasmette l’imperdibile terzetto di film diretti da Kim Ki-duk e pubblicati nel suddetto cofanetto, ovvero gli stupefacenti L’isola e Indirizzo sconosciuto – già passati diverse volte negli spazi di Fuori Orario – e soprattutto Bad Guy, capolavoro "carnale" del regista coreano, e tra i vertici assoluti del cinema di Seoul. Non ci provate.

[un'immagine del nuovo film di Coppola]

Vediamo solo macchine proiettili, su Friday Prejudice. Cliccargh.

Songs from the second floor (Sånger från andra våningen)
di Roy Andersson, 2000

In una plumbea città in cui un inspiegabile traffico e un interminabile corteo di flagellanti sembra aver bloccato ogni via di fuga, alcuni personaggi, con il passo e il colorito dei cadaveri, si aggirano vittime della catastrofe che essi stessi hanno causato, mentre il mondo affoga nella follia e affida le sue ultime speranze alla pura irrazionalità, e mentre il poeta, che con le parole di César Vallejo è "colui che sta seduto" (come la macchina da presa di Andersson), l’unico ad avere il filtro con cui osservare impassibile questo disperato e grigio armageddon, soffoca la sua impotenza silenziosa nel letto di un ospedale psichiatrico, e guarda l’apocalisse tra le lacrime.

Tra citazioni inaspettate (quella esplicita del pythoniano Senso della vita) e suggestioni simboliste che si rifanno alla satira surrealista di Luis Bunuel, con la sua terrificante coerenza stilistica (il film è un alternarsi di "quadri", a camera fissa – con l’eccezione di un carrello all’indietro sulla banchina di una stazione – e con una profondità di campo prospettico portata spesso al parossismo) e la resa scenografica e fotografica che lascia senza parole, il film dello svedese Andersson è sì un oggetto "strano e curioso": ma non si ferma affatto a compiacersi della propria bizzarria, anzi riesce a trasformare la sua complessa visionarietà in un acceso pamphlet sulla contemporaneità di fronte a cui è difficile rimanere indifferenti.

Comunque la si veda, che si apprezzi o meno il suo spirito caustico, saggiamente sornione nonostante tutto, a suo modo poetico, divertito ma profondamente crudele nei confronti di un’umanità (nordeuropea, ma non specificamente) condannata all’apocalisse dalla loro stessa disumanizzata società capitalistica, Songs from the second floor è un film che va assolutamente recuperato, non fosse altro che per la maestosità visiva, che è quasi ingrato riprodurre sugli schermi casalinghi. Ma c’è molto altro.

Ne parlò poco tempo fa il magnifico Contenebbia in questo post.

Ratatouille, Brad Bird 2007

Ratatouille
di Brad Bird, 2007

Diciamocela tutta: ho davvero bisogno di scrivere questo post?

Ho visto Ratatouille giovedì sera, sono passate quasi 48 ore e non ne ho ancora scritto, se non trascrivendo urla di giubilo in commenti miei e altrui. Mettiamola così: ci sono volte in cui le aspettative sono alte e vengono rispettate. Alcune volte, più rare, in cui le aspettative sono enormi e vengono rispettate. Ma pochissime sono le volte in cui le aspettative sono enormi e vengono travalicate. Travalicate. Ecco, quelli sono i casi in cui non mi resta nulla da dire.

Solo andate a vedere Ratatouille ora. Innamoratevi del cinema, un’altra volta. Sarà l’ultima e la prima volta che entrerete in una sala. Annichilite le vostre convinzioni tra una corsa e l’altra, tra un sapore e l’altro, tra i sapori divenuti suoni, colori, visioni. Date un morso alla ratatouille dello chef Brad Bird, un piatto che è insieme l’alfa e l’omega del cinema, la semplicità della ricetta e la gioia dell’innovazione e della scoperta, e – ovviamente – l’inesplicabile sapore del genio. Tornate bambini. Non significa tornare stupidi o ingenui. Significa andare al cinema e gioirne.

Quando ho visto Ratatouille volevo fare un post su una scena sola. Quella scena. Pensavo fosse pure una bella idea, fino a 10 minuti fa. Poi mi sono reso conto che la scena, la stessa scena, l’avevano citata tutti come la vetta del film, e chiunque lo farà in futuro, negli anni a venire, e allora non aveva più molto senso. Ma comunque.

Nella scena c’è un critico culinario grigio e triste, magistrale epitome del villain disneyano contemporaneo, che trova la sua redenzione attraverso il morso di un piatto – ancora una volta, la suggestione proustiana che si impossessa del cinema statunitense, ma stavolta, in che modo! – rivivendo in un infinito istante la propria infanzia. Una bicicletta rotta lasciata fuori dalla porta, una lacrima, una carezza, una ratatouille. Il flashback di Anton Ego è una scena che segna uno scarto. Storico? Non saprei. Ma nemmeno la Pixar ha mai fatto niente di simile.

Poi mi sono ricordato che c’è tutto il resto del film, dalla fuga sotto lo pioggia ad un bacio appassionato dato per sbaglio, e ho pensato che non volevo più parlarne, di questo film incredibile, sconvolgente, perfetto, per non incappare in possibili polemiche – che non ci saranno! – riguardo al passato della Pixar, al futuro della Pixar (quel Wall-E che ci fa piangere solo con un trailer di pochi secondi, e lì c’è in ballo un altro scarto, di ambizione questa volta, che i nostri cuori difficilmente reggeranno), e alla benedetta parola con la C.

Volevo solo rivederlo un’altra volta, e un’altra ancora. Sublime.

[post in attesa]

[goodbye]

E’ morta Deborah Kerr.

[rat-a-to-ee]

Le nouveau épisode de Le préjugé du vendredi.

Friday Prejudice, insomma. Qui.