The sun also rises (Tai yang zhao chang sheng qi)
di
Jiang Wen, 2007

Il film racconta le storie di una miriade di personaggi, divise in quattro parti ben distinte ma intrecciate tra loro. In un villaggio dell’Est nel 1976, una giovane vedova perde un paio di scarpe e impazzisce. Stesso anno, qualche mese prima, nella Cina del Sud, un professore viene accusato di molestie sessuali. Passato qualche tempo Tang, il migliore amico del professore, viene mandato per la "rieducazione" nel villaggio della prima parte, e si incontra con il figlio della vedova. La quarta e ultima parte è ambientata invece nel 1958, e ricongiunge in qualche modo i destini dei personaggi, mostrandone la genesi.

Bisogna arrivare fino alla fine per rendersi conto che l’obiettivo di Wen Jiang era di prenderci sottogamba: attratti com’eravamo da una struttura che sembrava inscatolata alla perfezione per poi espandersi in un finale rivelatore (o a sorpresa), il cinquantenne regista e attore (nel film interpreta Tang) ci colpisce con uno schiaffo sulla nuca. Non solo perché il (bellissimo) finale, invece che essere chiarificatore, è volutamente confusionario  e quasi "astratto", lasciando le vicende aperte a mille dubbi, rivelando alcuni intrecci e lasciandone altre parti completamente sprovviste, ma anche perché nel frattempo il film ha fatto il suo dovere alla perfezione, veicolando desideri e amicizia, amore passionale e familiare, con accenni ironici e malinconici alla rivoluzione culturale, quasi da sé e senza bisogno di troppi sforzi, con ammirevole naturalezza.

Certo, il film a volte prende pieghe insolite per i canoni del cinema cinese, e va ad assomigliare più a certo cinema europeo da esportazione, in voga qualche anno fa: un po’ nelle tentazioni di realismo magico della prima parte che ricordano suggestioni esteuropea, o le formidabili musiche del maestro Joe Hisaishi che assumono nella seconda parte toni quasi – mi si passi il termine – morriconiani. Ma sta di fatto che un film così sminuzzato non risulti mai sfilacciato è già un bel dire. A dare una mano e un senso al tutto c’è anche un favoloso cast, che fa ben più che il suo lavoro: davvero incredibili, per dire, la madre e il figlio della prima parte, che sono Zhou Yun (bellissima e sottotono, davvero una sfida visto il ruolo che le è toccato) e Jaycee Chan (sorprendente figlio di Jackie Chan), mentre i ben più esperti Anthony Wong e Joan Chen nel duetto dell’ospedale superano davvero loro stessi.

Anche se lo stupore più evidente di questo film strano e particolare, capace sicuramente di fare innamorare di sé, forse un po’ irrisolto ma irresistibilmente spudorato e comunque mai ruffiano, è dato dalla direzione della fotografia, affidata a tre celebri operatori (Lee Ping-Bin, Yang Tao, Zhao Fei) che lavorano sull’immagine e sulle luci in modo differente, regalando un film che è anche uno strabiliante florilegio visivo e a volte visionario (dalle intime inquadrature sui piedi di Zhou Yun dell’incipit al barocco del bambino nato tra i fiori sui binari di un treno), vero e proprio stato dell’arte della fotografia del cinema cinese. Buttala via.

Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007
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3 Thoughts on “

  1. azz… dici che il finale era bello? io lo vidi a Venezia subito dopo la proiezione di Darjeeling Limited, e sinceramente non avevo molta voglia di restare in sala e allora ho visto solo i primi due episodi…

    ricordo che dopo la sequenza del bambino, a causa di tutti i suo virtuosismi nei movimenti di macchina, alcuni in sala erano già arrivati a definirlo il Gabriele Muccino cinese…

    per dire l’aria che tirava…

  2. Non è che fosse particolarmente più bello il finale. Secondo me la parte più bella è la prima, per dire. Se non ti è piaciuta quella, non stare nemmeno a recuperare il resto.

    Comunque, più che Muccino io avrei detto Tornatore.

  3. Magari un pochino mi hai convinto. un POCHINO. C’è un facial?

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