giugno 2008

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Les Parapluies de Cherbourg, Jacques Demy 1964

Les Parapluies de Cherbourg
di Jacques Demy, 1964

Sotto la pioggia di Cherbourg, tra i décor pastello e i cappotti multicolori, si svolge l’amore impossibile tra Geneviève (una stupenda Catherine Deneuve appena ventenne con la voce di Danielle Licari) e Guy, intepretato da Nino Castelnuovo: lei è l’inseparabile figlia di un’ombrellaia in crisi economica, lui lavora in un’officina meccanica. Separati dalla partenza improvvisa di Guy per il servizio militare, ritroveranno nell’assenza una via per affrontare la vita – anche se il ritorno rivelerà con chiarezza la natura parziale della loro felicità. E che la vita è più spesso fatta di compromessi che di follie romantiche, ché "d’amore si muore solo nei film".

Una delle cose più interessanti di Les Parapluies de Cherbourg, uno dei melodrammi musicali più stupefacenti e struggenti mai realizzati, tra le vette del cinema francese di metà novecento, mi sembra stia soprattutto in una concezione coercitiva della regia che lo distanzia – apparentemente – da molti colleghi e coevi della Nouvelle Vague. Demy acuisce fino all’estremo, come riusciranno a fare pochissimi in seguito, l’utilizzo del musical (più in particolare, di una traccia musicale che si sostituisce del tutto al parlato) come forma di controllo totale, già insito nel genere stesso. Controllo sulla sceneggiatura, sugli attori, persino sui movimenti di macchina. Non poteva insomma essere differente, nemmeno di un soffio invisibile, Les Parapluies de Cherbourg: ed è anche su questa inesplicabile ma palese inevitabilità, così come quella del destino beffardo che racconta, che si costruisce la sua grandezza.

In ogni caso, a distanza di quasi mezzo secolo, un film che è ancora capace di ammaliare e commuovere – grazie, ovviamente, anche all’assoluto incanto delle canzoni di Michel Legrand. Un film di indescrivibile bellezza, che nel suo abbassarsi a scrutare nella feroce, indistricabile tristezza di cui la vita è fatta, ne diventa un simulacro più grande e splendente, tanto malinconico quanto immortale.

Il film è disponibile in DVD italiano, anche sulla rete. Peccato non sia proprio a buon prezzo. Se non vi interessano i sottotitoli italiani, volete spendere meno, e avere un’edizione davvero ben confezionata, su Play.com c’è l’edizione speciale inglese.

Grazie infinite all’eccellente UnoDiPassaggio per avermi messo la pulce nell’orecchio. E oggi è pure il suo compleanno: andate a fargli gli auguri.

The forbidden kingdom, Rob Minkoff 2008

The forbidden kingdom
di Rob Minkoff, 2008

Tempo fa ci dissero che Jackie Chan e Jet Li avrebbero fatto un film insieme. Intendiamoci, Jet Li & Jackie Chan è una roba che solo a sentirla tremano i muri, e nonostante il noto imbarbarimento hollywoodiano di entrambe le star, alcune prove recenti (Fearless di là, New police story di qua) ci avevano convinto che la bomba poteva ancora esplodere. Poi ci hanno rivelato l’amara verità: che il film non sarebbe stato solo (come prevedibile) finanziato dagli studios statunitensi, ma anche recitato in inglese e diretto da Rob Minkoff, regista del Re Leone e di Stuart Little – americanissimo nonostante sia sposato – true story – con una discendente di Confucio.

A questo punto il post si scriverebbe da solo, anche senza bisogno di vedere il film, così come si scrive da sé la domanda che si eleva dai resti del nostro povero cervello a pezzi: perché prendere un incontro dal potenziale così epico, unico, rimandato per lustri e lustri, e trasformarlo, non dico in una pacchianata hollywoodiana, ma in questo strano e tardivo esempio di cinema per ragazzi, in questo timidissimo e placido mischiotto di Karate kid e La storia infinita? Perché ridurre due attori e due corpi che tanto hanno significato nello sviluppo (e nella diffusione globale) del gongfupian - e non solo – a un filmetto sommariamente divertente, ma che è buono giusto per un sabato pomeriggio d’inverno? Anche se The forbidden kingdom è confezionato anche per i fan (della domenica) dei due attori – e del cinema hongkonghese tutto.

Perché di omaggi, e di cinefilia orientofila, il film (sceneggiato da John Fusco – uno che scriveva tutt’altro, ma che qualcosina la sa) è stracolmo: Jackie Chan è un godibile "drunken master", il "monkey king" di Jet Li viene dal classico testo Viaggio in Occidente (da cui sono tratti molti film tra cui Chinese Odyssey e il Monkey goes to west che si vede in uno schermo all’inizio del film), per non parlare dell’altro ruolo – quello del "monaco silenzioso". Ancora: il personaggio di Golden Sparrow (interpretato dalla scandalosamente bella Liu Yifei) è ispirato alla Golden Swallow di Come drink with me di King Hu (e a un certo punto dice pure "Come drink with me!", per dire), e la cattivissima killer dai capelli bianchi di Li Bingbing – forse la cosa migliore del film, almeno a impatto – è ripresa dalla mitica Brigitte Lin di Bride with the white hair, film che fa pure bella mostra di sé sullo scaffale della bottega dell’anziano Jackie Chan nell’incipit. Ma una volta esaurite queste scelte, peraltro non tra le più imprevedibili, che cosa rimane?

Rimangono le solite incredibili coreografie di Yuen Woo-ping, che come al soilto ci mette dentro tutta la sua esperienza, e che come spesso accade viene letteralmente castrato da una regia inetta e soprattutto colpito alle gambe da un montaggio che "tagliando" i piani ne spezza la danzante precisione. Visto che il film che ne è uscito, se senz’altro non è noioso né dannoso né tantomeno disonesto, definirlo uno Spreco è davvero riduttivo, facendo di necessità virtù Yuen (anche produttore esecutivo), più che un omaggio decadente al cinema che fu, ne ha fatto una specie di bignamino da nulla delle arti marziali nei film cinesi, utile appunto a un 12enne che ha visto giusto Matrix o Rush hour.

Allora va bene, magari uno di questi ragazzini di 12 anni esce dal cinema tutto gasato, e magari va a casa e si scarica Once upon a time in China e Project A. Ma anche, che so, The blade o Chinese Ghost Story. E magari la sua vita cambia, ecco. Allora, e solo allora, per qualche istante, nei suoi occhi pieni di meraviglia di fronte al cinema vero, ne sarà valsa la pena.

The Signal, David Bruckner Dan Bush Jacob Gentry 2007

The signal
di David Bruckner, Dan Bush e Jacob Gentry, 2007

Non son poche le volte in cui il relativismo di giudizio fa brutti scherzi: ma altrettante quelle in cui può esser d’aiuto. Per esempio, usare due pesi e due misure con un film girato in meno di due settimane con l’equivalente di 30 mila euro può aiutare a mettere in secondo piano le sue imprecisioni e le sue ingenuità, e ad apprezzare quel che si è riusciti a fare. Che non è poco. The signal è infatti il tipico caso, sempre più comune fino a rasentare l’abitudine, di un film "piccolo" spuntato fuori in un festival (indovinate quale), acquistato (qui da Magnolia) e divenuto un piccolo caso – soprattutto tra gli appassionati del cinema di genere.

Ora, il motivo del fascino immediato di The signal è l’idea intelligente, e non priva di un notevole "senso dei tempi", su cui è costruito: ovvero, un horror abbastanza tradizionale (i riferimenti possibili sono infiniti, dagli Ultracorpi a Poltergeist, da Romero a Carpenter, a Stephen King) ma tripartito secondo la tendenza contemporanea a "sporcare" il genere con suggesioni provenienti da altri generi. E così, nonostante il film racconti una storia sola, seppure con andirivieni temporali dovuti a spostamenti di prospettiva e punto di vista, abbiamo tre capitoli (ben separati, con tanto di "cartelli"): una prima parte che è una struggente storia d’amore, una conclusione dedita a un thrilling più definito, e in mezzo ad esse – non poteva mancare – un capitolo spiccatamente horcom* che dovrebbe spezzare la tensione tra la testa e la coda del film.

Il problema maggior del film è proprio questo "spezzamento": perché paradossalmente, nonostante la parte centrale qualche risata la strappi, ai tre registi semi-esordienti (che immagino si siano divisi i compiti in modo certosino: sarebbe curioso sapere chi ha girato cosa) piuttosto che questo divertissement dai toni altalenanti riesce assai meglio meglio la visione di un’improvvisa follia collettiva, causata da un misterioso segnale che invade le case e le strade, e a cui lo statuto di instant cult – aiutato dalla sottesa e coinvolgente storia d’amore e di sopravvivenzam, dal claim di sicuro impatto "Do you have the crazy?", e a un bel cast di facce da b-movie tra cui spiccano i protagonisti Justin Welborn e Anessa Ramsey – calza alla perfezione. Pure troppo: ma non è certo solo fuffa, questa . Di talento ce n’è, eccome. Di sicuro ci si diverte, ecco.

La prossima volta che andate ad abitare in una città che si chiama Terminus, poi non venite a dirmi che non ve la siete cercata.

Nei cinema (pare) dal 4 Luglio 2008

Il film è stato presentato al Sundance 2007 ma è uscito negli States solo nel Febbraio di quest’anno: ci ha messo tanto perché la canzone nel CD che Ben fa a Mya, e che caratterizza tutta la prima parte, era Perfect Day di Lou Reed, di cui i tre furbacchioni non avevano acquistato i diritti. Adesso infatti c’è una canzone che non ho riconosciuto.

*il termine "horcom" è stato forgiato da Corrado qui: non vedevo l’ora di usarlo.

The Machine Girl, Noboro Iguchi 2008

The Machine Girl (Kataude mashin gâru)
di Noboro Iguchi, 2008

La giovane Ami, rimasta orfana e con un fratello a carico, cerca di proteggere quest’ultimo dalle angherie di una banda capitanata dal violento figlio di una coppia di spietati yakuza: come risultato, il ragazzino viene ammazzato, e alla protagonista – che riesce a salvarsi – viene amputato il braccio. Ma nonostante l’aggraziata divisa da liceale, Ami non è certo un’adolescente qualunque: e grazie all’aiuto dei genitori di un amico del fratello, anch’egli ucciso dai criminali, che le costruiscono ad hoc un degno sostituto per il braccio perduto, darà luogo a una sanguinosa e "demoniaca" vendetta.

Una storia di vendetta come se ne sono sentite molte altre, quindi. Ma nelle mani di Noboro Iguchi, anche sceneggiatore, che ha il talento di non prendersi sul serio per più di 3 minuti alla volta, The machine girl diventa qualcosa di più, un divertentissimo florilegio di smembramenti, sgozzamenti, sbudellamenti, armi tradizionali, arti marziali, decapitazioni: roba da far impallidire la maggior parte degli horror contemporanei, con uno spiccato gusto del "rilancio", ma con una leggerezza, un’ironia e un ritmo perfetto, che lo rendono stranamente fresco e digeribile, e con un tono che tra disimpegno e citazionismo (ad essere omaggiato in modo più diretto è il primo Sam Raimi) a volte (la scena del tempura, a cui ancora non voglio credere) si spinge oltre i limiti del demenziale.

A decine le scene degne di una citazione: dai genitori dei ragazzini cattivi morti che combattono i protagonisti vestiti come giocatori di rugby con le foto funerarie dei figli sull’armatura (e presentandosi come "Super mourners squad"), alla spietata madre del cattivo che indossa un "reggiseno a trapano", al tizio che viene torturato – letteralmente – "inchiodandolo": ma con l’antologia di ammazzamenti si potrebbero riempire diversi pomeriggi. Ma c’è anche una cura produttiva che è una spanna sopra la categoria low-budget a cui il film decisamente appartiene (insomma, si vede che è costato due soldi, ma son stati spesi con intelligenza) e per la spettacolare protagonista, la prodigiosa Minase Yashiro, non possiamo che sperare in un altrettanto prodigioso futuro.

In definitiva, un live action manga spassoso e inarrestabile, un lago di sangue di un’ora e mezza che non può non conquistare, sempre a costo di avere lo stomaco pronto e un senso dell’umorismo bizzarro e – non guasta mai – un po’ caciarone.

Il film uscirà in Giappone la prossima estate: nel frattempo, negli States è uscito invece direttamente in DVD, e ve lo potete già accattare.