2008

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La zona
di Rodrigo Plá, 2007

Quante volte si enumera tra le qualità di un film "la capacità di far scaturire una riflessione sul conflitto sociale tramite meccanismi di genere"? Sarà una banalità, ma La zona sembra fatto apposta per farmela scrivere: e se contiamo che il film del quarantenne Rodrigo Plá è un esordio nel lungometraggio, l’acclamazione generale che lo ha accolto non sorprende affatto.

La zona è infatti un gran bel film di impressionante cupezza, che sa passare dallo stato di generale inquietudine che è proprio del contesto (un quartiere residenziale benestante, rinchiuso e protetto, al di fuori del quale, pochi centimetri fuori, c’è il Messico vero) alla più nera delle prospettive. Quella fortemente politica e altrettanto disillusa per cui le differenze di classe, tracciate da muri ben definiti – e talvolta concretissimi – di incomprensione, e di ghettizzazione socialmente accettata, non siano abbattibili dalla forza del caso, né tantomeno – quando sopravviene una sorta di violenta sopravvivenza xenofoba che ha qualcosa di tribale – dal trauma, e forse nemmeno dalla coscienza sovversiva delle pavide nuove generazioni.

Un cast di belle facce dure (come la coppia di spagnoli Daniel Giménez Cacho e Maribel Verdú, o l’eccellente Carlos Bardem), una regia tesa, ritmica ed emozionale, che non dimentica che sempre di una caccia all’uomo si tratta e si comporta di conseguenza, e una bellissima fotografia livida che trasmette perfettamente il senso di angoscia dei personaggi – e della loro piccola società decadente.

Once upon a time | Once upon a time in Corea
di Jeong Yong-ki, 2007

Nell’estate del 1945, un truffatore misterioso e sbruffoncello e una corteggiatissima cantante jazz che nel tempo libero è la ladra più ricercata in Corea si litigano un inestimabile diamante chiamato "La luce dell’Est", sullo sfondo dell’occupazione giapponese, della resistenza (rappresentata da due imbranatissimi camerieri), e della disfatta dell’esercito nipponico alla luce della fine della Seconda Guerra Mondiale.

Cinema coreano al minimo sindacale, e piuttosto vecchiotto (un film avventuroso, ironico e romantico nel modo in cui poteva esserlo, che ne so, Romancing the stone), gradevole nel suo essere programmaticamente stupidino (e poi a tratti improvvisamente serissimo, come al solito), anacronista, e storicamente acritico. Inspiegabile più che altro – se decontestualizzata – l’insistenza della sceneggiatura sui due camerieri, comedic relief di davvero cortissimo respiro, anche se nel pre-finale à la John Woo si dona loro un po’ di gloria. Molto meglio le grazie di Lee Bo-yeong, le improbabili canzonette da night club, la prevedibile beffa finale – che però arriva alla fine di un film talmente raffazzonato da risultare assolutamente sorprendente.

Tutto sommato non gli si vuol poi così male, se si ha voglia di staccare completamente il cervello per un paio d’ore.

Se proprio vi ispira, il DVD regione 3 in edizione limitata a poco più di 20 euro.

[per capirci bene]

Qui si continua a parlare di cimena.

Penelope
di Mark Palansky, 2006

Girato interamente in Inghilterra e presentato al festival di Toronto più di un anno e mezzo or sono, ma uscito nei cinema statunitensi soltanto da poche settimane per colpa dell’abbandono dei diritti da parte degli Weinstein e della IFC, Penelope è l’esordio alla regia di un ex assistente di Sir Michael Bay, nonché di una sceneggiatrice (Leslie Caveny) che viene da buona televisione, soprattutto dall’acclamato Everybody loves Raymond. E dell’esordio, Penelope mantiene alcuni pregi e molti difetti.

Se da una parte c’è senz’altro una coinvolgente freschezza, e la capacità di non prendersi troppo sul serio, giocando molto con i cliché della fiaba e del cinema fiabesco, è anche vero che la natura fortemente derivativa del film dà qualche problema. Un esempio calzante sono le musiche: il compositore inglese Joby Talbot viene da League of gentleman, e mostra di conoscere bene i meccanismi della rilettura "ironica" di un genere. Là l’horror riletto in tono demenziale, qui la fiaba gotica – o mitteleuropea – nell’incontrastato zuccheroso regno di Amélie Poulain. Ma molti sono i momenti in cui le sue melodie non fanno che aggravare la sensazione che Penelope voglia essere a tutti i costi – a tratti in modo piuttosto esplicito, non bastassero la spinta londonizzatrice e la presenza di Catherine O’Hara- il più burtoniano possibile.

Senza sottolineare eccessivamente i difetti del film, ché su un filmettino così naif, inoffensivo e piacevole – e quindi sommariamente indifeso – non mi va di sparare, sono molte le cose che lo salvano, spesso in corner e altre volte con una parata convinta. Come il ritmo e la durata, adeguatissimi, il cast mezzo inglese e mezzo americano e il conseguente – e divertitamente ingiustificato – miscuglio di accenti, alcune partecipazioni marginali (il mefitico Burn Gorman di Torchwood, Reese Witherspoon, la presenza silenziosa del wrightiano Nick Frost). E poi, la performance di Peter Dinklage, che si dimostra attore di grande rilievo, ben oltre le solite macchiette da "little person" (anche se quando compare nel film è nascosto in un armadietto), e la cui malinconia "sporca" il finale di una palpabile sensazione: che nel mondo della diversità e dell’emarginazione, l’happy end non sia che una miracolosa e poco credibile eccezione.

James McAvoy però è davvero insopportabile come dicono: ammirevole il suo impegno nel voler mandare tutto a puttane con la sua imbarazzante interpretazione del principe azzurro spiantato e truffaldino. Christina Ricci è uno splendore, pure col naso da porco.

Il film uscirà senz’altro nel nostro paese: difficile al momento dire quando, e chi.

Our town (Woo-ri Dong-ne)
di Jeong Gil-yeong, 2007

Qualche anno fa la Corea del Sud, per contingenze economiche e culturali favorevoli, poteva permettersi di puntare e investire molto sui registi esordienti: ed era proprio nei moltissimi esordi che si andavano a cercare i futuri capisaldi del cinema di Seoul. Dopo qualche anno di stallo, sono in molti a indicare in certi film di questa stagione alcuni veri e propri lampi vitali. Film come Epitaph, l’enorme successo a sorpresa di The chaser (entrambi ancora da recuperare) e come, appunto, Our town.

Intendiamoci, Our town non inventa niente di nuovo: è un triangolo di morte tutto al maschile che coinvolge un poliziotto che indaga su una catena di omicidi, l’inquietante serial killer stesso, e come vero protagonista della vicenda un giovane scrittore, amico di infanzia del poliziotto, che si divide tra istinti omicidi e emulativi e l’indagine psicologica. Non c’è bisogno di dire che niente accade né è accaduto per caso, e che i tre scopriranno (sulla loro pelle) le connessioni che li uniscono. Ma quello che sorprende non è lo sviluppo narrativo, bensì il coraggio di un regista che al suo primo lavoro mette in scena un walzer di morte che lascia davvero poche speranze allo spettatore.

Non è nemmeno una questione di mera violenza. Certo, Jeong si rifà all’inaudito e qui spesso vertiginoso sadismo che è carattere di molto cinema di detection coreano: e a farne le spese non sono solo i personaggi – e le donne vittime dell’omicida seriale, appese come crocefissi pagani – ma anche alcuni animali, e qui ci vuole davvero un po’ di stomaco – anche se si vedrà che non è affatto una scelta fine a se stessa. Al di là di questo, a colpire duro è la coerenza con cui, nel tratteggio di tutti i personaggi, vengono fin da principio mescolate istanze profonde di immedesimazione e una progressiva disumanizzazione, negando agli spettatori la possibilità di sfuggire a questa progressiva discesa nell’innata malignità umana.

Date le premesse, tra cui la necessità di sostenere un tono davvero cupo e mortifero, qualche lungaggine (ma tutta la lunga sequenza "onirica", o meglio "ipotetica", è davevro sorprendente), parecchi spigoli da limare, il solito finale interminabile che porta alle estreme conseguenze – ma davvero – una storia che si rivela come profondamente passionale, Our town è un’interessantissima opera prima, solitamente bellissima a vedersi, e capace di abissi di disperazione che altri registi esordienti, magari più vicini ai nostri lidi, davvero si sognano.

La recensione di Variety, e quella di BeyondHollywood.
Reperibile in DVD regione 3, per esempio su Yesasia a meno di 18 euro.

[riprenditi]

Italia nuova Norvegia? Ecce nuovo episodio di Friday.

CJ7 (Cheung Gong 7 hou)
di Stephen Chow, 2008

Inutile stare tanto a girarci intorno: CJ7 è probabilmente il meno bello dei film diretti dal grandissimo Stephen Chow dai tempi lontanissimi di Forbidden city cop. Non solo perché è il suo film meno divertente, o meglio l’unico in cui non ci si schianta a terra – e il perché è presto detto: Chow appare poco – ma anche perché Chow prende una parte del suo cinema che adoriamo (quella poetica che viene dritta dritta dai lecca lecca di Kung fu hustle e dalle lacrime salate di Shaolin soccer) e dimentica tutto il resto.

O meglio, ne dà degli accenni, dei contentini per completisti, e poi li tralascia: l’aspetto più grottesco e la dimensione cartoonesca del suo cinema, per esempio, vengono annacquati da una storiellina scritta su un post-it piena di bambini buffi e/o crudeli. Non parliamo comunque di un regista casuale, e non mancano infatti i momenti di stupore e di meraviglia, lo spettacolo dato da trovate registiche, fotografiche e scenografiche (settori curatissimi, fin troppo), inattese coerenze (adorabile il fatto che Chow, nonostante il successo e il fascino, continui a intepretare personaggi sommariamente antipatici o sgradevoli), buone trovate narrative (la lunghissima sequenza onirica che viene poi replicata) e persino istanti di autentico genio (come questo). Ma pensare di conquistare un pubblico globale (il film è uscito negli USA a Marzo, scontentando i più) che l’ha accolto per centinaia di altri motivi, facendo come massimo sforzo quello di sbattere sullo schermo un’irresistibile creaturina aliena, mezza cucciolo pucci e mezza slime, è davvero troppo instabile anche per noi fan. O forse è l’idea che Chow ha del pubblico globale: e come dargli torto?

Non si dimentica comunque che Chow rimane un genio comico assoluto, e che il pugno di film da lui diretti tra il 1996 e il 2004 sono tra le opere migliori prodotte dal cinema asiatico (e non solo) in questi anni. Sotto quest’ottica, questa divertente scematina gliela si perdona, più che volentieri.

Il film non ha ancora una data d’uscita italiana, ma vedrete che uscirà. Se avete fretta e volete comprarlo, su Yesasia costa 12 euro.

Contrariamente alla mia prima idea – ovvero che fosse un omaggio alla CJ Entertainment – il titolo del film si rifà alle ultime missioni spaziali cinesi, denominate appunto Shenzhou 5 e Shenzhou 6. La missione Shenzhou 7 partirà a Settembre.

Tutta la vita davanti
di Paolo Virzì, 2008

C’è una cosa precisa che ho pensato, all’uscita dell’ultimo bellissimo lavoro di Paolo Virzì, ormai una settimana fa, mentre mi asciugavo le lacrime. Una cosa che sono stato lieto di riscontrare poi nei discorsi di molte altre persone che hanno gradito – o amato, come me – questo film, e che ho comunque voluto immediatamente condividere con qualcuno: Virzì è l’unico rimasto ad aver capito la commedia all’italiana. O meglio, è l’unico rimasto ad applicarla come si deve.

Inutile pretendere uno statuto di realismo storico da questo film: anzi, Tutta la vita davanti gioca volutamente con il grottesco, con la macchietta, e in ogni caso attraverso una spinta di assoluta addizione, perché sa che – se non è propriamente l’unico – è in questo caso e con questo linguaggio il modo più appropriato per farne scaturire la realtà, nei suoi aspetti più grigi e squallidi, così come nei barlumi di speranza veicolati dall’onestà e dall’intelligenza, soffocati comunque da una società ormai decaduta.

L’avevano capito i maestri a cui il film si rifà fortemente, con quel suo animo di fiaba amara, tutto sommato nera e disperata, e stavolta non è davvero fuori luogo richiamare autori come Dino Risi (come la scena dello sfogo di Elio Germano, da brividi) Ettore Scola (al di là della citazione diretta) o addirittura Antonio Pietrangeli: difficile non pensare al regista romano nella pazzesca, straziante sequenza del licenziamento di Micaela Ramazzotti, che strilla "nessuno è gentile!" nel parcheggio.

Ma la sostanza del mio giudizio non può non fermarsi, ad un certo punto: ed è già molto che io sia arrivato fino a qui. E il punto è quello in cui il regista e il suo fidato sceneggiatore Francesco Bruni, in modo mai così preciso e feroce, smettono di raccontare una storia qualunque. E cominciano a raccontare la mia.

Mai sufficiente il plauso a Isabella Ragonese, ed eccezionali tutti gli altri. Vi piaccia o meno, uno dei film italiani più belli e più importanti degli ultimi anni.

Non pensarci
di Gianni Zanasi, 2007

C’è una lezione importantissima per il cinema italiano, che Non pensarci insegna: per fare dell’ottimo cinema indipendente, anche nel nostro paese, non è necessario scrivere sopra ogni fotogramma che lo si sta facendo. Basta mettersi a dire la propria storia, e farlo fino in fondo. Così, senza spiattellarcelo in faccia, il risultato è questo: uno dei film italiani più indipendenti (orgogliosamente, fieramente) degli ultimi anni nasconde la sua libertà all’interno di meccanismi assai consoni al cinema del nostro paese, nonché del cast e del suo autore, quali sono quelli del contrasto tra città e provincia (qui tra i brevi accenni di una Roma punk e una Rimini addormentata, eclettica ma saggiamente de-regionalizzata), e quali sono quelli della commedia familiare italica, divisa tra toni intimi, divertiti e amari.

Per il resto, Non pensarci è attraversato da un vento di leggerezza di cui si sentiva davvero la mancanza, dalle nostre parti: incanalati in logiche economiche, prospettive ombelicali, e tutte quelle cose di cui si taccia il nostro cinema (spesso a ragione), ci siamo dimenticati di una cosa che in questo film pulsa, e che non ci stancheremo di lodare: il bisogno, bruciante, di raccontare. E di farlo davvero bene: non è da tutti far uscire tutto un mondo da un accendino caduto, da uno stage-diving, da centinaia di vasetti di ciliege in frantumi, dalla corrente che se ne va in tutto il paese, lasciandoci senza luce. "E io come faccio senza Matrix?". Tutto il resto, poi, viene da sé: la scrittura è freschissima, agile, acuta. La regia modesta e attenta. Le scene madri, assolutamente inusuali nel loro essere sussurrate, sono silenziose, contenute: come l’impressionante confessione della madre nello stanzino, o il dialogo tra Stefano e Michela, sulla collina. "Sei tornato perché hai bisogno di noi".

Essenziale il contributo di una colonna sonora bella e intelligente, tra i Clap Your Hands Say Yeah e il commovente Ivan Graziani di Agnese dolce Agnese, ma mai quanto il cast: Valerio Mastandrea trova il suo ruolo migliore, e il più adatto ai suoi toni e al suo incredibile talento, dai tempi di Tutti giù per terra: e da quel film ritrova anche Anita Caprioli, che là esordì. Qui è sua sorella, rifugiata amorosa in un delfinario, bellissima, pallida, malinconica: impossibile non innamorarsene, perdutamente.

[goodbye]

E’ morto Charlton Heston.

[ben ben, you shot me down]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice è online.

E fate in fretta. Che ne avete, di roba da vedere.

[speme]


Due post in attesa – che forse potrei non scrivere affatto.

Finishing the Game: The Search for a New Bruce Lee, Justin Lin 2007

Finishing the Game: The Search for a New Bruce Lee
di Justin Lin, 2007

Curiosa carriera, quella di Justin Lin: se da una parte è il regista di Annapolis (enorme successo nel mercato dei DVD) e del terzo Fast & Furious, dall’altra sta portando avanti una piccola filmografia di film indipendenti che si rifanno più specificamente alle sue origini taiwanesi e al suo senso di appartenenza alla comunità asiatica della West Coast. Esperienza condivisa con un gruppo di affiatatissimi attori (Roger Fan, Sung Kang, Dustin Nguyen), gli stessi peraltro con i quali esordì qualche anno fa con Better luck tomorrow.

Finishing the game è un period mockumentary ambientato a metà degli anni ’70 (decennio ricreato con gusto e senso dell’humor attraverso vestiti, atteggiamenti, make-up, musiche) su una sciancata casa di produzione che, ritrovatasi tra le mani 12 minuti di girato di Game of death, l’ultimo film di Bruce Lee mai completato, cerca di monetizzare il più possibile e organizza un casting. Si presenta una marmaglia di americani asiatici, perlopiù improbabili, tra i quali un inesperto regista ventenne dovrà scegliere “il nuovo Bruce Lee”, con l’aiuto (e l’ostacolo) della casting director interpretata da Meredith Scott Lynn.

Difficile non voler bene a Finishing the game, per come mescola l’aria frizzante del film girato tra amici senza prendersi troppo sul serio con una sceneggiatura assolutamente calibratissima (che cerca pure di buttare qualche esca, con ironia e autoironia, sulla condizione delle comunità asiatiche negli States e sul loro ruolo nel mondo dell’entertainment) e una confezione appropriata – filologica, direi – che riaggiusta il budget ridotto. E si fa voler bene anche per alcune sequenze davvero memorabili: il primo cold reading (“You offend me, you offend my family!”), tutte le presentazioni iniziali, l’incredibile serie Golden Gate Guns con James Franco e Dustin Nguyen (“I ain’t gonna do your laudry!”), l’incredibile monologo del poliziotto su cui ancora un po’ e mi accasciavo a terra in lacrime.

Non è prevista ad oggi una data d’uscita italiana.

[REC]
di Jaume Balagueró e Paco Plaza, 2007

Se un annetto fa mi avessero detto che uno zombie movie diretto da Jaume Balagueró avrebbe attirato su di sé questa decisa massa di consenso, probabilmente ne avrei sghignazzato. Avrei potuto pensare semmai a un abbaglio dovuto ai tempi correnti – anche per via degli zombi, ma soprattutto per la scelta di girare il film interamente dal punto di vista di una ripresa semi-amatoriale (qui il reporter di una tv locale), con tutto quello che ne consegue (confusione degli statuti, real time illusiorio, eccetera).

E invece Rec ha anche tutta la nostra simpatia, ed è roba che ci piace: perché è un film fresco, velocissimo, divertente, per nulla stupido e davvero ma davvero pauroso. E poi, perché sceglie la strada migliore per riuscire a rimettere in carreggiata un progetto à la Blair with project. Ovvero, non cercando di amplificarlo o di superarlo o di rinnovarlo, ma asciugandolo al massimo, levandogli di dosso più orpelli teorici possibili, cercando più semplicemente di applicarlo in modo migliore. Soprattutto sotto il punto di vista dell’intrattenimento. E riuscendoci.

Per ottenere il massimo effetto, se sapete lo spagnolo ma anche se lo masticate un pochetto, riguardatelo in versione originale, senza sottotitoli, con buio pesto e cuffie insonorizzate al massimo volume. Poi non dite alle vostre coronarie che non vi avevo avvertito.

Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)
di Wes Anderson, 2007

"I love the way this country smells. I’ll never forget it. It’s kind of spicy."

Si può dire quello che si vuole, a Wes Anderson: che è un venditore di fumo, che è glaciale, che a riscoprire sé stessi coi milioni in banca son buoni tutti, che è equo e solidale e/o terzomondista, che è manierista, o addirittura che è solo un gran paraculo: ma non c’è proprio nessuno, e già basterebbe, che giri come lui. Con questa precisione, con questa fissazione per l’uso della macchina da presa come elemento compositivo – allucinata, avvolgente, svonvolgente e morbosa – che si tratti una perfetta stasi o i suoi insistiti ma ancora irresistibili movimenti rallentati e analitici.

Ma  The Darjeeling Limited non si ferma alla tecnica né tantomeno all’ossessiva riproduzione di uno dei più esaltanti e maniacali storyboard degli ultimi tempi, che ne fanno – curiosamente, ma non a caso, vista l’ambientazione – un vero e proprio film su rotaia: Anderson recupera infatti del tutto con questo film la sua capacità di raccontare una storia, che in Steve Zissou si era un pochetto annacquata, e pur rimanendo un maestro dell’apparentemente inessenziale fa piazza pulita degli orpelli secondari – per esempio da quell’altra storia, un bivio narrativo eliminato fin da subito dallo script, con un colpo di scopa – lasciando in campo questi tre ricchi e infelici fratelli, ritrovatisi non senza un certo sforzo sul treno che porta al Darjeeling, pronti a riscoprire la necessità della riconciliazione.  E a riscoprirla – tema per nulla nuovo ma trattato con chiarezza – attraverso il valore, altrove negletto, del rito.

E The Darjeeling Limited è un film che ammalia profondamente, pur nella sua progettuale (andersoniana?) freddezza: grazie a un cast illuminante (persino Adrien Brody funziona, anche se Owen Wilson ruba perlopiù la scena) e a una sceneggiatura (scritta da Anderson con Roman Coppola e Jason Schwartzman) che non lesina finezze e perfezionismi ma che si mantiene sempre su un equilibrio preziosissimo tra l’esibizione di intelligenza e ironia raffinatissime (se uno le ha, perché celarle?) e un’invidiabile capacità di sintesi: come il flashback improvviso, racconto che si inserisce nel racconto (non l’ultimo dei giochi metanarrativi proposti dal trio) e che ne segna il punto di svolta: "How can a train be lost, it’s on rails!", dice Jack, e così, anche il film su rotaia si perde e infine si ritrova. E il risultato, quasi miracoloso, è che il film scalda, eccome – basti pensare alla scena sottolineata da Play with fire degli Stones: roba così e ti vien voglia di alzarti e applaudire in lacrime – e scalda di un calore interno, spontaneo e a tratti persino violento, quello delle cose fatte come si deve, dalla testa ai piedi. Forse era davvero sincero, questa volta?

Un discorso a parte andrebbe fatto su Hotel Chevalier, il cortometraggio con Jason Schwartzman e Natalie Portman che precede il film. Visione in qualche modo "separata", ma assolutamente propedeutica al film vero e proprio: un piccolo film a sé stante, sensuale, acuto, e tutto giallo. Di indeterminabile bellezza.

Nei cinema dal 2 Maggio 2008

Nota di costume: all’anteprima dove l’ho visto (la prima volta: è seguita poi una visione "casalinga", a breve distanza), Hotel Chevalier è stato proiettato per errore due volte, di seguito. Eppure nessuno nella sala ha fatto una piega. Ci sarà una ragione? E se davvero c’è, per caso rimane senza mutandine?

Walk hard: la storia di Dewey Cox (Walk Hard: The Dewey Cox Story)
di Jake Kasdan, 2007

"The wrong kid died, the wrong kid died, la la la".

Alla necessaria premessa che di Walk Hard esistono due versioni, probabilmente molto differenti, ovvero quella per le sale (96 minuti) e quella per il mercato DVD (120 minuti), scelta ormai abituale in un mercato come quello delle sale statunitensi dominato da un pubblico perlopiù pigro e distratto, e che in questa sede si parla della seconda, e altresì della sua edizione in lingua originale, non minata dal certo impoverimento dell’adattamento italiano, bisognerebbe aggiungere quella per cui il nostro mercato dimostra una volta di più la sua risaputa cecità, per la quale, all’interno di una sorta di macrogenere qual è ormai la Apatow comedy, si investe molto di più su titoli meno riusciti come Knocked up e 40 year old virgin, maltrattando o ignorando piccoli miracoli quale fu, per esempio, Anchorman, e quale, appunto, è Walk Hard, uscito venerdì in sole 10 sale, davvero pochissime per una "commedia demenziale" – si notino le virgolette – forse per il poco appeal che un attore enorme come John C. Reilly può avere dalle nostre parti, e per dire tutto ciò non ho avuto bisogno nemmeno di un punto.

Perché appunto, Walk hard è davvero uno di quei rarissimi casi in cui un’idea tutto sommato balzana, quella di scimmiottare il biopic musicale, genere tra i più in voga soprattutto nell’ampia categoria degli Oscar movie, diviene, per una sorta di inspiegabile alchimia, qualcosa di più che un film divertente (e qui parliamo di risate continue, quasi dolorose) e riuscito. Ma è spiegabile, in verità: ci si mette soprattutto il fatto che il protagonista è un Attore Vero, che non cannibalizza la scena, come un Will Ferrell per dire, ma che recita. Davvero. E ci si mette pure una confezione del tutto appropriata, un ritmo che non conosce tregua, un utilizzo opinabilmente geniale ma obiettivamente spassosissimo dei cameo "amichevoli" (Jack White e Frankie Muniz che fanno Elvis e Buddy Holly, in primis, ma anche i quattro liverpooliani Jack Black, Justin Long, Paul Rudd e Jason Schwartzman non scherzano), e in cima a tutto una scrittura – tutta farina del sacco Kasdan e Apatow, sceneggiatori e produttori – che conosce momenti di notevolissima grazia, anche a prescindere dal livello "ironico". Vale a dire: Walk hard, cosa assai inusuale per una parodia, funziona anche come film di per sé.

Da qualche parte di parla di Walk Hard come di uno spoof di Walk the line, forse per la popolarità del suddetto film o perché la parte "cashiana" è la più lunga e rilevante: ma è un peccato impoverirlo così. No, Walk Hard è un vero e proprio florilegio dei cliché e dei topoi del cinema biografico, raccolta quasi ossessiva nella sua divertita completezza, con Reilly che con un trasformismo impressionante diventa non solo Johnny Cash ma anche Bob Dylan, Jim Morrison, eccetera, e soprattutto Brian Wilson – in una lunghissima sequenza, ambientata in un casolare tra asini canterini e tappeti elastici, che è già tra i vertici della commedia americana contemporanea. Non solo perché fa ridere, eccome, ma perché ci sta tutta: come fosse quasi il miglior biopic su Brian Wilson possibile. Perché Walk hard è ben più che un’analitica antologia, altro che un freddo sberleffo: come le migliori parodie hanno insegnato, dietro lo scherno si nasconde l’omaggio, dietro l’irrisione l’affetto.

Una delle più belle sorprese della stagione, a oggi la migliore commedia del nostro 2008.

"I want fifty thousand digeridoos!"

[come dici?]

Dico che Friday Prejudice è online. Mica chiacchiere.

La Spiega: questo blog non è del tutto nuovo a collaborazioni esterne, già avvenute in passato. Oggi nasce una rubrichetta che, all’autrice piacendo, potrebbe diventare fissa, in cui cedo la penna alla Compagna Di Divano, per due possibili motivi: (1) è un film che lei ha visto e io no (2) è un film che abbiamo visto insieme ma di cui preferisco scriva lei. Questo caso è il secondo caso. Passo. Grazie all’ottimo mrcury per la foto.

La Compagna di Divano presenta:
Learners
di Francesca Joseph, 2007

Learners è un filmetto carino prodotto e trasmesso, lo scorso novembre, dalla BBC. Posizionatevi sul divano, possibilmente con un tè e dei biscotti (se qualcuno vi prepara gli scones è ancora meglio) e seguite le vicissitudini di Bev (Jessica Hynes: Spaced, Confetti, Doctor Who), donna delle pulizie che vive in una casa mobile con il sogno di mettersi in proprio e che, per realizzarlo, ha bisogno della patente di guida. Bev è un personaggio stranamente attraente, come del resto quasi tutti quelli interpretati da Jessica Hynes: fa un sacco di casini, a tratti è anche un po’ stronza, cerca di limonarsi il tuo fidanzato, eppure alla fine continui a volerle bene e a fare il tifo per lei, per il suo fisico da tronchetto, per la sua faccia 100% inglese e per il suo accento di Brighton.

Attorno a lei, ad aiutarla ma anche ostacolarla: il marito maneggione (Shaun Dingwall, Doctor Who), la figlia che vuole andare al college, una coppia di puccissimi gufi, i compagni della scuola guida con piccole e grandi nevrosi e, soprattutto, l’angelico insegnante che forse riuscirà finalmente a farle passare l’esame dopo otto tentativi falliti. L’angelico insegnante è David Tennant, il decimo Doctor Who, e potrei anche finirla qui, ma visto che mi piace pensare di riuscire a scrivere delle frasi di senso compiuto anche quando è coinvolto David Tennant, ehm. Dov’ero rimasta?

[post in attesa]

Fido
di Andrew Currie, 2006

Avevamo davvero bisogno di un’altra commedia sugli zombie? Peraltro canadese? Il fatto che il film di Andew Currie, regista dall’aspetto simpatico giunto all’opera terza, non faccia porre questa domanda neanche per un secondo è già più che una vittoria, per Fido. Merito di un contesto oltremodo geniale: cioè, un "passato alternativo" post-apocalittico in cui i sobborghi residenziali colorati pastello degli anni ’50, altrove dipinti come illusioni metonimiche intorno a cui si cela la cupezza degli Stati Uniti del dopoguerra, sono effettivamente delle oasi rinchiuse al di fuori dalle quali l’Apocalisse non è affatto finita. Mentre dentro i recinti si consuma la più grande delle illusioni: la convivenza pacifica con la forza dirompente della morte.

E il contesto è talmente azzeccato da far dimenticare qualche difettuccio, al di là della confezione non ricchissima anche se del tutto soddisfacente: primo tra tutti, il fatto che una volta introdotte con divertita precisione le coordinate che regolano questo universo possibile, ovvero nella prima mezz’ora, il film smette del tutto di inventare, di reinventarsi – almeno fino al finale, in cui la natura del mondo fuori viene rivelata con improvvisa violenza. Per il resto, Currie e compagnia si limitano a un divertissement gastrico e riuscitissimo, perlopiù familiare e rassicurante ma con delle punte di ferocia simbolica che scatenerebbero l’entusiasmo di qualsiasi amante del cinema horror – o del cinema americano tout court. Non sorprende il fatto che lo sguardo sia "esterno": e cinico, in qualche modo. Forse ingenuo, ma profondamente sagace.

Davvero magnetica, e irriconoscibile, la presenza di Billy Connolly, nel ruolo che dà il titolo al film.

Il film non ha una data di rilascio italiana. Per procurarvelo, se non avete problemi di regioni, c’è già il dvd americano, a pochi euro. Se invece volete aspettare, dal 3 Aprile potete accaparrarvi l’edizione francese, oppure, dal 23 Aprile – se proprio siete ricchi e ambiziosi – quella giapponese, buffamente rititolata Zombino.

Grazie a Valido per la segnalazione/consiglio.