2008

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La banda (The band’s visit) (Bikur Ha-Tizmoret)
di Eran Kolirin, 2007

Per quanto potessi considerare ormai garantito, quasi scontato, l’acclamato e premiatissimo esordio cinematografico di Eran Kolirin, The band’s visit è riuscito davvero a stupirmi: per la sua immediatezza, l’irresitibile leggerezza della sua scrittura, la perfezione di un cast di facce e di voci (dissonanti eppure perfettamente "concertate"). Ma anche per lo stupefacente gusto nella composizione delle inquadrature, in cui il fotografo Shai Goldman riesce a coniugare un gusto estetico da "quadro vivente" con uno stile asciutto che si appaia perfettamente con lo stile e i linguaggi del film.

Una piacevole, piacevolissima sorpresa, sospesa tra la malinconia e l’ironia, tra l’immutabilità e la speranza, tra una riconciliazione aleatoria e disperata e la dolcissima ventata di uno sguardo, o di una carezza, che sia anche lungo una notte sola, che sia anche relegato a un paesino perdutosi nel buco del mondo. Che sia anche sbloccato per un momento da una musica passeggera che arriva e se ne va. E parlare di tutte queste cose senza parlarne affatto, davvero, non è cosa da tutti.

Di indescrivibile grandezza la prova attoriale di Sasson Gabai. La splendida Ronit Elkabetz stravince il premio Quarantenne che ci faremmo 2007-2008.

Meet the Spartans*
di Jason Friedberg e Aaron Seltzer, 2008

"Stop kicking people into the pit of death! Honestly!"

Non è che io voglia pormi sempre di fronte a voi sempre come il martire che si sacrifica per un bene comune: ma quando ci vuole, ci vuole. Perché, per quanto voi siate nella "necessità di farvi due risate spensierate", oppure qualche altra scusa con cui qualcuno potrebbe giustificare l’essere entrato in sala a vedere questa roba, ve lo assicuro, voi non volete vedere questa roba.

Se dopo Date movie e Epic movie (ogni fottuto anno mi ostino a vedere i film di Friedberg e Seltzer con una pervicacia che nemmeno io stesso so spiegarmi) non si poteva nemmeno immaginare di andare più in basso, ecco Meet the Spartans. Ma la parodia di 300, basata quasi unicamente sulla geniale intuizione "gli Spartani sono tutti froci" spalmata in svariate declinazioni, è il solito pretesto per una sorta di penosissimo riepilogo della pop culture del 2007, destinato peraltro quasi unicamente alla massa sconfinata di ragazzini, di etnie sparse, schiavi dell’obesità iperglicemica da junk food e della cattiva televisione, che popolano la periferia americana e tengono in piedi la sua instabile economia spendendo i soldi che i loro genitori non hanno già più. Quasi 10 minuti di parodia di Stomp the yard in un film di 60 minuti secchi (venti e passa minuti di titoli di coda? Ebbene sì) e ben due gag in cui Carmen Electra fa ancora il troione al ralenti non possono essere spiegati in altro modo. 55 milioni di dollari? Come biasimarli.

Sembra un discorso da vecchio bacucco, ma se vedrete il film capirete cosa voglio dire, al di là del fatto che di cinema, anche qui, si parla sempre meno: è molto più facile (e redditizio) tirare in ballo prodotti televisivi di cui difficilmente il pubblico italiano (anche l’equivalente italico del target) comprenderà la ridicola invocazione: American Idol, Deal or no deal, America’s next top model. E come se non bastasse: Paris Hilton, Britney Spears e signora, i cantanti di American Idol, la giuria di American Idol, il budello di tu’ ma’ di American Idol, Ugly Betty. Per capirci, c’è persino quel tizio che frignava sotto le coperte su Youtube. Primo, chi se ne frega. Secondo, che schifo. Ma il cinema comico non ha mai ammazzato nessuno, né tantomeno lo spoof: l’importante è farlo bene, o quantomeno benino. Se l’ultima cosa di cui l’umanità alla deriva ha bisogno è una sequela di gag che non fanno ridere, ancor peggio – e qui il definitivo "stacco" che rende Meet the Spartans qualcosa di assolutamente differente da un’Opera Di Intelletto – è sentire una voce che mi spiega la battuta e/o il riferimento. Non che mi dice ridi qui, ma che mi dice perché dovrei ridere.

Un breve esempio: Serse è interpretato da Ken Davitian, che in Borat era il produttore che accompagnava il protagonista. Leonida lo vede dice: "Ehi, he looks like the fat guy from Borat!". Ah. Beh, è tutto così.

Comunque sia, ormai il cinema di Friedberg e Seltzer ha preso una piega ben precisa, con un suo orribile linguaggio assolutamente costituito e definito, e anche con il suo bel percorsino (discendente): in fondo, di cosa si parla se non di autorialità? Friedberg e Seltzer sono due veri e propri Autori della decostruzione cinematografica. Ma non nel senso di decostruzionismo, no: nel senso che, il cinema, lo stanno distruggendo.

*il film uscirà nelle sale il 24 Aprile con l’impressionante titolo-baratro 3ciento – Chi l’ha duro… la vince. Dico sul serio. Il titolo assumerà comunque questa o quella sfumatura, a seconda del recente esito elettorale.

Dead man’s shoes
di Shane Meadows, 2004

Non mi sorprende del tutto che il cinema di Shane Meadows, trentacinquenne che sta per sfornare il suo sesto lungometraggio, non abbia trovato ancora la porta aperta da noi, perché è un cinema difficilmente inquadrabile, dai contorni sfumati, durissimo: ma è senz’altro un rammarico. Perché se non si può dire che i Venice Days abbiano portato fortuna al regista inglese, è davvero un peccato che nemmeno l’acclamazione internazionale di This is England abbia fatto sì che qualcuno si accorgesse di lui. Suoniamo una campanella, con colpevole ritardo: lassù nelle Midlands c’è un tizio che fa davvero del gran cinema.

Non fa eccezione Dead man’s shoes, né nell’eclettismo delle scelte stilistiche né nella riuscita: storia di una vendetta consumata con furia e violenza, di una rancore dissociativo senza speranze perché radicato nei propri sensi di colpa, il film di Meadows è un vero e proprio slasher, ma ambientato in un contesto del tutto inedito – in cui la secchezza del realismo provinciale amato da molto cinema inglese si fonde con un’inquietudine del tutto personale, capace peraltro di svolte di genere di incredibile effetto – e in cui la narrazione, con due contesti temporali separati senza troppi vezzi stilistici per amor di racconto, rivede con affilatissima intelligenza alcuni topoi del genere: e funziona anche se (come me, purtroppo) sapevate già tutto da principio. In cima a tutto, la performance impressionante, raggelante e memorabile, di Paddy Considine.


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Ne parlò in tempi non sospetti anche il signorino Ohdaesu.

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar Wai, 2007

Che cosa faceva di My blueberry nights qualcosa di cui avere paura? In parte il fatto che 2046 ci aveva storditi, e non nel migliore dei modi possibili? Ancor di più, la paura di un’adulterazione dovuta all’espatrio (solo parziale: si tratta di una produzione franco-cinese) e all’uso della lingua inglese? Ebbene, di quei timori Wong Kar Wai fa carta straccia, facendo di Norah Jones (che è una rivelazione, a suo modo) quel che già fece della popstar Faye Wong dalle sue parti, e regalandoci un film che non è solo di palese e folgorante bellezza, ma che è anche un ammirevole esercizio di coerenza.

Il segreto di My blueberry nights è tutto in quella parola: nel suo non essere affatto una versione "occidentalizzata" delle sue opere hongkonghesi, ma l’esempio vivente e pulsante che il suo è ancora un cinema universale, a cui panorami e volti si adattano e di fronte a cui si chinano. Liberatosi dell’ingessatura che per un film forse troppo bello, troppo perfetto e inarrivabile, gli si era costruita attorno alle mani, Wong trova proprio nelle strade e nei panorami degli Stati Uniti, ma sopratutto nelle sue stanze chiuse e nei suoi volti e nelle voci, un modo brillante per sfuggire al rischio di uno svilimento, per eccesso di stilizzazione, del suo cinema – che proprio dello stile faceva la sua bandiera – e per tornare a raccontare la sua storia (aiutato con perizia dal crime novelist Lawrence Block), e le storie che le girano intorno, con una leggiadria che, soprattutto quando la Jones e Jude Law condividono lo schermo, non fa rimpiangere i tempi passati.

Comunque, questo è un film di Wong Kar Wai nel cuore, nella carne. Lo è ben oltre le bellissime immagini che l’eccellente Darius Khondji ha onestamente rubacchiato dalla palette di Christopher Doyle: ci sono i volti celati del passato, le reiterazioni musicali (Try a little tenderness) che assumono un significato differente ad ogni riproduzione, interi universi che stanno rinchiusi in una singola stanza (che sia un café di New York, un bar di Memphis, o un casinò del Nevada), lo stesso attaccamento quasi feticista agli oggetti (cappelli, chiavi, gettoni) che sconfina in quel romantico e bizzarro animismo che è tra le chiavi del suo cinema, l’ossessione malinconica e profonda e incancellabile per il ricordo, per il rimpianto.

E se anche il film non funziona tutto alla perfezione come quegli incredibili primi 15 minuti, se anche la parte con Natalie Portman è segnatamente meno riuscita di quella con David Straihairn e Rachel Weisz, poco male: My blueberry nights è un film che dà e che toglie – ma alla fine lo fa con grande, miracoloso equilibrio. Ci sarà sempre la struggente confessione di una nostalgia, ai bordi di una strada ricoperta di fiori, a far perdonare un urlo fuori posto o una piccola scivolata. E non pretendiamo che sia sempre Hong Kong Express: sarebbe impossibile, e forse non lo vorremmo nemmeno. Potevamo chiedere davvero poco di più a questa romantica storia d’amore – di un amore gustato e rimandato, che lascia sulle labbra – anche sulle nostre, di labbra – un sapore dolcissimo. Un sapore che persiste, e cresce nei giorni a seguire.

Un film inatteso, e bellissimo. E rimanete fino alla fine dei titoli di coda: c’è un pezzo che conoscete bene, e non vede l’ora di essere riascoltato.


Nelle sale dal 28 Marzo 2008

[La banda, Elwood. La banda.]

Eccetera eccetera bla bla bla su Friday Prejudice bla bla eccetera.

I padroni della notte (We own the night)
di James Gray, 2007

Nella lividissima Brooklyn del 1988, il gestore viveur di un locale tanto alla moda quanto malfrequentato, trovatosi di fronte alla paura, alla tragedia e alla morte, è costretto a rivedere tutte le sue convinzioni sulla morale e sul senso della famiglia. Dall’altra parte, appunto, la famiglia: un branco di sbirri, peraltro, capitanati da un padre poco comprensivo e affranto, e da un fratello eroico e noioso. Ma qual è la strada da percorrere, e quali i sacrifici da compiere per riscattare sé stessi e la propria esistenza?

Nell’affrontare questo percorso, non si può dire che We own the night accolga in sé le sfumature le grigio: ci si schiera apertamente e con violenza ci si scaglia, si colpisce e si taglia. Gray è fermo, fermissimo, nel dichiarare l’esistenza – la necessità, forse – di una morale superiore, che si identifichi pure con una divisa. Ma se anche l’opera terza di Gray è un film reazionario, questo non fa di We own the night un Cinema reazionario: è anzi intelligente nell’accogliere il peso, enorme come un macigno, dei movimenti classici (la caduta e l’ascesa, la sconfitta e la rivalsa), donando poi a tutta la seconda parte quest’incredibile aria funebre, funerea, mortifera, e via di sinonimi, che non può che far suonare qualche campana nelle orecchie di chi sa sentire.

Perché alla fine il riscatto c’è, ma è soffocato dal sacrificio, perché l’equilibrio ritrovato è azzittito da un volto che appare e scompare tra la folla, e da lacrime che se anche stavan per uscire – forse non ne son più capaci.

The girl next door
di Gregory Wilson, 2007

Per non far confusione con l’omonima commediola di qualche anno fa con Elisha Cuthbert, è bene raccontare brevemente di cosa si tratta. Anche perché qui c’è poco da ridere.

Nel 1965 Sylvia Likens, un’orfana sedicenne di Indianapolis, venne segregata e torturata dalla donna a cui era stata data in affidamento, Gertrude Baniszewski, con l’aiuto dei suoi figli e di alcuni ragazzini del vicinato. A questi fatti tragici, molto noti negli States anche a livello di immaginario, si ispirò Jack Ketchum nel 1989 per il libro di semi-fiction (da noi inedito) The girl next door, da cui è tratto questo film, uscito direttamente in DVD lo scorso Dicembre. Direttamente ai fatti è invece ispirato il film An American Crime (con Catherine Keener e Ellen Page) che ha fatto molto parlare di sé al Sundance dell’anno scorso, e che pare sarà proiettato direttamente in tv, sulla rete via cavo Showtime.

The girl next door ha molto della produzione straight-to-video: ha quella patina che rivela la carenza di mezzi, i volti e le performance che lo popolano sono quelle del cinema di serie B, la pellicola è tagliata con l’accetta e cauterizzata da una spietata essenzialità. Ma per una volta, è difficile indicare queste cose come difetti: sono anche l’ingenua prevedibilità con cui è descritto il microcosmo del sobborgo borghese americano (Stephen King l’ha definito "il lato oscuro di Stand by me"), i capelli dei ragazzini colmi di brillantina, le birre e le sigarette davanti alla tv, a far sì che sia così terrificante il passaggio in cantina della seconda parte del film.

Ma se il film di Wilson riesce a colpire così a fondo è proprio perché non si limita a opporre una prima parte "solare" a una "notturna", ma fa sì che la luce e il buio si compenetrino, donando alla vicenda ulteriore inquietudine e un senso di oppressione e di angoscia che non lascia scampo – sia quando siamo costretti a immaginare cosa succederà (ancor peggio, si suppone che lo si sappia fin da principio), sia quando siamo costretti (con un uso del fuoricampo saggio e scaltro insieme) a vedere. In ciò è assolutamente essenziale il punto di vista del giovane David, combattuto tra la rivalsa, il terrore, l’eroismo, e la più morbosa scoperta del desiderio.

Un piccolo film, forse imperfetto e minore, ma onestamente inquieto e scomodo – quando non più propriamente un pugno nello stomaco.

Difficile, SKY permettendo, che vedremo mai questo film dalle nostre parti: se vi interessa davvero molto e se le regioni non sono un problema, si può aquistare qui.

Jumper
di Doug Liman, 2008

Va bene che se affidi un film del genere a uno come Doug Liman è difficile aspettarsi qualcosa di più che del tiepido mestiere, ma davvero era tutto qui quello che si poteva fare dall’eccitante – e vecchiotto – romanzo di Steven Gould? Perché Jumper è davvero un film insoddisfacente: non tanto perché manchi lo spettacolo di per sé, i saltoni, la figaggine del teletrasporto, gli whoo!, ma perché è tutto accennato, frettoloso, in definitiva noiosissimo – grado zero della sintesi spettacolare hollywoodiana – e quello che viene in mente durante la visione del film è soprattutto è tutto qui?

La cosa più interessante, peraltro, è proprio il modo in cui i "salti" dei jumpers vengono a coincidere nel testo con artifici della rappresentazione filmica: in pratica, i "salti" sono una sorta di jump cut trasferiti nell’universo narrativo, che permettono ai personaggi, tra le altre cose, oltre a fare cose fichissime e la maggior parte delle volte assolutamente idiote e ingiustificate, di "saltare le parti noiose". E allo stesso modo questi sono i modi di un fare cinema infantile e stupido, che ha paura di ogni singolo momento di quiete (che non sia romance) e che affastella corse e lampi e tuoni, come se bastasse non fermarsi mai a nessun costo per far scoppiare il cuore alla gente. Ci vuol ben altra mano.

E tutto questo invece di sfruttare il fascino potenziale della vicenda? Jumpers contro Paladini fin dai tempi del Medioevo? E mi bruci una roba così in 20 secondi di sceneggiatura per far spazio a più Samuel Jackson con i capelli bianchi? Goyer, Uhls, Kinberg: non vi vergognate, alla vostra età? Nemmeno Rachel Bilson riesce a farci distogliere lo sguardo e il pensiero: ma forse è quel cane di Hayden Christensen a essere contagioso, visto che i loro duetti sono tra le cose più imbarazzanti ancora in libera circolazione sugli schermi. Diamine, Hayden Christensen è come Re Mida, ma invece dell’oro c’è la Pessima Recitazione.

Qualcosa più di un’occasione perduta, o forse soltanto un peccatuccio veniale. Ma tranquilli, vedrete un sequel entro tre anni, mese più mese meno.

The orphanage (El orfanato)
di Juan Antonio Bayona, 2007

Scritto da Sergio G. Sánchez e diretto da Juan Antonio Bayona, entrambi all’esordio nel lungometraggio, e prodotto da Guillermo del Toro, che dà una certa impronta al film – ma soprattutto in materia di riferimenti, di ispirazione – El orfanato è uno dei film di maggior successo in patria nella storia del cinema spagnolo, è vincitore di ben sette premi Goya (nell’anno in cui i principali li ha presi La soledad), e non ha ancora una distribuzione nel nostro paese.

Robustissima ghost-story sul senso di abbandono e sulla perdita, condita con un mucchio di bambini inquietanti e una fantasmagoria che riconduce a un’affascinante concezione elastica della compresenza spazio-temporale, El orfanato si inserisce nel percorso di recupero e rinnovamento di un cinema fantastico dai toni cupi e pessimisti (ma dall’infinito potenziale commerciale) già intrapreso da registi come Amenabar e dallo stesso Del Toro – un cinema in cui l’unica fuga da un fato violento e spietato appartiene al mondo dell’immaginazione e che gioca ancora con astuzia e maestria con i materiali del cinema di genere – spagnolo ma non solo – del passato e del presente.

Curatissimo negli aspetti tecnici (scenografie, fotografia, costumi) e, soprattutto, impressionante nella gestione del suono e degli effetti sonori – veri e propri propulsori dei non pochi spaventi – il film di Bayona non sarà forse la pietra d’angolo del cinema spagnolo contemporaneo (e leggermente inferiore ai suoi modelli recenti), ma è comunque un film eccellente, emozionante e persino straziante nella rivelazione dei segreti che si celano dietro le mura della "casa stregata", nonché la conferma (corroborata dai fatti, e da un prossimo remake) che l’attenzione destata dal cinema spagnolo recente non era una fioca lanterna, ma una lucciola viva e pulsante.

Fa un certo effetto vedere quali sono i film locali che sbancano il botteghino in un paese come la Spagna (stiamo parlando di 8 milioni e mezzo di euro nel primo weekend, 25 milioni tra Ottobre e Gennaio) e quali sono i nostri. Come se non bastasse Zapatero a farci schiattare d’invidia.

Shine a light
di Martin Scorsese, 2008

In tutta onestà, prima di parlare (brevemente) di questo film vanno fatte alcune considerazioni. La prima, che questo non è un vero documentario sui Rolling Stones, come era probabilmente No direction home per Dylan, e come i trailer – e come biasimarli? – vogliono farci credere: si tratta invece di un film-concerto, su due date della band inglese al Beacon Theatre di New York nell’Ottobre 2006, ospiti di Bill Clinton e famiglia. La seconda, è che questo film è stato progettato e promosso per la proiezione sugli schermi IMAX, che da noi davvero scarseggiano: e in una sala normale l’operazione perde una buona fetta di senso, ve l’assicuro. La terza, conseguente, è che se non siete dei fan sfegatati dei Rolling Stones, difficilmente vi interesserà sentirli suonare sullo schermo del vostro multisala, per quasi due ore, e quasi ininterrottamente.

Ma insomma, mi si chiede, non c’è davvero altro? Ci sono 10 minuti di orologio iniziali che avete già visto nel trailer – splendidi (con un adorabile Scorsese, sempre più interprete di sé stesso) e fanno sperare qualcosa di più – qualche sparuto intermezzo con filmati d’epoca (interessanti e divertenti, ma appiccicati tra un pezzo e l’altro giusto per spezzare il ritmo) e un’uscita di scena davvero geniale, un gran colpo di coda da maestro. Ma buttiamo alle ortiche ogni pregiudizio amorevole per lo zio Martin: è davvero tutto qui, ed è poco poco. D’altra parte, uno può obiettare, quale migliore omaggio a una band che ha costruito una leggenda incrollabile proprio sulle esibizioni live che limitarsi a riprendere ossessivamente loro che suonano, ignorando persino cose potenzialmente interessanti come il pubblico di insopportabili fighetti – provate solo a immaginare quanto poteva costare il biglietto – di cui il Beacon era pieno?

Da parte mia, da uno come Scorsese, che il film-concerto l’ha sperimentato eccome (con The last waltz), mi aspettavo qualcosa di diverso, se non di nuovo un tentativo, o almeno qualcosa di più di quello che è – e qui veniamo al nocciolo della questione – il DVD di un concerto dei Rolling Stones. Sarà il DVD di un concerto meglio fotografato che abbiate mai visto, con un interesse quasi ossessivo per il dettaglio ravvicinato (la ruga, la vena, l’otturazione, giuro, le otturazioni di Mick Jagger), e con alcuni lampi inaspettati di genio (l’insistenza sulle facce assurde di Buddy Guy, quello storditone di Charlie Watts che a fine pezzo si volta, guarda in macchina e sbuffa), ma sarà sempre e comunque il DVD di un concerto. Categoria che, francamente, mi ha sempre lasciato indifferente: qui l’impressionante ricercatezza formale mi ha tenuto seduto in poltrona – non scappare a gambe levate appena compresa l’antifona è già stato tanto.

Comunque sia, sarà pure tamarra e musicalmente insignificante quanto volete, sarà pure una nana e un’insopportabile scimmietta urlatrice, ma Christina Aguilera – che viene qui ingroppata con mimica esperta dall’attempatissimo Jagger – ha una presenza scenica e una fotogenia che lasciano senza parole: qualcuno le costruisca intorno una carriera cinematografica. Grazie. Keith Richards sembra sempre di più il vecchio pedofilo dei Griffin. Jack White invece è brutto, ciccione, e sputa tantissimo.

Nelle sale dall’11 Aprile 2008.

Particolarmente concorde con la recensione di Peter Martin su Cinematical.

[contriti]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, online now. Che altro devo dirvi?

10.000 A.C. (10,000 BC)
di Roland Emmerich, 2008

Dubito che qualunque parola io possa scrivere in questo post sia sufficiente ad esprimere il mio disappunto verso l’ultimo lavoro di Roland Emmerich, che non è solo un film di imperdonabile e sviscerante bruttezza, ma proprio uno dei più abissali risultati raggiunti dal cinema cosiddetto-di-intrattenimento negli ultimi anni. Me ne sono accorto negli ultimi due giorni, quando ho cercato di spiegare a più persone quanto 10.000 AC sia un’aberrante puttanata, ma nemmeno aberrante puttanata rendeva l’idea.

Una tribù delle montagne mette insieme alcune tribù del deserto (secondo la cartella stampa siamo in Africa, la culla della civiltà) per liberare un mucchio di gente rapita da dei tizi crudelissimi simil-maya, in realtà molto più evoluti e intelligenti di loro anche se nazisti, il cui regno di terrore e tecnologia viene infine soverchiato con una sorta di abile rivoluzione muscolare dal basso – che avrebbe peraltro riportato l’umanità indietro di qualche migliaia di anni, in balìa di un branco di imbecilli ossessionati dal loro campanilismo che non sanno nemmeno cos’è un fiume.

Il modo migliore per definire 10.000 AC ho ritenuto fosse Rapa Nui meets Stargate meets Apocalypto, ma dei tre film – e di molti altri – si porta a casa solo le cose peggiori, le incongruenze, i fondaloni, ridicolo involontario come se grandinasse, in un film che in alcuni momenti – tipo il discorso del pirla sulla duna – è talmente oltre da sembrare una specie di parodia dei film di Roland Emmerich – solo che è serio, eccome – e che comunque non supera mai e poi mai la barriera del "che cazzo sto guardando non posso credere che sia veramente così".

Dove sia finita l’irresistibile naivite di Independence Day, è lecito chiederselo – dopotutto ce lo chiediamo da molto tempo e saremmo anche un po’ stufi di farlo: qui ci sono solo centodieci inspiegabili minuti di inspiegabile pellicola, in cui ogni singola moneta spesa (105 milioni di dollari per una roba che è venuta al massimo al livello di uno straight-to-video un po’ farlocco?) grida vendetta per tutto ciò che di bello o meno bello si sarebbe potuto girare al suo posto.

Chiudono il cerchio un personaggio che si chiama Tic-tic e un’edizione italiana che nemmeno Mandingo.

Run, fat boy, run
di David Schwimmer, 2007

La grande amicizia tra l’attore inglese Simon Pegg e il newyokese David Schwimmer (il Ross Geller di Friends, per capirci) è qualcosa di difficilmente spiegabile, fatto sta che si vogliono un gran bene, e questa è la terza volta che lavorano insieme (dopo la miniserie Band of brothers e l’attraente inedito Big nothing). Se ne vogliono talmente tanto che Schwimmer ha scelto proprio Pegg come protagonista assoluto del suo esordio alla regia per il grande schermo (dopo alcuni lavori televisivi, tra cui ovviamente qualche episodio di Friends), non fosse altro che per la sua ambientazione (e la produzione) londinese.

E il film si rivela essere quello che ci si aspettava: ovvero, un film tanto brillante e divertente quanto prevedibile e in qualche modo "rassicurante", il racconto del riscatto di una guardia giurata codarda e mollacciona, costruito perlopiù sul collaudato modello della commedia inglese contemporanea. Il rischio semmai era che lo sguardo di Schwimmer sporcasse le ambizioni albioniche del film, facendo del film una sorta di "idea che un americano può avere di una commedia inglese", ma a conti fatti – a parte l’insistenza ingenuotta su una comicità basata su gaffe e imbarazzi – il film si può dire pienamente riuscito. Certo, non è la miglior commedia degli ultimi anni, non è un film di Edgar Wright, ma può pregiarsi di una sceneggiatura scoppiettante (dello stesso Pegg e del comico Michael Ian Black), ed è costruito con un’invidiabile freschezza che in alcuni momenti (come la scena del "muro") riesce ad andare anche un passo al di là i radicati canoni del genere.

Simon Pegg, manco a dirlo, dà ovviamente il meglio di sé come al solito, e lo adoriamo come fosse il nostro miglior amico. Ma gli applausi sono tutti per lo spettacolare Dylan Moran, già David in Shaun of the dead, qui nel ruolo della "spalla che ruba la scena" – pressoché modellato sul Rhys Ifans di Notting Hill. Hank Azaria si prende sulle spalle tutta la risaputa questione del confronto USA vs UK, che viene fortunatamente poco assecondata, e Thandie Newton, al ritorno nella "sua" Inghilterra, non era così bella e brava da anni. Colonna sonora strabordante (David Bowie, Kaiser Chiefs, Girls Aloud, The Fratellis, Patrick Wolf), un tantino paracula ma chiaramente irresistibile.

Nel Regno Unito, dove Pegg è una vera star, il film è uscito lo scorso Settembre e ha esordito in cima al botteghino, rimanendoci per quattro settimane di fila e tirando su una roba come dieci milioni di sterline. Ad oggi non v’è notizia di una data d’uscita italiana. Il DVD si può acquistare a una ventina di euro su Play.com.

Like a dragon, Takashi MiikeLike a dragon (Ryû ga gotoku: gekijô-ban)
di Takashi Miike, 2007

E’ una fortuna che, nonostante la ormai consolidata notorietà internazionale, Takashi Miike continui a fare tutti questi film – ben quattro nel corso del 2007 – primo, perché ne abbiamo sempre qualcuno da guardare; secondo, perché, come lui nei suoi film fa sempre e comunque quel cavolo che gli pare, così permette a noi di scriverne quel che ci pare. E anche se è diverso tempo che non ne vediamo uno davvero degno dei suoi titoli migliori, allo stesso tempo è difficile che gli vengano male. Come faccia, rimane un mistero.

Per esempio, Like a dragon è tratto da un celebre videogioco della Sega (dal titolo esplicito: Yakuza), che non è certamente un punto a favore del progetto, visti i precedenti. Ma il videogioco aveva già in sé una marca autoriale (era scritto da Seishu Hase, prolifico romanziere noir nipponico e sceneggiatore di The City of lost souls, ed era costruito sulle stesse basi degli yakuza eiga miikiani) e in mano a Miike diventa un altro tassello del suo cinema furibondo, fiammeggiante, tenero e folle, un altro racconto sull’incontro impossibile con la morte e sulla perdita dell’innocenza. Che forse si perde un po’ nella tentazione del racconto corale – affastellando per amor di scrittura un tot di poco utili personaggi secondari – ma che nella sua progressione centrale (quella dello scontro tra Kiryu e Majima) è assolutamente riuscito.

Comunque la si veda, è difficile negare che l’approccio di Miike al videogame sia ancora sorprendente: Like a dragon, fratellino minore dell’enorme Dead or alive, mescola la rappresentazione dettagliata dell’ambiente urbano (qui minato da un innalzamento della temperatura che influisce sull’autocontrollo degli individui) a situazioni tipicamente "videoludiche" (e senza troppe remore: boccette che rinvigoriscono, auree di energia, colpi potenziati), una caratterizzazione dei personaggi che si rifà anche alla tradizione dei cartoon e degli anime (il Majima di Goro Kishitani è un memorabile villain immortale con mazza da baseball, benda da pirata e giacca leopardo) alle solite repentine svolte miikiane, intime e/o melodrammatiche, che in mano a chiunque risulterebbero fuori contesto, mentre il regista di Osaka riesce a renderle (come nel finale, dopo una catarsi letteralmente esplosiva) persino struggenti.

E se anche le variazioni improvvise di tono, ritmo e registro non vi dicono niente, o persino se vi annoiano, Like a dragon è anche solo – avercene! – un divertimento ineccepibile, bellissimo a vedersi e formalmente "irrispettoso" (il solito uso furioso dei jump cut e di ralenti e accelerazioni), forse narrativamente un po’ involuto e meno "duro" dei suoi film di yakuza più famosi, ma ugualmente onesto e, alla fine, un altro film di Takashi Miike di fronte a cui è difficile – o impossibile – rimanere indifferenti.

Persepolis
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007

Il film tratto dall’autobiografia a fumetti della stessa Satrapi, dopo la presentazione a Cannes l’anno scorso, era così tanto atteso ed è stato così tanto elogiato in ogni sede immaginabile da lasciare ben poco a chi vi scrive, quasi dispiaciuto – in un certo senso: assai relativo – che il film non sia un capolavoro ma solo un film di stupefacente bellezza. Probabilmente è un bene che a un certo punto il film smetta di "salire" – forse per la sua vocazione di accumulazione di frammenti – e rimanga lì dov’è. Insomma, è difficile chiamarlo difetto.

Un racconto di formazione costruito con rarissima intelligenza e ammirevole completezza (non solo nella riuscita di un adattamento da un testo simile: ma sarebbe stato già molto), eclettico com’è nei toni e nelle scelte stilistiche (non facendosi mai tagliare le gambe dall’invadenza stilistica, appunto, dei suoi bellissimi disegni), godibilissimo al di là della serietà dei suoi temi di fondo e della prospettiva profondamente personale (in cui il confine tra l’autrice e la Dramatis Persona è davvero sottilisimo), che si dipana attraverso vent’anni (e più) di storia iraniana, raccontando con piglio ben poco accademico e irresistibile scioltezza una frizione tra due mondi, tra leggerezze da commedia e momenti di intensa commozione.

Se non l’avete già visto, siete difficilmente perdonabili. Ma se volete rimediare, e avete pure fretta, e vicino a casa vostra non c’è, e il doppiaggio italiano (a cura della splendida Paola Cortellesi, che pare abbia fatto un ottimo lavoro – e non stentiamo a crederci) c’è già in commercio il DVD francese. Buona visione.

[vogliamo anche, mh --- ecco]

Friday Prejudice non va mai in vacanza, nemmeno oggi.

[giovane un corno]

Venni alla luce ventisette anni or sono.

Sguardo nel vuoto (The Lookout)
di Scott Frank, 2007

Pare che ultimamente, nemmeno a farlo apposta, la gran parte dei film che mi capita di vedere trattino in qualche modo il tema della memoria. Quella contemporanea: malleabile, decadente, violata, frammentaria. In The lookout, il giovane e ricco Chris Pratt rischia la vita in uno stupido incidente. Perde l’uso regolare della memoria, si riadatta alla vita grazie all’aiuto di un bloc notes e di un amico non vedente (Jeff Daniels) finché non viene contattato da un sedicente ex compagno di scuola fico ma dallo sguardo losco che gli propone cose fiche ma losche.

The lookout è uscito in Italia, ma in pochi se ne sono accorti. E dubito che il premio come Miglior Esordio agli ultimi recentissimi Independent Spirit Awards – in un’annata con pochissime opere prime degne del riconoscimento, peraltro – possa essere uno stimolo al recupero, dalle nostre parti. Ma è senza dubbio un peccato, perché Scott Frank confeziona un film molto intelligente e stimolante, con un incipit incredibile (aprire con un incidente stradale, son buoni tutti), una parte iniziale davvero sorprendente e almeno un cattivo semi-memorabile – Bone, personaggio dichiaratamente "coeniano" interpretato dall’attore teatrale Greg Dunham.

Per fugare ogni dubbio, però, dobbiamo ammettere che il film ha qualche seria difficoltà, che il talentuoso sceneggiatore potrà semmai riaggiustare grazie all’esperienza sul campo in un’eventuale opera seconda. Oltre al solito prevedibile eccesso di sceneggiatura (troppo serrata, poco coraggiosa, troppo chiara ed esplicativa), dall’altra parte sono inaspettate le "assenze" nello stesso campo da gioco: alcuni personaggi fondamentali svaniscono davvero nel nulla da un minuto all’altro, e il fatto che non ci sia nessuno sviluppo narrativo dopo mezz’ora o poco più determina un certo qual calo di interesse durante tutta la seconda metà del film.

In ogni caso, si può tranquillamente recuperare, anche solo per alcune sequenze riuscitissime (quella in cui Chris "recupera" la memoria del fattaccio "rimettendolo in scena" è davvero emozionante), per alcune trovate curiose, per la colonna sonora (con My Morning Jacket e BRMC, tra gli altri), per i dialoghi più che buoni (come quello notturno tra Jeff Daniels e Isla Fisher in soggiorno), per le gambotte di Isla Fisher sulle scale, per Isla Fisher, e anche per Isla Fisher. Dite pure che vi ci ho mandati io.

Joseph Gordon-Levitt riuscirebbe a essere intenso e dolente anche accendendosi una scoreggia.

[anno bisesto, anno funesto]

On air, il nuovo episodio di Friday Prejudice. Finita, la pacchia.

Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)
di Julian Schnabel, 2007

Non è facile farmi piacere così tanto un film il cui protagonista è completamente paralizzato: quasi non me lo spiego, anche perché qui ci sono tutti i crismi del caso che generalmente me lo renderebbero indigesto. La sensazione di essere presi in giro, o meglio, di essere colti scaltramente sul vivo e scoperti nudi come vermi di fronte alle proprie emozioni, è sempre dietro l’angolo.

Ma Lo scafandro e la farfalla è talmente riuscito e commovente da far cadere ogni dubbia sulla sua possibile furbizia. Un film sulla potenza invincibile del ricordo (la memoria nel passato), prima di tutto, ma anche – chiaramente – sulla forza necessaria e sull’impellenza del racconto (la memoria nel futuro), giocato peraltro su un geniale ribaltamento prospettico (un campione eccellente della frammentata società postmoderna costretto suo malgrado a giocare nel campo della pazienza e della lentezza) che fa con la letteratura quello che Una storia vera di David Lynch fece con il viaggio.

A prescindere da ogni possibile lettura, la trasferta francese del regista newyorkese Schnabel diventa un film davvero bellissimo e assolutamente straziante (basti pensare alla scena della telefonata del padre, uno dei momenti più strappalacrime, in senso letterale, degli ultimi tempi) ma anche costruito in modo molto intelligente: per esempio, la scelta di ritardare il "fattaccio" e il controcampo della soggettiva iniziale – per cui Mathieu Amalric appare solo dopo più di mezz’ora (ma il tempo speso fuoricampo non gli impedisce una performance strabiliante). La bellezza e la bravura di Emmanuelle Seigner e soprattutto della stupenda Marie-Josée Croze contribuiscono non poco.

Un film che è anche un esempio di come si possa costruire un film ineccepibile intorno a un libro apparentemente "impossibile", e che diviene – anche grazie alle stupende immagini e alle scelte compositive mai banali del nostro adorato Janusz Kaminski – un inno stupefacente al potere demiurgico e salvifico dell’immaginazione umana, e per estensione alla magia del cinema.