2008

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Juno
di Jason Reitman, 2007

Captatio benevolentiae: questo post parla di un film che mi è piaciuto molto, davvero molto (e invito chi mi legge a tenerne conto in ogni passaggio, a pensare al mio faccino contrito e commosso e ai miei incomprensbili sorrisetti di ammirazione), ma lo farà sottolineando caratteri negativi, oppure cose raccontate con una punta di sarcasmo e con il naso un poco storto, che in realtà non hanno inficiato affatto il gradimento del film. Questione di clima, di umore, di come uno si sveglia la mattina: domani sarebbe stato del tutto diverso. Cosa credete, è sempre così.

Capiamoci, non è che io mi voglia tirare indietro. Però, forse forse, un poco, sì. Perché lo so benissimo che dovrei trovare qualcosa di spregevole, in Juno, perché sarebbe meglio che io non mi ci riconoscessi, e non dico in un personaggio, ma nell’indole generica, perché non ho più l’età per queste cose, perché non ho raccontato la perdita della mia verginità su blogspot, perché se indosso roba a righe e losanghe devo sperare ardentemente che accada perché mi piacciono davvero le righe e le losanghe, perché il mio profilo myspace giace come corpo morto giace, perché fino ai Belle and Sebastian ci arrivo, ma i Moldy Peaches non sono stati un passaggio fondamentale della mia crescita emotiva.

E invece trovo non solo che Juno sia un film assolutamente delizioso e che ha le carte per fare da noi gli sfaceli che già ha fatto negli States – ha avuto anche qui celebri apripista, non mi sorprendo più di nulla – ma che Reitman (una conferma di cui siamo entusiasti) abbia appreso la lezione dei suoi recenti predecessori sundanciani (Terry Zwigoff, Little Miss Sunshine, citando a casaccio) mescolandone gli aspetti più superficiali (i titoli fumettosi, l’irresistibile piangeria della colonna sonora) con una palese vocazione definitivamente commerciale (che però non ha a che vedere con la qualità dell’operazione, e un "inganno" c’è solo per chi lo vuol vedere), e costruendo una storia che è davvero "piccola" e marginale come la sua protagonista e la sua casa, scritta con un linguaggio quasi "realista" (le ristrettezze di dizionario delle giovani protagoniste, totally) che si appoggia con garbo su una rappresentazione schematica, quasi stilizzata, dei caratteri, semplicemente divertente e immediatamente commovente quanto l’abbraccio tra le lacrime di una raggiunta maturità che "chiude" – non prima di una cantatina, via – il film.

Credo che la questione, prendendola con le presine per non scottarsi, possa essere comunque visto al di là delle singole passioni e/o degli stili di vita: Juno è un film che qualcuno troverà sicuramente irritante, forse perché del tutto privo di elementi di contrasto, o forse proprio perché costruito – non sorprende che la sceneggiatrice Diablo Cody sia una blogger, anzi, non poteva essere altrimenti – su questo misto di scaltrezza e ingenuità che potrebbe risultare persino pruriginoso. Ma è innegabile che il film colpisca nel segno, almeno sul suo target in cui ormai mi tocca infilarmi senza indulgere oltremodo, ma che lo faccia con una tale agilità, impressionante, non me lo aspettavo. Pensavo facesse più fatica, ti ci trascinasse a forza. Poi, che a poco tempo da un film come Knocked up, Juno trovi un modo così sfaccettato e – paradossalmente – maturo per parlare di maternità, deo gratias.

Continuiamo ciecamente a venerare Ellen Page, ancora spaventosamente brava (forse perché si ricorda davvero com’è essere nel bel mezzo dell’adolescenza?), pure in guisa unticcia e logorroica. Ma tutto intorno a lei le cose vanno persino meglio, Jennifer Garner compresa. Ma Michael Cera? Ah, Michael Cera for teh win.

Al cinema dal 04 Aprile 2008

Extra: 15 microinterviste a Diablo Cody e Ellen Page, su Youtube.

[faccioni]

Tre film italiani sui sette in uscita. Epoi dicheno lacrìsi.

Friday Prejudice, questa settimana, ricicla battute fino allo sfinimento.

[mi si nota di più se vengo e mi metto in disparte?]

Questo post veloce per ricordarvi che domani, alle 15 nella Sala del Capitano del Palazzo di Re Enzo in Piazza Maggiore a Bologna, all’interno del Future Film Festival, si terrà un incontro dal titolo (Cine)Bloggers to the future, una specie di tavola rotonda sui "blog di cinema" coordinata da Andrea "Contenebbia" Bruni.

Ospiti della conversazione: Roy Menarini, i ragazzi di Seconda Visione, Ohdaesu, Sara the hutt, e il sottoscritto.

Non vi aspettate niente di che – soprattutto da me, che in pubblico sono notoriamente impresentabile – però noi, dicono, saremo lì. Venite a incontrarci, venite a stringerci la mano, venite a sputarci in faccia, venite a sputarvi sulla mano prima di darcela, venite a darcela. Insomma, venite o no?

Per altri dettagli, il programma di domani sul sito del festival.

Rescue dawn, Werner Herzog 2006

Rescue dawn
di Werner Herzog, 2006

Siamo così abituati, forse, e soprattutto in film a sfondo bellico o simili, e consideratela pure un’autocritica, a confondere messaggio e messa in scena, cinema e ideologia, che fa un certo effetto, straniante direi, trovarsi di fronte un film ambientato durante i primi fuochi della guerra nel Vietnam che riesce ad essere così asciutto e immediatamente commovente, a diventare insomma il semplice racconto di una sopravvivenza impossibile e di un eroismo i cui confini con la follia pura sono sempre più labili. Se alla regia c’è Werner Herzog, ci si sorprende meno.

Scritto dal regista e tratto da una storia vera, che Herzog stesso aveva raccontato nel 1997 nell’acclamato documentario Little Dieter needs to fly, da noi semi-inedito, il film racconta della cattura e della fuga del pilota della marina americana di origini tedesche Dieter Dengler da un campo di prigionia nel Laos, dove era stato rinchiuso dopo essere stato abbattuto durante i bombardamenti della regione (i cui storici filmati riapparsi pochi anni fa aprono in modo inquietante il film, cancellando immediatamente le tradizionali linee di demarcazione tra Storia e racconto, anche in senso morale).

E Rescue dawn è davvero un film di notevole impatto, nonostante Herzog, dopo molti e bellissimi documentari, affronti il racconto di fiction con una certa ingenuità, o almeno con scelte (di messa in scena e di direzione degli attori) che altrove lascerebbero di stucco. Ma la lezione appresa (e insegnata) da Herzog negli ultimi film fa sentire comunque il suo peso, anche se qui la narrazione è molto più pacificata, forse addirittura normalizzata: ma solo in apparenza, perché quello che conta davvero in Rescue Dawn è ancora lo sguardo sconvolto dell’uomo sulla natura, e soprattutto il posto occupato dall’uomo nella Natura, ritratta, quest’ultima, con la solita impalbabile e poetica semplicità.

Del film, apprezzatissimo dalla critica statunitense e ancora privo di una data d’uscita italiana, si è parlato nei mesi scorsi più che altro per le molte leggerezze con cui Herzog ha riadattato gli eventi narrati, scatenando le ire del fratello di Gene DeBruin (interpretato con incosciente e perfetta paranoia da Jeremy Davies) che ha creato un sito in cui esprime la sua protesta nei confronti delle ingiustizie propugnate dalla versione di Herzog. Ma con tutto il rispetto, tornando al cinema, da un regista come lui – come già abbiamo visto in Grizzly man, per dirne una – non solo non possiamo chiedere la veridicità storica, ma non vogliamo, non ci interessa proprio. Questo fatto non inficia insomma affatto la qualità del film, lo si riporta più che altro come curiosità.

Impossibile non parlare della solita impressionante performance corporea di Christian Bale, che non è solo un uomo di incredibile bellezza e fascino, ma uno dei più coraggiosi e pervicaci attori dei nostri tempi. Praticamente, un mutaforma.

Millennium actress (Sennen joyû)
di Satoshi Kon, 2001

Ultimamente invece di parlare di film sollevo troppe questioni di principio. Meglio che discernere metaracconti, diranno i miei piccoli amici. Per quanto riguarda questo film, mi limiterò a questo paragrafo, e dirò: una persona che non ha mai visto Millennium actress ha il diritto di parlare o scrivere di Tokyo Godfathers e/o Paprika? Perché, sapete, io l’ho fatto. Lasciamola lì, che rimanga una domanda retorica, nascosta nella sabbia insieme alla mia testa.

D’altra parte, ehm, che cosa si può scrivere ancora sul capolavoro di Satoshi Kon? Millennium actress va ben oltre la concezione di "cinema d’animazione per adulti", in voga ormai da molti anni, portandosi ai massimi livelli del cinema giapponese di questo decennio. Il ritratto intrecciato e struggente di una donna segnata da un destino crudele e nefasto, di un amore senza confini che la terrà in piedi, e del cinema che le permetterà di diventare millenaria, o forse immortale, grazie alla potenza del racconto e alla magia della macchina da presa.

Un film che tra l’altro non è solo un omaggio appassionato a un’intera cinematografia, o al cinema in senso più ampio, per come attraversa con diligenza e affetto i suoi sviluppi (in primis, i generi cinematografici), ma anche alla cinefilia stessa: al personaggio di Tachibana è concesso il raro, anzi unico privilegio di entrare letteralmente a far parte del mondo che aveva sempre sognato e da cui, per l’ingenuità del suo sguardo o forse per troppo amore, era stato messo in disparte. E questo grazie ad artifici metacinematografici tra i più complessi mai visti, che però, per una sorta di alchimia che ha davvero del magico, non risultano mai cerebrali o forzati, ma che si inseriscono con prepotente naturalezza nel racconto rendendosi subito indispensabili al suo svolgimento.

In definitiva, un film che merita la sua enorme fama, e di fronte alla cui geniale mistura di brillante e intelligenza ed enorme (e inevitabile) commozione, la maggior parte del cinema d’animazione, non solo nipponico, dovrebbe chinare la testa. Meglio tardi che mai: da oggi in poi, se vi volete bene, consideratelo pure un obbligo.

Non esiste un’edizione italiana, ahinoi: probabilmente non ce la meritiamo. Quella sottotitolata che circola sul p2p è comunque davvero curatissima e ben confezionata. Se volete acquistare il film, su Play.com è temporaneamente out of stock, ma appena torna ve lo tirano dietro.

[sciàmbola]

Atonement vince come Best Drama nei 65th Golden Globe Awards.

[forse cercavi: hafsia scherzi]

Friday Prejudice: eccetera eccetera eccetera. Eccetera.

E culo chi non lo dice.

Non è un paese per vecchi (No country for old men)
di Joel e Ethan Coen, 2007

Ci sono film che stimolano logorree, altri che innescano infinite discussioni, altri ancora che, nel bene o nel male, lasciano che il discorso su essi si fermi ad un nulla di fatto: No country for old men appartiene invece alla rara categoria dei film che strappano proprio le parole di bocca, lasciando quest’ultima spalancata e le prime disperse a vagare convulsamente al di fuori del cervello. Perché se da una parte è vero che sono centinaia, migliaia le cose che si vorrebbero dire sull’ultimo film dei fratelli Coen, altra cosa è – anche se dubito che i Coen ne abbiano bisogno – riuscirci davvero.

Mettiamola così: No country for old men è il miglior film dei fratelli Coen – almeno – dai tempi de L’uomo che non c’era, e questo è un dato quasi incontrovertibile, e – perdiana – augurabile e prevedibile. La cosa che invece è più difficile da esprimere senza sembrare uno che la spara sempre grossa è che – in barba ai malinconici passatisti ancora incollati al loro DVD del Grande LebowskiNo country for old men è uno dei migliori film dei fratelli Coen tout court. E se questi ultimi sono stati tra i maggiori registi dello splendente cinema americano degli anni ’90, beh, fate i vostri calcoli.

In fondo, a conoscere anche vagamente la traccia narrativa del libro di Cormac McCarthy, ce lo si poteva aspettare: quello del romanzo omonimo è un mondo che si riallaccia alla perfezione alla poetica che i fratelli di Minneapolis portano avanti, in buona parte del loro cinema, fin dai tempi di Blood simple. E i due non fanno che ribadire quanto già detto in passato sul caso e sul caos, sul libero arbitrio, sulla causa e sull’effetto. Ma lo fanno con un’asciuttezza e un rigore che lasciano stupefatti, se si pensa che il loro cinema era spesso e volentieri identificato (in modo limitativo) con un uso estremamente mobilista della macchina da presa, e con il loro modo smaliziato e "cinefilo" di frullare generi, stili e riferimenti.

Qui la regia mantiene invece un registro secco e implacabile: e non sbaglia un colpo, confezionando una serie impressionante di sequenze instant classic che farebbero impallidire qualunque forzato tentativo altrui (immediatamente nel cuore il primo "testa o croce" di Chigurh con il negoziante e il duello verbale tra Bardem e Harrelson, ma potrei andare avanti fino a notte fonda) che non si fermano però mai al mero giochetto (cinefilo) né alla burla né al virtuosismo gratuito (nonostante il virtuosismo ci sia ancora, eccome, anche se ben nascosto: basta pensare alla brutale sequenza dell’inseguimento con i cani), ma fanno il gioco dei Coen nel restituire una visione del mondo in cui in un’ideale battaglia tra il bene e il male, quest’ultimo ha trionfato senza possibilità di replica, lasciando i cavalieri del bene e gli angeli a bocca asciutta, e gli uomini immersi nel fango, con un lungo rivolo di lacrime e sangue.

Molto del lavoro sporco lo compie però l’impressionante terzetto di protagonisti: se Josh Brolin è la sorpresa del 2007, e lo sappiamo bene, e per la performance cinica e sotto le righe di Tommy Lee Jones parlare di un’ennesima conferma è davvero fuori tempo, è l’Anton Chigurh di Javier Bardem a lasciare il segno più di tutti. Entità malefica assoluta, vera e propria "morte al lavoro", demone claudicante creato dall’avidità umana e impossibile da sconfiggere, acquista con il suo passo e la sua cadenza una statura quasi metafisica (e non lo si dice a caso), entrando immediatamente nel pantheon dei migliori cattivi degli ultimi (molti) anni. E a differenza dell’altro Anton del 2007, qui non c’è spazio per alcuna madeleine di redenzione.

Il cinema dei Coen, insomma, pur essendo sempre nerissimo e conservando un taglio sardonico che spesso si tramuta in sberleffo (ma più spesso in rassegnata e dolorosa empatia), si è definitivamente trasformato dall’eccellente giocattolo barocco che era, in un qualcosa di perfetto e allo stesso tempo inafferrabile che, possiamo dirlo con tranquillità e con senno, ha davvero pochissimi eguali, nel cinema contemporaneo non solo, e che si pone definitivamente al livello dei grandi classici del cinema americano. Compresi quelli a cui si rifà. Se credevamo che fosse L’uomo che non c’era a segnare la definitiva e inarrivabile maturità dei Coen, ora dobbiamo ricrederci.

Una cosa, però, almeno voi: la prima volta che vi capitasse di trovare un valigia piena di soldi, per cortesia, lasciatela lì dove sta.

Gone Baby Gone, Ben Affleck 2007

Gone baby gone
di Ben Affleck, 2007

Una delle questioni su cui ricordo di aver più dibattuto parecchio tra umili e illetterati blogger come me, e di sicuro uno delle scelte più facili per introdurre un post su un film diretto da Ben Affleck, è quella della relatività: se un film può avere per noi un valore in qualche modo – diciamo – “stabile”, vero è anche che bisogna fare i conti per forza con le aspettative che il film crea, soprattutto – e qui veniamo al film – per i nomi in gioco.

Insomma, sarà effettivamente un ingiusto pregiudizio, ma se qualche mese fa mi avessero detto che Ben Affleck, attore recentemente sdoganato per via di un’interpretazione effettivamente molto convincente all’interno di un bruttissimo film, avrebbe diretto di lì a poco un film tratto dal Dennis Lehane di Mystic river, avrei storto il naso. E così feci, storsi il naso, e ancora mi fa male. Tanto più che – ma l’avevo capito già dal trailer – avevo preso una madornale cantonata: abbiamo dovuto aspettare più di dieci anni di martirio per renderci conto, noi con lui, che il giusto posto per Ben era dietro la macchina da presa. Non davanti. Dopotutto, chi ha mai detto che un regista deve essere una persona brillante, gradevole e intelligente? Nessuno. Anzi.

E qui entra in gioco la relatività di cui parlavo da principio: ci ho pensato qualche giorno, perché non ero sicuro di averci visto bene, ero talmente frastornato dal fatto che Ben Affleck avesse realizzato un film così sincero, disilluso, maturo, ma anche incalzante, emozionante, commovente, che mi sono chiesto se in fondo il mio entusiasmo non fosse che una timida espiazione per tutto il male e la derisione volta in direzione del grosso mastino californiano. Gone baby gone invece è proprio così, ve lo posso garantire: e in un certo senso, la deformazione soggettivista ha dato i suoi frutti, trasformando l’esordio di Affleck da un semplice bellissimo film a una delle più straordinarie sorprese degli ultimi tempi.

Tratto dal quarto libro di una vera e propria saga letteraria noir pubblicata da Lehane, i cui protagonisti sono i detective privati Patrick Kenzie e Angela Gennaro, qui ritratti con sommesso affetto ma con l’invididiabile capacità di non darli mai per scontati, il film parte come la risaputa storia di un rapimento malriuscito (la cui vittima è la bravissima Amy Ryan, che con questa perfetta e insostenibile interpretazione borderline ha preso una scorciatoia per uno sfacelo di premi), ma diventa presto – anche grazie a una narrazione ondivaga che predilige la dilatazione dell’innecessario, proseguendo anch’esso sulla strada intrapresa da Zodiac, e se mi permettete la divagazione, mostrando una volta di più l’importanza forse sottovalutabile ma capitale del film di Fincher per il cinema di detection – un racconto corale fondato sul ribaltamento tematico (verità/giustizia) e sull’ambiguità morale, che ci lascia (con un’immagine finale malinconica e straziante nella sua ricercata banalità) con l’amaro in bocca per giorni interi.

Che rimanga dietro la macchina da presa, Ben Affleck, ma che lo faccia davvero: perché adesso da lui ci si aspettano grandi cose, là dietro. Se l’è cercata. Tanto, a sostituirlo dall’altra parte c’è suo fratello Casey: dopo l’exploit impressionante in Jesse James, un’altra interpretazione dolorosa, bofonchiante, magistrale.

[good news]

Dopo due mesi, tornano stasera The Daily Show e The Colbert Report.

Le vere ossessioni del mio 2007, di cui colpevolmente non ho mai parlato in questi lidi,
tornano, ovviamente, senza sceneggiatori: speriamo in bene.

L’immagine sovrastante è una t-shirt che potreste regalarmi

[post in attesa]

gone baby gone
no country for old men

Irina Palm
di Sam Garbarski, 2007

Una delle cose più divertenti di Irina Palm è raccontarlo poi ai tuoi amici, che non sanno che cosa sia, e godersi le loro facce: vaglielo a spiegare, poi, che questa trama – che sembrerebbe una cosa maliziosetta e un po’ porcellona, a spiegarla a maglie molto larghe – appartiene a un film così quieto, sommesso, malinconico, delicato, piacevole.

Irina Palm è stato additato da molti come una delle maggiori sorprese europee dell’anno appena trascorso, un po’ perché il suo regista a quasi sessant’anni è ancora praticamente un regista esordiente, ma soprattutto per la presenza inusuale di Marianne Faithfull, che uno in un ruolo così – la donna di mezza età che appende dietro il muro forato dal "buco della gloria" i piccoli simulacri della sua coscienza piccolo borghese, come il quadretto, il thermos del té – non ce la vedrebbe, e invece quegli occhi piccoli, vispi e tristi calzano alla perfezione sul ruolo di Maggie, come uno splendido grembiule adagiato su un corpo invecchiato e pieno di (bellissimi o grigi) ricordi.

Al di là di lei, ci sono molte cose che rendono Irina Palm un film da recuperare: tra queste, senza dubbio è principale il modo in cui Garbarski riesce a giocare con i suoi personaggi (soprattutto in quelli, più didascalici, del figlio e della nuora di Maggie, ma anche nel bellissimo ruolo affidato a Miki Manojlovic), ribaltandone l’identificazione senza mai prendere in giro lo spettatore, ma conducendolo per mano nella storia, con un garbo inaspettato e almeno due scene da conservare immediatamente nella memoria: la prima "lezione" tenuta da Dorka Gryllus (presenza inconsapevolmente meravigliosa: amore a prima vista) e la "rivelazione" ("I wank men off!") alle amiche del quartiere, che nascondono i loro squallidi altarini dietro l’ipocrisia perbenista del té delle cinque.

Io sono leggenda (I am legend)
di Francis Lawrence, 2007

Il terzo adattamento ufficiale del celebre libro di Richard Matheson (dopo il grandissimo film di Ubaldo Ragona L’ultimo uomo sulla terra e Omega man con Charlton Heston, senza contare i debitori come 28 giorni dopo di Danny Boyle) ha dalla sua il fascino senza tempo, forse perché atavico, dell’immagine dell’uomo solitario che vaga in un mondo abbandonato dall’uomo, spazzato via dalla sua stessa mano, l’ybris autodistruttiva, i cerbiatti a Times Square, e tutto il resto.

Detto questo, un po’ come già fece nel suo Constantine, Francis Lawrence ci si siede un po’ sopra, a questa comodità. Non fa molti sforzi, insomma: la materia è già tutta lì, pronta per l’uso. Di suo ci mette degli effetti speciali orripilanti (se davvero era il caso di mostrare tutto, tanto valeva spendere quattro lire di più e studiarsela per benino), una narrazione per flashback segmentati che tira tanto in televisione (viene dritta dritta da Lost) ma che qui risulta vecchierella, nonostante le buone intenzioni, e un senso dell’approccio alla paura che si accosta più al mondo delle graphic novel – almeno, ci prova – che non ai celebri predecessori del romanzo di Matheson e dello "zombie cinema" tout court. Risultato: non fa paura, al massimo qualche saltino, si teme più che altro per il bel cagnone, la tensione è mantenuta al minimo sindacale, non ci si annoia propriamente ma nemmeno ci si esalta. E nemmeno a tratti.

Quello che Lawrence e soci (la WB, che aspettava di far uscire I am legend da 13 anni, che forse non hanno giovato) azzeccano, e che salva il film in corner – oltre a una "scena di lutto" in fuoricampo talmente bella e straziante da spiccare letteralmente il volo rispetto alla quieta mediocrità del film – è questo nuovo Robert Neville, la sua rappresentazione e – perché no – l’interpretazione fattane da Will Smith: un protagonista imprevedibile, paranoico, cupissimo e psicologicamente del tutto fuori controllo (qui potremmo fare della facile ironia sulla passione di Neville per Shrek, che potrebbe però portare anche riflessioni ben più serie che si relazionino magari al rapporto che il personaggio intrattiene con il suo cane, ma questa parentesi è già troppo lunga), che "salva la giornata" per una sorta di illuminazione mistica – un colpo di culo, chiamiamolo – immersa in un clima di sostanziale follia. Non è una robetta da niente.

Però il film è, approssimativamente, quello che avete visto nel trailer. Non è che ve lo raccontino tutto: ma davvero, non c’è molto altro. Siete pronti ad accontentarvi?


Nei cinema dall’11 Gennaio 2008

[attributi]

Ci sono, eh.

In ritardo, ma il nuovo episodio di Friday Prejudice è online.

E benvenuti nel 2008.