2008

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Friday Prejudice #148

[bocciodromo]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, quello dove mi menate.

Pineapple Express, David Gordon Green 2008

Pineapple Express*
di David Gordon Green, 2008

Come ci sia finito il regista di George Washington e All the real girls a dirigere una stoner comedy, è materia di discussione ormai da parecchio tempo – e sono sicuro che molti fan dell’autore saranno delusi a prescindere da questa svolta nella sua carriera. La vera sorpresa – ma fino a un certo punto – è che Pineapple express è effettivamente un gran bel film: una volenterosa summa creativa dello stoner film come sottogenere (che l’uso della cannabis non sia un pretesto narrativo lo dimostra lo spassoso incipit con il solito Bill Hader) a cui viene aggiunta una dignità artistica che altrove poteva difettare.

Ma anche il frutto definitivo del lavoro svolto dal produttore Judd Apatow sulla commedia demenziale dai tempi di Anchorman – e tra i risultati migliori della sua prolifica factory. Ponendosi come seguito ideale del già riuscito Superbad, anch’esso scritto – e altrettanto bene – dal talentuoso Seth Rogen insieme a Evan Goldberg, e basato sulle medesime dinamiche da buddy movie, lo supera spesso e volentieri per la tenuta del racconto, per il modo inaudito con cui vengono costruiti i rapporti tra i personaggi – tra cui spiccano due cattivi inusuali il cui misto di crudeltà e assurdità ricorda i bei tempi di Tutto in una notte di John Landis – e per la presenza irresistibilmente naif di James Franco.

Impossibile citare a casaccio da decine di dialoghi spassosi e brillantissimi, costruiti (come da manuale apatowiano) sul rilancio e sull’insistenza più che sul singolo aforisma: ma aggiungono energia alla formula, non la trasformano nella solita collezione di scenette e frasi da ripetere a cena con gli amici. Permettendo così a Pineapple express di diventare uno dei film più divertenti della stagione. E assai meno stupido di quanto pensiate.

Nei cinema dal 28 Novembre 2008

*nota: il film esce nelle sale italiane con lo sfortunato titolo Strafumati, che prosegue la tremenda stragegia distributiva che Sony Pictures Italia aveva già tratteggiato con Suxbad, e sempre a danno di Judd Apatow e amici suoi. Un titolo talmente imbarazzante e brutto, che, se permettete, preferisco scriverlo solo qui sotto in piccolo.

La giusta distanza, Carlo Mazzacurati 2008

La giusta distanza
di Carlo Mazzacurati, 2008

Uscito ormai un anno fa nelle nostre sale, il dodicesimo film di Carlo Mazzacurati parla di diversità e adattamento, di inclusione ed esclusione all’interno di una piccola comunità nella pianura veneta ma, a differenza delle pieghe sociali che altri film italiani avrebbero potuto esaminare, e in curiosa concomitanza con il coevo La ragazza del lago di Molaioli, La giusta distanza viene "sporcato" (benevolmente) da una sorta di trama gialla – che interviene però oltre la metà film.

Un film che coccola non senza una certa scaltrezza il pubblico italiano, fornendo scenari riconoscibili quando non comunissimi, al confine con la macchietta: il commerciante arricchito e un po’ puttaniere, il bel ragazzo sempliciotto, l’unico immigrato che il paese ha accettato ma che guarda ancora con sospetto e pregiudizio. Ma nel raccontare questa terra solitaria e assurda, disperata e assorta, che ben conosce, il regista padovano mostra esplicitamente di voler seguire il procedimento che mette in bocca a Bentivoglio come "giusta distanza", che permetterà – oltre che al regista stesso di confezionare un film assolutamente riuscito – al giovane Giovanni di risolvere il caso

Ne deriva un taglio ancor più profondo e doloroso: Mazzacurati guarda alla periferia ora con l’affetto e l’empatia che sono necessarie a comprenderla, ora con lo spietato distacco che ha il rumore di una fuga e il sapore di una condanna – ancor più dolente, perché è la distanza giusta, ma una distanza che proviene da un abbraccio. Una condanna che riguarda tutti: colpevoli, ognuno del proprio delitto (foss’anche nei confronti di sé stessi), o innocenti. Una condanna scritta con l’infelicità ancor prima che con il sangue, e un’infelicità di fronte a cui l’unica soluzione è: scappare. Chi lascia la strada vecchia per la nuova, fa bene.

The strangers, Bryan Bertino 2008

The Strangers
di Bryan Bertino, 2008

Quella di Bryan Bertino, regista oggi trentunenne, è davvero una storia curiosa: fino a poco tempo fa era un tecnico delle luci, laureato in cinema all’Università del Texas con l’hobby della sceneggiatura. Uno di quei rari casi di sceneggiatore che ce la fa. Nel tempo libero infatti Bertino scrive sceneggiature, e una di queste (quella di The strangers) riesce ad arrivare sulla scrivania della Universal. Ma la fortuna non finisce qui: il film dovrebbe essere diretto da Mark Romanek, ma quest’ultimo chiede troppi soldi. Così, i distributori della Rogue decidono di affidare la regia all’inesperto ma promettente Bertino.

La storia è ancora più curiosa trovandosi di fronte al film: che a dispetto delle premesse non sembra affatto l’opera prima di un giovane gaffer approdato violentemente alla regia. Bertino è anzi senza dubbio un grande conoscitore della materia, e il suo The strangers, pur scontando le grandi ingenuità che una storia del genere non può accantonare – si tratta di un tipico thriller d’assedio, ridotto completamente all’osso: una casa isolata, due vittime, n carnefici – raggiunge l’obiettivo primario (quello di spaventare) con una facilità sorprendente.

Certo, gli 87 minuti, ahinoi, si sentono: la tensione non infatti è sempre all’altezza della prima massacrante mezz’ora (con un uso del sonoro davvero da manuale, sia nei più tradizionali spaventi che nei contrasti musicali: per esempio, l’uso di Sprout and the Bean di Joanna Newsom) e una volta che le carte sono state scoperte non rimane troppo da dire. Ma lo sguardo di Bertino sulle reazioni umane, da una parte, e sull’horror psicologico stesso dall’altra (con le insistenti domande dei due protagonisti, destinate a non trovare risposta perché non c’è), è intelligente, dissacrante, cinico, e – una volta tanto – più autenticamente crudele che simpaticamente beffardo.

Dietro la maschera da bambola si nasconde la stupenda modella australiana Gemma Ward. Va bene, ma la prossima volta ce la fate vedere?

Il film dovrebbe uscire in Italia il 2 Gennaio 2009.

Costato 10 milioni di dollari, ne ha guadagnati 75: inevitabile il sequel, in uscita nel 2010.

Friday Prejudice #147

[appreciation moment]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice.

Friday Prejudice #146

[bu!]

Hay un nuevo episodio de El prejuicio del viernes. Ci siamo capiti.

Let the right one in, Tomas Alfredson 2008

Let the right one in (Låt den rätte komma in)
di Tomas Alfredson, 2008

Non è un segreto: molte delle cose scritte da queste parti, che vi piacciano o meno, non sono frutto di particolari ragionamenti o riflessioni. Le ragioni sono molteplici, ma la principale è la più ovvia: ho sempre pochissimo tempo, e spesso e volentieri la voglia è altrettanta. Poi, una tantum, appare un film per il quale vorrei tirare fuori un cartello come Wile Coyote, o luminose insegne provvisorie al neon che urlino va bene però adesso fermatevi e leggete questo. Per una volta, mi sono interrogato persino su quale fosse il momento ideale per scrivere affiché il post su Let the right one in non passasse del tutto inosservato (forse il martedì mattina?) ma poi, come si può evincere da questo primo fallimentare paragrafo, mi sono reso conto che non avevo proprio idea di cosa diavolo dire.

No, davvero. Ricominciamo.

Se la vitalità del cinema nordico non è certo una sorpresa per chi sa guardarsi un po’ in giro, l’apparizione di un film romantico sui vampiri di nazionalità svedese potrebbe esserlo. In realtà, chiunque segua i più letti siti e blog di cinema in lingua inglese – alcuni dei quali hanno fatto della promozione del film una sorta di deliberata e doverosa crociata – ha sentito parlare di Let the right one in ormai fino allo sfinimento. Infatti, fin dalla sua premiere al festival internazionale di Göteborg da dove si è portato a casa miglior film e miglior fotografia, il film di Tomas Alfredson non ha mai smesso di vincere premi principali un po’ ovunque: Tribeca, Neuchâtel, Edimburgo, Woodstock, il Fantasia di Montreal, il Fantastic Fest di Austin, persino il coreano PiFan. Qual è la ragione di questo successo? Semplice: Let the right one in è un film meraviglioso.

E ci ho messo due paragrafi a dirlo. Sarà una cosa lunga. Dunque.

Per raccontare il film di Alfredson userò le parole che sto usando per invogliare tutte le persone che conosco a recuperarlo, a vederlo, oppure anche semplicemente ad aspettarlo: "è una storia d’amore tra due dodicenni: Oskar è tormentato dai suoi compagni bulli, Eli è un vampiro". Raccontato così, però, il film rischia di essere confuso con una cosa alla Angela Sommer-Bodenburg o, peggio ancora, alla Stephenie Meyer – disguido aggravato dall’avvento di Twilight in sala. Ma in realtà, Let the right one in è quanto di più lontano dal cinema per ragazzi nonostante i protagonisti siano preadolescenti, e non fa per nulla leva sull’appeal un po’ modaiolo che il cinema dei vampiri ha recuperato negli ultimi tempi – e di cui la buona serie True Blood è un’esempio calzante.

E oltre a essere un’esperienza visiva assolutamente entusiasmante e ipnotica, tutta giocata – da manuale – sul contrasto tra il bianco delle distese di neve e ghiaccio della periferia di Stoccolma e il colore acceso del sangue, e su un ritmo pacatissimo e quieto fino all’inquietudine spezzato alcune pennellate di violenza che sconvolgono proprio per il loro rifuggire del tutto l’affiliazione a un canone o a uno stile predefinito (almeno, nel campo del cinema horror), Let the right one in è davvero un viaggio affascinante, profondamente morale e a tratti decisamente disturbante, all’interno delle radici stesse della fascinazione del Male. Un film in cui i confini morali che caratterizzano il romanzo di formazione svaniscono spazzati via da una storia d’amore che mescola e intreccia scoperte come la passione, l’autodifesa, la morte.

Ma non dimentichiamo che il film, nonostante sia caratterizzato da una compattezza rara, supportata alla perfezione dalla compassatezza della messa in scena, possiede alcuni pezzi di bravura – già chiacchieratissimi – che lasciano senza parole, quando non senza fiato. Come il primo incontro tra Oskar e Eli, nel giardino di casa. Oppure come i due finali: il primo, che riesce a rileggere – non senza una buona dose di furbizia – l’utilizzo del fuoricampo e del non-mostrato nel cinema del terrore (e terrorizzando come non mai) e il secondo, l’inquadratura finale, stupenda e dolcissima, di grande intelligenza narrativa e disperatamente romantica.

In definitiva, uno dei film più belli e sconvolgenti dell’anno. Ecco tutto.

Il film è uscito in patria alla fine di Ottobre, parteciperà Fuori Concorso al Festival di Torino alla fine del mese di Novembre, e se tutto va bene dovrebbe uscire in Italia all’inizio del prossimo anno. Siete avvertiti fin d’ora.

[it's a celebration, bitches! enjoy yourselves!]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, ora anche barely legal.

Quantum of solace, Marc Forster 2008

Quantum of Solace
di Marc Forster, 2008

La prima cosa che si vede in Quantum of solace è il Lago di Garda, la seconda cosa sono le gallerie di Limone. Bene. Ma una volta sgomberato l’interesse ossessivo dello spettatore benacense – dopo poco Bond è già a Siena, e Dio solo sa come diavolo ci sia arrivato – ci si trova di fronte al film, purtroppo. Perché se Casino royale aveva fatto ben sperare sulla tenuta dell’era Daniel Craig, il passaggio di consegne da Martin Campbell a Marc Forster ha significato una visibile caduta qualitativa.

Il problema principale di Quantum of Solace è che non ci si capisce una beneamata mazza, perché tutti gli sforzi sono protesi a realizzare sequenze d’azione il più cazzute possibili. Quello che succede tra un inseguimento / scazzottata / sparatoria e l’altra, oltre ad agganciarsi al film precedente come farebbe il secondo capitolo di una trilogia (oh, questo film è un sequel, se non avete visto Casino Royale l’altro ieri vi auguro buona fortuna), è del tutto campato per aria. Si può uscire da un film che si chiama Quantum of Solace senza aver capito nemmeno cosa cazzo sia, non dico il solace, ma il quantum? E comunque, nonostante qualche bella intuizione visiva, anche le suddette sequenze d’azione non è facciano faville – tutte stunt e dettagli stretti: insomma, un caos ben poco organizzato.

Quantum of Solace poi rappresenta il compimento del peggior uso delle location possibile, quello che mescola basso folklore e mera pretestualità. Per capirci, il film è strutturato così: Bond arriva in un luogo del mondo, appare una scritta con il nome del luogo, immagini caratteristiche (Siena = palio, Port au prince = panni stesi), succede qualcosa di violento, poi arriva un personaggio e spiega velocemente un pezzo di trama, altra eventuale scena violenta, e via nella prossima location, e si riparte da capo. Tutto così. Che palle.

[just so you know, I can't be your friend]

(per dire che prima o poi sarebbe il caso che vi parlassi di Let the right one in)

Futurama: Bender’s Game, Dwayne Carey-Hill 2008

Futurama: Bender’s Game
di Dwayne Carey-Hill, 2008

E siamo a tre. Dopo Bender’s big score e The beast with a billion backs, arriva puntuale il terzo dei quattro film straight-to-dvd che compongono la quinta non-stagione della fenomenale serie creata da Matt Groening nel 1999. Che rende chiara una cosa, una volta per tutte: un’attesa smisurata nei confronti di questi lungometraggi può essere controproducente, visti i risultati.

Capiamoci bene: Bender’s game è assolutamente imperdibile, come le altre volte. Il discorso è sempre lo stesso, insomma: Futurama è un prodotto talmente ricco e unico nel suo genere, talmente maniacale e complesso, talmente culturalmente stratificato, da far perdonare il fatto che questo ritorno non sia stato (e non sia) (e probabilmente non sarà) tutto all’altezza di Bender’s big score. Che forse ci aveva abituato troppo bene, da principio: Bender’s game è persino, almeno a una prima distratta occhiata – alla quale ne seguiranno sicuramente altre, perché sennò si sta a secco fino a Febbraio 2009 – il più debole dei tre. E alcune gag (quella dei tre Stooges e il Wipe Castle, per dirne due) davvero non funzionano. Ma forse è solo perché qui si vanno a toccare più direttamente i nerdoni che hanno fatto la fortuna della serie, soprattutto agli appassionati di fantasy: in particolare, di Tolkien e di D&D, il cui creatore Gary Gygax, scomparso lo scorso Marzo, è omaggiato esplicitamente.

Tutti gli altri si possono accontentare, se così si può dire, del solito susseguirsi di situazioni che hanno fornito a Futurama uno dei culti più meritati dell’animazione contemporanea. La trama, notevolmente più compattata e semplificata che negli altri due film, abbassa notevolmente le ambizioni e si suddivide in due parti: dire di più sarebbe un delitto. Rivelazioni incredibili degne di una soap (soprattutto sul passato di Farnsworth e di Nibbler), irresistibili versioni "fantasizzate" dei personaggi della serie, robot picchiatelli (influenza inconscia di WALL-E?), una Amy Wong a piccole dosi ma più fica che mai (garantisco), e il solito vecchio Bender. Come si fa, a prescindere, a non amarlo?

Il DVD inglese è già disponibile, da noi esce il 26 Novembre.

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, Steven Spielberg 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull)
di Steven Spielberg, 2008

Da eterno difensore dell’opera di Steven Spielberg, non solo tra le figure più fondamentali dell’industra del cinema statunitense ma regista straordinario dagli anni che chiusero l’era della New Hollywood (inutile citare i titoli immortali da lui diretti a cavallo tra gli anni ’70 e ’80) a tempi più recenti (solo in questo decennio sono uscite cose come A.I., Prova a prendermi e La guerra dei mondi), da fan e da amante del suo lavoro mi risulta difficile ammettere che il suo ritorno nella saga di Indiana Jones sia stato un buco nell’acqua. Ma è un’ammissione necessaria, e che non ammette giustificazioni di sorta.

Eppure, ce ne sarebbero: se è solo un omaggio a un cinema che fu – il quale a sua volta, guarda caso, era un omaggio a un cinema che fu stato – allora si potrebbero davvero perdonare molte cose, o alcune cose, in nome di un indefinibile e banalissimo afflato affettivo? E quante, in tal caso? La mia risposta è no, perché il quarto Indy, a quasi vent’anni dal precedente, è un film sostanzialmente sbagliato, squilibrato, noioso, ma soprattutto pigro. La sensazione che dà – e che sia andata così o meno, importa poco – è quella di un team di lavoro soffocato da un eccessivo entusiasmo iniziale, che ritrovatosi tra le mani questa robetta di poco conto – in fondo, di questo Teschio di Cristallo, ma che ci frega? – a fronte di aspettative pazzesche, ha deciso di lavorare al minimo artistico.

Così la sceneggiatura del non sempre brillante David Koepp, svogliata e dedita a un’irritante casualità, in cui tutto ciò che succede nel film lascia i personaggi completamente passivi, quasi storditi, in attesa del prossimo movimento. Così la regia, che (soprattutto nella seconda unità) si dedica qui e là a qualche virtuosismo, ma dimenticando per strada ogni credibilità – e trovandosi infine invischiata nel ridicolo involontario. Il fenomenale incipit con i ragazzi in decappottabile che stuzzicano i militari sulle strade deserte del Nevada lascia ancora più con l’amaro in bocca. In fondo, e dico forse, bastava metterci un po’ di ironia in meno e un po’ di cuore in più.

Friday Prejudice #144

[bentornata, oh divina divina]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, YAWN

Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen 2008

Vicky Cristina Barcelona
di Woody Allen, 2008

Un giorno della fine di Ottobre del duemilaotto, intorno alle 11 del mattino, Kekkoz cominciò a scrivere un post su Vicky Cristina Barcelona. Avendo deciso che era giunto il momento di prendere una posizione sul film, mentre fuori dalle finestre del suo ufficio il cielo tempestuoso si schiariva lasciando spazio a un malinconico azzurro autunnale, Kekkoz cominciò a scrivere la settima di quella che sarebbe divenuta presto una sequela di righe. Un carattere dietro l’altro, le sue dita correvano veloci sulla tastiera, e dopo nove righe, anzi alla fine della decima, si avvicinò per lui il momento della fine del primo paragrafo. Guardò il primo paragrafo che si concludeva, e lo trovò molto bello. Decise di fotografarlo.

Iniziò il secondo paragrafo con un tempo coniugato al passato remoto, e una terza persona singolare che, in realtà, non parlava di una persona esterna, ma non era che un gioco retorico per sfottere affettuosamente la scelta della voce fuori campo nell’ultimo film di Woody Allen, Vicky Cristina Barcelona, di cui il post non aveva ancora parlato affatto – nonostante si fosse già avvicinata la sesta riga del secondo paragrafo, ed essa fosse già scomparsa per far spazio a una settima che, anch’essa, sembrava proprio volersi eclissare a breve. Anzi, si era eclissata. Kekkoz rilesse il paragrafo e mezzo che aveva prodotto in quei pochi minuti. Ne apprezzò la correttezza sintattica, la vacua arguzia, ne corresse i refusi, lo fotografò. Sorseggiò la deliziosa acqua che la bellissima città di Milano, con il suo Duomo gotico e i molti negozi di moda, gli aveva offerto tramite una magica fonte tramite l’inserimento di una monetina, qualche minuto prima, e ruttò. Già che c’era, scattò qualche fotografia, a cazzo.

Dopo aver concluso il paragrafo centrale con una parolaccia, Kekkoz iniziò il terzo paragrafo, quello che generalmente tira i remi in barca e che conclude la faccenda, l’unico che generalmente la gente legge, ma si accorse che il paragrafo era già ormai iniziato da quasi quattro righe. Divertito dalla buffa contingenza, decise di farla finita, e stava concludere il suo post su Vicky Cristina Barcelona con il più classico e banale dei segni di interpunzione, quando effettivamente lo fece.

(ovviamente questo post è uno scherzo, ma non ho resistito) (il film in realtà non mi è dispiaciuto affatto: per chi lo volesse, un giudizio sommario è nei commenti)

Kung fu panda, Mark Osborne e John Stevenson 2008

Kung Fu Panda
di Mark Osborne e John Stevenson, 2008

Che non scorra buon sangue tra la Dreamworks Animation e il sottoscritto è cosa ben nota a chi sia passato da queste parti più di una volta o due. Dopo tutta l’infamia diretta agli studios di Shark tale e Madagascar, sono contento di poter fare un passo indietro, così come la DW sembra averne fatto uno in avanti. Perché Kung fu panda non era un progetto così facile.

Non tanto per via del crossover culturale – simile a quello già affrontato a testa alta dalla Disney dieci anni fa con Mulan – ma perché fin dal titolo si prefigurava la solita inevitabile puttanata furbetta à la Katzenberg. Invece Kung Fu Panda possiede la dote della riduzione ai minimi termini (i due sceneggiatori vengono da King of the hill, e fanno il loro porco lavoro), è disneyano nel senso migliore del temine, ineccepibile sotto il profilo tecnico, il solito insopportabile cast di attori famosi ha un inaspettato understatement (Jack Black, per dire, è gigione quanto il suo personaggio richiede, non un pelo di più), e soprattutto limita del tutto gli sculettamenti, gli ammiccamenti maliziosi, i soliti riferimenti alla peggio pop culture. Ed è anche davvero divertente, pieno com’è di complesse scene di combattimento tra animali – che nel peggiore dei casi non stufano, e nel migliore lasciano a bocca aperta.

Difficile cantare vittoria, comunque: sarò pure io che la vedo nera, ma a brevissimo uscirà il sequel dell’orrido Madagascar, e nei prossimi anni vedremo come minimo altri due Shrek "ufficiali", più uno spin-off, per non parlare del sospetto Monsters & Aliens (sembra davvero un clone tardivo), un film messo in mano ai due autori di Lilo & Stitch, e altre cosette simili. Kung Fu Panda rischia insomma di rimanere una piacevole eccezione.

Tropic thunder, Ben Stiller 2008

Tropic Thunder
di Ben Stiller, 2008

Sarebbe un errore ritenere che la stupidità e l’intelligenza non possano coesistere nella stessa opera cinematografica, che siano insomma due nemesi autoesclusive. Tonnellate di cinema demenziale apparterrebbero in tal modo alla categoria del paradosso, per non parlare della qualità degli elementi più riusciti. E se Tropic thunder è un film stupido, irresistibilmente stupido – basti pensare alla trivialità dei pedali che riesce a schiacciare per causare risate: peraltro riuscendoci un’alta percentuale di volte – è davvero impossibile non notare la raffinatezza con cui il film è pensato e realizzato. E la spregiudicata e intelligente stratificazione con cui riesce a rendere omaggio alla fabbrica dei sogni, e a demolire le sue basi dall’interno, la sua avidità e la vanità intrinseca entro cui l’industria del cinema è radicata, con esplosioni beffarde e deflagranti. Tropic thunder può fare quindi l’impressione di un radical chic che scoreggia, o di una barzelletta sconcia raccontata da un nobile miliardario tra le mura della sua tenuta: sta al pubblico accettare o meno il gioco, come già nel caso del film precedente di Stiller, Zoolander. Di cui Tropic Thunder è degno proseguitore: anzi, riesce spesso e volentieri a superare il suo cultissimo fratello maggiore. L’unica cosa certa infatti, in questo gioco di riconoscimenti e di contratti reciproci tra schermo e spettatore, è quella che sta davanti agli occhi, e che è davvero difficile negare: prima di tutto, dei production values favolosi (almeno per una commedia); poi, una sceneggiatura che non perde un colpo e che si discosta dai famosi tempi lunghi di Judd Apatow riaccelerando tutto d’un colpo la commedia americana: esordio come co-sceneggiatore dell’attore lynchano Justin Theroux; infine, un cast smisurato e incredibile, di cui tutti parlano da mesi, ma che fa meraviglie persino più di quanto ci sia aspettasse. E se è impossibile non citare il Kirk Lazarus di Robert Downey Jr., la vera sorpresa (circa: ormai se ne parlava da tempo, ovunque) è il Les Grossman di Tom Cruise: si sarà pure fottuto il cervello, ma con quattro mossette e una presenza scenica monumentale, Cruise ruba la scena a tutti.

Nota: il doppiaggio italiano fa meno danni di quel che temessi, appunto, perché il film è talmente riuscito sotto profili non-verbali da non risultare mai (troppo) maltrattato, e l’adattamento almeno rinuncia a inventarsi uno slang, come venne fatto in Zoolander (figoso, anyone?) nonostante si prenda comunque qualche libertà nel "forzare la mano" sui dialoghi. Molto sacrificato, come previsto, il personaggio di Robert Downey Jr.: non essendo la sua una macchietta "traducibile", in alcun modo, l’edizione italiana si limita a un vocione e a qualche "man!" ogni tanto. Ma poteva andare peggio, che so, potevano farlo parlare come Mammy di Via col vento. Vi invito caldamente a recuperare successivamente un’edizione originale, per potere godere appieno della sua meravigliosa meta-mimesi.

Redbelt, David Mamet 2008

Redbelt
di David Mamet, 2008

Sarà un bene o sarà un male, che un singolo personaggio riesca a "fare" un film che normalmente sarebbe potuto passare inosservato? In questo caso, a sollevare un film sportivo (o "d’ambiente sportivo") costruito sul classicissimo sviluppo triadico ascesa-caduta-riscatto? Non so bene, ma senza dubbio bisogna ringraziare Chiwetel Ejiofor: il suo Mike Terry è davvero una delle figure più belle del cinema americano recente. Un vero e proprio samurai urbano, ultimo e incrollabile araldo di una coerenza morale e di una purezza di spirito che l’avidità umana sembra aver spazzato via – e che è rimasta solo nei grandi maestri, nelle cinture rosse che di fronte a lui chinano il capo.

Certo, Mamet ha scritto un personaggio che intorno a Ejiofor calza alla perfezione – e la sceneggiatura fa dell’impeccabilità la sua arma migliore, cogliendone persino dove possa aver peccato di originalità o di credibilità. Ma è il trentaquattrenne attore inglese, che già diversi anni fa spiccava decisamente in Piccoli affari sporchi di Stephen Frears e che si sta facendo strada con ruoli sempre più importanti, a dimostrare una volta per tutte di che pasta è fatto. E cioè, non solo uno dei maschi più manzi del pianeta Terra, ma anche un attore di straordinaria sensibilità e profondità. Redbelt è un gran bel film, ma lo è, prima di tutto, grazie a lui.

Silenzio di tomba, brividi sulla schiena, e qualche campana che suona nella scena in cui Ejiofor "esorcizza" Emily Mortimer – magistrale per scrittura e interpretazioni, e obiettivamente tra le cose più emozionanti viste sullo schermo quest’anno. Se questo non è amor, Chiwetel, stab me with the knife.

Friday Prejudice #143

[vi dico come finisce: è stato stocazzo]

L’episodio 143 di Friday Prejudice, per dire.

Agente Smart – Casino totale, Peter Segal 2008

Agente Smart – Casino totale (Get Smart)
di Peter Segal, 2008

Su quanto io sia imbestialito, da tempo, con la carriera cinematografica di Steve Carell, credo di averlo detto fin troppe volte. Posso dire che Get Smart, pur non lasciandomi particolarmente entusiasta, riesce almeno nell’impresa di riappacificarmi – parzialmente – con l’attore americano. Che calza perfettamente nei panni di Maxwell Smart, creatura di Mel Brooks e Buck Henry che negli anni ’60 aveva il volto di Don Adams.

Prima di tutto perché gli permettono di sfogare del tutto il suo stile personale, costruito sul contrasto tra l’impostazione vocale e corporea impettita e improvvisi slanci di ira barra entusiasmo, con un misto di imbarazzo e spavalderia che riesce saggiamente a non spingere sul primo, più facile, tasto – evitando quindi l’effetto-replica del suo Michael Scott di The office o, peggio ancora, la più facile delle "apologie dello sfigato". Cosa che Maxwell Smart non è, grazie al cielo: la medesima differenza, oserei dire, che esiste tra il Fantozzi di Neri Parenti e quello di Luciano Salce.

Tutto intorno a lui, un filmetto piacevole e molto divertente, che d’accordo, non va da nessuna parte e forse nemmeno parte per andarci, ma almeno non fa l’errore di farsi cannibalizzare dal suo protagonista, azzeccando le "spalle" Masi Oka e Nate Torrence e piazzandogli accanto una Anne Hathaway talmente perfetta da impedire a me stesso di sostenere il contrario. E oppone al reboot del cinema spionistico attuale, di cui sono epitomi il Casino Royale di Martin Campbell e soprattutto la sublime serie Chuck sulla NBC, una prospettiva retrò, o vecchiotta che dir si voglia, che investe sia i modelli narrativi sia i meccanismi della risata.

Un cinemino da scaffale del negozio di modernariato, e come tale, tanto polveroso quanto rassicurante.

La classe, Laurent Cantet 2008

La classe – Entre les murs (Entre les murs)
di Laurent Cantet, 2008

La cosa che rende così speciale – e amato – Entre les murs, film che ha amichevolmente scippato a due meritevolissimi film italiani la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, oltre alla freschezza e alla riuscita di una sfida effettivamente difficilissima, è forse il modo in cui si giostra tra i diversi linguaggi audiovisivi. Pur sembrando a prima vista un’opera facilmente inquadrabile, e magari assimilabile ad altre ambientate nelle classi scolastiche (come La scuola di Luchetti, con il quale ha somiglianze del tutto superficiali ma assai interessanti) il film di Cantet è infatti tutt’altro. Prima di tutto, come si sa, è progettato più come un laboratorio teatrale che come un film vero e proprio. Inoltre, a livello produttivo sembrerebbe ammiccare al mondo del documentario più che a quello della fiction. Ma proprio di fiction, purissima, si tratta, e inoltre il risultato ha una compattezza e una lucidità impressionanti, grazie alle quali si trasmette in modo immediato, anche se complesso e a volte impietosamente diretto, un’immagine di un conflitto sociale inedito.

Quello che si svolge, verticalmente, tra due generazioni vicine eppure incapaci di ascoltarsi. E quello che si svolge, orizzontalmente, tra i diversi volti e accenti della classe, in una periferia in cui l’integrazione c’è, o dovrebbe esserci, ma appare sempre più come un sogno o un’illusione, lo specchietto per le allodole turistiche delle comunicazioni ministeriali – quando basta una bocciatura per ritrovare, a 13 anni, la fine della speranza in un cambiamento, la strada di una casa lontana e inospitale. Un conflitto di cui i ragazzi sembrano essere quasi più consci che i loro professori, confinati all’angolo e senza più un vero "potere" a marginare il loro potere dissacrante, che è anche quello di una maggioranza abituata a essere silenziosa. E senza più nulla, nulla da insegnare – né, in definitiva, nulla da imparare.

Un conflitto che si svolge, nel coerentissimo affresco di Cantet, sempre e comunque tra le quattro mura. Al di fuori delle quali, il mondo è accennato soltanto dai riflessi riscontrati nella vita scolastica – è qualcosa che non esiste, è quasi antimateria. E’ un controcampo negato, ma per il quale, ugualmente, ci preoccupiamo e soffriamo insieme a François Bégaudeau, alla sua classe terza, a un’aula vuota e incasinata dove, l’anno successivo, si ripeterà tutto da capo, di nuovo. Senza più un senso.