2008

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Zohan, Dennis Dugan 2008

Zohan (You don’t mess with the Zohan)
di Dennis Dugan, 2008

Far ridere non è una cosa da poco. Far ridere in modo intelligente e maturo tanto meno, ovvio. Ma a volte ci si può accontentare di una risata più grassa, o dai contorni meno smussati. E per fare ciò, insegna la storia della commedia cosiddetta "demenziale", a volte è possibile anche venire a patti con i limiti del proprio gusto, o del proprio buon gusto. Dunque, Zohan, che è un film sciocco quando non idiota, con un protagonista repellente, storicamente superficiale e superficialmente conciliatorio, può rispondere ad altro che non alla sua capacità di far ridere?

Probabilmente no, ecco. Ma importa poco, visto che di questa capacità ne ha da vendere: un film volgare, triviale, scemo, d’accordo, ma anche sanamente svergognato, ed energicamente puerile. Adam Sandler azzecca una mimica, una parlata, e un’indole sporciacciona ed eroicamente ignorante, e le porta alle estreme conseguenze: il resto lo fa la curiosa sceneggiatura, in cui l’apporto di Judd Apatow si sente, e va ben oltre la solita onnipresente fallofilia. E nonostante il film sia lungo, lunghissimo, direi pure troppo lungo, le gag sono tirate assai meno per le lunghe, rispetto alla media – il che significa di conseguenza che ce n’è una maggiore quantità, e (aggiungo io) che sono tendenzialmente più efficaci.

Assolutamente impensabile e assurdo vedere un film del genere, che vive i suoi momenti migliori proprio sulla comicità verbale, in una lingua che non sia quella in cui è stato concepito, e girato. E io che lo dico pure come se fosse un’eccezione.

Donkey Xote, Jose Pozo 2007

Donkey Xote
di Jose Pozo, 2007

Immagino che per uno studio d’animazione europeo (come l’iberica Filmax, che ha prodotto il film insieme agli italiani Lumiq) sia grande, e inevitabile, la tentazione di andare al di fuori delle applicazioni quotidiane, nell’ampia gamma che va dalla pubblicità ai cortometraggi, sfidando magari i campioni d’incasso d’oltreoceano con le loro stesse armi. Ma i risultati sono, nella maggior parte dei casi, fallimentari.

Non fa eccezione questa co-produzione tra Italia e Spagna, artisticamente molto più vicina alla seconda che a noi. Un Don Chisciotte raccontato dalla prospettiva equina: se l’idea non era del tutto malvagia, anche a costo di volgarizzare in modo becero e del tutto incontrollato l’opera di Cervantes, il risultato lascia del tutto a desiderare. E prima di tutto perché cerca di funzionare, da parassita, sulla base di simpatie pregresse – cibandosi fin dalla prima inquadratura dei resti di Shrek. Rucio non è che una replica malriuscita dell’insopportabile ciuco della Dreamworks? Passi replicare i personaggi, ma perché replicare i peggiori?

Con tutta la simpatia che l’operazione può suscitare, Donkey Xote è semplicemente un brutto film, e un film che vorrebbe far ridere a tutti i costi e non lo fa. Ma nemmeno sorridere. Ci si estende, al massimo, da un quieto fastidio al ben più fastidioso imbarazzo.

Nelle sale dal 31 Ottobre 2008

Friday Prejudice #142

[mani in alto, bitch]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, orsù.

Cous cous, Abdellatif Kechiche 2007

Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche, 2007

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, il film di Kechiche è l’opera che, secondo molti, avrebbe dovuto uscirne vincitrice – mentre come sappiamo dovette accontentarsi di diversi premi secondari, mentre quello principale andò a Lust, caution di Ang Lee. E l’alone di entusiasmo critico che circonda da allora il film, e che l’ha portato a vincere una miriade di premi, tra cui 4 César, non è per nulla ingiustificato.

La graine et le mulet è infatti un film straordinario. E nel senso letterale del termine: così come costruisce l’impressione di un’opera ordinaria, dal profilo europeo e dal sapore mediterraneo, sa poi prendere strade del tutto inaspettate, sorpassando e travolgendo le aspettative del pubblico. Te ne accorgi quasi subito, con quelle chiacchierate lunghe, lunghissime interminabili, intorno al tavolo – che, nella prima parte, funzionano quasi come un ripensamento della metodologia di presentazione dei personaggi. O nel modo in cui si palesa sullo schermo Rym – mangiando cous cous con le mani, succhiandosi le dita. Ma potrebbe essere tutto qui.

E invece, senza paura di dare fiducia a chi assiste (una cosa rara in un cinema come quello europeo che spesso dà l’impressione di sentirsi intellettualmente superiore allo spettatore) attraverso alcune libertà espressive e sintattiche, con una narrazione che si fa via via più serrata, si arriva a una seconda parte incredibile, di grande compattezza narrativa nonostante il numero di personaggi coinvolti, in cui si crea una tensione quasi palpabile da cui è davvero difficile fuggire. Fino a un quarto d’ora finale che lascia senza fiato, e a una chiusa improvvisa e crudele – o forse semplicemente inevitabile, per come è fatta la vita, e quel beffardo equilibrio che tiene insieme il mondo.

Assolutamente impressionante la prova d’attrice della giovane esordiente Hafsia Herzi, premiata a destra e a manca, più per il suo dialogo con la madre davanti alla finestra che per la sua sensualissima danza (annunciata dai poster spoilerosi). Da veri brividi sulla schiena, invece, sia per la performance in sé sia per la scelta testarda e coraggiosa di mantenerlo integrale e senza stacchi, il monologo urlato, quasi insostenibile, di Alice Houri.

WALL·E, Andrew Stanton 2008

WALL·E
di Andrew Stanton, 2008

Non c’è gusto, con la Pixar. Davvero, è troppo facile. Entri in sala convinto di vedere un capolavoro? Lo è. Verrebbe quasi voglia di scrivere la parodia di una stroncatura, per dare vita a un post sostanzialmente inutile qual è questo. Perché è inutile che io vi dica che WALL·E è un capolavoro, lo sapete già tutti benissimo. Sia voi che fate tanto gli strettini, sia voialtri che vi riempite la bocca di questa parola. E anche in senso negativo, per esempio "non è un capolavoro, ma non è male". Ma chiaro, che non è un capolavoro. Quasi niente lo è. Di capolavori, ne escono pochini. Questo è uno, per dire.

La Pixar vi ha fregati, ancora una volta, ci ha fregati tutti. E stavolta voglio proprio vedere cos’avete da dire, di fronte a un film che – stavolta davvero – è più un punto d’arrivo che una conferma, che è la sintesi perfetta di pulsione artistica e dinamiche industriali, di perfezione narrativa e di coraggio sperimentale, di favola pura e di distopia visionaria come non se ne vedevano da anni. La dimostrazione che questa sintesi esiste, eccome. E si propaga in ogni singola inquadratura, fin dall’inquietante incipit in cui l’atmosfera con i suoi satelliti morti viene penetrata dalla macchina da presa, a rivelare un mondo abbandonato, color terriccio, in cui i detriti della nostra civiltà divengono gigantesche torri di babele, ma senza più lingue da parlare né, quasi, un cielo da toccare.

Ma quello che sapevamo di WALL·E, a memoria, da mesi, finisce dopo una mezz’ora. E lì—–*

Un film talmente bello e perfetto da sembrare il risultato di un patto col diavolo. E non c’è che dire, WALL·E val bene un’anima o due.

Nelle sale dal 17 Ottobre 2008

*in questo punto ci potrebbero stare almeno due o tre lunghi paragrafi in cui si chiacchiera tenendo conto di quello che accade dopo mezz’ora di film, ma ho deciso di cavarmi dall’impiccio invocando il demone dello spoiler alert: spero non me ne vogliate.

Stuck, Stuart Gordon 2007

Stuck
di Stuart Gordon, 2007

Tre anni fa alla Mostra del Cinema vedemmo ricomparire davanti a noi Stuart Gordon, indimenticato regista di Re-animator, che negli anni ’90, come alcuni suoi noti "vicini di banco", si era perso per strada a causa di progetti a lui poco affini o semplicemente malriusciti. E lo fece con Edmond, un film piccolo ma sorprendente divenuto in breve tempo un piccolo oggetto di culto, forse a prescindere dai suoi meriti oggettivi.

Stuck è però la conferma che Stuart Gordon è vivo e lotta con noi: non fa nulla di più che sviluppare un assunto narrativo creato ad arte, ma lo fa con la precisione di chi il cinema di genere lo mastica, lo respira e lo sputa da sempre, e non ha paura dell’invasione incessante del brutto cinema di genere straight-to-dvd. Perché Stuck sarà un piccolo film: ma è cinema, eccome. E in un certo senso, il suo sforzo di rendere coesa e interessante una storiella bizzarra che sembra uscita dalle pagine del vecchio Splatter (un impiegato disoccupato che rimane incastrato nel parabrezza di un’infermiera, che si rivela assai poco buona e ancor meno samaritana) non è che una spiccata forma d’ambizione. E nemmeno delle più involute.

E Gordon riesce, apparentemente senza sforzi, a tratteggiare un altro riuscito ritratto di alienazione urbana – in definitiva, anche piuttosto estremo. Oltre, ovviamente, a farci divertire come degli idioti.

Il dvd USA è già in mercato, quello per la nostra regione non ancora – ma entro tot dovrebbe uscire quantomeno un’edizione francese. Non è prevista al momento, che io sappia, alcuna data d’uscita in Italia: tenete conto che Edmond ci ha messo un anno e mezzo abbondante. Fate i vostri conti.

The mist, Frank Darabont 2007

The mist
di Frank Darabont, 2007

C’era un periodo in cui i film tratti da Stephen King spuntavano come funghi. Con una notevole dose di approssimazione, si può dire che King è stato per gli anni ’80 quello che Philip Dick divenne poi per gli anni a cavallo tra i due secoli. In un certo senso, forse, anche perché i tratti più riconoscibili della sua letteratura (per esempio la contestualizzazione dell’epifania soprannaturale all’interno di ambiente di provincia, marginale si può dire, leggi Castle Rock et similia) sembrava adattarsi alla perfezione alle contraddizioni del decennio reaganiano. King era, insomma, una fonte inesauribile di spunti. Che non si sono infatti esauriti, se non nell’interesse che meno autori hanno dimostrato per il loro recupero. Tra cui Darabont, bravissimo sceneggiatore e regista capace, che già altre volte si era confrontato con lo scrittore, con risultati altalenanti.

Chiedersi se King può vivere ancora oggi sugli schermi di genere del cinema americano è la stessa cosa, circa, che chiedersi se gli Stati Uniti d’America siano cambiati o meno, in questi anni. In meglio, o in peggio. La cosa più stupefacente del film di Darabont, invece, è il modo in cui sopperisce ai suoi limiti produttivi facendo quello che il miglior cinema di genere ha sempre fatto in questo senso – ovvero parlando chiaro, e portando il proprio discorso fino in fondo. In questo caso, trovando tra le pieghe di un racconto che altri registi (Carpenter in primis, omaggiato tramite la vistosa apparizione della locandina di The thing nell’inquadratura iniziale) avrebbero adattato in tutt’altro modo, una strada quasi del tutto personale per parlare, con una chiarezza cristallina che viene portata agli estremi e diventa persino violenza espressiva, della mentalità americana. Utilizzando (ancora) le spietate dinamiche di comunità (con una resa narrativa della claustrofobia sociale che spaventa ben più di quattro scorpioni alieni), e soprattutto i temi di natura vs cultura, e della paura – o meglio, del terrore di ciò che non si riesce a vedere né a comprendere, che sfocia, con un’immediatezza terrificante proprio perché votata a un realismo inatteso e ripagante, nel misticismo.

Già in questo suo aver reso così straordinariamente attuale un racconto di un quarto di secolo fa, Darabont ha vinto la sua sfida. E in più, ci ha regalato un film ben riuscito, che gioca scaltramente con la tradizione del cinema "b" permettendosi di non lasciare alcuno spazio a false speranze, e mostrandosi persino sadico (di sicuro più della media) nel suo rapporto con i personaggi e con le simbologie, individuali e sociali, che si portano appresso. Davvero tosto.

[post in attesa]

Friday Prejudice #141

[fràidei prègiudiss]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice è online, right now.

(sì, scusate, la foto non c’entra nulla e l’ho già postata sul tumblr, ma mi fa troppo ridere)

Mamma mia!, Phillida Llyod 2008

Mamma mia!
di Phyllida Lloyd, 2008

Ci sono cose che in un film faccio veramente fatica ad accettare. E il film tratto dall’omonimo spettacolo teatrale, ispirato a sua volta alle canzoni degli ABBA, ne è una buona antologia. Perché una cosa è la difficoltà di una regia, magari inesperta, a trovare un’idea, un progetto da portare a termine, o almeno una strada da intraprendere. Si può perdonare, la disattenzione. Certo, magari a patto di trovarsi di fronte a un film riuscito, o quantomeno divertente – cosa che Mamma mia! non è.

Altra cosa invece è che della regia, di una qualunque regia, si senta la totale assenza. Mamma mia! è un film in cui sembra succedere tutto a casaccio. E probabilmente è proprio così. Basta vedere il modo in cui sono organizzate le scene musicali, di una legnosità sconcertante – e non parlo solo del profilmico, che è imbarazzante approssivamente quanto atteso da copione, e che fa persino meno danni del previsto. Parlo della messa in scena, della direzione degli attori, e di tutto ciò che competerebbe ad un regista, e che qui è completamente messo da parte. Inesistente. Nella convinzione errata, mostruosamente quanto banalmente errata, che una ventina di canzoni e il carisma di quattro attori possano bastare a sé stessi.

Ma diamine, queste sono lezioni che la produzione di un musical per il grande schermo dovrebbe aver ormai imparato – come ha fatto la maggior parte di esse: non tutto ciò che funziona sul palco funziona sullo schermo. Il testo va ripensato, non basta cambiare gli attori e metterci quattro nomi di grido, magari giocando furbescamente sul loro essere del tutto inadatti al ruolo musicale, e illuminare tutto con un’orripilante fotografia da cartolina. Non è una questione di valore aggiunto: sono testi diversi, che lavorano con linguaggi diversi. Il climax di questo approccio malato al testo d’origine è Meryl Streep che canta The winner takes it all sulla roccia: immobile come uno stoccafisso, con due o tre movimenti di macchina, e Pierce Brosnan che sta lì e se la ascolta tutta.

L’edizione italiana ce la mette tutta per inasprire una pillola già amara, ma il problema non è il doppiaggio, ma sta alla radice, ed è un problema di progetto, di concetto. Oltre che di risultati, va da sé: due palle così. Ma chi lo vuole vedere un film in cui per metà secca del tempo – e non credo di esagerare – tutto ciò che vediamo sullo schermo sono personaggi che si danno il benvenuto e si salutano urlando?

Menzione d’onore per il petto di Amanda Seyfried. E io che non credevo più nel potenziale sessuale del costume intero. Stolto.

Friday Prejudice #140

[meet me on my vast veranda]

C’è anche questo popò di ragazza nel nuovo episodio di Friday Prejudice.

Il matrimonio di Lorna, Jean-Pierre & Luc Dardenne 2008

Il matrimonio di Lorna (Le silence de Lorna)
di Jean-Pierre & Luc Dardenne, 2008

Euro. La prima inquadratura di Le silence de Lorna mostra la protagonista mentre conta dei soldi. E’ di fronte a un ufficio bancario. Parla con il commesso di un prestito che potrà fare, perché sta per diventare belga. La ragazza ha un accento straniero, dell’Est Europa – giustamente conservato nell’edizione italiana. Questo è solo un esempio, e uno dei pochi affrontabili con tale distacco, della maestria dei Dardenne. Roba da manuale, si potrebbe dire: eppure in pochi secondi non veniamo soltanto inseriti in un contesto (sappiamo che la protagonista è straniera, che è si sposata per il visto, che ci troviamo in Belgio, che c’è in gioco una somma di denaro), ma ci troviamo immediatamente di fronte a una figura che sarà il nucleo semantico di tutto il film: il denaro – e più precisamente l’Euro. Nonostante gli individui siano sempre al centro della loro riflessione, mai come in questo caso infatti il cinema dei Dardenne è inserito in un contesto sociale più ampio ed espanso, che si concentra non solo i rapporti tra i personaggi e tra i personaggi e l’ambiente, ma anche tra gli ambienti stessi, regalando un’immagine dei "confini umani", e – appunto – della loro mercificazione, che mette i brividi.

Il secondo colpo da maestri dei due registi è lo scarto ellittico che accade a metà film. Un vero e proprio singhiozzo narrativo, che fa il rumore straniante e surreale di un vinile che salta per un colpo di tosse (o un colpo al cuore), e da cui si dipana una seconda parte che, discendendo nell’inferno personale di Lorna, non lascia più alcuno scampo – ai suoi personaggi e allo spettatore. E al di là dell’effettiva e impressionante precisione con cui è concepito e realizzato questo film, crudele e spietato come in passato (forse di più) e a tratti persino più rigoroso, è impossibile prescindere dall’impatto emotivo che suscita la performance della ventinovenne Arta Dobroshi. Un’attrice semi-esordiente che riesce con la sua interpretazione (e con il suo ruolo: va detto, a onore di una sceneggiatura impeccabile come un dramma sociale e implacabile come un noir) a fornire un totale ribaltamento dei meccanismi empatici che sono in gioco generalmente con film simili – prima nella dimostrazione di un’amore improvviso e letteralmente impellente che travolge l’impossibilità della felicità che si leggeva nel suo sguardo in tutta la prima metà del film, sia nella sua graduale e tragica perdita di consapevolezza.

[goodbye]

E’ morto Paul Newman.

[avete cantato vittoria troppo presto]

Rigurgiti di stagione estiva? Il nuovo episodio di Friday Prejudice.

Parigi, Cédric Klapisch 2008

Parigi (Paris)
di Cédric Klapisch, 2008

Contro di me si pone il fatto che non avevo mai visto un film di Klapisch – no, nemmeno quel film che nel periodo in cui vivevo a Bologna impazzava tra moltissimi miei coetanei, forse per una sorta di suggestione emulativa dell’erasmus-pensiero che però, dal canto mio, non ho mai trovato così attraente. O forse era solo invidia per chi in Erasmus ci era andato sul serio, chissà. Detto questo, suppongo non sia necessario essere un filologo dell’opera di Klapisch per uscire dal suo ultimo film sensazionalmente insoddisfatti.

Quello che mi sconforta di Paris, oltre al minutaggio davvero fuori dall’ordinario che renderebbe il film indigesto anche a spettatori più avvezzi a cose simili o più semplicemente al mito sempiterno della capitale francese, è che Klapisch dà l’impressione, per tutta la durata del film, di non saper bene dove andare a parare – forse convinto che basti riempire lo schermo di personaggi per fare del cinema corale, che basti farli incontrare per puro caso per parlare del Caso, mettendo in scena, più che quest’ultimo, un vero e proprio Casaccio. Poi, ovviamente le idee ci sono, e i personaggi pure. Ma l’impressione è che tutti questi volti, scaltramente variabili sotto il profilo sociale – che almeno ci venga risparmiata la solita manfrina altoborghese! – funzionino benino da soli e facciano solo disastri quando si incontrano o si scontrano.

Insomma, il fatto che la storia più riuscita del film – il professore di storia Fabrice Luchini che si innamora della studentessa Mélanie Laurent, peraltro una delle ragazze più fiche di Francia – sia basata su un tale polveroso cliché, dice molto sul resto delle vicende. Poi, il film ha i suoi alti e i suoi bassi, e senza dubbio sa migliorarsi e aggiustare il tiro, nella seconda parte, dopo un incipit ipermontato e furbetto e una prima metà in cui sulla stramaledetta Parigi ti verrebbe voglia di tirare una bomba. Ma sequenze orride come quella onirica in 3D ambientata nel software d’architettura (sic) o quella, telefonatissima, dell’incidente al ralenti, sono davvero difficili da digerire persino in un film che ad un certo punto sembra almeno saper ammettere i suoi stessi limiti.

Speed Racer, Andy and Larry Wachowski, 2008

Speed Racer
di Andy and Larry Wachowski, 2008

Se c’è una cosa che hanno dimostrato i fratelli Wachowski, alla loro prima – attesa e difficile – prova dopo la trilogia di Matrix, è che non hanno molte paure. Non temono la polvere del pop, il turbine del kitsch, l’abuso del camp. Il fatto che il loro Speed Racer sia costruito intorno a una struttura così risaputa – romanzo di formazione di un’eroe che guidato dall’emulazione di una figura familiare deve trovare un posto nel mondo al proprio talento innato – dice ben poco sulla bellezza folgorante del film. Così come non sorprende che il film stesso, caramelloso e iperattivo, segnato da maliconie retrò e allo stesso tempo da ambizioni innovative (quindi spiccatamente postmoderno, si sarebbe detto un tempo) non abbia convinto né da una parte, né dall’altra.

Ma con tutte le sue ingenuità, i piattissimi campo/controcampo che si alternano con regolarità alle più sottolineate – moltissime, pazzesche – sequenze sportive, e posto che il tutto va affrontato con uno spirito tale da sopportare per più due ore la tremenda scimmietta Chim Chim (messa lì per accontentare un pubblico di giovanissimi, uno dei tantissimi compromessi del film) e un insopportabile ragazzino che sembra il mini-me di Enzo Salvi, Speed Racer è davvero uno spettacolo incredibile. Soprattutto le sequenze "di azione", certo – ma lo dice il titolo stesso (e il nome del suo protagonista) Speed Racer è poco altro che un cantico della velocità e del colore. Hai detto niente. E in ogni caso si tratta di sequenze che implementano in modo talmente maturo la cultura videoludica, quella del manga e quella del cartoon, da impallare ogni critica sull’onda dell’entusiasmo espressivo che fuoriesce dall’ipercinesi del film. E a patto di poterselo gustare su uno schermo di dimensioni decorose, Speed Racer è anche un graditissimo recupero del piacere del "cinema immersivo", discorso che circolava e impazzava tempo fa e il cui interesse con gli ultimi anni si era un po’ affievolito.

Christina Ricci, capelli a caschetto e tute pastello, Trixie fedele e virginale, è illuminante quanto il raggio che colpisce Joliet Jake Blues durante il sermone del reverendo Cleophus James. Ho visto la luce. E ho detto tutto.

Friday Prejudice #138

[billo]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice. Tipo adesso.

Sparrow, Johnnie To 2008

Sparrow (Man jeuk)
di Johnnie To, 2008

Una bellissima donna si intromette nelle vite di un gruppo affiatato di borseggiatori, dapprima seducendoli e rivelando poi le sue intenzioni – e la sua richiesta d’aiuto.

Quando mi capita di vedere un nuovo film di Johnnie To, mi chiedo sempre quale potrebbe essere, di fronte a un film come Sparrow, la reazione di uno spettatore che non sia stato iniziato ai film del grandissimo regista hongkonghese. Poi mi ricordo della mia reazione, ai tempi di A hero never dies, e mi rendo conto che To non riesce mai a stufarmi. E chino il capo, sempre, di fronte a questo stile che ha raggiunto ormai un assoluto livello di riconoscibilità – ma che non si trasforma mai in maniera. Sia per le sue spaventose capacità tecniche (che sono in ogni singolo movimento di macchina, ma bucano lo schermo grazie ad alcuni piani-sequenza in cui il lavoro degli attori e sugli attori è altrettanto impressionante), sia per la capacità di raccontare, in questo modo, rarefatto ma immediato, un film costruito apparenemente sul nulla – e su un quadrangolo amoroso che, a raccontarlo, sembrerebbe non dire niente di nuovo.

Invece anche quest’ultimo Sparrow, presentato all’ultimo festival di Berlino, film breve e affascinante anche da un punto di vista produttivo (perché girato nel giro di ben tre anni, tra il 2005 e il 2008, nei ritagli di tempo del cast tra un progetto e l’altro), è un ulteriore tassello della sua maestria cinematografica – nonostante rientri in qualche modo nel circuito del To più "lieve" in cui a predominare sono al massimo conflitti di sconfitta e riscatto. Ma Sparrow fa con i pickpocket ciò che era già stato applicato nel cinema di To, più spesso al mondo gangsteristico delle triadi ma anche (come in Throw down, per esempio) in contesti più specifici: ovvero, un film in cui i rapporti tra i personaggi, anche le comunicazioni più profonde e sentimentali (come la fascinazione, il senso di colpa, il tradimento, la fedeltà), sono raccontati, più che a parole (poche, e scelte con cautela), quasi esclusivamente attraverso il posto che i corpi occupano nello spazio, e attraverso il modo in cui gli stessi corpi si relazionano tra di loro, in un’alternanza di stasi e di movimento reciproco che è ormai il più forte dei marchi testuali del cinema di To.

Il risultato è un’operetta leggiadra che assomiglia più a un lungo brano musicale che a un film – o piuttosto, a un’avvolgente, ironica e irresistibile suite di corpi danzanti.

[ma milan l’è un gran milan]

Con perdonabile ritardo, segnalo che dallo scorso venerdì, e fino a domenica prossima, si svolge a Milano il Milano Film Festival, rassegna cinematografica – e non solo – organizzata da Esterni che ha come centro nevralgico il Teatro Strehler. E che negli anni sta facendo davvero dei passi da gigante: la monumentale retrospettiva completa dell’opera di Terry Gilliam (compresi tutti i film girati con i Monty Python) è solo la punta dell’iceberg di un’edizione ricchissima di sottosezioni – consultabili sul sito ufficiale.

Di quest’edizione non ho ancora visto nulla, limitandomi a scroccare il loro vino all’aperitivo di inaugurazione: l’anno scorso avevo seguito il festival dall’inizio alla fine con grandi soddisfazioni. Ma quest’anno non sono più disoccupato, sono reduce da una devastante scorpacciata veneziana, e il weekend di apertura l’ho passato alla Blogfest di Riva del Garda e al Mart di Rovereto. Ma nei prossimi giorni sarà comunque possibile sgamarmi da quelle parti, anche se più sporadicamente: non sono pochi i titoli che mi fanno gola. Buon festival a tutti, uè.

Friday Prejudice #137

[been missing this]

E infatti dicevo comunque ecco c’è il nuovo episodio di Friday Prejudice.