2008

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Hallam Foe, David Mackenzie 2007

Hallam Foe
di David Mackenzie, 2007

Se è difficile scrivere di un film dopo più di due settimane dalla visione, figuriamoci quanto è difficile scriverne se in mezzo ce n’è stata un’altra trentina. La tentazione è fare un post tutto su Sophia Myles, l’attrice londinese classe 1980 che è diventata una star nel Regno Unito grazie alla sua intepretazione di Madame de Pompadour in uno dei più meravigliosi episodi dell’ultimo Doctor Who, ovvero The girl in the fireplace. Tu che segui Doctor Who sai perfettamente di cosa sto parlando, anzi, hai già i lucciconi agli occhi. E sai che qualunque film contenga scene come Sophia Myles che elenca sinonimi della parola "vagina" è un film che vale la pena di essere visto.

Bando agli scherzi, è come al solito un peccato che Hallam Foe non abbia ancora toccato il suolo italico, nonostante sia già uscito un po’ dappertutto. Posso capire però l’esitazione dei distributori: si saranno sentiti raccontare un film in cui un ragazzino timido e un tantino voyeur si prende una cotta morbosissima per una tizia che è la sosia di sua madre morta? Non prima di essersi scopato la giovane donna di suo padre nella sua treehouse? Non c’è dubbio che detto così il film risulti più inquietante di quanto in realtà non sia: tratto dal libro di Peter Jinks, il film è un onesto romanzo di formazione e di passaggio, sostanzialmente doloroso perché passa attraverso il superamento di pulsioni omicide, suicide, e appunto incestuose, ma paradossalmente piacevolissimo e persino lieve, realizzato con grande sapienza dal regista di Young Adam.

E impreziosito da una colonna sonora a cura della Domino Records che inanella roba come James Yorkston, Sons and Daughters, Four Tet, Psapp, e una canzone eponima scritta ad hoc dai Franz Ferdinand. Le illustrazioni invece, tra cui i bei titoli di testa, i disegni che nel film sono opera di Hallam, e alcune immagini inserite durante il film con sorprendente gusto grafico, sono tutte dell’artista scozzese David Shrigley.

Su play.com ve lo mandano a casa con 7 euro. A qualche euro in più c’è la colonna sonora.

Negli USA è uscito un paio di mesi fa, ma con il titolo Mister Foe. Chissà perché.

[controcampi]

Mad men | Wikipedia | Official site

Venezia 65: Riepilogo

[Venezia 65: riepilogo]

Concorso
Akires to kame
L’autre
Birdwatchers
The burning plain
Gake no ue no Ponyo
Un giorno perfetto
The hurt locker
Inju, la bête dans l’ombre
Il papà di Giovanna
Plastic city
Rachel getting married
Il seme della discordia
The sky crawlers
Süt
Teza
Vegas: Based on a true story
The Wrestler

Fuori concorso
35 rhums
Burn after reading
Encarnação do Demônio
Girara no gyakushu / Toyako samitto kiki ippatsu!

Orizzonti
Jay
PA-RA-DA
Z32
Zero bridge

Settimana della critica
$€11.0u7!
Lønsj
Pranzo di ferragosto

Giornate degli autori
Muukalainen
Pescuit sportiv

Venezia 65: Leone d’Oro

[leone d'oro]

(tutti i premi qui)

Venezia 65: The wrestler, di Darren Aronofsky

The wrestler, di Darren Aronofsky
Venezia 65, Concorso

Non avrei mai pensato di poterlo dire, alla vigilia della Mostra e anche della proiezione, ma tant’è: il film di Aronofsky, regista spesso e volentieri maltrattato da queste parti soprattutto a causa dell’orripilante The fountain ma anche per il modestissimo – e altrove spaventosamente sopravvalutato Requiem for a dream – è uno dei film più belli del concorso di quest’anno. Un film lucido e robusto, che segue la tradizione del cinema americano attraverso echi eastwoodiani, e che parla dell’impossibilità di combattere la propria natura attraverso una grande storia di caduta improvvisa e frustrante riscatto, di ineluttabile e malinconico avvicinamento alla morte che mette i brividi. E sul cinema classico, se così si può ancora dire, Aronofsky inserisce suggestioni soprattutto visive sulla mutazione della carne che trovano un’inattesa armonia con lo stile mostrato in questa occasione dal regista – un inaspettato realismo, con la camera a spalla che segue la nuca protagonista per una buona metà del film, e una linearità narrativa che trova un’eccezione quasi solo nell’eccezionale sequenza del combattimento con la sparachiodi. Ma ovviamente il valore aggiunto del film, quello vero, è Mickey Rourke: a quasi 52 anni, l’attore, imbolsito e rallentato, fornisce una di quelle prove d’attore che si vedono al massimo una o due volte a stagione – senza contare l’inquietante identità tra attore e personaggio, quella di Rourke è una performance rara e impressionante, che aggiunge profondità a un film già di per sé bello, intenso, commovente.

Venezia 65: Il seme della discordia, di Pappi Corsicato

Il seme della discordia, di Pappi Corsicato
Venezia 65, Concorso

Grazie al cielo esiste ancora qualcuno, nel panorama spesso disarmante del cinema italiano odierno dal punto di vista della ricerca visiva (poste le solite note eccezioni), che non solo si ricorda che la forma può veicolare di per sé una sostanza, ma che ci tiene a sottolinearlo in ogni singola inquadratura. Come Pappi Corsicato, che ha confezionato un film delizioso, stilizzato e coloratissimo, pieno di piastrelle, vestiti, pettinature, coperte – in cui ogni take è frutto di stupefacenti scelte di composizione e cromatiche, in cui si ha il coraggio di osare (la scena sublime dell’incontro nel parco, oppure quella dei filtri rossi in cui sono i volti a parlare insieme ai colori) in cui nulla è lasciato al caso – nemmeno il divertito citazionismo "da due soldi" (Potemkin, Via col vento, persino una vendetta tarantiniana virata in rosso). Un’autentica gioia per gli occhi, e anche per le orecchie: la soundtrack è composta quasi totalmente da un numero impressionante di colonne sonore di altri film italiani (con una prevalenza del Morricone "B"). Personalmente l’ho trovato un film (inaspettatamente) favoloso, che non dice nulla di nuovo nell’ambito di un cinema "pop" malinconico che si rifà all’immaginario degli anni ’60 (basta guardare la risaputissima per quanto divertente sequenza del balletto di Martina Stella), ma che lo sa dire con un senso plastico davvero entusiasmante, una leggiadria irresistibile, uno stile inconfondibile eppure acquietato rispetto al passato, e un’amore per il "bello" (seppure sui generis) ammirevoli. E poi, Caterina Murino, cavoli. Impopolarmente, mi sbilancio: il miglior film italiano in concorso.

Venezia 65: The hurt locker, di Kathryn Bigelow

The hurt locker, di Kathryn Bigelow
Venezia 65, Concorso

Kathryn Bigelow, dopo aver sfoggiato le migliori intenzioni di questo mondo adattando un reportage di Mark Boal (quindi un’esperienza meno "mediata"), e promettendo un film che osserva e riferisce piuttosto che un film che polemizza e filosofeggia, fa semplicemente un film di guerra. Una guerra che forse non conosciamo ancora bene, ma che tutto sommato ricorda altre guerre. E che quindi non ha molto da dire: posto l’assunto narrativo (le vicende di una squadra di artificieri) il film non fa alcun passo avanti. Si tiene vicinissimo ai suoi personaggi, ma dimenticando di ritrarli. Azzecca almeno una sequenza magistrale (quella dell’assedio) ma poi si riassesta su un livello medio che – spiace dirlo, ma solo per la sua collocazione – è quello di tutto il film. Un film medio, dunque, senza particolari doti se non quella di osservare la realtà con un distacco (che se pure manca di autocritica almeno non sfocia nel solito criptopatriottismo del cazzo), che farà la gioia di un vostro sabato sera pizza e dvd.

Venezia 65: Pranzo di Ferragosto, di Gianni Di Gregorio

Pranzo di Ferragosto, di Gianni Di Gregorio
Venezia 65, Settimana della critica

Un uomo di mezza età si ritrova a Roma da solo a Ferragosto a badare alla madre: per saldare qualche debito, si accollerà anche la madre e la zia del suo amministratore, e anche la madre del suo medico. Quella a Pranzo di Ferragosto, nell’affollata proiezione di ieri per tutti gli accreditati (era la quarta, ma è stata ugualmente presa d’assalto), è stata senza dubbio la reazione più positivamente accesa a cui io abbia assistito durante la mostra, con moltissimi applausi a scena aperta, e uno lungo e rumoroso alla fine, che è sfociato in grida di ovazione liberatoria: e se già all’esterno del Lido si parla di un "caso" come ce ne sono molti anni (l’anno scorso furono Molaioli e Zanasi), dall’interno non si può che confermare l’attenzione particolare rivolta a questo piccolo film prodotto da Garrone e diretto dal suo assistente alla regia e, almeno in occasione di Gomorra, co-sceneggiatore. Attenzione, va detto, del tutto meritata. Non poteva che essere nella sezione della SIC, Pranzo di Ferragosto: un esordio piccino, essenziale, girato in economia, basato su un’idea elementare (sfruttare l’insita comicità delle signore anziane un po’ come si fa con la perfidia dei bambini) ma che risulta caldissimo e soprattutto uno spasso micidiale – forse anche perché inserito verso la fine di una Mostra in cui sono molte le storie basate (nel bene e nel male) sulla depressione e sullo scoramento. Non c’è niente di male, anzi: ma questi 70 minuti di risate esplosive, completamente prive di tratti patetici, davvero ci volevano. Una manna dal cielo: e l’impressione che possa funzionare davvero, anche nel "mondo vero" – e che quindi ne sentiremo parlare per un bel po’.

Venezia 65: Rachel getting married, di Jonathan Demme

Rachel getting married, di Jonathan Demme
Venezia 65, Concorso

Con il suo ritorno al cinema di fiction dopo una parentesi documentaristica, Demme mostra di aver fatto tesoro dell’esperienza accumulata – che l’ha cambiato enormemente, professionalmente e forse anche umanamente. E sceglie di raccontare il ritorno a casa di Kym, una giovane ex modella uscita da 9 mesi di rehab per il matrimonio della sorella Rachel, con uno stile di messa in scena che ricorda più i modi del documentario che quelli del cinema tradizionale – con la camera a mano che riprende i preparativi e le nozze con una spontaneità e una libertà quasi naturalistiche, con l’aiuto del formidabile cast e dell’uso davvero geniale della musica intradiegetica. Nonostante non si rinunci a raccontare una storia persino risaputa, nel senso migliore del termine (cioè convenzionale ma per nulla rassicurante) con tutti i "movimenti" classici del caso. La forza e la bellezza di Rachel getting married, uno dei film migliori del concorso di quest’anno e tra i miei favoriti della Mostra tout court, sta proprio qui: nell’essere insieme tradizionale e sperimentale, classico e nuovissimo – oltre alla possibilità di sfoggiare interpretazioni eccezionali come quella di Anne Hataway da una parte, ma soprattutto – piccola ossessione personale – l’eccezionale prova "di sostegno" della splendida e bravissima Rosemarie DeWitt. E pensate un po’, nella freddezza di questo post ho dimenticato di dire che esperienza emozionale assolutamente devastante sia, Rachel getting married. Beh, lo è.

Venezia 65: The sky crawlers, di Mamoru Oshii

The sky crawlers, di Mamoru Oshii
Venezia 65, Concorso

In un futuro in cui alcuni bambini (detti "kildren") non invecchiano mai e vengono usati per combattere una sorta di "corporate war" aerea, il "giovane" protagonista cerca di risolvere il mistero che lo lega al pilota che lo ha preceduto. Uno dei film più attesi della Mostra, almeno per quanto mi riguarda: e non si può dire che abbia deluso le aspettative. Nonostante forse non sia al livello (sublime) dei suoi film più celebri come i due Ghost in the shell, non sia abbordabilissimo (è lungo, complesso e abbastanza faticoso, se non si è del tutto lucidi) e il segreto tanto celato sia abbastanza evidente già da principio (ma è cosa da poco in un film più metafisico che davvero narrativo) il nuovo film di Oshii è ancora una straordinaria digressione sui temi del corpo e dell’identità, e di conseguenza dell’anima, arricchita da una tecnica mista che abbina il tipico tratto del regista nipponico a sequenze di combattimento aereo che sfruttano al massimo l’arte dell’animazione digitale. Ci auguriamo che l’eventuale distribuzione italiana lo tratti con i guanti di velluto. In ogni caso, la compagine giapponese a Venezia ha dimostrato ancora una volta, in un momento di crisi per molte cinematografie non solo asiatiche, la ricchezza delle sue visioni e l’ineffabile lucidità dei suoi Maestri. Domo arigatoo.

Venezia 65: Teza, di Haile Gerima

Teza, di Haile Gerima
Venezia 65, Concorso

Lo slot in cui è stato collocata la proiezione stampa di Teza ha spaventato i molti assenti, e anche il sottoscritto: 140 minuti di film etiope alle dieci e trenta terrorizzerebbero chiunque. Fortunatamente non mi sono fatto traviare dalla stanchezza, perché il film di Gerima è davvero un film forte e sorprendente. Costruito su un riuscito montaggio parallelo tra il presente (il protagonista ritorna nel 1990 nel villaggio etiope in cui è cresciuto) e il passato (i suoi anni ’70 a Colonia durante l’ultimo impero di Selassie, e gli ’80 ad Addis Abeba alle prese con il regime di Mengistu), Teza funziona sia come romanzo storico, ovvero come riflessione sulla storia etiope degli ultimi trent’anni e il doloroso rapporto tra la violenza del regime e il sogno della rivoluzione socialista – sia, ancor meglio, come romanzo popolare: la storia di un "ritorno a casa" (come sarà quello del film di Demme), e insieme della malinconia e della paura, dell’abbraccio con la propria terra e del rifiuto di essa. Ma ciò che colpisce di più è senza dubbio l’incredibile libertà espressiva del film, caratterizzato da un montaggio incredibilmente complesso e da una regia che riesce a sfruttare alla perfezione una sua particolare furia sperimentale senza rinunciare alla scorrevolezza e alla bellezza della messa in scena.

Venezia 65: Pescuit sportiv (Hooked), di Adrian Sitaru

Pescuit sportiv (Hooked), di Adrian Sitaru
Venezia 65, Giornate degli autori

La sezione collaterale delle Giornate, che normalmente riserva qualche sopresa e a cui sono legato per esperienze lavorative di qualche anno fa, è stata perlopiù tralasciata quest’anno – ma non mi sarei mai potuto tirare indietro di fronte a un film rumeno. E ho fatto bene: Hooked è uno di quei pochi film basati su una trovata linguistica (è girato tutto in soggettiva, dal punto di vista dei tre/quattro personaggi) che non esauriscono il loro potenziale nell’applicazione di quell’idea. Anzi: prima di tutto, la cosa smette di apparire forzata dopo pochi minuti, anzi risulta quasi naturale, dimostrando in qualche modo che le convenzioni filmiche, con un po’ di lavoro, si possono superare senza troppi ostacoli. E poi, grazie alla bravura dei tre attori, il film dallo sviluppo quasi polanskiano – ma con un’ironia sardonica ininterrotta – è anche una riflessione molto divertente, non banale (e scritto davvero da dio) sui rapporti di potere all’interno della coppia.

Venezia 65: BirdWatchers – La terra degli uomini rossi, di Marco Bechis

BirdWatchers – La terra degli uomini rossi, di Marco Bechis
Venezia 65, Concorso

Il film di Bechis doveva essere il gioiello brillante della selezione italiana in concorso: e se anche forse non è bello quanto si sperasse – ma le aspettative erano alte, altissime, pure troppo – senza dubbio si difende con le unghie: Bechis ha un rigore registico che dalle nostre parti spesso ci si sogna, e la capacità di imprimere un’intensità davvero impressionante anche a un singolo movimento di macchina, a un carrello in avanti. In ogni caso, anche se il film osa molto meno di quanto potrebbe, questa storia di espropriazione e riappropriazione, di contrasto tra tradizione e compromesso, funziona fino in fondo. Del tutto accessorio il cast italiano, da brividi quello guaranì.

Venezia 65: Süt (Milk), di Semih Kaplanoglu

Süt (Milk), di Semih Kaplanoglu
Venezia 65, Concorso

Pare evidente che il film del turco Kaplanoglu – tra i più benvoluti della selezione del concorso, almeno a priori – non sia la "solita fuffa festivaliera di cui si parlava in occasione di The visitor: c’è dietro un progetto, una visione del mondo, una vibrazione autentica. Lo riconosco. Ma resta il fatto che Süt è il perfetto esempio di quei film che rendono invisi i festival agli occhi del grande pubblico: campi lunghi, tempi lunghissimi, grandi silenzi, macchina fissa, una buona metà di film in cui non accade assolutamente nulla, e tutto ciò affrontato con molto di compiacimento, e come se per raccontare una storia così non ci fosse altro modo che questo. Ad un certo punto il film prende però una via più precisa, e il prefinale può vantare la bellissima sequenza della caccia, che si conclude con un campo/controcampo quasi simbolista, tra le cose più geniali viste al festival quest’anno. Peccato che si debba aspettare un’ora e mezza, per vederla.

Venezia 65: Vegas: Based on a true story, di Amir Naderi

Vegas: Based on a true story, di Amir Naderi
Venezia 65, Concorso

Tagliamo subito la testa al toro: se si esclude Miyazaki che fa un po’ storia a sé, Vegas è sostanzialmente il miglior film del concorso di quest’anno. Quinto film "americano" del regista iraniano, racconta una storia di ossessione e contrappasso, una discesa all’inferno nel cuore dell’avidità umana ambientato in una Las Vegas quasi del tutto inedita – quella proletaria delle casette con il giardino, della gente che non riesce a stare lontana da quelle macchine mangiasoldi, anche se solo per giocare 5 dollari al giorno. Girato sfruttando al meglio una stupenda fotografia digitale che passa dai colori accesi (i fiori, gli occhi del figlio) dell’inizio a una lunga parte finale dominata dal fango e dalla polvere, Vegas è un film straziante e implacabile, che colpisce prima al cervello e poi allo stomaco. Uno di quei film in cui, a un certo punto, non sai più nemmeno tu se ridere o piangere.

Venezia 65: $€11.0u7! (Sell Out!), di Yeo Joonhan

$€11.0u7! (Sell Out!), di Yeo Joonhan
Venezia 65, Settimana della critica

Ogni festival ha i suoi film più belli e i più brutti – poi ci sono i film che ti sono piaciuti di più e quelli che ti sono piaciuti di meno – e infine ci sono i film, o meglio il film, che ti porti a casa come tuo personale feticcio. Non è necessariamente il miglior film: spesso è solo quello che è arrivato quando doveva arrivare. Il mio caso qui a Venezia 65 è $€11.0u7!: un irresistibile musical malese recitato in inglese che ha finalmente liberato tutte le risate soffocate da un programma che, nel bene e nel male, non ne forniva dalla prima sera – o almeno non in maniera così liberatoria. Da una parte, un giovane inventore per una multinazionale viene privato della sua anima sognatrice da un esorcista – dall’altra, una presentatrice televisiva vuole fare un reality show sulla gente che muore davanti alla macchina da presa. In mezzo, canzoni stupende, situazioni surrealiste, un ritmo scatenato, un gruppo di attori eccezionali. Una bellissima sorpresa. L’incipit con l’intervista al regista è un cult immediato: e vi invito a trovare i tre momenti di poesia in questo post.

Venezia 65: Il papà di Giovanna, di Pupi Avati

Il papà di Giovanna, di Pupi Avati
Venezia 65, Concorso

Alba Rohrwacher uccide una vj, e invece di ringraziarla la internano. Si guardava con un certo sospetto all’arrivo del film di Avati, ambientato su un pianeta parallelo in cui Francesca Neri si è sposata Silvio Orlando ma ha una cotta segreta per Ezio Greggio: trailer, locandina, titolo, ambientazione, insomma, tutto volgeva al peggio. Quel che si può dire di buono funziona soprattutto infatti a un livello relativo, una cosa tipo almeno non è brutto come il film di Ozpetek. Avati azzecca il bel ritratto del personaggio principale, un soggetto ben costruito, e ha il coraggio (o il potere) di fare sempre come diavolo gli pare, a costo di fare sempre lo stesso film: purtroppo, nell’attenzione alla ricostruzione storica di questo o quel dettaglio il regista si è dimenticato per strada il film. Che è soprattutto di una povertà espressiva impressionante, per via della solita poca dimestichezza dei fratelli Avati con la post-produzione (con la solita mescolanza di pessima presa diretta e ancor peggiore doppiaggio), ma anche di una fotografia seppiata che invece di dare personalità al film lo priva di profondità facendolo ridiventare la robaccia televisiva da cui Avati sembra voler fuggire – per tacere di un cast imbarazzante, se si esclude Francesca Neri: la Rohrwacher non fa che sbraitare e fare la faccia da matta, ma il meglio lo dà la performance scultissima di Manuela Morabito. Tutto questo senza tenere conto (e ci ho provato, davvero, ma è davvero difficile) dell’ideologia spregevole e un po’ ipocrita che sottende il film: visto che lo sforzo massimo di piazzare un contesto storico periodo nel film è buttato al massimo in qualche frasetta causale ("ehi cara, sai cos’è successo al lavoro oggi?, le leggi razziali!"), tutta la parte verso il finale con il ribaltamento di Roma città aperta con il fascista Greggio al posto di Fabrizi e con i partigiani che sparano a tutti indistintamente risulta ancora più inquietante di quanto non sia già di suo.

Venezia 65: Gake no ue no Ponyo (Ponyo on the cliff by the sea), di Hayao Miyakazi

Gake no ue no Ponyo (Ponyo on the cliff by the sea), di Hayao Miyakazi
Venezia 65, Concorso

Non che qualcuno ne dubitasse, ma così è stato: in un anno in cui molti (quasi tutti, sulla stampa e nelle chiacchiere di coda) lamentano un concorso assai debole a fronte di titoli più interessanti nelle sezioni collaterali, arriva ad illuminare la sezione uno dei più grandi registi viventi, tra i più enormi e autentici poeti dei nostri tempi. E con il suo Ponyo il Mastro Miyazaki accantona quasi del tutto il conflitto e l’inquietudine profonda presente nei suoi ultimi lavori per rappresentare una vera e propria apoteosi elementale, una stupenda fiaba che rappresenta una riappacificazione e insieme un canto di speranza, in cui l’uomo e la natura ricominciano a vivere insieme, si stringono la mano, si abbracciano, si baciano, si amano. 100 minuti di brividi sulla schiena, autentici – e di lacrime di felicità. Quelle lacrime che scorrono senza alcuna ragione apparente, ma solo perché, ed è rarissimo, ciò che è davanti ai tuoi occhi ti fa sentire parte di qualcosa di meraviglioso e straordinario. Un film che recupera la purezza e l’emozione di film come Totoro, e quindi un perfetto testamento spirituale: speriamo ovviamente che non sia l’ultimo. Impietoso il gap tra l’ennesimo capolavoro di un autore immortale e, nel bene e nel male, il resto della rassegna. In un mondo perfetto, e con una giuria perfetta, un film del genere si porterebbe a casa il premio maggiore senza nemmeno doverne discutere. Staremo a vedere.

Venezia 65: L’autre, di Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic

L’autre, di Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic
Venezia 65, Concorso

Immagini di fari di automobili riprese dall’alto, punti luminosi che si muovono nel buio, una stanza, una donna davanti allo specchio – che si dà una martellata in testa. L’inizio di L’autre è veramente favoloso, potente, suggestivo: e il film dimostra per tutta la sua durata una ricerca visiva, e un impatto plastico, che lasciano ipnotizzati. Peccato non si possa dire lo stesso del film che queste immagini raccontano: una storia di soffocata follia, di irrazionale gelosia, che nasconderebbe una riflessione sulla paura di rimanere soli – ma che purtroppo è svolto attraverso una narrazione che prima sceglie il caos – affaticando moltissimo – e quando prende vie più lineari fa sopraggiungere una noia tale che si arriva a dubitare della buona fede dei suoi autori. Ottimo quando riesce a inquietare con un incubi di schizofrenia e ossessione amorosa – ma per buona parte davvero tedioso.

Venezia 65: 35 rhums, di Claire Denis

35 rhums, di Claire Denis
Venezia 65, Fuori concorso

Film firmato da una bravissima regista che, per un motivo o per l’altro, non conosco e di cui non avevo mai visto nulla, 35 rhums è un film molto intimo e "caldo" che con nessuna fretta sa prendersi i suoi tempi per rappresentare il ritratto di una famiglia divisa tra la l’affetto della quotidianità, l’aspirazione alla fuga, la necessità del segreto. Un piccolo film – che fan della regista mi dicono essere "minore" nella sua filmografia – ma che conquista con una naturalezza senza sforzi, senza calcare la mano, con una sceneggiatura semplice e spuria e con un cast di fenomenale intensità. A suo modo, un esempio.