2008

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Venezia 65: Un giorno perfetto, di Ferzan Ozpetek

Un giorno perfetto, di Ferzan Ozpetek
Venezia 65, Concorso

Dopo una stagione così felice per il cinema itaiano, è triste, o meglio deprimente vedere con che passo viene iniziata quella nuova. Posto che da queste parti si è sempre difeso Ozpetek, il suo nuovo film è davvero qualcosa di imperdonabile. Abbandonate per strada pulsioni che muovevano altri suoi film, e trovata nei volti mesti di Mastandrea e la Ferrari una strada mortifera e cupa che non gli si addice, Ozpetek firma un film che sembra un episodio de Gli occhi del cuore. Davvero inconcepibile che nel 2008 si possa vedere, e lanciare in tale pompa, un film fotografato in questo modo – tutto luci di taglio e primissimi piani con occhioni lucidi – girato in questo modo, scritto in questo modo – con dialoghi assurdi che dopo un’ora di sopportazione liberano al massimo delle risate non richieste – e interpretato, infine, in questo modo: con gli attori che ci vorrebbero mettere il loro (Mastandrea in un ruolo non suo poteva essere un’ennesima conferma: non lo è) ma finiscono piegati alle pigre esigenze di un regista che vuole solo che guardino fuori da una finestra, si girino di scatto e guardino nel vuoto con gli occhioni lucidi e le luci di taglio. Piacevole eccezione la furiosa scena centrale dello stupro, e la breve sequenza dei tarocchi: tutto qui. Brutto fino all’imbarazzo.

Venezia 65: Z32, di Avi Mograbi

Z32, di Avi Mograbi
Venezia 65, Orizzonti

La confessione di un crimine di guerra da parte di un giovane soldato isrealiano viene raccolta dal regista, il quale si mette in campo in prima persona inscenando una sorta di musical da camera. Un film molto complesso e altrattanto interessante, che al di là della forte presa di posizione politica nei confronti dell’educazione militare dei giovani israeliani, trasformati in macchine da guerra che "godono" nello svolgere lavori sporchi come la rappresaglia, suscita stupore soprattutto per un’idea che lo caratterizza. Ovvero, grazie al computer, il volto del soldato (e della sua compagna) viene nascosto, prima con un classico "sfumino" e successivamente con una maschera digitale, una una vera e propria "seconda pelle" – diventando così una riflessione sul rapporto tra l’atrocità del reale e i limiti della sua rappresentazione artistica. Forse lungo più di quel che dovrebbe – perché dopo un po’ si capisce l’antifona e non fa che ripeterla – ma senza dubbio stimolante.

Venezia 65: Dangkou (Plastic city), di Yu Lik-wai

Dangkou (Plastic city), di Yu Lik-wai
Venezia 65, Concorso

Essendo uscito dalla sala dopo 40 minuti, non voglio parlare del film ma della fenomenologia del fughino, argomento che meriterebbe più del brevissimo tempo che gli sto per dedicare. Una delle cose più tipiche alla Mostra del Cinema è infatti il momento in cui decidi che non te ne frega niente, ti alzi, esci dalla sala. Non tutti lo fanno, e la cosa suscita inoltre una serie infinita di sensi di colpa successivi – che spariscono nel tempo in cui trovi un’altra sala in cui entrare. A volte dipende dalla stanchezza, altre volte dipende da impegni alternativi – ma a volte, diciamolo, dipende dal maledetto film: ecco, io dopo 40 minuti di questo tentativo di affresco gangsteristico di cinesi a San Paolo in Brasile (tolti i titoli di testa fichissimi), ho deciso non solo che non ci stavo capendo nulla, ma soprattutto che non mi fregava niente di capirlo – e che quello che capivo non mi piaceva affatto. Fermo restando che il mio giudizio si ferma ai primi pallosissimi 40 minuti che mi hanno messo implacabilmente in fuga (e si sa che io ai cinesi perdono di tutto, soprattutto quando c’è Anthony Wong), alla fine della proiezione mi arriva un SMS di un’amica che lo definisce "la cosa più vicina alla merda che io abbia mai visto", augurando una morte dolorosa a tutte le persone coinvolte. Chapeau. Consolante pensare al numero impressionante di erezioni provocate dalla scena erotica iniziale – quella, ehm, delle uova.

Venezia 65: altre cose #1

Do visivel ao invisivel, Manoel De Oliveira, 7′

Heshang de aiqing (Cry me a river), di Jia Zhang Ke, 19′

Venezia 65: Lønsj, di Eva Sørhaug

Lønsj, di Eva Sørhaug
Venezia 65, Settimana della critica

Scritto da Per Schreiner (lo stesso del bellissimo Den brysomme mannen), il film segue le vicende – in qualche modo intrecciate – di tre personaggi (più una pletora di facce che girano loro attorno), attraverso capitoli che ne restituiscono una sorta di unità strutturale. Da queste parti si è sostenuto più volte, alcune con forza e altre con (auto)ironia, l’impatto e la potenzialità espressiva del cinema norvegese, con l’ormai desueto slogan "norvegia nuova corea". L’opera prima di Eva Sørhaug non fa che confermare questa impressione positiva: si tratta di un film medio e dalle conseguenti ambizioni, d’accordo – e si tratta di un film corale, categoria in cui sembra essere già stato detto tutto e il contrario di tutto. Eppure Lønsj, oltre a essere visivamente davvero stupefacente, e ad azzeccare la durata giusta (immagino che con tutti quei personaggi un film di due ore e un quarto fosse una tentazione suicida), possiede una piacevolezzae un’ironia diffusa che fanno immediatamente dimenticare qualche vezzo stilistico di troppo da parte della regista. Particolarmente intelligente (e divertente) il modo in cui sono costruiti i capitoli – i cui titoli prima seguono l’effettivo svolgimento delle trame, per poi diventarne una sagace negazione, con un cinismo e un pessimismo disilluso tipicamente nordico, che si accompagna perfettamente alla messa in scena: dettagliata, algida, glaciale. Bello e crudele.

Venezia 65: Zero bridge, di Tariq Tapa

Zero bridge, di Tariq Tapa
Venezia 65, Orizzonti

Il film di Tapa, newyorkese di origini kashmir, girato camera a spalla con una troupe composta anche di amici e parenti, racconta di un diciassettenne che ha rubato il passaporto sbagliato, e della ragazza a cui il passaporto appartiene. Il suo esordio, gradevolissimo, è una piccola vicenda ambientata tra le grigie strade del Kashmir occupato, una storia sull’impulso ala libertà individuale che contiene al suo interno sia un bell’approccio ai meccanismi narrativi dell’equivoco sia un impulso politico non indifferente, frustrato da uno status quo in cui i personaggi sembrano soffocare, annegare nelle nebbie e nello smog e nel fango – che però passa in secondo piano rispetto a una lieve e disperata storia d’amore impossibile tra i due protagonisti.

Venezia 65: The burning plain, di Guillermo Arriaga

The burning plain, di Guillermo Arriaga
Venezia 65, Concorso

Dopo il litigio con l’amico Alejandro González Iñárritu (colpevole ai suoi occhi di aver tratto l’orrido Babel da un suo script, o almeno questa è la versione dei fatti che mi piace immaginare), Arriaga non smentisce affatto il suo stile (e il suo grande talento di sceneggiatore: ve lo ricordate Le tre sepolture?) ed esordisce proprio con un film à la Arriaga: storie e personaggi all’apparenza scollegati che si svelano essere legati. Lo sceneggiatore utilizza ancora il procedimento per cui l’inghippo si spiega prima da sé e solo successivamente viene esplicitato dalla sceneggiatura (al 50° minuto). Ma più dei procedimenti strutturali, abbastanza risaputi e oliati, colpisce il film: Arriaga ha estirpato dal cinema del suo ex sodale tutto ciò che di quest’ultimo molti (tra cui il sottoscritto) trovavano stucchevole e irritante, gli eccessi di pathos e, quoto di seconda mano, "gli intellettualismi del cazzo" – e ne è rimasto un film moderatissimo, corretto, appassionante e a tratti commovente, ne è rimasto insomma un film di Guillermo Arriaga. Senza strapparsi i capelli: ma si era entrati in sala senza alcuna aspettativa, e se n’è usciti più che soddisfatti. Quindi, davvero una bella sorpresa. Ottimo il cast: la Theron è misurata e intensa, ma la ex modella Jennifer Lawrence, diciottenne da una manciata di giorni, è di una bellezza e soprattutto di una fotogenia frastornanti – ed è pure brava.

Venezia 65: Encarnação do Demônio, di José Mojica Marins

Encarnação do Demônio, di José Mojica Marins
Venezia 65, Fuori concorso

Il ritorno del regista exploitation brasiliano dopo 20 anni di inattività registica conclude una trilogia iniziata nel 1964 con At Midnight I’ll Take Your Soul, leggendario film in bianco e nero considerato il primo horror brasiliano. Ritroviamo il suo demoniaco Zé do Caixão a 72 anni, ma la voglia di avere una discendenza non è certo scemata. I poliziotti locali e un prete masochista e vendicativo si mettono in mezzo tra lui e il suo piano diabolico, ma non nel modo più brillante. Difficile capire il film senza conoscerne i precedenti (ed è il mio caso, se non per fama), ma José Mojica Marins ci aiuta facendo interagire come flashback alcuni spezzoni dei suoi film degli anni ’60. La cosa più interessante è di sicuro questo rapporto malinconico con quel cinema furioso che ha come cugine le prime opere di Romero e Argento e che ora deve vedersela con i tempi che sono cambiati: eccezionali le visioni delle vittime che si materializzano in sogno al protagonista, e sono ancora in bianco e nero e reclamano la loro vendetta. Per il resto, posto lo stretto rapporto con un senso del ridicolo che Marins affronta senza alcuna vergogna (con una performace attoriale teatrale e sopra le righe, quasi forzatamente dilettantesca), un horror truculento e visionario d’altri tempi: scalpi strappati, natiche affettate, peni strappati a morsi, teste dentro bidoni pieni d’insetti, visioni infernali, topi nelle vagine, robetta così. Alle nove di mattina è una pacchia.

Venezia 65: Inju, la bête dans l’ombre, di Barbet Schroeder

Inju, la bête dans l’ombre, di Barbet Schroeder
Venezia 65, Concorso

Non si può negare che il progetto sia esaltante: un regista francese che reintepreta l’immaginario del romanziere giallo Edogawa Rampo filtrandolo attraverso le suggestioni del noir. Purtroppo il film non si può dire altrettanto esaltante: perché il risultato è di una piattezza sconfortante, estremamente freddo, assolutamente privo di senso dell’umorismo (tanto che, quando ci prova, risulta quasi imbarazzante) e in definitiva tanto noioso quanto ambizioso – e capace di sprecare anche le composizioni più ricercate. Più interessante il film nel film che apre la storia, quasi un cortometraggio, estremamente stilizzato, che omaggia il cinema hard boiled giapponese che fu con una classe e una sottile ironia che poi si perdono completamente dietro a una trama prevedibile e alle faccette da schiaffi di Benoît Magimel.

Venezia 65: Muukalainen, di Jukka-Pekka Valkepää

Muukalainen (The visitor), di Jukka-Pekka Valkepää
Venezia 65, Giornate degli Autori

Come si sa, guardo con un certo interesse al cinema dei paesi nordici, e quella finlandese è forse la cinematografia su cui in questo periodo sono puntate meno luci: in questo caso però si rimane del tutto insoddisfatti. Il film di Valkepää è, a scanso di equivoci dovuti a un panino al tonno troppo pesante e divorato in fretta – perché in sala non si può mangiare, anche se è pieno di francesi con le patatine – la solita fuffa festivaliera di cui sono ricolme, spesso e volentieri, le sezioni collaterali. Di fronte al totale disinteresse del film in sé e alla noia davvero mortale che lo contraddistingue (The Visitor è talmente silenzioso e riflessivo che Tsai Ming-Liang al confronto sembra Bad Boys 2) persino la splendida fotografia – settore in cui lassù hanno sempre parecchie frecce da lanciare – risulta un mero calligrafismo. E ci vuole ben altro che il calligrafismo a tenermi sveglio dopo un panino così.

Venezia 65: Akires to kame, di Takeshi Kitano

Akires to kame (Achilles and the tortoise), di Takeshi Kitano
Venezia 65, Concorso

C’era chi, dopo il magistrale ma complesso e discutibile Takeshis’ e dopo il bruttino Glory to the Filmaker, aveva già dato per spacciato uno dei più grandi registi mondiali degli ultimi decenni. Molti di essi si ricrederanno con Akires, un film semplice e stupefacente che è insieme di una coerenza spaventosa (perché spinge sugli stessi pedali, sulla crisi dell’artista, sul consumo e la produzione dell’arte) ma che ha il coraggio di fare marcia indietro e recuperare una linearità che sembrava non interessare più il regista giapponese. Ma solo in apparenza: perché seguendo il percorso del suo protagonista, anche il film percorre strade diverse – quella di un dramma, di una commedia malinconica, di un comico buffo (ma non ridicolo) – con un eclettismo che fa impallidire i più audaci sperimentalisti e insieme un grande gusto del racconto, e una confezione eccellente in cui si inscrivono momenti di bellezza folgorante (tutti i tentativi di "fare arte" degli amici del protagonista) che ricordano per intensità la fiammeggiante filmografia kitaniana degli anni ’90. Bello, bellissimo.

Venezia 65: Jay, di Francis Xavier Pasion

Jay, di Francis Xavier Pasion
Venezia 65, Orizzonti

Una delle prime vere sorprese del festival arriva già al secondo giorno: è il film di un giovane e simpatico regista filippino che mette in scena un servizio televisivo di "real drama" (una cosa tipo La vita in diretta) su una madre che ha perso il proprio figlio in un misterioso omicidio, e successivamente ne svela la composizione da parte di un cinico presentatore televisivo. Il film è un’operetta estremamente intelligente e ben costruita, che trova in modo sorprendente il suo posto all’interno di un tema assai sfruttato – quello della manipolazione dei media, e della fascinazione del dolore – e lo fa con un tono che alterna la serietà, momenti grotteschi e persino farseschi, e un’indole di generale sbigottimento nei confronti del mondo e della vanità dell’animo umano. Ci sta pure un meta-finale, ma con garbo. Bravo bravo.

Venezia 65: Girara no gyakushu, di Minoru Kawasaki

Girara no gyakushu / Toyako samitto kiki ippatsu! (Monster X strkes back: attack of the G8 summit!), di Minoru Kawasaki
Venezia 65, Fuori concorso

Il primo dei due film presentati a Venezia dai ragazzi del Far East Film è insieme un recupero della tradizione dei film giapponesi con i mostri, e una specie di satira degli equilibri mondiali. Quest’ultima cosa purtroppo funziona poco, anche perché il film dopo un po’ diventa una serie interminabile di sequenze in cui delle versioni assai romanzate (uno spasso il presidente italiano) degli otto leader mondiali cercano, uno alla volta, di distruggere il mostro in questione – rivelando debolezze dei singoli paesi che si rifanno a cliché vecchi e noiosetti. La parte più propriamente sci-fi invece è piuttosto divertente, così come il duellone finale. Comunque, il tipo di film per cui bisogna trovarsi in sintonia con un certo tipo di umorismo nipponico: senza quest’armonia, possiamo dire senza troppi giri di parole che è una cazzatona?

Venezia 65: Burn After Reading, di Joel & Ethan Coen

Burn after reading, di Joel & Ethan Coen
Venezia 65, Fuori Concorso

Presentata approssimativamente come una commedia di transizione tra opere più serie, come poteva essere Intolerable cruelty, il nuovo film dei fratelli Coen è invece una magistrale black comedy che seppure all’interno dei binari già tracciati del genere, e anche già dai registi stessi (con una soggetto che sembra scritto con un manuale di coenismo, ma senza mai nemmeno sfiorare la maniera) ne rappresenta l’eccellenza – mostrando ancora una volta il distacco tra i Coen e chi cerca di imitarli da sempre. Qualunque cosa in più rischierebbe di rovinare le sorprese che la trama riserva: abbiate pazienza, che ripaga. Colonna sonora percussiva e frastornante, un Brad Pitt perfetto, un crescendo implacabile. E un finale da applausi. Ma davvero.

Venezia 65: PA-RA-DA, Marco Pontecorvo

PA-RA-DA di Marco Pontecorvo
Venezia 65, Orizzonti

L’apertura della promettente sezione Orizzonti di quest’anno è anche l’esordio di Marco Pontecorvo, figlio d’arte che dimostra con la sua opera prima uno spiccato talento nell’applicare a modo suo le regole del cosiddetto realismo sociale. E una freschezza inaspettata, se si considera che si parla (storia vera) di ragazzini rumeni dodicenni che passano le loro giornate a sniffare colla a bordo treno, e che vivono sottoterra sopraffatti dall’odore della propria urina. Un clown franco-algerino si dannerà l’anima per salvarli, per riportarli in superficie: è Jalil Lespert, fichissimo e bravo come pochi. Bella rivelazione anche la controparte femminile Evita Ciri. Un film che picchia duro ma che, fatti i patti con qualche ridondanza patetica qui e là (ma poca roba: è perlopiù corretto) colpisce nel segno.

[due cosette prima di partire]

La prima cosa è che appunto domani parto. Niente di grave: vado alla Mostra del Cinema di Venezia, appuntamento immancabile anche per questo blog che l’anno scorso purtroppo era saltato.

Non ho ancora deciso che tipo di aggiornamenti farò dal Lido, o se farò aggiornamenti at all, se userò i post di questo blog, o il mio tumblr, o addirittura il mio ormai defunto twitter (e devo ammettere che quest’ultima idea mi sconfinfera non poco), se userò i classici post o strumenti più "multimediali". Ho deciso di non decidere, fino all’ultimo.

Prometto comunque che in qualche modo avrete mie notizie, da queste parti e/o altrove. Se capitate al Lido, chiamatemi. Dico sul serio. Se non avete il mio numero, scrivetemi. Non fate i soliti timidoni del cazzo.

La seconda cosa è che vi ho lasciato in pegno un interminabile iper-episodio doppio di Friday Prejudice valido fino al 12 Settembre, su cui voglio che vi scateniate come deficienti in mia assenza. Fate del vostro peggio. Potete raggiungerlo cliccando qui o sulla bella e sobria foto sottostante.

Un bacio, a presto, vi amo tutti, eccetera.

[sono cazzi tuoi]

Pian pianino, l’estate finisce. E tornano le bombette. Su Friday Prejudice.

Ne le dis à personne, Guillaume Canet 2006

Ne le dis à personne (Tell no one)
di Guillaume Canet, 2006

Piccole stranezze della distribuzione nostrana: il lungometraggio di Canet, talentuoso attore francese, dietro la macchina da presa per la seconda volta, è uscito nel paese d’origine quasi due anni fa, nel Novembre 2006. Per poi conoscere nei mesi successivi un successo senza precedenti: quattro Cèsar (regia, attore, montaggio e musiche) all’inizio del 2007, distribuzione globale, persino una recente uscita limited nei teatri statunitensi che ha suscitato non pochi entusiasmi da parte della critica.

Ma che fine ha fatto, in Italia, Ne le dis à personne? Sorprende che, nonostante la facilità fraterna con cui accogliamo spesso e volentieri opere d’oltralpe che poi vengono tacciate di eccessiva "francesità", si sia dimenticato per strada questo thriller mozzafiato. Che, se non è il capolavoro da molti sbandierato (perché è troppo lungo, o meglio perché si dilunga troppo) è ben più che un titolo interessante. Soprattutto perché Canet, nonostante la scarsa esperienza, è proprio un regista sorprendente. Furibondo e insieme misurato: doverosamente egocentrico nello sfoggio di una tecnica notevole (come nelle lunghissime fughe a piedi della parte centrale), così come sa tirare fuori i muscoli quando è il momento, allo stesso modo sa mettersi da parte in caso contrario.

Il resto lo fa l’ottimo cast, François Cluzet in primis, e una storia che va a scavare nei segreti e nelle bugie senza però essere morbosa o torbida – e significativo di un interesse morale nella vicenda è il piccolo ruolo che Canet si è ritagliato nel suo stesso film. Ma Ne le dis à personne non è solo tesissimo e ricco di colpi di scena, grazie a una sceneggiatura tra le più intricate che io ricordi ma con un’intelligente e coesa doppia risoluzione, ma mostra con il suo straziante e romantico finale il coraggio di essere catartico solo a metà – macchiando con le lacrime di compromesso una felicità raggiunta con il sudore e con il sangue, a rischio della propria vita. Hai detto niente.

Se volete, il DVD doppio su Play.com ve lo tirano dietro.

Fighter, Natasha Arthy 2007

Fighter
di Natasha Arthy, 2007

Pensare al cinema danese contemporaneo come a una cinematografia che si confronta quasi esclusivamente con meccanismi del realismo sociale non è propriamente una prospettiva erronea. O almeno, seppur banalizzante, non è così lontana dalla realtà: se l’eredità del Dogma è estremamente sentita, ed escluso l’altisonante Lars Von Trier, i primi nomi che vengono in mente sono pur sempre quelli di Thomas Vinterberg, Susanne Bier, Anders Thomas Jensen. Fighter di Natasha Arthy rappresenta sia una via alternativa sia, allo stesso tempo, un’applicazione di questi stessi meccanismi a un genere del tutto diverso da quelli a cui ci ha abituati il cinema di quel paese – o almeno quello distribuito da noi: ovvero, il film adolescenziale – in danese, ungdomsfilm.

Il quinto film della regista trentanovenne, passata anch’ella dalle forche dogmatiche con il film #32 della serie Old, New, Borrowed and Blue, è infatti il tipico film sportivo che racconta di una giovane donzella che nell’affrontare la propria passione si deve scontrare con le incomprensioni e la chiusura mentale del suo gruppo etnico. Un po’ come Sognando Beckham, per capirci: solo un po’ più cupo e serio, al posto degli indiani ci sono i turchi, e al posto del calcio c’è il kung fu. E qui viene il bello: perché come ogni film sportivo che si rispetti, anche Fighter è costruito su una quantità di scene di combattimento (e non solo: ci sono anche le corse-parkour tra i tetti di Aicha ed Emil) che la Arthy, nonostante il montaggio ci vada giù pesante con gli effettoni, gestisce con una notevole maestria – che se non è ovviamente quella dei classici, dà montagne di polvere a molti dei filmetti simili che vengono prodotti da sempre negli Stati Uniti.

Più che altro, come si accennava in apertura, la Arthy trova un’equilibrio davvero riuscito tra le esigenze del cinema impegnato e quelle del film d’intrattenimento per un pubblico giovane, raccontando una piccola storia di passione sportiva che prosegue la tradizione di, che so, Karate kid, ma insieme dipingendo un convincente affresco della comunità turca di Copenhagen e raccontando una storia di integrazione impossibile che, alla fine, sa giostrarsi bene tra speranza, dolcezza e inevitabilità. Impossibile in ogni caso togliere merito alla spettacolare performance atletica della giovane protagonista: Semra Turan, esordiente al cinema, ma campionessa di arti marziali a livello nazionale.

Il film è uscito in patria a Dicembre, ed è stato poi presentato a Berlino nella sezione Generation 14plus. Uscirà in Germania il prossimo Ottobre. Nonostante la sua estrema vendibilità, non c’è ancora nessuna notizia di una distribuzione italiana.

Half baked, Tamra Davis 1998

Half baked
di Tamra Davis, 1998

Nella mia inspiegabile piccola ossessione estiva per gli stoner film, era impossibile non incappare in questo minuscolo film diretto dalla futura regista di Crossroads attraverso cui venne lanciato tra le star della comicità americana Dave Chappelle, e che è divenuto con il tempo una specie di bignami del fattone americano. Da noi semi-inedito (ma è passato in tv) il film racconta le vicende di tre amici fattissimi che decidono di spacciare per tirare fuori di prigione un quarto amico, finito dietro le sbarre per aver ammazzato un cavallo poliziotto diabetico dandogli da mangiare una quantità di dolciumi.

In realtà, Half baked è un film fatto davvero di niente, tanto che per una sua parte si limita ad una sorta di elenco di caratteri e abitudini dei consumatori di erba newyorkesi – tra cui un incredibile Jon Stewart nel ruolo dell’enhancement smoker. Un film costruito insomma su un’allineamento di proposizioni coordinate, sketch e idee singole, omaggi e camei, che non portano veramente da nessuna parte. Ma trattandosi di uno dei più sinceri e appassionati elogi della marijuana, si può dire almeno che l’indole non stoni con il contenuto. E in ogni caso, superato l’impatto con le facce cretine di Jim Breuer e Guillermo Diaz, sotterrati da un Dave Chappelle già eccezionale, è davvero difficile resistere alle avventure dei tre amici stonati.

Una scemata, va bene, ma una scemata divertente – e vigorosamente anarchica, tanto che persino il finale in cui l’amore trionfa viene acquietato da una dichiarazione d’amore senza precedenti: "I love weed, love it, but not as much as I love pussy". Un toccasana.

Le vicende e la carriera di Dave Chappelle, dalla prima partecipazione, 20enne, nel Robin Hood di Mel Brooks fino alla sua misteriosa fuga in Sudafrica, passando attraverso l’enorme successo del Dave Chappelle Show su Comedy Central, meriterebbero un post a sé stante – così come meriterebbero un blog a sé stante alcune delle sue performance migliori, come Black Bush o Samuel L. Jackson Beer. Ma questa è appunto un’altra storia.