2008

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Dude, where’s my car, Danny Leiner 2000

Dude, where’s my car*
di Danny Leiner, 2000

"We are not guys. We are hot chicks."

Tra i titoli più citati della stoner comedy americana degli ultimi dieci anni c’è quasi sempre questo film, primo titolo rilevante di Leiner prima del boom di Harold and Kumar. Ma confrontato con il successivo questo film, piccolo cult negli States grazie al successo dell’edzione DVD tra i più giovani, fa una figura assai magra. Prima di tutto perché Seann William Scott e Ashton Kutcher non sono Cho e Penn, ma anche perché Dude è un film che è programmaticamente ridotto all’osso, al confronto del quale i primi film dei Farrelly sembrano gli ultimi di Bergman.

Ma messo in campo che, come al solito, si tratta di un tipo di film con cui bisogna scendere a patti, così come con lo stimolo a guardarlo fino in fondo e con la propria intelligenza, Dude ha dalla sua un grandissimo pregio: il totale disinteresse nei confronti della trama, in senso tradizionale. Chester e Jesse attraversano il film più che altro come in un assurdo e cretinissimo videogioco, allineando situazioni paradossali e superandole in un crescendo che nel finale camp-sci-fi non può lasciare indifferenti – e che semmai può produrre sanissime reazioni di fastidio e rigetto.

Bella gara di sublime idiozia tra la scena del take away cinese e quella dei tatuaggi.

*il titolo italiano del film è l’arcinoto e tremebondo Fatti, strafatti e strafighe, ma a scriverlo tutto grosso là sopra mi piangeva il cuore.

[gayest. fantasy hero. ever.]

L’episodio ferragostano di Friday Prejudice. Tutta roba buona.

Son of Rambow, Garth Jennings 2007

Son of Rambow
di Garth Jennings, 2007

Esordire nel Regno Unito con una cosetta come la Guida galattica per autostoppisti fu un notevole rischio, per il regista di alcuni bellissimi videoclip nascosto dietro il marchio Hammer & Tongs, che condivide con il socio-produttore Nick Goldsmith. Il film lasciò infatti molti scontenti, tra i fan i Douglas Adams e non solo: da queste parti, all’esatto contrario, si sperò ardentemente, con notevole entusiasmo per la freschezza e il senso dell’humor dimostrato con il suo difficilissimo adattamento d’esordio, che Garth Jennings sfornasse al più presto un secondo lungometraggio.

E l’attesa è stata ben ricompensata, perché Son of Rambow è davvero un piccolo gioiello. Con tutti i crismi del cinema indipendente, è chiaro: e non c’è dubbio che qualcuno potrà tacciarlo di ruffianeria e stucchevolezza. Ma se tali sono i rischi, quando si trattano materie delicate pur se rodatissime come la fine dell’infanzia e il potere dell’immaginazione, questo non è il caso del film di Jennings. Che riesce invece a mantenere quasi sempre un registro perfetto tra malinconia e tenerezza, tra ironia e dramma, lasciandosi andare a libertà espressive che provengono dal substrato "musicale" di Jennings e Goldsmith (gli improvvisi splendidi inserti animati) ma con un’immediatezza e un piacere del racconto quasi spontaneamente commovente.

Che nel film ci sia molto di Jennings, che ha scritto anche soggetto e sceneggiatura, è evidente ad ogni passaggio – rendendo Son of Rambow non solo il suo primo vero film personale, ma una vera e propria confessione, e una dichiarazione d’intenti che fa sperare ancor più nel suo futuro. Fortuna sua aver trovato due giovani protagonisti come Will Poulter e Bill Milner, entrambi assolutamente esordienti e altrettanto stupefacenti, per ricreare questo tassello della sua infanzia, tanto emotivo quanto onesto anche nel suo divertirsi con gli stilemi del period movie (la scena della festa con il balletto sulle note di Just Can’t Get Enough dei Depeche Mode). Va bene anche a noi: dopotutto, ognuno di noi, nell’infanzia, è stato l’introverso Will o il prepotente Lee Carter – e ha avuto l’altro come amico di conseguenza. A quel punto, basta scegliere. Un vera sorpresa, in ogni caso, trovare la Jessica Hynes di Spaced in un ruolo senza derive comiche – e trovarla così brava.

Poi, Son of Rambow fa un’accoppiata impagabile con un altro film di questa stagione, Be kind rewind di Gondry, nel celebrare degnamente il rapporto strettissimo tra l’avvento del supporto magnetico di massa e la crescita di un’intera (e allargata) generazione, legata a una doverosa perdita dell’innocenza che si chiama cinefilia. A oguno la propria, personale e insostituibile, dolcissima o dolorosa, cinefilia.

Il film è uscito ad Aprile nel Regno Unito, e a Maggio negli USA. In Germania esce la prossima settimana, in Francia addirittura a Gennaio. Non è ancora prevista un’uscita italiana.

Il DVD inglese è uscito due giorni fa: si può acquistare qui.

Due curiosità: il ragazzino che nel filmato d’archivio della BBC "strappa" il premio di Screen test a Lee Carter è Jan Pinkava, futuro e geniale regista e sceneggiatore della Pixar: suo il capolavoro Geri’s Game, e la co-regia di Ratatouille, accanto a Brad Bird. E il bellissimo personaggio del ragazzino francese è interpretato da Sam Kubrick-Finney, il nipote di Stanley Kubrick.

American trip, Danny Leiner 2004

American trip (Harold & Kumar Go to White Castle / Harold And Kumar Get The Munchies)
di Danny Leiner, 2004

Quattro anni prima di Escape from Guantanamo Bay, che inizia proprio dove questo finisce, l’esordio di John Cho e Kal Penn nei ruoli di Harold Lee e Kumar Patel ha una trama che definire ridotta all’osso è riduttivo: i due si sono sfondati di marijuana e hanno una fame boia. Ma non di qualunque cosa: vogliono strafogarsi di hambuger di White Castle (la più antica catena di fast food americana), ma il viaggio per raggiungere l’agognato cibo si rivelerà più difficile del previsto.

Probabilmente perché infarcito di un umorismo che spesso è difficilmente esportabile o traducibile*, forse per la volgarità a volte davvero irrefrenabile (le due ragazze che giocano a battleshits nei cessi dell’università) il film di Leiner da noi non ha avuto il successo di altre commedie "triviali", magari basate di più sui pruriti sessuali, mentre negli states Harold & Kumar ha ottenuto con il tempo un discreto statuto di cult, e anche uno sdoganamento critico di tutto rispetto. L’impressione, rimanendo su un discorso già accennato, è che il rifiuto inconscio della stoner comedy dalle nostre parti possa essere legato a una forma di radicata istanza benpensante, per la quale l’uso della marijuana deve essere correlato, al massimo, a suggestioni malinconiche – come in quasi tutti i film di Salvatores, che su questo han fatto scuola – o di necessità di una caratterizzazione più immediata e riconoscibile – come Marco Cocci nell’Ultimo bacio. Ma in fondo, i film della factory dei Vanzina (come Sognando la California) non sono poi così dissimili dai film di Leiner. Solo che non c’è l’erba, e non fanno così ridere.

Harold & Kumar invece fa ridere eccome, anche più del successivo – che introdurrà semmai qualche doverosa sostanza cinematografica all’ineffabile duo. E prima di tutto perché gioca con grande libertà con tutto il discorso sull’omosessualità latente (o meno) dei buddy movies, e lo fa anni prima di Superbad – pur se in maniera meno raffinata. Improponibile una lista delle sequenze più assurde e spassose del film, molte delle quali già notissime (grazie a Youtube) a prescindere dal film: vincono il podio la sequenza onirica amorosa tra Kumar e un sacchetto pieno di maria, l’incredibile monologo di Harold sul sogno americano, e l’impiegato frustrato del fast food che urla Let’s burn this motherfucker down. Tacendo di Neil Patrick Harris che sniffa cocaina dal culo di una spogliarellista: di lui si è già parlato abbastanza.

Il titolo italiano rimetteva sì erroneamente il film nel filone di Road trip, ma gli andò comunque meglio di quanto capitò all’altra stoner comedy di Danny Leiner, il citatissimo Dude, Where’s My Car?, da noi uscito come Fatti, strafatti e strafighe.

*questo post è relativo all’edizione originale, acquistabile qui a meno di 5 euro.

Il vento fa il suo giro, Giorgio Diritti 2005

Il vento fa il suo giro (E l’aura fai son vir)
di Giorgio Diritti, 2005

"Io non faccio vacanze, io faccio formaggi"

Tra le storie di film piccoli e indipendenti cresciuti grazie al passaparola, o ad altro, quella del film di Giorgio Diritti è indicata da tempo come una delle più paradigmatiche e riuscite. Tanto da far diventare spesso il film un caso a prescindere dalle sue doti. Ora che l’opera in questione è uscita finalmente in DVD, chiunque sia stato così pigro da non recarsi a nessuna delle numerosissime proiezioni che l’hanno vista protagonista negli ultimi 15 mesi non potrà più avere scusanti.

Del film si è tanto parlato che è quasi ridicolo dirsi sorpresi, ma tant’è: Il vento fa il suo giro è davvero il film straordinario che vi hanno dipinto. Ambientato tra le case di un paesino della Valle Maira, e recitato in un semi-inedito miscuglio di italiano e occitano, il film di Diritti è una vera opera di frontiera, che riflette in modo caustico e impietoso, ma senza lasciarsi trascinare da ondate di cinismo né abbandonandosi a mere suggestioni neorealiste (ma anzi con un forte senso della tensione narrativa oltre che morale), sulla morte del senso di comunità e sull’intrusione – un film quasi polanskiano, in cui la tragedia è sempre dietro l’angolo, sempre annunciata e rimandata. E lo sfogo finale è la perdonabilissima digressione di un film altrove dotato di una compattezza davvero rarissima.

Illuminata la direzione degli attori, perlopiù non professionisti ma spietatamente perfetti, e una direzione della fotografia che lascia senza parole, sia nell’appoggiarsi beatamente agli spettacolari campi lunghi che i paesaggi dell’Occitania regalano, che nell’osare con molto più coraggio – come l’uso della steady nella sublime sequenza del nascondino – rispetto alla maggior parte dei film considerati "maggiori" del cinema italiano recente.

Southland tales, Richard Kelly 2006

Southland tales
di Richard Kelly, 2006

Volendo ridurre all’osso e semplificare una questione che in realtà è ben più complicata, si potrebbe dire che la nota categoria dei Film Enormemente Sfortunati si divide in due grandi insiemi: i film che sono sfortunati perché non vengono capiti nel momento in cui vengono prodotti, e quelli che sono sfortunati perché fanno effettivamente schifo. Che Southland Tales sarebbe diventato un FES lo si era capito fin da quando venne presentato a Cannes, due anni fa. Ma in quale insieme sarebbe dovuto essere infilato, sorgeva più di un dubbio. Seguendo questa indicazione, forse bisognerebbe aspettare che passi dell’acqua sotto questo disastratissimo ponte, prima di giudicare. Ma dopo la visione effettiva del film credo che il Calderone delle Sfortune Meritate non glielo levi nessuno.

Lungi da noi rivedere a posteriori l’opinione sul virtuoso regista della Virginia: a Donnie Darko saremo comunque sempre legati e grati. Kelly ebbe il coraggio, con quel film, di raccogliere un intero immaginario, legato strettamente con un periodo storico (gli anni ’80) e con i generi che gli si appaiavano, e ribaltarlo come un calzino grazie alla mescolanza con le sue personalissime fissazioni – in primis, il viaggio nel tempo. Ma qui, queste stesse fissazioni, nello scontrarsi con gli stilemi del cinema apocalittico filtrati da una venatura che ricorda più il Marco Risi dell’Ultimo capodanno che non Francis Ford Coppola, con gli echi un po’ più che evidenti del cinema di David Lynch – i nani, Rebekah Del Rio, l’utilizzo straniante della colonna sonora di Moby, e via dicendo – e con una riflessione sulla contemporaneità e sulla cultura "bassa" che si trasforma molto presto in una sceneggiatura che per metà film si limita a un namedropping selvaggio e ingiustificato e per l’altra metà a personaggi che pontificano dei massimi sistemi senza troppa cognizione di causa, trasformano Southland tales, dal progetto di un potente e caustico affresco satirico sull’America Oggi a una delle esperienze cinematografiche più faticose, fino allo sfinimento (o alla sonnolenza), e insieme più frustranti (per le doti ancora innegabili del suo autore, soprattutto plastiche, che qui e là spuntano fuori con violenza) del cinema recente.

Inutile però spendere mezze parole, mezzi attacchi e mezze difese, a proposito di questo film: perché se la sua faccia tosta nello spalmare le proprie ossessioni con una tale spavalda baldanza può anche suscitare una certa simpatia, è difficile negare che Kelly se la sia cercata, eccome. E per tutta la parte centrale, prima del finale esplosivo e (doverosamente) eccessivo, l’impressione è quasi che l’abbia fatto apposta – con una self confidence al limite del masochismo. La parola che mi sento di usare, e che credo renda bene l’idea, è "fallimentare". Southland tales è uno dei film più palesemente e vergognosamente fallimentari del cinema americano di questo decennio. Non significa mica, per nulla, che sia uno dei peggiori. Anzi. Ma insomma, ci siamo capiti.

Dopo un lungo tira e molla, il film non è uscito nelle sale italiane: lo trovate da qualche settimana, in vendita in DVD.

Hancock, Peter Berg 2008

Hancock
di Peter Berg, 2008

Se c’è una cosa che ancora mi tiene ancorato all’interesse nei confronti dei blockbuster statunitensi – e Hancock ne è un esempio calzante, essendo il "film del 4 Luglio" di quest’anno – è la capacità dell’industria del cinema, più che di un singolo autore in sé, se non di stravolgere le mie aspettative, comunque di rimescolare le carte, di stupirmi un po’, o almeno di confondermi. Come è successo di recente con Iron Man, per fare un esempio. Dopotutto, quando hai a disposizione 150 milioni di dollari e un Re Mida come Will Smith, ti puoi concedere qualche colpo di testa – e pure qualche piccolo eccesso.

Peter Berg, attore ormai riconvertitosi alla regia e dall’innato (e un po’ paraculo) talento nel saltellare allegramente da un genere all’altro, di eccessi ne sa qualcosina – ce n’eravamo accorti già in Cose molto cattive, il suo esordio politically uncorrect di 10 anni fa. Altra cosa è vestirlo di abiti autoriali che gli starebbero assai larghi, ma non c’è dubbio che Hancock sia venuto così (cioè, proprio benino) anche grazie al suo ottimo mestiere, e a questo substrato di irresponsabilità cafona che lo contraddistingue. Un film che partendo da basi ben stabilite, quelle dell’action infarcito di ironia su cui ha costruito la carriera Will Smith – e anche autoriflessive, vista l’impressionante rinascita recente del cinema superomistico: in questo la sceneggiatura di Vince Gilligan e Vincent Ngo è nerd al punto giusto – riesce a un certo punto anche a prendere una sua strada.

E in questa strada si immette a 50 minuti suonati dall’inizio – lungi da me scrivere come e perché. Una delle cose più interessanti di Hancock sta infatti al di fuori del film, ed è una riflessione potenziale sul rapporto che intraprende l’opera con il suo trailer. Più precisamente, quello che intercorre tra l’anticipazione (hype) e il fatto compiuto (il film). Per intenderci: dal trailer tutti sanno che Hancock è la commedia action-fantastica che il film smette in realtà di essere dopo i primi tre quarti d’ora. Poi (dopo una svolta in realtà "annunciata" all’interno del film, niente di davvero inatteso arrivati a quel punto) diventa tutta un’altra cosa. Diventa esagitato, esagerato, persino tragico – nei limiti dello slot commerciale in cui è inserito – poderosamente sfacciato nel suo buttare alle ortiche (vivaddio) ogni illusione di credibiiltà, e con una complessa e interessante mitologia sottostante, che purtroppo Berg e gli sceneggiatori hanno troppa fretta a descrivere – ma che in alcuni momenti è persino convincente.

Per questa sua sfacciataggine e irrispetto nei confronti dello spettatore "basso", pur all’interno di un binario di un racconto visto e stravisto, e per questo dichiarato amore per un afflato melodrammatico che qualche anno fa (prima dello sdoganamento definitivo di Hong Kong, per dire) gli avrebbero risbattuto in faccia, Hancock farà probabilmente incazzare molti, e divertire molti altri. Ecco, ho già trovato il mio posticino.

Jason Bateman è molto più che un’ottima spalla, Charlize Theron non era così bella da anni. Ma – posto che a me è sempre piaciuto – Will Smith è davvero stupefacente. Sempre più bravo, ogni anno che passa.

Al cinema dal 12 Settembre

Harold & Kumar Escape from Guantanamo Bay, Jon Hurwitz e Hay Schlossberg 2008

Harold & Kumar Escape from Guantanamo Bay
di Jon Hurwitz e Hay Schlossberg, 2008

I motivi per cui mettersi a guardare un film come Harold & Kumar 2 possono essere molteplici, e possono essere veri oppure delle giustificazioni nei confronti di sé stessi. Il primo capitolo negli states è infatti un vero cult movie – divenuto tale, come spesso accade negli ultimi anni, dopo un insuccesso in sala e un rilancio spaventoso in DVD – ma dalle nostre parti, dove è uscito con il bruttissimo titolo American Trip, un sequel così desta molta meno attenzione, sicuramente meno del suo predecessore, persino nel suo precisissimo e ampio target – un esercito di adolescenti e postadolescenti fattissimi e un po’ nerd.

Ma dopotutto, è cosa nota che la stoner comedy sia legata a doppio filo a un certo imbarazzo spettatoriale, se non a un sottile senso di colpa. Qualcosa che suona come: se mi sto divertendo per tutto ciò, devo essere impazzito. A quel punto però vale la pena di sospendere questo insopportabile snobismo (spesso pregiudiziale e dovuto a decenni di ingloriose puttanate), sedersi e godersi il fottuto spettacolo. Harold & Kumar 2 è in fondo tutta una questione di umore: con quale lo si prende, e quale si decide di restituire. E preso di per sé, e appunto con l’umore giusto, almeno nei suoi dettagli più triviali (al di sotto dei quali, gratta gratta, c’è poca carne) ha poco da invidiare a commedie recenti, alcune delle quali più celebrate.

Tolta una sceneggiatura (di Hurwitz e Schlossberg, che stavolta si impadroniscono anche della cabina di regia) che è costruita soprattutto su pretesti, più o meno riusciti, e una confezione che si mantiene sul classico livello di decenza che non faccia sprofondare il tutto anche nel gorgo del cheap – ma la sequenza dei paracaduti è funzionale e divertentissima – il cappello va tolto soprattutto di fronte agli attori. Sono loro, va da sé, a tenere in piedi tutto il film. E se i due protagonisti sono ormai un tutt’uno coi loro personaggi, ed è difficile non affezionarsi al rintronato e puccissimo Kumar Patel di Kal Penn (con il Harold Lee di John Cho ridotto spesso ad una spalla, seppur ottima), il meglio lo dà il cast di contorno. Da una parte, due ex correspondent del Daily Show Rob Corddry e Ed Helms, che fanno un’irresistibile parodia del good cop, bad cop.

E dall’altra, ovviamente, il ritorno di Neil Patrick Harris nella parte di Neil Patrick Harris. Nel primo Harold & Kumar faceva l’ex bambino prodigio (come protagonista di Doogie Howser, M.D.) strafatto di ecstasy, mentre qui aiuta i protagonisti a fuggire sopraffatto da visioni mistiche dovute a funghetti allucinogeni, e poi li porta in un bordello. In questi anni, NPH è stato protagonista dell’adorata serie How I Met Your Mother, ha fatto tempo a fare coming out in diretta, a farsi amare follemente qualunque cosa faccia (vedi il recente e sublime Doctor Horrible’s sing-along blog di Joss Whedon) da milioni di persone – tra cui il sottoscritto – ma la sua "alternate version" di se stesso è ancora assolutamente irresistibile. Da principio, lo ammetto, ho recuperato questo film quasi solo per lui. E posso dire di esser rimasto del tutto soddisfatto.

[contaci]

Friday Prejudice entra nel suo vero girone degli orrori: il mese di Agosto.

Doomsday, Neil Marshall 2008

Doomsday
di Neil Marshall, 2008

Il momento in cui credo di aver inquadrato questo film, e che mi ha permesso di godermelo appieno nonostante sia magari un passetto indietro nella carriera del regista di Newcastle dopo l’eccezionale The descent, avviene dopo qualche minuto. Alla protagonista viene presentato il team con cui oltrepasserà il "muro" alla ricerca di superstiti. E in un film le cui principali fonti d’ispirazione sono 1997 Fuga da New York e la trilogia di Mad Max, i due fucilieri si chiamano Carpenter e Miller. Al di là della "facilità" dell’omaggio, a quel punto, l’antifona era chiara: caro Neil Marshall, se ti vuoi divertire come un deficiente non sarò certo io a impedirtelo. Anzi, adesso mi sdraio e vedo cosa sei in grado di fare.

Visto così, come un divertissement cinefilo che riprende temi e suggestioni di una valanga di film post-apocalittici come i succitati e gli zombi di Danny Boyle, passando per Excalibur di Boorman e per I guerrieri della notte, Doomsday è un film che difficilmente delude. Non solo perché dichiara il suo essere apertamente derivativo in modo ironico e a tratti divertito (tutta la trovata dell’occhio e della benda di Eden, il delirante inseguimento finale), ma anche perché gestisce tutte queste influenze con una mano fermissima, senza prendersi troppo sul serio (vedi le scelte musicali: c’è anche un pezzo dei Fine Young Cannibals, per dire), aiutato in questo da un montaggio frammentato e complesso (curato dallo stesso regista con Andrew MacRitchie), spesso ai limiti del confusionario ma che dà un’impronta di personalità molto forte alle molte sequenze d’azione.

Certamente il film non è cibo per tutte le bocche. Laddove con The descent Marshall aveva costruito un horror terrificante ma a suo modo molto asciutto e "serio", che riusciva in qualche modo – grazie all’artificio del buio ma anche a una specie di autocensura – a scampare dai soliti problemi di rappresentazione del mostruoso, qui il regista non si ferma letteralmente davanti a niente, mettendo in campo qualunque cosa gli passasse per la mente, senza avere mai paura di diventare ridicolo o trash. Facendo perno senz’altro su un’idea narrativa molto brillante – ovvero che per arginare il contagio ricostruiscano un nuovo Vallo di Adriano, facendo della Scozia una sorta di bolla temporale – ma sequenze come quella del cannibalismo collettivo o il numero davvero impressionante di decapitazioni (con le quali dopo un po’ si mette a giocare con un invidiabile senso del macabro) non sono cose che si vedono tutti i giorni.

Doomsday
in fondo è un gioco, ma è un gioco ben riuscito. Uno di quei film che ti puoi divertire moltissimo a raccontare il giorno dopo ("sei lì che vedi Interceptor e poi a un certo punto, tac!, quello ti diventa un film medievale!") ma anche vederlo di per sé può dare le sue belle soddisfazioni.


Nei cinema dal 29 Agosto 2008.

Esiste una versione theatrical e una unrated: se volete gustarvi la seconda, il DVD americano è già disponibile e le contiene entrambe.

The love guru, Marco Schnabel 2008

The love guru
di Marco Schnabel, 2008

C’è stato un periodo in cui Mike Myers, nonostante non sia propriamente il più gradevole dei comici anglosassoni, mi stava comunque discretamente simpatico. Dopotutto, con Wayne’s world ci siamo cresciuti in molti, lo stile di Myers anticipava per alcuni aspetti molte tendenze degli anni a venire, e i film di Austin Powers, nonostante fossero completamente privi di ritmo (non so voi, io ero solito dare la colpa a Jay Roach) facevano ridere – anche se forse tre capitoli erano davvero raschiare il fondo del barile.

Dopo molti anni di assenza passati sostanzialmente a doppiare l’orco della Dreamworks e a viverci di rendita, l’attore anglo-canadese torna con un film "à la Meyers". Il suo nuovo personaggio è un guru dell’amore che sogna di andare da Oprah e che attende di perdere la verginità. Che il film non fosse particolarmente riuscito si poteva capire già di partenza, dal concept e dai trailer, ma che un comico altrove assai brillante sia riuscito a tirare fuori una roba così scoordinata, sbrindellata, piena di battute sulle caccole, sui nani e sulle scoregge, e basata quasi esclusivamente su un accento buffo che dovrebbe far rabbrividire qualunque fan di Peter Sellers (e vi includiamo lo stesso Myers), è davvero sorprendente.

Myers mostra quindi un livello avanzato di bollitura, facendo rimpiangere persino le cose peggiori di Goldmember, e Justin Timberlake con i baffoni e il cazzo grosso fa ridere giusto per un mezzo minuto. Le poche sorprese le regala invece il cast di contorno, con una nutrita presenza di cameo (spassoso quello di un cicciosissimo Val Kilmer) e di corrispondenti del Daily Show: ma se John Oliver fa il suo mestiere senza guizzi e se sull’apparizione Samantha Bee stavo probabilmente sonnecchiando, a travolgere e a rendere immediatamente necessaria la visione, ovviamente telecomando alla mano, è il commentatore sportivo Jay Kell interpretato dal leggendario Stephen Colbert. Talmente divertente da meritare un film tutto per sé, mentre tutto intorno a lui frana, tra le decine di inspiegabili lungaggini messe lì per arrivare a un minutaggio decoroso.

Ma anche se vi andasse di provarci lo stesso, mi chiedo quale sia il senso di vedere in sala e doppiato nella nostra lingua un film la cui comicità, se si escludono le cose più "fisiche" affidate soprattutto a Verne Troyer (il Mini-me della saga di Austin Powers), è basata su calembour e su polisemie – ed è quindi sostanzialmente verbale. Per intenderci, il meccanismo è sempre lo stesso: Myers dice una cosa che è apparentemente sensata di per sé, poi rende chiaro che pronunciandola in un certo modo vuol dire qualcos’altro (spesso qualcosa di estremamente triviale), e a quel punto si mette a ridere, e gli altri personaggi ridono con lui, rapiti. Non so se la cosa vi ispiri. Quello che è certo è che Mike Myers avrebbe bisogno di una iniezioncina di umiltà, oppure, per carità, qualcuno gli dica che questa roba, così com’è, fa schifo.

Nei cinema dal 1 Agosto 2008

[ripetitivo?]

Nel frattempo però c’è anche il nuovo episodio di Friday Prejudice, qui.

Il cavaliere oscuro, Christopher Nolan 2008

Il cavaliere oscuro (The dark knight)
di Christopher Nolan, 2008

Certe volte, quando ti casca addosso un film così, non te ne accorgi. Semplicemente, non eri preparato. Nessuno te l’aveva detto. Ti arriva alle spalle, e fa il rumore improvviso, spaventoso e affascinante di un fulmine in una tersa giornata d’estate. Certe altre volte, invece, come in questo caso, non c’era proprio nulla che non ti dicesse che sarebbe potuto (o dovuto) accadere. Tutto punta in quella direzione, per settimane, per mesi, e davanti a te quella sera, quella notte, buia, c’è la strada vuota e libera, e allora ti senti pronto, come on, I want you do it, come on, hit me, hit me, lo vedi, arriva, ma il contatto, il tonfo vero e proprio, quello che ti scaglia a terra, è una cosa a cui non si può essere preparati. Non si può esserlo fino in fondo, preparati a un film così. Ed è la cosa stupenda, impagabile, dell’esserne travolti.

Certe volte, quando ti sei abituato a vedere film, parlarne, scriverne, a discernerli o ad accettarli, a sezionarli o a categorizzarli, in fondo te li lasci scivolare addosso, come gocce di pioggia su una corazza robusta. Il cavaliere oscuro è uno di quei rari casi in cui, mentre vi stai assistendo, ti rendi conto che qualcosa si sta spaccando, in quella corazza. Che sta penetrando, bruciando, elettrizzando. Non solo te, ma tutto ciò che vi sta intorno. Dispiace quasi, per tutti i film con i quali Il cavaliere oscuro condivide un inesauribile, popolarissimo ed eclettico macro-genere, e nei confronti dei quali si era stabilito un rapporto di simpatia, amicizia o complicità, ma questo è un uragano che tutto travolge, che fa piazza pulita, che spazza via anche il grigiume delle distinzioni, e con esse cambia radicalmente, almeno in potenza – e proprio dal momento in cui ottiene questo frastornante successo – la faccia stessa del comic book movie. Ed era un momento che aspettavamo, credo, da sempre.

Ma se anche Il cavaliere oscuro dovesse rimanere un unicum, poco cambierebbe del suo inestimabile valore, del suo vigore, della sua ineccepibile poderosa violenza. Dove violenza significa prima di tutto restituire allo spettatore il piacere di uno spettacolo totale. Dove nemmeno il tappeto sonoro di James Newton Howard e Hans Zimmer è una mera colonna sonora, ma una delle più grandi applicazioni di un’idea di sonoro nel cinema recente, costruita spesso su una ricerca del suono perturbante che non ha nulla a che vedere con le abitudini del cinema mainstream, e che insieme a un montaggio che reinventa l’essenzialità come marca espressiva non lasciando mai un minuto di respiro tra una sequenza e l’altra, trasforma alcune sequenze – soprattutto i grandissimi duetti tra Heath Ledger e gli altri personaggi – in un’esperienza cinematografica vibrante, e fisica. Parlo di mangiarsi le unghie fino alle falangi, Parlo di tremare, di sudare. Di piangere per una lettera donata, appoggiata su un vassoio, da lì sollevata, e infine bruciata con un accendigas. Sorridere sapendo che se the only justice in an unfair world is chance, in un mondo a cui è stato dato in dono il caos in un pacchetto, tutto è destinato comunque a esplodere, prima o poi. Lasciando dietro di sé, al massimo, i martiri immolati di una speranza menzognera. E la luce che illumina la collettività non è più, come in altri film simili, la speranza ad essa legata – ma al contrario, l’ultimo dei barlumi di un’umanità pronta a scomparire, ad annientarsi, in quello stesso cupo caos.

Affrontare Il cavaliere oscuro mette comunque in difficoltà, perché ti rendi conto immediatamente che le solite parole non bastano. Quelle di elogio della mostruosa, indicibile, uberumana performance di Heath Ledger, e di tutto il cast con lui. Di come Chris Nolan sia riuscito a trovare un equilibrio definitive tra le due anime del suo cinema, schizofrenico e fenomenale come gli splendidi, corposi personaggi di questo film. Di come Il cavaliere oscuro abbia ben poco del comic book movie, ma sembri piuttosto, come molti hanno detto, l’ultimo thriller metropolitano possibile, un film complesso e adulto, nonostante le impennate e nonostante le maschere, che risente più della lezione di Michael Mann che di Tim Burton. Del fatto che quella macchina da presa che volteggia tra i palazzi fa del pipistrello un simbolo decadente, mentre la protagonista è proprio la città – una città che è impersonificata e resa carne, con il suo caos e il suo caso, il suo dolore e il suo disperato eroismo, e la sua fioca speranza. Gli occhi che ci guardano, e che ci parlano, fin dalla prima inquadratura, sono le mille e mille finestre di Gotham City. Pronte a scoppiare.

Tutte queste parole le rimandiamo un attimo, le mettiamo da parte, le consumeremo tra una birra e l’altra scambiandoci colpi di gomito con un entusiasmo irreale e revitalizzante. Quante sono, le cose che vorrei dire. E quante, ci sarebbero da dire. Ma ora, qui, ci fermiamo.

[porca. puttana.]



"This is what happens when an unstoppable force meets an immovable object"

Post in attesa, presumo.

Funny Games, Michael Haneke 2007

Funny games
di Michael Haneke, 2007

Mi rendo conto che è estate, che la voglia di mettersi a leggere i blog di cinema è scemata, che se si passa da queste parti è per vedere se un film sia venuto bene o meno – o meglio, se sia piaciuto o meno a chi ne scrive. Ma in questo caso, fate pure un passetto indietro: questo è Funny Games. Chi lo guarda sa benissimo che cosa si trova davanti. Sa benissimo com’è, take per take, e sa benissimo se – e quanto – gradirà. E in vista di ciò, ogni considerazione ulteriore diventa improvvisamente extrafilmica.

Insomma, per quanto mi riguarda, credo che per dare un giudizio al film del 2007 dovrei ricalcare un ipotetico giudizio al (gigantesco) film del 1997. Va da sé, non ne ho alcuna voglia. Mi preme semmai sottolineare, me ne sono accorto soltanto durante la visione e ne parlo ignorando come al solito qualunque dato paratestuale (leggi interviste), come quella di Haneke non sia stata affatto una scelta facile, ma al contrario una presa di posizione di grandissima forza espressiva di per sé – al di là dell’innegabile bellezza e rarità dell’opera che ne è scaturita. Perché tra le discussioni su cosa sia uguale e cosa sia diverso, quello che spesso sfugge e che Haneke fa in prima battuta con questo suo secondo Funny Games è riprendere possesso di qualcosa che, nell’applicazione pedissequa della riproducibilità, si era quasi del tutto perduto: l’assoluta singolarità dell’opera.

Haneke, proprio attraverso questo film, incredibile e poderoso quanto l’originale – se non che proprio dell’originalità viene privato, e va ammesso, ciò diminuisce di gran lunga l’impatto espressivo – ribadisce che ogni film è fondamentalmente immutabile. Ricorda al pubblico che nel cinema, o almeno nel suo cinema, nessun movimento di macchina, composizione del quadro, nessuna singola scelta ritmica e timica, niente di tutto ciò è subordinato né casuale all’interno dell’opera definita. Riprendendo l’idea di film come partitura già applicata da Gus Van Sant in Psycho, Haneke non fa che suonare un’altra volta il suo Funny Games – e se l’orchestra differente darà una nuova personalità al film, aggiungendo magari una differente inquietudine dovuta alla "bellezza" del cast americano – unica grande sostanziale "modifica" – il pentagramma resterà immutato.

Il regista austriaco ci ricorda insomma che la grandezza di un film rimane anche nella sua assoluta e spesso dimenticata unicità. E lo fa proprio, paradossalmente, negandogli quella stessa unicità. Sdoppiandosi invece con un furore, un coraggio e una coerenza che lasciano senza fiato, quasi quanto quegli spari fuoricampo, quelle uova a terra, quel gioco buffo di acqua e fuoco che apre le danze di morte di Peter e Paul. Inquietandoci, e spaventandoci, come fosse ancora la prima volta.

Hellboy II – The golden army, Guillermo del Toro 2008

Hellboy II – The golden army
di Guillermo del Toro, 2008

Ci interessa solo fino a un certo punto che nei quattro anni che sono passati da un film assai divertente ma riuscito a metà come Hellboy, grazie al successo dell’enorme Labirinto del Fauno, Del Toro abbia acquisito un maggior "potere contrattuale", per potersene uscire con un film davvero bello e sorprendente come questo Hellboy II. Quello che ci interessa di più è invece vedere come ormai le forme del cinema di Del Toro si siano cristallizzate e siano estremamente riconoscibili, deformando le tavole di Mignola fino a renderle, in toto, deltoriane. L’interminabile, favolosa sequenza hensoniana del Mercato dei Troll nascosto sotto il ponte di Brooklyn credo che parli da sé.

A questo punto il compito di ciascuno è decidere se questo stile piaccia o meno, se a ciascuno vada di ritenerlo già maniera o, appunto, una firma forte, e ferma. Va da sé, che qui s’è della seconda banda: Hellboy II è un film formidabile e formidabilmente migliore del precedente, proprio per il suo vivere separato dal suo contesto, divenuto (non se n’abbiano a male i fan di Mignola) quasi pretestuale. Per un’autonomia intellettuale e artistica che è tutta farina del sacco del regista messicano, e che si esprime peraltro con una libertà divertita e leggiadra che rende Hellboy II il vero "outsider" del cinema-fumetto all’interno di una stagione già felice per il "genere". Ma non si pensi che il regista si pieghi ai suoi stessi vezzi: come i più grandi registi di intrattenimento sanno fare, dove la priorità è sempre lo spettacolo, la personalità dell’autore e le regole (anche schematiche e a volte frettolose, perché no) del cinema-fumetto si sanno mescolare alla perfezione, senza fare a pugni.

Le scene entro le quali questa amalgama si esprime sono effettivamente quelle che vengono citate più spesso: e al di là dell’ottima realizzazione delle scene d’azione (come il combattimento contro la divinità elementale con il neonato in braccio, semi-citazione di Hard boiled), a colpire sono soprattutto alcune derive tipiche del regista. Che siano grottesche (quella del bambino-tumore è la quote dell’anno, senza alcun rivale) o poetiche (la strada di Manhattan che diventa un giardino) o assolutamente inaspettate come la scena, meravigliosae ormai celebre, in cui i due eroi si soffermano sdraiati sugli scalini, parlando di delusioni d’amore, ubriacandosi, canticchiando un canzone di Barry Manilow che poi esci e non ti togli più dalla testa.

Can’t smile without you.

[nel cinema sopra il quale si svolge la lunga sequenza del dio elementale proiettano See you next wednesday. Chi conosce e ama il cinema di John Landis l’avrà già sicuramente notato, ma non potevo esimermi dal segnalarlo]

[threesome?]

Il nuovo episodio pigro e semi-festivo di Friday Prejudice. Eh sì.

[disclaimer]

Un paio di cosette, di passaggio. Sono stato avvertito da più fronti che il blog è temporaneamente sparito, per qualche ora. Abituali e perdonabili scherzetti di splinder, prontamente risolti. Se capitasse anche a voi, scrivetemi che vi spiego come si fa. Qualcuno si era pure spaventato, forse anche a causa della recente scarsezza di contenuti. In realtà questa carenza è dovuta alla carenza di visioni stesse: ad attendermi c’è una coda interminabile di film che passerò l’estate a recuperare, da The living and the dead a Funny Games US. Però al momento, mi scuso in anticipo, questo blog sarà ancora un po’ pigro, per qualche giorno: sto infatti facendo una specie di bizzarra settimana di ferie a Bologna, a due anni dal mio abbandono. Chiedetemelo, quanto sono pazzo a passare delle ferie nella città più calda del centro-nord? Eppure, mi ci sono voluti solo tre giorni per reinnamorarmene, alla follia. Quindi, se siete da queste parti, contattatemi. Oppure ci si vede questa sera al concerto dei Camera Obscura, o in giro a qualche laurea a cui mi sarò spudoratamente imbucato, o alla proiezione collettiva di Hellboy II che si terrà da qualche parte mercoledì sera e alla quale tu, mio giovane amico, sei automaticamente invitato. Ma poi torno, eh. Baci e abbracci.

[non quello, quell'altro]


Non avete molta scelta: c’è il nuovo episodio di Friday Prejudice.

E venne il giorno, M. Night Shyamalan 2008

E venne il giorno (The happening)
di M. Night Shyamalan, 2008

Il cinema di Shyamalan sembra essere destinato a sollevare sempre qualche polemica, oppure qualche polemica di troppo: è nella natura della sua strana filmografia passata diventare oggetto di diatribe fratricide, rissose molestie, vespai. Son cose che fanno solo bene, si intende. Ovviamente, il caso di The happening appare diverso ai miei occhi. La sensazione è che questo suo ultimo film sia quello in cui il regista del Puducherry ha abbassato di più il tiro – caso strano, se si considera che il penultimo, Lady in the water, era esattamente il contrario: il suo film più personale e rischioso.

Si tratta insomma davvero di un film di poco conto, se visto alla luce delle sue opere precedenti, che presentavano una ricerca formale del tutto differente e una spavalderia nella messa in scena che qui è annichilita da una regia inattuale e inadatta, e soprattutto da una direzione d’attori che fa acqua da tutte le parti – in particolare Leguizamo e Zooey Deschanel, che sembra essersi dimenticata del tutto all’improvviso come si recita, mentre Mark Wahlberg fa funzionare bene il suo collaudato sguardo imbabolato. Ma nel suo essere un film assolutamente innocuo (credo che irritarsi per un film così dichiaratamente “B” lasci il tempo che trova), The happening riesce non solo a divertire, nel suo piccolo, ma a toccare, a bocconi, la radice della questione, che ha a che fare più con il sistema del cinema catastrofico e apocalittico, che con un eventuale Messaggio Ecologista – come al solito, del tutto pretestuale e secondario rispetto alla riflessione sui meccanismi (ancora fiabeschi) del racconto, e prima di tutto al racconto stesso.

Un film pigro, quindi. Pigro, e molto goffo. Tangenzialmente ridicolo, e buffo a tratti, più che davvero angosciante, ma che azzecca alcune sequenze (per esempio l’ormai notissimo, stupendo incipit, e tutto il prefinale delle baracche – ma non sono le uniche) con una naturalità e con una schiettezza che lo risollevano all’improvviso, che fanno rimpiangere la possibilità di un film differente, più ragionato, forse più “serio”, di sicuro meno grottesco, ma che allo stesso tempo ci impediscono di disprezzarlo fino in fondo – al di là dei suoi, stavolta davvero inequivocabili, limiti.