2008

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Chocolate, Prachya Pinkaew 2008

Chocolate
di Prachya Pinkaew, 2008

Dopo essere diventato un guru del cinema di arti marziali grazie ai due film di enorme successo interpretati dall’incredibile Tony Jaa (Ong-Bak e The protector, usciti anche da noi) l’ex architetto, scenografo e produttore thailandese Prachya Pinkaew con il suo terzo film non cambia di certo rotta: anche Chocolate è un film di arti marziali lievissimo e spettacolare, un’altra storia di vendetta e riscatto contro i soprusi di criminali senza scrupoli.

Quello che cambia, prima di tutto, è l’assenza di Tony Jaa, pronto a debuttare a breve come regista con il sequel di Ong-Bak (ne vedremo delle belle). Ma la protagonista di Chocolate, l’irresistibile Yanin "Jeeja" Vismistananda, classe 1984, non è molto da meno: mingherlina campionessa di taekwondo, convince completamente, con una prova atletica ambiziosa e faticosissima (si vedano i soliti impressionanti titoli di coda), ma assolutamente esaltante. Se l’ingenuità coraggiosa e spavalda di Jaa si trasforma in una forma di autismo, narrativamente più scontata e insieme più rischiosa, la tenerezza ispirata dal suo faccino lascia presto il posto al tifo più sfrenato. E nella sequenza in cui Jejaa – che ha imparato le arti marziali proprio guardando Ong-bak - incontra l’altro ragazzo disturbato, che combatte con uno stile a lei (e a noi) sconosciuto, Pinkaew riesce persino a "superare", con autoironia (e autocritica?) il dilagante "modello Jaa".

C’è un’interesse maggiore di Pinkaew per la storia e per lo sviluppo dei suoi personaggi: è evidente già dal fatto che le sequenze d’azione vengano rimandate così tanto, in favore di una lunga prima parte introduttiva e anche, in un certo senso, che lo script sia stato stato affidato a terzi, con una quantità di pieghe melodrammatiche che cercano di andare oltre agli elefanti morti di The protector. Ma tutto viene in secondo piano di fronte a sequenze d’azione che – come al solito – lasciano senza fiato: l’alchimia delle due parti arriva a tanto così da fare di Chocolate il miglior film thailandese di genere mai visto finora. E se The protector aveva "quel famoso piano sequenza delle scale", Chocolate ha un combattimento finale davvero senza precedenti, che merita già un posto nelle antologie del genere: una vera e propria "verticalizzazione" dello scontro, che butta alle ortiche per 10 minuti il modello del picchiaduro contemporaneo mettendo in scena una sorta di live action platform che si rifà all’antico modello di Donkey Kong – oppure, se preferite, a Snakes and ladders.

Non si pretenda quindi un capolavoro di scrittura, e nemmeno – per dire – una profondità che vada al di là di ciò che qualcuno potrebbe definire pretesto: il cinema di Pinkaew è effettivamente un cinema di corpi danzanti che riempiono lo schermo con i loro balletti di calci e di lividi. Ed è così, che il suo cinema ci piace da matti.

Visto il successo e la notorietà dei film precedenti del regista, non escluderei un’uscita italiana. Nel frattempo, l’edizione thailandese del DVD (è in circolazione da un mesetto, e si può comprare qui. Non avendo mai avuto tra le mani un DVD thailandese non garantisco nulla: ma costa davvero pochi euro, e si legge in tutte le regioni.

The Cottage, Paul Andrew Williams 2008

The cottage
di Paul Andrew Williams, 2008

Dopo essersi fatto notare con il thriller indipendente London to Brighton, esordio apprezzato in diversi festival internationali (New Director’s Award a Edimburgo) e in lista d’attesa da queste parti, Williams prova con il suo secondo film a confrontarsi con un sottogenere che negli ultimi anni va per la maggiore – quello dell’horror che si mescola con la commedia, ma senza rinunciare ad alcuna delle sue due metà, riportato in auge in Regno Unito da Shaun of the dead e – assai similmente – da Severance.

Anche qui ritroviamo una situazione tipica del cinema horror – in questo caso, trattasi di una fattoria isolata: non diciamo altro – che viene stemperata da situazioni da commedia, ma senza trasformarsi (ma nemmeno da lontano) in una parodia. Non solo con la struttura del rapimento malriuscito, con la popputa biondina che si rivela essere ben più minacciosa dei rapitori stessi, ma soprattutto attraverso dialoghi pungenti e riuscitissimi, dominati dal ruolo del salaryman, tipicamente british, dell’ex Gentleman Reece Shearsmith (Papa Lazarou, anyone?) e dal collaudatissimo stile deadpan di Andy "Gollum" Serkis, a cui si aggiungono i personaggi dei due gangster coreani – per la verità un po’ forzati e wannabe cult nel loro profilo grottesco.

C’è un po’ di dissociazione, è vero, tra gli elementi horror (rimandati molto più della media: gli squartamenti arrivano dopo metà film) e quelli da commedia, e l’alchimia non si può dire riuscita al 100%. Ma The Cottage è un film davvero divertente, magari poco "pauroso" in senso stretto ma che (almeno nella versione unrated del DVD) si diverte a giocare spingendo parecchio sul pedale del gore – con colonne vertebrali strappate dai capellim, teste mozzate longitudinalmente, cose così. E poi, stare a cercare la perfezione di un Edgar Wright dietro ogni angolo, ogni volta, è un esercizio sterile, oltre che frustrante: accontentiamoci di un film che è comunque superiore alla media degli slasher odierni, e che – anche per una confezione davvero luccicante – suscita una simpatia inarrestabile, fin da subito (o da prima?) e fino all’ovvio scherzetto finale.

O forse è davvero un abbaglio, e la colpa è di Jennifer Ellison. Ex attrice di Brookside, ex soubrette, ex footballer’s wife di Steven Gerrard, ex pop idol, con le sue treccine e le decine di volgarissimi improperi urlati con l’accento di Liverpool, la Ellison è tanto bòna quanto insopportabile: ma nella migliore delle accezioni. Impossibile non amarla alla follia, e insieme esultare come dei bambini per la fine (davvero ingloriosa) che le fan fare.

Difficile che lo si veda nelle nostre sale, a scanso di sorprese: se nel Regno Unito è uscito a Marzo e in Francia esce quest’estate, negli USA è uscito direttamente in DVD, unrated e già acquistabile.

Be Kind Rewind, Michel Gondry 2008

Be Kind Rewind
di Michel Gondry, 2008

Il film si chiamava Murder: c’era un tizio che suonava The show must go on al pianoforte in accappatoio, arrivava un tizio e lo pugnalava alle spalle, poi non mi ricordo bene cosa succedeva, ma entravano in scena un maggiordomo e un investigatore che nonostante l’accento bresciano diceva di essere il nipote di Sherlock Holmes, e che andava in giro con una pipa e un cane (Fido, pron. fàido) al guinzaglio: in realtà il guinzaglio era un bastone appendiabiti, e il cane era una ciabatta. Tra una scena e l’altra era rimasto in mezzo un secondo, forse due, in cui si intuiva un litigio nella crew per l’attribuzione dei ruoli. Alla fine l’assassino era il maggiordomo, e finiva tutto in un ingiustificato bagno di sangue. Era un pomeriggio del 1994, avevo 13 anni – forse nemmeno compiuti – ero in seconda media, e Murder, girato nel mio soggiorno, era la mia prima regia.

Per questo, e per una successiva – e imbarazzante – sequela di motivi, la buffa poetica di cui è rivestita spesso l’amatorialità più ingenua trova in me una porta aperta, spalancata. Chi non riesca a condividere questa suggestione di base, troverà probabilmente Be Kind Rewind una sciocchezza che sancisce il definitivo (o il primo) caso di appiattimento del cinema gondriano, qui peraltro sottomesso al volere overstated – a tratti insostenibile – di Jack Black. Nel mio caso, probabilmente perché rivesto inconsciamente il VHS di questa scema patina magica, insieme ambigua e inquietante, o molto più probabilmente perché non avevo più alcuna aspettiva, mi sono divertito e l’ho trovato una cosetta innocua ma deliziosa.

Pieno com’è di cose à la Gondry, farà felice metà dei suoi fan e imbestialire l’altra. Come il fatto che tutto il film sembra un pretesto per quell’incredibile piano sequenza in cui i personaggi corrono – letteralmente – di film in film ribaltando in modo curioso e genialoide le prospettive spaziali dell’inquadratura. Tutto il resto è invece più piatto, e in qualche modo – a parte qualche idea sostanzialmente schizzata, come quella della pellicola di Be Kind Rewind stesso che si "magnetizza" – accomodato, così come lo è l’automatizzata struttura narrativa. In un certo modo, insomma, Gondry accetta tutte le regole del gioco, decide di intervenire senza ribaltarle troppo. Essendo sé stesso in un contesto invariato. Una cosa che fa – appunto – arrabbiare molti, fan o meno, e che mi ricorda un caso non dissimile di qualche anno fa: Tim Burton e Planet of the apes.

Ma se vi farete il favore di andare al cinema a cuor leggero, troverete una commedia gradevole e divertente, un testamento analogico che è a suo modo disperatamente cinefilo: ma è un modo opposto a quello che il cinema postmoderno ci ha abituato negli ultimi anni. Ovvero, non è innamorato di ciò di cui son fatti i sogni, ma del materiale – fisico, tangibile, "magnetico", in tutti i sensi – con cui sono costruiti, e sopra cui sono scritti.

Nei cinema dal 23 Maggio 2008

Dopo alcuni aggiustamenti, pare sia sventato il pericolo di avere come titolo l’orribile Rewind – Gli Acchiappafilm: il titolo italiano pare essere proprio Be Kind Rewind, con Gli Acchiappafilm come sottotitolo. Ma sono sottigliezze, no?

La versione italiana è decorosa, o almeno non troppo fastidiosa. L’adattamento dei dialoghi e il doppiaggio, invece, come al solito, prendono parecchie – inevitabili? – cantonate.

Bottle Rocket, Wes Anderson 1996

Bottle Rocket
di Wes Anderson, 1996

Ignoto ai più dalle nostre parti, Bottle rocket è il film che ha lanciato la carriera di Wes Anderson da una parte – e dei fratelli Luke e Owen Wilson dall’altra – qualche anno prima che i riflettori internazionali puntassero tutte le loro luci su Rushmore e sui Tenenbaum. E se anche risulta più involuto e imperfetto di quei titoli, è ancora irresistibilmente divertente, e possiede una freschezza che ne fa una piccola perla all’interno del vasto panorama del cinema indipendente americano degli anni ’90.

Merito del cast, ma anche del talento innato di Anderson, ai tempi ventisettenne. E sarebbe inutile aggiungere che il piccolo film d’esordio del regista texano contiene in nuce molti degli elementi che renderanno così riconoscibile (e amato) il suo cinema successivo. Sia da un punto di vista grafico e compositivo (i carrelli improvvisi, i movimenti di macchina, i ralenti, il gusto proveniente dai fumetti per la composizione dei corpi nell’inquadratura), sia per una narrazione ondivaga e stralunata che fa eco (anche esplicitamente) al cinema di Jarmusch e al primo Godard, sia per elementi che torneranno in tutti i suoi film come veri e propri marchi di fabbrica. Kumar Pallana compreso.

Solita colonna sonora da capogiro dell’habitué Mark Mothersbaugh, accompagnata da alcune perle: un paio di pezzi di René Touzet e persino Zorro is back degli Oliver Onions.

Esiste un’edizione italiana che circola in televisione con il titolo assai poco stimolante Un colpo da dilettanti: purtroppo però non è mai (o ancora) stata pubblicata in DVD.

L’edizione inglese invece si trova a poche sterline: per esempio, su Amazon. Pare però che il master sia insoddisfacente: e infatti presto o tardi vedrà la luce una edizione Criterion.

Il cortometraggio originale dello stesso Anderson, da cui il film è tratto, si trova tutto intero ma a bassa qualità su Youtube.

[sob]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice è online.

Diary of the dead
di George A. Romero, 2007

E cinque. A quarant’anni dal primo, epocale, La notte dei morti viventi, George Romero aggiunge un altro capitolo a quella che è divenuta quindi "la pentalogia degli zombi". "Saltati" gli anni ’90, sostituiti in qualche modo dal poderoso e retroattivo Land, Romero cerca di produrre lo zombie flick definitivo per gli anni zero. E se il suo cinema è sempre stato profondamente (e politicamente) radicato nel presente, Diary non fa eccezione: si tratta infatti di un film sul declino – per ridondanza e conseguente autoconsunzione – dell’informazione mainstream, che aggiorna la riflessione sui media già presente, in nuce, in Dawn.

Ma laddove tutti i film precedenti della "saga" sintetizzavano la riflessione politica – crudelmente satirica – con una capacità di ottenere il massimo dall’effetto orrorifico (rendendo Dawn, per esempio, ancora difficilmente digeribile a distanza di trent’anni, ed è ancora la vetta del cinema horror di tutti i tempi), costruendo intorno ai personaggi esponenziali apocalissi di angoscia, in Diary si fa una fatica tremenda, a volte preccupante, a separare le due cose. Si intenda subito: il problema non è che di film con premesse simili a Diary (che lo apparenta, suo malgrado, con Cloverfield e soprattutto con il romerianissimo [Rec]) ne esce ormai uno a settimana, anche perché le intenzioni di Romero sono molto più chiare e delimitate – come il suo budget – e la maestria del regista non è certo svanita nel nulla da un giorno all’altro.

Il problema semmai è appunto lo scollamento impressionante tra questa rilettura d’autore del teen horror, che grazie a decisi e rigorosi aggiustamenti è qui assolutamente funzionale, e quest’applicazione di tesi forti romeriane al genere stesso – e a quel sottogenere coltivato negli ultimi anni dalle radici (più forti di quanto potessimo immaginare) di The Blair with project. E questo scollamento si palesa nel più banale dei modi: non solo con la "scopertura" dei procedimenti metanarrativi (la trovata scricchiolante della "mummia", per dirne una), ma soprattutto attraverso un’alternanza zoppicante tra il riuscito racconto di una fuga per la sopravvivenza, più consapevole che in passato ma altrettanto disperata, e la sentita necessità di "mettere le cose in chiaro", con molti, troppi segmenti in cui la voce fuori campo di Michelle Morgan ("chiamata" a finire il lavoro iniziato dal suo testardo ma lungimirante fidanzato) spiega per filo e per segno ciò di cui il film – anzi, i film: Death of death e Diary of the dead – tratta.

La soluzione non è solo fastidiosetta e declinata con scelte estetiche discutibilissime, ma ha la conseguenza – con l’inclusione di segmenti televisivi, come visto in infiniti altri horror negli ultimi anni – di riportarci ogni volta all’istanza della comunicazione, rispettando sì alla lettera il credo postmoderno (con una mistura di statuti di realtà che non crea vera confusione, ma che rimane, comunque e sempre, nel territorio della fiction), ma al tempo stesso azzerando la tensione creatasi. Ogni volta si ricomincia da capo, insomma: e in questo modo, spaventare lo spettatore diventa una vera sfida – a volte una sfida vinta: ma davvero, fin da principio, una sfida non necessaria.

In ogni caso, va da sé, come si dice sempre in questi casi, siamo diversi gradini sopra la maggior parte del "cinema horror da scaffale basso" con cui i piccoli studi si tengono in piedi, spesso con budget simili a quello di questo minuscolo, indipendentissimo – e liberissimo – film. Ma in un periodo in cui l’horror stesso se la passa davvero benino, spesso costruendo cose che fanno tesoro proprio dell’impareggiabile esempio romeriano, Diary è un’inattesa e parziale delusione. Perdonabilissima, ma anche tranquillamente accantonabile.

Applausi a scena aperta per l’incipit e per tutta l’inspiegabile sequenza – quasi cartoonesca – del pastore amish sordo.

Da leggere, i pezzi di Manohla Dargis sul NYT e di Nathan Rabin su A.V.Club.

Ah, da noi non esce: mettetevi il cuore in pace. Il DVD inglese invece esce il 30 Giugno.

Iron Man, Jon Favreau, 2008

Iron Man
di Jon Favreau, 2008

Facciamo finta, pur non potendo o sapendo quanto sia pretestuoso e limitante, di poter dividere i comic-movie statunitensi in due file distinte, in cui, da una parte, troviamo i film con una spessa impronta personale, e dall’altra quella degli adattamenti volti al massimo dell’intrattenimento, più vicini a prospettive circensi che autoriali. In questo senso, possiamo sia dire con tutta tranquillità che Iron Man sia il miglior film tratto dal fumetto di Stan Lee e soci che potessimo sperare, e nella sua fila tra i migliori tout court. Ma – e qui sta la differenza, e il motivo per cui le distinzioni crollano – non solo perché è uno spasso davvero indicibile. Anche se già è stato difficile arrivare alla fine di questo paragrafo senza dire la parola "ficata".

Insomma, Iron man non è solo un baraccone come tutti gli altri altri, ma al contrario possiede un sacco di cosette importanti di cui altrove si sente la mancanza. Prima di tutto, una sceneggiatura vera, di ferro: scritta a otto mani, con dialoghi perfetti e degni di una screwball comedy. Secondo aspetto, e più rilevante, attori veri: in primis un Robert Downey Jr. al solito miracoloso, ma anche Jeff Bridges che sembra uscito fresco da una tavola degli Ultimate e l’adorabile Pepper Potts con cui Gwyneth Paltrow è tornata tutto d’un tratto nelle nostre grazie. Altra cosa, e non meno importante, una vera e decisiva scelta stilistica: quella di non tralasciare tutto il film che sta intorno alle scene action – queste ultime, da far risvegliare i morti. Facendo tesoro del loro substrato da commedia, Favreu e Downey trasformano le parti statiche della saga di Stark in una sorta di divertentissima pochade, con sequenze incredibili come quella cronenberghiana dell’operazione "allegro chirurgo" – e sul graditissimo alleggerimento di tutto il dualismo corpo/macchina attuato da Iron Man (fin dal titolo?) bisognerebbe scrivere un pezzo a parte.

Certo, con un attore come Downey, sbagliare del tutto era difficile: il suo Tony Stark, oltre agli ovvi aspetti personali che con lui condivide e su cui la stampa si sbizzarrisce fin troppo, è davvero un personaggio eccezionale proprio perché antitesi del modello marveliano riportato in auge dai Batman burtoniani e dagli Spiderman di Raimi. Ovvero, l’eroe compassato, il perdente alla rivalsa o il vincente demolito dai complessi. Invece il sotteso dilemma del geniale e spocchioso Tony Stark – che, va bene, è edipico pure qui – è secondario rispetto alla sua strabordante personalità: un tale abnorme narcisismo da ributtare alle ortiche tutte le manfrine sulla responsabilità civile dei propri poteri – che in un film così volutamente scoppiettante sarebbero stati fuori posto – con una chiusa, poi, da mettersi in piedi sulle poltrone e sbraitare.

Qualche paura dell’ultim’ora, nonostante l’acclamazione globale, c’era eccome: vuoi per la paura di un eccesso di hype, vuoi per l’inesperienza di Favreau, vuoi per un personaggio che avrebbe potuto raschiare nella peggio retorica patriottica e/o antimilitarista – qui lasciate del tutto a un funzionale secondo piano. E invece, guardate che roba. E invece, guardate che senso del ritmo, del racconto, che stile. E invece, lasciatemelo dire, guardate che ficata.

Rimanete fino alla fine dei titoli di coda. Fidatevi.

Teeth
di Mitchell Lichtenstein, 2007

E’ facile fare battute di spirito su un film che racconta di un’adolescente che scopre di avere la vagina dentata, lo è già meno determinare in che modo il film in questione riesca a cogliere pienamente nel segno – ed è il caso di Teeth. Perché il film d’esordio del figlio di Roy Lichtenstein (già attore, e non propriamente un ragazzino) è un’operetta piccola piccola ma davvero sorprendente, sia per il modo in cui è realizzato sia per i temi che solleva. E non sorprende affatto che abbia fatto parlare tanto di sé – nonostante sia un film prevedibilmente sundanciano, per molti versi – alla sua presentazione al Sundance nel 2007.

Oltre a essere infatti un film di genere molto riuscito, una sorta di timido slasher che gira intorno a fobie arcinote come lo stupro e la castrazione, ma costruito su un irresistibile miscuglio di gore e sarcasmo, cinismo e ironia (aiutato dall’enorme centrale nucleare iperrealista che incombe sui sobborghi dove è ambientata la storia), è anche una riflessione per nulla banale su un argomento che negli States è sempre molto caldo: ovvero, le lacune di educazione sessuale in contesti, spesso provinciali ma non solo, in cui è forte l’ingerenza del pensiero integralista – in questo caso, quello cattolico. Non un tema leggerissimo, quindi: ma affrontato con grande chiarezza e senso dell’umorismo.

Quello che ne esce è un film insieme divertente e sottilmente inquietante, schematico nella costruzione dei personaggi ma mai banale nella rappresentazione dei loro rapporti (quello tra Dawn e il fratellastro, per esempio), e dominato dalla performance-rivelazione, divertita ma impeccabile, della semi-esordiente ventiseienne Jess Weixler. Comunque sia, aspettatevi qualche brivido in più se avete (o se avete ancora) un pene tra le gambe, e un tifo sfegatato per la nostra sfortunata eroina in caso contrario.

Il DVD americano Regione1 sarà in vendita su Amazon tra poche ore.

E se volete anche voi una vagina dentata, accomodatevi.

Ne ha parlato anche hellbly.

Forever the moment (Woo-ri Saeng-ae Choi-go-eui Soon-gan)
di Lim Soon-rye, 2007

L’avete mai visto un film sulla pallamano? Ecco: io sì.

Da principio, ho visto Forever the moment (che circola anche con il titolo, altrettanto moscio, Our finest hour) per poter esordire in questo modo: tra gli sport meno cinematografici che si possano immaginare, la pallamano sullo schermo non ha nemmeno quella piccola tradizione che il calcio, per dirne un altro, prova da sempre a crearsi intorno senza risultato. Molti non sanno nemmeno che esista, la pallamano. E no, non si gioca in acqua. Quella è pallanuoto, e quello nella locandina è sudore.

Però, grazie alla mano della regista Lim Soon-rye, le avventure di alcune giocatrici ultratrentenni in cerca di una seconda rivalsa nel mondo competitivo e spietato di uno sport che nessuno si fila – si intuisce già dalle primissime inquadrature, e la cosa segna moltissimo il tono sempre disilluso dell’opera, ma anche un contesto in cui è dato per scontato che si lotti per sé stessi e non per la gloria – diventa un film che riesce a funzionare alla perfezione pur all’interno della sua programmatica medietà. Cinema emblematicamente vaginale – ma non per forza nella peggiore delle accezioni – Forever the moment non dice mezza parola che fuoriesca dallo steccato del film sportivo, ma mostra per tutte le sue due ore ottime intenzioni. Soprattutto, per dirne una, nell’ottima caratterizzazione dei personaggi.

Poi c’è tutto il resto, quelle cose che danno sempre una marcia in più al cinema medio coreano rispetto al cinema medio di altri paesi: come la confezione eccellente, il cast perfetto (tra cui un’autentica star come Moon So-ri, anche se la mia preferita è Kim Jeong-eun), e la capacità e il coraggio di saper mandare tutto in vacca quando è il caso – anche se qui è la realtà, e i fatti notissimi in patria a cui è ispirato il soggetto, ad aver dettato le regole.

Non del tutto memorabile, quindi: ma non c’è nemmeno alcun motivo per dimenticarsene.


Presentato all’ultimo Far East Film di Udine.

[is it a bird?]

Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth.

E pure il nuovo episodio di Friday Prejudice, con un giorno di anticipo.

Shoot ‘em up
di Michael Davis, 2007

Fermiamoci un attimo, e riflettiamo: vogliamo davvero prendere sul serio un film che si intitola programmaticamente come una delle più celebri categorie di videogame? Un film del regista di Monster man? Un film in cui il protagonista, come prima cosa, ammazza un cattivo ficcandogli una carota in gola, che trapassa la nuca, e dicendo poi "eat your vegetables"? La mia risposta è ovviamente un rumoroso no.

Questo non vuol dire che non se la si possa godere in santa pace: se avessimo scartato Crank solo perché era improbabile e esagerato, ci saremmo persi una roba come Crank. Ma il film di Neveldine e Taylor aveva uno stile che l’inglese Davis nemmeno avvicina, e Shoot ‘em up non è che un altro divertito tentativo – un po’ ritardatario – di fare l’action-cartoon definitivo. Con le carote di Bugs Bunny, appunto, ma anche con una sequela di situazioni inverosimili ed esagitate che non rasentano affatto il ridicolo, ma ci sbattono volutamente dentro tutta la testa.

Posto questo, mi risulta difficile condannarlo in toto: è un’allegra puttanatina, e se l’idea di costruire l’intera sceneggiatura sulle catch phrase per ironizzare sulle catch phrase stesse è già vecchiotta e annoia in fretta, almeno non è dannoso come altri titoli simili. Anzi, è un cinemino abbastanza innocuo, scemo e giocherellone, e finché il gioco tiene (direi per una mezz’oretta, poi si comincia a guardare l’orologio – mi rendo conto che in un film di un’ora e venti non sia il massimo) ci si diverte quanto basta.

Monica Bellucci, se vi farete il favore di vederlo in lingua originale, ha un modo di dire vaffanculo pezzo di merda che non può non conquistare. Paul Giamatti per quella battuta su Sideways è meglio che vada a nascondersi. Colonna sonora da denuncia penale: no, dico, Breed?

Imperdibile e già storica la contro-recensione di Blueblanket.

Big bang love, Juvenile A (46-okunen no koi)
di Takashi Miike, 2006

La cosa bella di un regista eclettico come Miike è che ognuno è libero di scegliersi il proprio Miike: quello furioso ed estremo di Izo, quello giocoso e irrefrenabile di Yokai Daisenso, oppure quello più intimista e cauto di film come Big bang love. E l’altra cosa bella è che nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a un cinema fiammeggiante, stimolante, sperimentale.

Questo film, pur essendo una sorta di detection che prende vita da una storia d’amore e di interdipendenza nata dietro le sbarre di un carcere, prende grandi distanze sia dal film carcerario che dall’investigazione, utilizzando i generi – il detective, la scazzottata – per sostenerne l’essenza narrativa, ma basando l’intero film su un linguaggio assolutamente differente. Big bang love è costruito infatti su una totale abnegazione all’astratto, con scenografie teatrali in cui è negato qualunque tipo di orpello (sfondi, e a volte interni, compresi) e una fotografia contrastata (di Masahito Kaneko) in cui gli abiti, spesso divise, dei personaggi sembrano sembrano davvero galleggiare nel buio – e la loro inconsistenza quasi fantasmatica è rivelata dalla capacità della luce, letteralmente, di penetrari.

Visivamente contiene alcune tra le cose più stupefacenti girate dal regista giapponese, ma Big bang love è anche un film arduo, da affrontare con cautela. Lontano dalle sue opere più celebri, e forse più ammiccanti, possiede anche un’ardita deriva simbolista, abbastanza scioccante anche se assai affascinante. Ma come quasi tutti i film di Miike, alla fine ti lascia a bocca aperta, con il desiderio di averne ancora. Da recuperare.


Non sarà difficile recuperarlo: il film è uscito in Italia in DVD già da qualche tempo, in giapponese sottotitolato, nell’ottima collana Queer curata da Dolmen, e lo si trova un po’ ovunque a pochi euro.

Il titolo originale significa, circa, Un amore lungo 4.600 milioni di anni. Anno più, anno meno.

Lontano dal paradiso
(Far from heaven)

di Todd Haynes, 2002

"I’ve learned my lesson about mixing in other worlds. I’ve seen the sparks fly. All kinds."

Tra i casi più clamorosi di omaggio cinefilo applicato a una sceneggiatura originale (dello stesso Haynes), Far from heaven fu, qualche anno or sono, la conferma che il regista di Velvet goldmine era ben più che un’interessante mina vagante del cinema americano, e molto più che un nome da tenere d’occhio – promessa di recente mantenuta con l’eccellente I’m not there.

Su cosa sia e su cosa racconti e su cosa rappresenti Far from heaven è inutile spendere troppe parole: Haynes restituì alle sale lo splendore dei melodrammi di Douglas Sirk, ma facendo affiorare alla superficie, ed esplodere infine (ma con un garbo e un tatto quasi miracolosi), tutti quei caratteri che in film come Lo specchio della vita erano – per motivi di ordine culturale, e non solo – soltanto sotterranei. In particolare, conflitti di classe legati al confronto razziale, alle dinamiche di coppia, alla repressione sessuale, e alla questione femminile.

Accompagnato dall’incredibile tappeto sonoro di Elmer Bernstein (che non fece che riproporre i suoi stessi stilemi, quasi 50 anni dopo – e superandosi) e dalla fotografia davvero filologica (l’uso del colore, dei dolly, delle sghembe) di Edward Lachman, uno tra i più enormi film sull’incontro, lo scontro e il collasso di mondi differenti – e un’opera di sensazionale, millimetrica, smodata, svergognata meticolosità. Eppure, spudoratamente commovente.

Frontière(s)
di Xavier Gens, 2007

Alla curiosa rassegna itinerante 8 films to die for si accennò già scrivendo di Ian Stone: ma in realtà lo scorso Novembre vennero proiettati solo 7 film sugli 8 previsti, perché Frontière(s) si beccò un divieto ai minori NC-17 che lo rese inutilizzabile ai sensi del "festival", e vide costretta la After Dark a costruirgli intorno un’uscita a parte: sarà infatti nelle sale statunitensi il prossimo 9 Maggio. Ed è chiaro che un film troppo violento per una rassegna del genere non può non sollevare qualche curiosità.

Ed effettivamente il film di Xavier Gens, opera prima anche se uscita quasi in contemporanea con il bessoniano Hitman, a causa del quale si è già reso inviso alla critica internazionale, è costruito impilando uno sopra l’altro una buona quantità di topoi che, messi così tutti insieme, potrebbero sfiorare il ridicolo: i postadolescenti ribelli, il gerarca nazista, aborti affamati che vivono nel buio del sottosuolo, un’antologia del cannibalismo (ma senza scene di cannibalismo), aperte metafore politiche (riferite, come già in À l’intérieur, alla crisi nelle banlieu parigine). Anche le situazioni giocano al rilancio, e in questo senso c’è davvero da divertirsi: qui mettiamoci un lago di sterco suino, se non bastasse vai con la pioggia di sangue, e per finire una rotolata nel fango – catfight compreso – che non fa mai male.

In un certo senso però, se è vero che il film non è altro che uno slasher abbastanza tradizionale (lo scheletro è ancora quello di The Texas Chainsaw Massacre), sul sadismo applicato alla protagonista Karina Testa trova davvero una soluzione inventiva: quella di un personaggio che, da un certo punto in avanti (per la precisione dalla sequenza della cena), si muove esclusivamente per inerzia inconscia, mescolando il più classico "spirito di sopravvivenza" con un vero e proprio crollo psicofisico davvero convincente – tant’è che poi la risoluzione e la salvezza possono essere portate solo da un brutale livellamento, dall’abbraccio (parziale) con quella stessa furia animale che caratterizza i suoi personaggi.

Per il resto, rigetti di stomaco permettendo, una robetta che senza dubbio si fa vedere e che si fa pure dimenticare in fretta – ma davvero bella tosta, gradevolmente faticosa, e comunque assai meglio della maggior parte delle ragazzate prodotte oltreoceano. Che loro un NC-17 così se lo sognano.

Anche in questo caso, Valido era arrivato prima degli altri.

Rushmore
di Wes Anderson, 1998

"I understand you’re a neurosurgeon."
"No, I’m a barber, but a lot of people make that mistake."

Qualcuno la potrà pure chiamare maniera, da qualche parte del globo, ma a pochi giorni dall’uscita in Italia dello stupefacente The Darjeeling Limited, rivedere – oppure, come nel mio caso, vedere per la primissima volta – il secondo film di Wes Anderson, cult planetario vecchio ormai di 10 anni secchi, e trovarlo mosso dallo stesso spirito, le medesime impellenze, lo stesso inconfondibile stile, la stessa immutata e irresistibile idea di cinema, per quanto mi riguarda è davvero qualcosa che dà conforto.

Rushmore, poi, è davvero (paradossalmente, nella sua identità) un’autentica sorpresa: ambientato nella prestigiosa accademia eponima, segue senza perdere nemmeno un colpo, con un’empatia assoluta – forse più "vicina" ai suoi personaggi di quanto non lo siano gli ultimi film di Anderson – lo svolgimento dell’anno scolastico e le alterne vicende di Max Fischer (l’allora diciottenne ed esordiente Jason Schwartzman), un quindicenne sconsideratamente ardimentoso, ma brillante e pieno di talento, scatenate dall’impossibile infatuazione per una professoressa di inglese interpretata da Olivia Williams e dalla bizzarra amicizia con il ricco e frustrato padre di famiglia Herman Blume – un eccezionale Bill Murray, che proprio a questo film deve la sua "rinascita" dell’ultimo decennio.

Tra le altre – tantissime – cose, uno script che è una vera e propria miniera d’oro ("I saved Latin. What did you ever do?", "I always wanted to be in one of your fuckin’ plays") e, come in ogni film del regista texano, una vera manna per gli appassionati del wesandersonverse: dalla sequenza di presentazione di Max (replicata poi in The Royal Tenembaum), all’ossessione per Jacques Cousteau, alla presenza sorniona di Kumar Pallana, a quella tristezza negli occhi che nemmeno i colori e le musiche e gli innumerevoli carrelli potranno mai portar via ai personaggi – in un cinema che è sempre sostanzialmente malinconico, e in cui la catarsi non è che un tiepido sorriso temporaneo.

Impressionante la colonna sonora di Mark Mothersbaugh, condita da una sequela altrettanto spaventosa di brani, tanto noti quanto sempre appropriati, dai Creation agli Who, da Cat Stevens a John Lennon. Possederla è un dovere civile.

Il film non è reperibile nel nostro paese, ma l’edizione inglese è praticamente gratis, e ha pure i sottotitoli italiani. Non avete scuse. Se volete spendere due lire in più, c’è la solita eccellenza di Criterion Collection, nei cui extra tra le altre cose si trova questa cosetta meravigliosa realizzata dal cast in occasione degli MTV Movie Awards nel 1999.

[you gotta be kidding me]

Straordinario: questa settimana su Friday Prejudice ci sono solo pecore.

Inside (À l’intérieur)
di Alexandre Bustillo e Julien Maury, 2007

Il film d’esordio di Maury e Bustillo, quest’ultimo anche sceneggiatore e capo redattore del gagliardo Mad Movies, negli ultimi mesi ha gironzolato parecchio: da Cannes e Toronto l’anno scorso, è passato per molti festival di genere, come l’hollywoodiano Screamfest e il Frightfest di Londra (dove venne recensito da Valido). Ma che À l’intérieur possa trovare una strada distributiva dalle nostre parti, è tutto da vedere: si tratta infatti di uno dei film più violenti e truci prodotti in Europa negli ultimi anni, paragonabile semmai per le sue scelte estreme solo a certo cinema asiatico.

Non si tratta solo di sangue, né solo di paura: À l’intérieur è uno di quei casi, abbastanza rari per chi abbia uno sguardo preparato, in cui le barriere che solitamente rendono il gore materiale da tranquilli sgranocchiamenti vengono allegramente superate. In tal senso, una Béatrice Dalle gotica e irrefrenabile, il soggetto ridotto alla sua essenza, uno dei twist centrali più assurdi mai accennati (il risveglio del poliziotto), un bizzarro incipit in 3D da sopracciglia aggrottate (che però, come suggerisce il titolo, tramuta immediatamente il punto di vista da quello del classico slasher – vittima vs carnefice – a un inedito e solenne buio uterino), la prevedibilità della "spiegazione", la stupidità dei personaggi, tutti questi elementi di potenziale "disturbo" a nulla valgono di fronte a un film che riesce a colpire allo stomaco come quasi nessun altro in questo periodo.

Difficile infatti, o probabilmente impossibile, rimanere del tutto saldi di fronte all’impressionante repertorio di morti (perpetuate con grosse forbici, pezzi di specchio rotto, ferri da calza, pistole, fucili – e sempre dove fa più male) e a un sadismo davvero ai limiti dell’antologico, che si rifà ai peggiori incubi dell’immaginario maschile (la castrazione, per esempio) ma soprattutto di quello femminile, con un armamentario di pugnalate sanguinose nel reparto maternità (e nel reparto privazione) che comincia dall’horror-splatter più onirico e innocuo (il breve sogno che apre le danze, in verità una pacchia per gli amanti del vomito) per finire in un finale – annunciato, ma ugualmente stupefacente e altrettanto insostenibile – all’insegna della carne straziata, dei fiumi di sangue, e appunto di una  vera e propria epifania delle interiora.

Un’altra dimostrazione che il cinema horror francese è vivo e gode di ottima salute. E che, come in questo caso, è un cinema che sa fare quel passo in più – quello che distanzia il giochetto sterile dallo straziante cinema delle viscere, gli infantili sgozzamenti dal miglior horror possibile. Un cinema che, viste le brevi distanze, dobbiamo solo permetterci di invidiare.

Il dvd Regione1 (USA) del film è già in circolazione da qualche giorno, e su Amazon costa pure poco. Se invece avete dei problemi con le regioni, sarà acquistabile sull’Amazon l’edizione speciale francese, da domani 23 Aprile 2008.

In amore niente regole
(Leatherheads)

di George Clooney, 2008

Ci avevano colti di sorpresa, i primi due film di George Clooney: il primo era un film originale, entusiasmante e molto coraggioso, che sfruttava al meglio lo script di Charlie Kaufman e il volto di Sam Rockwell, mentre il secondo era apparentemente del tutto diverso, molto più classico e un poco manierista, ma innegabilmente riuscito quanto universalmente acclamato. Si vedevano, più che intravedersi, doti di impressionante eclettismo, inaspettate in quello che dapprima si pensava essere un attore prestato al mestiere di regista.

Due considerazioni sparse, partendo proprio dal fatto che Clooney si è dichiaratamente stufato di fare solo il cinema di ostentato impegno che per lui ha significato una sorta di seconda giovinezza: la prima è che ciò non leva affatto a questo suo terzo film una parte nel preciso percorso tematico del suo cinema. Che tratta sempre il medesimo tema, o almeno inserito in un medesimo contesto: quello di un’intera nazione (e di un secolo) alle prese con una sostanziale perdita dell’innocenza, incorniciata da grandi mutazioni sociali o economiche, dentro la quale i singoli personaggi si muovono proclamandone la morte, il canto del cigno, e un’eventuale rinascita.

La seconda considerazione, ahinoi più importante, è che la sua "voglia di leggerezza" non gli può far perdonare in toto un film del genere: Leatherheads è un film piacevole ma sostanzialmente medio, se non mediocre, garbato ma insopportabilmente privo di un interesse che vada oltre alla smorfia buffa, al tiepido omaggetto cinefilo, alla puntigliosa ricostruzione storica, e in cui il massimo obiettivo raggiunto è quello dell’ossessiva perizia scenografica – dote che in un regista assai capace come Clooney non ci interessa granché, e dei cui sentori, sottilmente onanisti, era già colmo Good night and good luck.

Il film perfetto per una serata divertita e smaliziata che avremmo potuto passare altrove.

Epitaph (Gidam)
di Jeong Beom-sik e Jeong Sik, 2007

L’horror coreano ha sempre dovuto convivere con la notorietà di quello nipponico: se si eslcude la fortuna (artistica e commerciale) di film come Two sisters, il film di paura di Seoul ha spesso vissuto della luce riflessa proveniente da Tokyo, oppure, nella maggior parte dei casi, non si è illuminato affatto, rimanendo all’ombra dei più noti esemplari giapponesi – con un nomignolo, k-horror, che non poteva essere più derivativo. Sono pochi insomma i film di questo popolarissimo genere prodotti in Corea negli ultimi anni a essere davvero memorabili: Epitaph è una gloriosa eccezione alla regola.

Costruito incrociando tre ghost-story abbastanza tradizionali, ambientate in un ospedale della Corea occupata nel 1942, nonostante abbia tre "capitoli" piuttosto distinti, il film riesce a non risultare "episodico" né frammentario. Grazie alla cerebralità della sceneggiatura, che incastra i personaggi comuni, le vicende e le location con grande perizia (e il rischio di una confusione, nell’eccesso, era altissimo), ma soprattutto per le tematiche comuni che rendono il film assai più coeso di quel che sembri a raccontarlo. La concezione dell’esperienza fantasmatica e ultracorporea come estensione del "caso clinico" di malattia mentale, per esempio, ma anche il più classico percorso narrativo di detection per il quale una situazione di stallo del soprannaturale viene superata scoprendo la "mancanza" che tiene i fantasmi "da questo lato", che sia il senso di smarrimento, la solitudine, il senso di colpa.

Le tre storie giocano anche con narratività, identità e personalità, e sono puzzle via via più complicati: eppure non stordiscono, anzi funzionano alla perfezione. Ma quello che entusiasma di più in Epitaph è l’incredibile talento compositivo e plastico dei fratelli Jeong: spavaldi e persino un po’ sbruffoni, aiutati dalla splendente fotografia di Yun Nam-joo (anch’egli all’opera prima), i due esordienti portano avanti un discorso estetico dai riferimenti eclettici ma precisi  – qualcuno segnala un forte debito nei confronti di Park Chan-wook, forse anche per i moltissimi valzer presenti nella strana colonna sonora dagli accenni hermanniani, ma si tiene conto anche della tradizione del j-horror appunto, pur senza dover ricorrere alle solite Sadako – e producono una delle opere coreane più belle a vedersi degli ultimi tempi (il lungo carrello in avanti che spalanca paraventi paradossali è roba da brividi sulla schiena) e soprattutto un film, viste le premesse, inaspettatamente compatto, cupissimo, malinconico, ed emozionante.

Poi, trattandosi pur sempre di un horror, anche se sui generis, non è affatto secondario che faccia paura. Una paura del diavolo.


Recensioni entusiaste su Variety e Beyond Hollywood, decisamente meno su Slant.

[non basta]

Oppure sì? Un altro pallosissimo episodio di Friday Prejudice.