Monthly Archives: febbraio 2009

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Rovdyr (Manhunt), Patrik Syversen, 2008

Rovdyr (Manhunt)
di Patrik Syversen, 2008

Non si può dire che l’horror norvegese abbia un grande passato alle proprie spalle: Cciò nonostante, un film del 2006 chiamato Fritt Vilt (Cold prey) fece entusiasmare molti per la sua capacità di rinverdire un plot molto classico e abusato con uno stile ineccepibile e una regia solidissima.

Mentre in Norvegia è già uscito Fritt Vilt II (in arrivo sul mercato DVD inglese a fine Aprile), l’esordiente Patrik Syversen prova a dire la sua su quello che, visti i risultati, potrebbe essere una tendenza da tenere d’occhio. Anche se, lo diciamo subito, Rovdyr non è fico quanto Fritt Vilt. Non c’è infatti quasi niente che non si sia già visto in decine e decine di altri film: negli anni ’70 (richiamati anche dalla patina dell’otttima fotografia di Håvard Andre Byrkjeland) un quartetto mal assortito di ventenni in gita, ovviamente tutti bellissimi come sempre, diviene la preda di una vera e propria caccia nei boschi norvegesi. Aggiungeteci la traduzione del titolo: "rovdyr" significa "carnivori".

Eppure, nonostante la prevedibilità dell’assunto, dello svolgimento – ribaltamento prospettico compreso – e persino del solito ovvio finale beffardo, Rovdyr funziona bene: è teso e allucinato, violento e truce come gli si richiedeva, ha un’ottima cura del sonoro (e le musiche del britannico Simon Boswell), e per i suoi personaggi, per quanto accennati frettolosamente, si riesce a provare antipatia o simpatia – soprattutto nei confronti della spettacolare (in ogni senso) Henriette Bruusgaard, grazie a un buon talento nell’evitare di ricorrere (considerando la benvoluta brevità del film) a forzature di sceneggiatura.

Non è l’unico thriller/horror recente (Fritt vilt era un buon esempio, ma anche l’americano The strangers, per esempio) a mostrare come, in certi contesti, se si ha una mano robusta e nessuna pretesa di rileggere o rivoluzionare i generi, si possono percorrere strade già battute e portare a casa lo stesso un lavoro come si deve.


Statisticamente improbabile un’uscita nelle sale italiane. L’edizione inglese di Rovdyr in DVD uscirà il 30 marzo 2009. Nel frattempo, potete recuperare il DVD inglese di Fritt Vilt.

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Friday Prejudice #160

[urmel!]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice.

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Giulia non esce la sera, Giuseppe Piccioni 2009

Giulia non esce la sera
di Giuseppe Piccioni, 2009

Se c’è un problema che non ha, il film di Piccioni, è il controllo delle emozioni: tutto avviene attraverso dinamiche di repressione, soffocamento, persino di reazioni come il pianto e la rabbia. Giulia è un film in cui la gente è felice, soffre, e muore in silenzio – o facendo poco rumore. In tal senso, meglio un film come Giulia che uno in cui la gente sbraita e si dimena – contando anche il ruolo centrale, palesemente metaforico – ma anche in qualche modo, che so, sinestesico? – dell’acqua.

Ma Giulia, nonostante le buone premesse e una realizzazione accurata (la fotografia del solito bravissimo Luca Bigazzi, che fa esattamente il gioco di Piccioni nell’uso delle luci e dei colori) non lascia veramente soddisfatti. Prima di tutto perché, se ne discende da quanto detto finora, è un film tanto riflessivo quanto deprimente – lo si sapeva: ma bisogna farsi trovare preparati. Inoltre, per un problema legato alla sceneggiatura, che cede alla tentazione di spiegare tutto, anche le metafore o – peggio – ciò che lo spettatore (anche da un punto di vista meramente narrativo) potrebbe immaginare da sé. Giulia è uno di quei film italiani durante la visione dei quali ci si ritrova spesso, troppo spesso, a pensare: potrebbe mai una persona dire davvero queste cose, con queste parole, con questo tono?

I due attori sono bravi (molto: Mastandrea soprattutto, che getta degli improvvisi lampi di tiepida ironia nella scena, ed è tutta farina del suo sacco), i comprimari pure, e il film tutto sommato non è deprecabile né ridicolo. Ma non si capisce dove finisca l’introspezione intima e dove inizi il guardarsi l’ombelico, il tipo di cinema insomma di cui per anni abbiamo cercato di liberarci – e se mi chiedete se adesso un film così abbia un senso e se faccia bene alla salute del cinema italiano, mi toccherà rispondervi che no, probabilmente non serve proprio a nulla. Non fa male a nessuno: e allora?

L’unica cosa indiscutibile, va da sé, è la bruttezza del titolo.

Update: mi rendo conto solo ora di non aver detto che la colonna sonora è dei Baustelle. Lo dico adesso: la colonna sonora è dei Baustelle.

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I love shopping, P.J.Hogan 2009

I love shopping (Confession of a shopaholic)
di P.J.Hogan, 2009

Voi l’avete mai letto, un libro di Sophie Kinsella? Io no. Ma sono sicuro che ci sono un sacco di sue fan, tra le amabili lettrici di questo blog, e quindi vorrei liberare il campo da possibili fraintendimenti: ogni possibile avversione preconcetta del sottoscritto nei confronti della chick-lit non ha nulla a che fare con il giudizio sul film tratto dai libri della scrittrice londinese, che, state tranquille, riesce a essere una baggianata anche senza bisogno dell’autrice che arriva a dargli man forte.

Purtroppo infatti, nonostante Hogan abbia nel suo CV un film come Il matrimonio del mio miglior amico, una delle commedie leggere più riuscite del decennio scorso (o almeno, una delle poche wed-com a non essere un massacro intestinale), dimostra di aver dimenticato quasi tutto – diciamo pure tutto. Scritto da un generatore automatico di sceneggiature (probabilmente inceppato sul grado zero), basato su assunzioni bislacche e grottesche (e su una sospensione dell’incredulità buona giusta per un pubbico di alienati), recitato come un cartoon ma senza un briciolo di ironia (né tantomeno di risate), e tragicamente moralista, I love shopping è un film maledettamente idiota: un po’ perché gli piace esserlo, d’accordo, ma può essere una giustificazione.

Se siamo un gradino, o anche qualche gradino, sopra Bride wars, è merito di Isla Fisher e del suo Candido shopaholico: ce la mette davvero tutta, e riesce a risultare quasi simpatica – o meglio, la cosa meno insopportabile della baracca – nonostante alla fine sia poco più che una Amy Adams con più tette e meno talento.

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The fall, Tarsem Singh 2006

The fall
di Tarsem, 2006

All’inizio del decennio Tarsem Singh, che negli anni ’90 era uno dei più premiati e talentuosi registi di videoclip nonché figura essenziale della pubblicità d’autore, esordì al cinema. Il film però non uscì come si sperava: The cell non riusciva infatti a coniugare sullo schermo il fascino visivo del regista indiano, le sue citazioni di Giger e Damien Hirst, con la sceneggiatura brutta e prevedibile di Mark Protosevich e l’indoddisfacente cast – con Jennifer Lopez in testa.

Molti anni dopo, Tarsem è tornato alla regia con un film che, per non correre rischi, si è autofinanziato, in modo coraggiosamente indipendente, girando il mondo tra splendide location, tra la Namibia e il Sud Africa, per quattro anni – per raccontare la storia di uno stuntman del cinema muto dagli istinti suicidi che, costretto in un letto d’ospedale a Los Angeles, ritrova la voglia di vivere inventando una lunga fiaba a una bambina persiana col braccio ingessato. Un film che, dopo la presentazione a Toronto nel 2006 e un lungo travaglio distributivo, ha trovato una porta aperta in molti paesi (tra cui Russia, USA, Giappone, UK, Spagna, Corea) nel corso del 2008, e che uscirà a breve anche in Belgio e Germania.

E questa volta Tarsem va a segno: la bella e compiutissima sceneggiatura scritta insieme a Dan Gilroy e Nico Soultanakis gli permette di sfruttare in modo finalmente completo e per nulla pretestuale la sua vena visionaria, riempiendo lo schermo di invenzioni visive eccezionali (non ultima una breve ma stupenda sequenza in stop motion realizzata dai fratelli Lauenstein di Balance), trasformando l’ironia in epica, e le location esotiche in luoghi magici dove tutto è possibile, e riucendo infine a far commuovere, e nemmeno poco – anche grazie all’eccezionale lavoro sui due attori (lui è Lee Pace, futuro "piemaker" in Pushing daisies, lei è la giovanissima Catinca Untaru, classe 1997), la cui performance è (pare) basata parzialmente sull’improvvisazione.

Forse è lungo qualche minuto di troppo: ma è affascinante e immaginifico, inventivo e sanamente strabordante, oltre che tenerissimo – in definitiva, un film a cui, anche per l’attesa dichiarazione d’amore finale nei confronti del cinema in ogni sua forma e manifestazione, non si riesce a non voler bene.

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Ashes of time redux, Wong kar wai 1994-2008

Ashes of time redux (Dung che sai duk redux)
di Wong Kar Wai, 1994-2008

Ashes of time è una delle più grosse e paradossali frustrazioni del cinefilo "orientofilo" medio: uno dei film più acclamati e noti del cinema di Hong Kong del decennio scorso è allo stesso tempo uno dei meno visti. Il perché, è presto detto: trovare una copia decente del film era quasi impossibile, e a poco serviva la famigerata edizione hongkonghese, di scarsissima qualità.

Visto che di Ashes of time qui si è già parlato (4 anni e mezzo fa: cielo, come si invecchia in fretta), considerate questo come un mero post di servizio: è da poco reperibile l’edizione inglese di Ashes of time redux. Il risultato dell’eccellente lavoro di ripulitura (con l’aggiunta di un appropriato digital coloring) e della parziale riscrittura operata, con autocritiche forbici alla mano (sono spariti quasi 10 minuti), da Wong Kar Wai stesso, è un film di cui finalmente possiamo ammirare anche lo splendore visivo.

Un film bellissimo, intenso, acceso e contrastato, anti-spettacolare ma emozionante, in cui si riscontra non solo una rilettura autoriale del wuxiapian spinta a livelli di astrazione che nessuno ha mai più avuto il coraggio (o il talento) di raggiungere, ma anche tutta una serie di temi assolutamente essenziali nel cinema del maestro di Shanghai – prima tra tutti, ovviamente, la riflessione sempre centrale, profonda e commovente, sulla memoria, sul ricordo e sul rimpianto.

Il film è stato presentato l’anno scorso a Cannes e a Toronto, ma nonostante l’uscita theatrical in Francia, UK e USA, e nonostante la fama del suo regista anche da noi, non ha trovato posto nelle sale italiane – dove, non c’è bisogno di dirlo, l’impressionante fotografia di Cristopher Doyle avrebbe fatto la sua porcissima figura.

Il mio consiglio è quindi scontato, quasi quanto il DVD: acquistatelo.

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Friday Prejudice #158

[what the bau]

Ecco qui il nuovo episodio di Friday Prejudice.

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Bride wars, Gary Winick 2009

Bride wars
di Gary Winick, 2009

Cosa fareste se aveste a disposizione una macchina del tempo, ovviamente dopo aver evitato di far andare a monte il matrimonio dei vostri genitori eccetera? Io ieri sera ho pensato che potrei andare nel 1977, sul set di Eraserhead, battere il dito su una spalla di Frederick Elmes tra una ripresa del calorifero e l’altra e dirgli "zio, tu tra circa trent’anni sarai il direttore della fotografia sul set di un film con Kate Hudson in ci sono non una, ma due canzoni di Duffy", così, per vedere che faccia fa.

Non lo so se Bride wars sia la più brutta commedia vaginale mai girata, certo è che non me n’è venuta in mente una peggiore. E mi ci sono messo. Nel riassumerla a un amico, oggi pomeriggio, gli ho detto "ci sono due tipe che per mezz’ora fanno aaaa, poi per un’ora fanno grrrr, e poi fanno oooo". Gli unici timidisissimi sorrisi li regala Kristen Johnston, che comunque rifà sempre lo stesso personaggio del sublime 3rd rock from the sun: il resto è un’accozzaglia davvero imbarazzante di scenette cattivelle intervallate da inutili personaggi di secondo piano e dalle stesse due insopportabili cretine che frignano per dei conflitti interiori che in confronto Topo Gigio è un tossico, il tutto scritto da due tizie anonime del cast del SNL prestate al cinema, con l’incipit rubacchiato a The wedding planner (…) e senza nemmeno il coraggio di infilarci un sottotesto lesbico – così, per dare un po’ di pepe a un film privo – beh, privo di qualunque cosa.

Non lo so, probabilmente il problema è il pene: posto che questo film è dichiaratamente dedicato al pubblico femminil e che i maschietti non possono capirlo perché non devono (immagino), mi piacerebbe che una spettatrice mi spiegasse che cosa diavolo potrebbe mai trovarci una donna in un film del genere – che, oltre a essere l’invereconda puttanata che già la devastante accoglienza USA aveva fatto presagire, le fa passare tutte come delle pazze incontrollate che appena vedono un bouquet non capiscono più un cazzo e diventano delle stronze da galera. Tutte. Perché a prescindere dal messaggio finale di amicizia vaginale universale, con la vulva che vince 100 a 1 sul pisello, se fossi una donna con un briciolo d’orgoglio, fuori da un film così ci farei i picchetti, altro che.

E lo so che l’hai girato prima di Rachel, ma non cambia niente: Anne, mia cara, adesso voglio che ci chiami tutti al telefono, uno per uno, e ti scusi. In lacrime. Altrimenti si torna alla guerra.

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Inkheart, Iain Softley 2008

Inkheart – La leggenda di Cuore d’Inchiostro (Inkheart)
di Iain Softley, 2008

Non voglio spendere troppo tempo per parlare di un film le cui caratteristiche si potrebbero raccontare durante quattro o cinque piani d’ascensore, che basterebbero per includervi anche i suoi lati positivi, dove il principale è la sua totale inoffensività – e di rimando, la sua quasi totale inanità. Inkheart non serve a nessuno e non fa male a nessuno, insomma: vedete voi se questi sono dei pro o dei contro.

Dal canto mio, non mi sono arrabbiato né divertito granché, il massimo sbilanciamento che mi ha dato è stato lo sbuffo annoiato e l’apprezzamento per il décor generale. Niente di grave: non mi aspettavo di certo altro. Da un’idea così vecchiotta e abusata (la letteratura che prende vita, ancora una volta), trarre qualcosa di veramente interessante sarebbe stata una sorpresa, e non mi sembra che nessuno si sia sforzato eccessivamente per tirarla fuori – e includo nel mazzo le pigrissime performance di due pezzi da novanta come Andy Serkis e Helen Mirren. L’unico che si sbatte un po’ è Paul Bettany, il che è tutto dire. Tutto qui.

Particolarmente bizzarro ed esaltante però, per chi come me ha bazzicato la Riviera Ligure di Ponente tutta la vita, trovare pezzi di Alassio e Albenga (e non solo) sparsi qua e là per il film.

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Dream, Kim Ki-duk 2008

Dream (Bi-mong)
di Kim Ki-duk, 2008

Non ho mai nascosto il mio amore incondizionato per il cinema di Kim Ki-duk, regista che negli ultimi anni ha fatto qualche passo falso, ma che ho scelto di difendere parzialmente o totalmente anche con opere altrove discusse come Soffio, discutibili come L’arco, e persino Time – che, lo ammetto, era un film sostanzialmente sbagliato. Ma questa volta è diverso: Kim non era così in forma dai tempi di Ferro 3, film con il quale quest’ultima opera ha un rapporto di fratellanza minore, evidentissimo nel finale, per esempio, o nella colonna sonora. Ma Dream è un film che non si limita alla maniera, pur rientrando alla perfezione nei canoni dell’autore coreano e recuperando molte figure note come l’autoinflizione del dolore e il paradosso narrativo (qui anche linguistico: Odagiri Jô recita infatti in giapponese, anche se la cosa si perderà del tutto in un’eventuale edizione italiana). Un’operetta surrealista, inquietante e leggiadra al tempo stesso, che nonostante qualche ingenuità (come l’uso dello sfocato e dello step frame) sfrutta i meccanismi onirici, non per redarguire o riflettere su implicazioni psicanalitiche, ma per trarre la poesia dal cuore dell’inesplicabile, dall’immagine pura, dal simbolo, dal sogno. E, soprattutto: un film insieme astratto e sanguigno, insieme concreto e incorporeo: e la bellezza del film scaturisce proprio dal contrasto tra la fisicità delle ferite e del rumore dei colpi (di corpi colpiti, battuti, caduti), e la natura eterea dei corpi, pronti a dissolversi e a reincrociarsi in un abbraccio metempsicotico che fa il rumore, bianco, di un battito d’ali.

Non è ancora prevista un’uscita italiana. Nel frattempo, si può acquistare il DVD in edizione hongkonghese (Regione 3).