A serious man, Ethan e Joel Coen 2009

A serious man
di Ethan e Joel Coen, 2009

"I don’t want Santana’s Abraxas!"

Dopo un quarto di secolo di onorata carriera, e dopo essere diventati prima i beniamini dei cinefili, poi dei festival europei, poi degli Oscar e infine anche del grande pubblico, quello che paga il biglietto, difficilmente qualcosa poteva prepararci a ciò che i fratelli Coen hanno realizzato con A serious man, uno dei loro film più ambiziosi, stratificati e complessi.

Ma non per questo, paradossalmente, meno accessibile di altri loro capolavori: la grandezza di A serious man, una caratteristica non certo nuova nel cinema dei due fratelli, risiede principalmente nella sua capacità di lasciare stupefatti e sconcertati a prescindere dalla comprensione profonda dell’opera. E non soltanto perché il film è di una bellezza visiva frastornante, anche grazie alla fotografia del grande Roger Deakins. Ma anche perché, come alcuni dei migliori registi americani, i Coen non lavorano soltanto su percorsi narrativi coerenti, lineari e stabili, oppure su riferimenti letterari e biblici, o su ammiccamenti tematici, ma anche sulla giustapposizione di elementi subcoscienti.

In tal senso, è facile uscire storditi da un film simile, che accosta caratteristiche spiccate, più riconoscibili e "imitate", del loro cinema (la progressione della discesa all’inferno, gli improvvisi cambi di registro, le sequenze oniriche) a una narrazione che sembra prediligere proprio l’immutabilità al trauma – almeno fino allo sberleffo finale. E insomma, ci si rende conto subito di averlo amato ma senza aver capito fino in fonda cosa sia accaduto. Oppure se sia accaduto qualcosa. Ma allo stesso tempo i temi portanti emergono immediatamente al di sopra della confusione, e il florilegio di ricordi, immagini e suggestioni penetra con una forza immediata rendendo quasi trasparente l’ennesima meditazione dei Coen sull’uomo e il divino, sul determinismo e la trascendenza, sulla fede e sul fato.

Tutti temi non proprio leggerissimi ma che i due registi riescono a gestire con un umorismo e una maturità, questa volta, scopertamente yiddish. A partire dall’incredibile novella dell’incipit, inventata di sana pianta dai due: quasi un corto a sé stante, che permette di gettare le basi per il destino nefasto di Larry Gopnik e che è anche una delle trovate migliori del film. Che ci permette, o forse ci chiede, di essere guardato anche nella perfezione dei suoi singoli componenti: dopotutto i Coen sono sempre stati anche dei virtuosi del racconto visivo in forma breve, e A serious man non fa eccezione. In tal senso, al di là dei sogni che fungono da unico sfogo possibile per le pulsioni primarie del protagonista, la sequenza dei denti del non-ebreo è una delle più incredibili che i Coen abbiano mai girato, un racconto nel racconto che si avvita su se stesso, in una spirale di enunciatori da far girare la testa, una roba che andrebbe fatta studiare nelle università.

Il film è inoltre ricchissimo di spunti, spesso ironici e spassosi, disseminati dai Coen quasi come per mettere alla prova la pazienza e la comprensione di noi spettatori, ma anche per fornire loro chiavi di lettura ulteriori, sempre con il sorriso sulle labbra. Qualcosa può scappare di mano, a una prima visione: dal canto mio, la recita di Somebody to love dei Jefferson Airplane nell’ufficio del rabbino mi era scioccamente sfuggita.

Mentre so bene che Abraxas non è soltanto il titolo di un disco di Carlos Santana.

22 Comments

  • utente anonimo
    10 dicembre 2009 - 02:23 | Permalink

    questo è il miglior film dell’anno
    forse, ma forse, il miglior film dei coen.

  • utente anonimo
    10 dicembre 2009 - 12:39 | Permalink

    "tutta una serie di input e output", insomma…non vedo l’ora…adoro non capirci niente!

    bernie.

  • 10 dicembre 2009 - 13:02 | Permalink

    ah, ecco, non era sfuggita solo a me. mi rincuora.
    su abraxas però….aiutami.

  • 10 dicembre 2009 - 13:18 | Permalink

    E’ un nome ben noto a chi ha masticato Dylan Dog – la nemesi del protagonista si chiamava, anagrammando, Xabaras – dove Abraxas era sempre indicato come "uno dei nomi del diavolo".
    In realtà è il nome di una divinità gnostica più complessa, che contiene al suo interno Dio e il Diavolo, il Bene e il Male, una roba così.

  • 10 dicembre 2009 - 15:26 | Permalink

    uh, robetta, insomma.
    thanks.

  • utente anonimo
    10 dicembre 2009 - 15:41 | Permalink

    L’importante è accettare il mistero…

  • 10 dicembre 2009 - 16:02 | Permalink

    Il rabbino non recita Somebody to love ma dice la formazione degli Airplane.
    La scena migliore del film. Un gran film.
    Da me ne parlo in termini un po’ più cazzari, ma secondo me tu hai voluto vederci troppo.

    Alabama

  • 10 dicembre 2009 - 16:13 | Permalink

    @Alabama: no, mi spiace deluderti, ma il rabbino prima di elencare la formazione dei Jefferson Airplane ne recita proprio una strofa, "when the truth is found to be lies and all the joys within you dies" per capirci è l’inizio della canzone.
    Niente di grave, io mica ci ero arrivato, e (a parte la mia brillante fidanzata) tutt’ora non ho ancora trovato nessuno che l’avesse capito. Probabilmente anche per via del doppiaggio.
    Sulla sovrainterpretazione, penso esattamente il contrario – ovvero che ci possa essere ben di più di quanto io sia riuscito a vederci. Poi, come scrivevo, ognuno è libero di goderselo come vuole. E’ il suo bello.

  • 10 dicembre 2009 - 18:44 | Permalink

    Onestamente inizio a sentirmi un disadattato in rete il film è piaciuto a tutti e dico tutti i cineblogger di cui leggo le recensioni, inizio a credere che il penarello che mi sono infilato nel naso quando era piccolo stia cominciando a fare effetto. Scherzi a parte, ho trovato A serious man insopportabile, noioso e sensa senso. La regia e la fotografia sono eccellenti, molti dialoghi sono divertentissimi questo è vero, però è tutto finalizzato al nulla. O almeno per me è il nulla.
    Su una cosa però concordiamo, il corto iniziale è magnifico.
    Comunque si vede che siamo sotto Natale questa settimana ci hai regalato parecchie recensioni!
    Ciao

  • 11 dicembre 2009 - 01:01 | Permalink

    Azzz touché, così imparo a fare (troppo) la sborona.
    Sull’interpretazione mi sono espressa male, c’è sicuramente moltissimo e molto più di quanto si possa captare dopo una sola visione, ma ci si può fermare anche a un banale "niente ha senso" senza sminuire di una virgola il film. Anzi.

    Ah sì, forse mi ha sorpreso la tua esaltazione per la scena dei denti. O forse mi sono persa qualcos’altro io, il che a sto punto è probabile.

    Alabama

  • utente anonimo
    11 dicembre 2009 - 02:44 | Permalink

    Io, io avevo capito che citava Somebody to Love! Io sono brillante!

    LB

  • 11 dicembre 2009 - 10:29 | Permalink

    ti sei fidanzato!

  • utente anonimo
    12 dicembre 2009 - 18:31 | Permalink

    e non dimentichiamo l’autocitazione di "cosmo’s factory"…..
    (o forse l’ho vista solo io)
    (la citazione di somebody to love l’avevo intuita anche io)
    kaspar hauser

  • 12 dicembre 2009 - 18:58 | Permalink

    Complimenti per l’analisi (e per il blog). Mi convince assai.
    In aggiunta, mi sembra che dopo "Fargo" e "L’uomo che non c’era" questo sia il loro film più duro.
    Insomma, al di là del grottesco: c’è un esistenzialismo di fondo che non è molto… conciliante nei confronti della vita.

    P.S. La citazione del rabbino sfugge, se si guarda il film doppiato (a meno che uno non abbia ben presente il testo della canzone). Io lo raccomando in originale, anche solo per la straordinaria interpretazione di Simon Helberg, il rabbino giovane, che ha una voce completamente diversa. I fan di Big Bang Theory capiranno..

  • 13 dicembre 2009 - 13:19 | Permalink

     visto ieri, esperienza densissima ed esaltante.

    Segnalo oggi, su "La Stampa" a pag. 5, il terrorista neofascista Franco Freda, condannato e poi assolto per la strage di Piazza Fontana, chiude la sua intervista con le parole: "Il ‘secondo me’ è un vezzo essenzialmente democratico. E’ il lievito di quel chiacchiericcio retorico, ipocrita e superficiale con cui ci si stordisce per non interrogare il mistero, per non farsi interrogare da esso".

    saluti
    m

  • utente anonimo
    13 dicembre 2009 - 20:25 | Permalink

    Molto noioso.
    @Pillole di cinema, sì puro esercizio di nichilismo.
    ed ancora sì bellissimo il corto iniziale 

  • 13 dicembre 2009 - 22:24 | Permalink

    alla 2a visione confermo e rilancio. Pellicola pazzesca, stratificata in più direzioni, quoto l’anonimo, uno dei migliori film dell’anno.

  • 14 dicembre 2009 - 14:09 | Permalink

     Finalmente l’ho visto! Come ho scritto dalle mie parti, credo ci siano due momenti cinematograficamente fondamentali: il montaggio dell’incidente d’auto e la conclusione (?) che regala un nuovo significato al concetto di "finale aperto". A mio parere, obbligatorio il parallelo con ‘Non è un paese per vecchi’. 

    M.M.

  • utente anonimo
    15 dicembre 2009 - 16:10 | Permalink

    ..io c’ho trovato molto di più di quello che si vede!..addirittura tra i titoli di coda!Giuro!…c’erano dei chiari riferimenti all’ebraismo!…per non dire poi la penna usata dal primo rabbino, l’avete vista?..geniale..
    Gran film…gran film…non il migliore dei Coen, ma il più "sudato" di sicuro!
    W i Coen, W la vita!

    tdk

  • utente anonimo
    18 dicembre 2009 - 00:56 | Permalink

    Io l’ho visto nella mia città, Asti. Da un lato avevo un rabbino che dormiva, e questo ci poteva stare benissimo, dall’altro un coglionazzo che non ha fatto altro che ridere poco convinto e commentare completamente a caso per tutto il film come per autoconvincersi di essere all’ultima pieraccionata. Insomma è stato un incubo. Ma perché la gente non sta zitta, CAZZO! ora mi tocca andare a rivedermelo, magari durante un orario impossibile, per star da solo. Ecco.

    Non andate al cinelandia di Asti.

  • 18 dicembre 2009 - 01:54 | Permalink

    "Da un lato avevo un rabbino che dormiva" è un aneddoto bellissimo.

  • utente anonimo
    20 dicembre 2009 - 14:39 | Permalink

    in questi giorni sto leggendo delle storielle ebraiche. Credo che ci sia molto, per quanto ne posso capire da profano, del  modo di interrogare la verità tipico della cultura yiddish. Queste storielle si concludono su un finale che non è ne aperto ne chiuso, come le storielle zen, e sembra che l’intento sia soprattutto sia quella di suscitare una forma di sospensione e stupefazione di fronte al mistero, uno stato di incertezza poroso che offra la possibilità di comprendere qualcosa di veramente nuovo di se. Io ci vedo e ci sento anche le grandi interrogazioni di kafkam sopsese di fronte al muro, o all’uragano nero, del mistero.

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