2009

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Frost/Nixon, Ron Howard 2008

Frost/Nixon
di Ron Howard, 2008

Quella che è riuscita a Ron Howard in questo film è un’impresa davvero eccezionale: riuscire a rendere tesa e appassionante la riproposizione di un evento televisivo, a trasformarla in un bellissimo film. Frost/Nixon racconta infatti dell’intervista che lo showman inglese David Frost fece all’ex presidente degli USA Richard Nixon nel 1977, tre anni dopo che quest’ultimo aveva rassegnato le sue dimissoni per lo scandalo Watergate, investendo nel progetto tutti i suoi soldi – e la sua intera carriera. E il film, al di là dei fatti storici e documentati che racconta, è effettivamente anche un film sul potere, deformante e amplificante, del mezzo televisivo.

Il merito di buona parte del film va all’impressionante, precisa e intelligentissima sceneggiatura di Peter Morgan, sceneggiatore di The queen e commediografo, già autore dello spettacolo teatrale da cui il film è tratto: ma è indubbiamente (e inaspettatamente) Ron Howard, che, con la mano sicura portatagli da anni e anni di mestiere, trasforma la piece in un film di tutto rispetto. E qualcosa di più Che però non sarebbe uscito così bene se non fosse per uno dei cast (e soprattutto dei casting) più mostruosi degli ultimi tempi – alla pari con il grande lavoro mimetico di Milk, e che fa sinceramente impallidire quello di W. Da un perfetto Michael Sheen, già Tony Blair per ben due volte, al mefitico Kevin Bacon, all’inedito Matthew Macfadyen biondo, fino alla coppia di esperti composta da Oliver Platt e da un eccellente Sam Rockwell.

Ma Frank Langella, in particolare, è gigantesco nella sua rappresentazione di un Nixon indimenticabile, cupo e tragico Golia della politica, sia nell’accettare la sfida di un David (appunto) che nel perderla sotto il peso dei sensi di colpa, della vecchiaia, della morte, e dell’implacabile primo piano in quattro terzi.

E poi, Rebecca Hall. Dio mio, Rebecca Hall. Quanto è bella Rebecca Hall? Rebecca Hall, dio mio.

Milk, Gus Van Sant 2008

Milk
di Gus Van Sant, 2008

Ci sono cose di un film che puoi sapere anche senza bisogno di vederlo, il film. Che gli attori sono tutti bravi. Che assomigliano ai personaggi che interpretano. Che un tal film ha un impianto molto più tradizionale rispetto a una filmografia di un regista altrove assai più criptico. Quali temi affronta il film. Quale storia racconta il film. L’importanza della tal storia. Del tal tema. Sotto le luci più differenti. Queste sono cose di cui si può scrivere e discutere a priori – e quindi, lo dico estremizzando, a volte hanno poco a che fare con il film.

Poi ci sono cose di un film che puoi sapere solo guardandolo, il film. E allora ti rendi conto che Milk è bellissimo per come si pone di fronte alla storia (e alla Storia), e ai limiti e ai rischi stessi di un film del genere. Gus Van Sant non ha abdicato, almeno non del tutto, a un cinema piatto e tradizionale come quello che è uso applicare ai biopic statunitensi. La sua regia è ancora vigile, attenta, e più umile, capace di utilizzare la bravura tecnica (eccome) a servizio della narrazione, di nascondere i piani-sequenza dietro l’intimità di un gesto d’amore. Il suo modo di riprendere le cose non è mai banale, né da un punto di vista visivo (il taglio che lui e il direttore della fotografia Harris Savides danno alle inquadrature non è per nulla scontato) né narrativo – si veda la scelta di mescolare con sapienza la finzione con l’utilizzo dei materiali d’archivio. Come se certi volti e certe parole, che ancora fanno paura, fossero impossibili da replicare: meglio ricordare, ogni tanto, che è "tutto vero"?

Per quanto debba sottostare a delle regole ben precise, con un atteggiamento opposto a quello a cui i suoi film più recenti, linguisticamente liberissimi e assolutamente unici nel panorama americano, ci avevano abituato (e che potrebbe lasciare insoddisfatti alcuni dei fan più accaniti del Van Sant più sperimentale e tarriano) Gus Van Sant si riconferma un’ulteriore volta come uno degli sguardi più fieramente indipendenti del cinema americano. A prescindere, e non è cosa da poco, dalla storia (bellissima, esemplare, e tragicamente commovente) che il suo film racconta.

JCVD, Mabrouk El Mechri 2008

JCVD
di Mabrouk El Mechri, 2008

JCVD è un film il cui fascino è impossibile negare, se si è cresciuti in qualche modo, volenti o nolenti, con il cinema di Jean-Claude Van Damme – che nel frattempo passava sullo schermo delle nostre televisioni. Anche solo perché la sceneggiatura è stracolma di riferimenti e ammiccamenti ai fan (il dialogo su quell’ingrato di John Woo è un buon esempio), quelli che hanno sempre immaginato una carriera "parallela" per l’attore belga – quella stessa che malinconicamente l’attore, nei panni di se stesso, si vede sfuggire dalle mani.

Allo stesso tempo però il film è esattamente l’opposto del cinema di Van Damme: si tratta infatti di un prodotto definitivamente autoriale – a volte ironicamente, a volte meno. Inizia con un lunghissimo e programmatico piano-sequenza, è costruito con una struttura a incastro di scuola tarantiniana, ed è pieno di scherzi metafilmici che culminano in una lunga sequenza quasi-onirica in cui il nostro si esibisce in un formidabile e interminabile monologo senza stacchi, da teatro dell’assurdo – sospeso tra la vita vera e il set, tra il personaggio e l’attore.

JCVD però possiede un’intelligenza che è vivaddio più rilevante della sua divertita smania di sfoggiarla, e che permette di superare lo scoglio di quello che potrebbe sembrare un giochetto autoriflessivo dal fiato un po’ corto. Ed invece è un film divertente, assolutamente irresistibile nell’alternare i toni tragici a quelli ironici, nel divertirsi con il pubblico mescolando in modo virtuosistico le diverse istanze di realtà, nell’alternare l’impianto serratissimo della sceneggiatura al gusto per l’improvvisazione.

E soprattutto, colpisce il coraggio di Mechri e di Van Damme stesso nel rappresentare questo bizzarro intruglio di meta-fiction e serissimo autobiografismo (la custodia del figlio, i problemi con la droga, il desiderio inespresso di voltare pagina) senza accenni di facile sberleffo ma anzi con una profondità inattesa – che l’interpretazione indimenticabile del protagonista aiuta a rendere ancora più incisiva.

W., Oliver Stone 2008

W.
di Oliver Stone, 2008

Non parla a favore del nuovo film di Oliver Stone il fatto che sia estremamente più interessante tutto il percorso che l’ha portato a essere proiettato in prima serata su La7 invece che in sala, piuttosto che il film in sé. Dice molto dello stato delle cose, di come da una parte ci sia ormai una paura diffusa di scottarsi le mani a prescindere dal calore effettivo dell’opera in questione (qui assai limitato, per esempoio), e di come dall’altra parte ogni cosa che faccia in cotal modo paura, anche in un’ottica provinciale e fantozziana come quella del dibattito a presenza del regista che ha preceduto il film in tv, possa diventare un bianco lenzuolone da sbandierare con la pretesa dell’evento che non c’era. O peggio, di un’indipendenza che non esiste. Oppure, meglio, che esiste – ma che non cambia molto le cose. Né del panorama televisivo né, tantomeno, di quello politico.

Su W. invece non c’è così tanto da dire – ed è il motivo, forse, per cui se n’è parlato molto più prima, che poi. Un film medio, forse mediocre o forse semplicemente dimenticabile, che ha indubbiamente i suoi punti di forza: Josh Brolin, il tono politicamente ammiccante ma non aggressivo (come molti avrebbero voluto: ma a che pro?), l’idea straniante di fare della vita di GWB una sorta di commedia grottesca con tocchi dalle pretese surrealiste (non solo il finale, ma anche la scena della camminata nel campo, citazione apertissima di Il discreto fascino della borghesia di Bunuel, per tacere del feroce salatino), Josh Brolin, Josh Brolin, Josh Brolin, e la correttezza con cui sono riportati alcuni momenti essenziali della carriera dell’ormai ex presidente.

Ma se dal punto di vista storico W. ribadisce molte cose già arcinote in una prospettiva candida che ha fatto inferocire gli spettatori più ferventi (la riduzione al martirio intellettuale del ruolo di Colin Powell è un esempio calzante) e che a volte si limita all’imitazione pedissequa e inutile à la Pingitore (l’imperdonabile Condie Rice di Thandie Newton), il film che rimane sotto le polveri del bignamino politico, che di per sé, come ogni bignami, è buono giusto per chi negli ultimi 10 anni ha dormito o ha visto solo i telegiornali locali e/o il TG4, è davvero una cosetta da poco.

Per fortuna che Josh Brolin c’è.

Il dubbio, John Patrick Shanley 2008

Il dubbio (Doubt)
di John Patrick Shanley, 2008

Se c’è una cosa che ho sempre pensato non giovasse al cinema, è il teatro. Intendiamoci, non ho nulla contro il teatro in sé, e non c’entra più di tanto il fatto che io non lo mastichi né lo frequenti – la considerazione essenziale è però che il teatro e il cinema vivono di linguaggi ed esigenze differenti, sotto ogni aspetto, e in tal modo andrebbero considerati da chi il teatro e il cinema lo fa. Detto questo, Il dubbio è all’apparenza un caso abbastanza esemplare di film che prende la direzione sbagliata, in questo senso: il testo teatrale viene fondamentalmente replicato, e dal suo stesso autore.

Ma la bravura di Shanley sta proprio nell’evitare che il suo Dubbio diventi mero teatro filmato. Come? Paradossalmente, proprio misurando la sua regia, infilando qua e là dei timidi ma efficaci momenti di cinema (Meryl Streep tra le foglie trascinate dal vento) e giocando molto sul senso di oppressione portato delle (ottime) scenografie d’interno, sul rigore inquietante della fotografia, sul contrasto tra gli sguardi – tra quello della compassata e insicura ferocia di una gigantesca e gotica Meryl Streep e quello dell’innocenza, violata, della sempre più brava Amy Adams. In questo modo, mettendosi solo apparentemente da parte ma lavorando sodo ai margini della pellicola, riesce ad evitare il disastro – o meglio, piuttosto, il nostro completo disinteresse nei confronti del film.

Che invece è tutto sommato un’opera stimolante e interessante, che ti accende il cervello e mette in funzione quell’affascinante meccanismo razionale che dà il titolo al film stesso. Se non altro perché il testo di partenza, ammettiamolo anche se non può e non deve bastare a se stesso, è davvero una bomba – ci sono almeno due lunghi dialoghi da pelle d’oca, e non serve che io dica quali. E perché i quattro attori sono davvero formidabili – anche doppiati, non potendone fare a meno: tanto basta un mezzo sguardo, un gesto, una lacrima.

Future Film Festival 2009: l’agognato riepilogo finale

[un riepilogo]

Idiots & angels, di Bill Plympton, 2008
Anarchica e romantica favola nera sull’avidità umana. Bill Plympton ha uno stile inconfondibile: è un fottuto genio.
From inside, di John Bergin, 2008
Più che un film uno slide-show. Risaputo, noioso, morboso. 70 minuti e sembrano 700. Che due palle, oh.
Paco and the magical book, di Tetsuya Nakashima, 2008
Cinema per ragazzi dal regista di Matsuko: senza mezze misure, coloratissimo, sconclusionato, commovente.

Angel on the run, di Yoshinobu Yamakawa, 2008
Due ore di delirio in un inferno anime, visionario, sfiancante, uno spasso senza freni. Astenersi nippofobici.
Il curioso caso di Benjamin Button, di David Fincher, 2008
What-a-movie. Ridondante, letterario, interminabile, poco fincheriano, ma stimolante, denso, fascinoso. Bello bello.
Genius party, di AAVV, 2007
Antologia collettiva dello Studio 4°C. Migliori: Shanghai Dragon e Baby Blue. Insopportabile Limit Cycle. Il resto, ok.
Pussy soup, di Minoru Kawasaki, 2008
Una delle robe più sciocche e scombinate che abbia mai visto. E ovviamente, mi ci sono divertito come un pazzo. Kawaii!

Hell (Yogoku), di Nobuo Nakagawa, 1960
Gran libertà narrativa, capolavoro il finale horror-surrealista, 40 minuti tra i gironi dell’inferno. Che roba.
Kempei to yurei, di Nobuo Nakagawa, 1958
Bizzarro dramma bellico con qualche fantasma sparso. Minore ma stilizzato e visivamente interessante.
The ghost of Yotsuya (Tokaido Yotsuya Kaidan), di Nobuo Nakagawa, 1959
Stupefacente e seminale ghost-story, girata in modo magistrale. 50 anni e non sentirli. Wow.

PsicoVIP, di Bruno Bozzetto, 2009
Bozzetto goes 3D: a 40 anni dal film, MiniVIP ritrova un suo perché buffo e minimal, ma mostrarlo dopo i Pixar è umiliante.
Gulliver’s travels, di David Fleischer, 1941
Settantenne primo lungo dei Fleischer, rivali di Disney e inventori del rotoscope. Uno splendore, ovviamente.
The reluctant dragon, di Alfred L. Werker, 1941
Raro meta-film del ’41 ambientato negli studi Disney, mai proiettato in sala da allora. Totalmente adorabile.
Tim Burton’s Nightmare Before Christmas (Disney Digital 3D), di Henry Selick, 2005
Il film lo conosciamo bene: capolavoro. La tridimensionalità, non troppo profonda, gli giova persino.

(i singoli twit-aggiornamenti si trovano qui)

Valzer con Bashir, Ari Folman 2008

Valzer con Bashir (Vals Im Bashir)
Ari Folman, 2008

A chi do la colpa, adesso che ho visto Valzer con Bashir e non sono affatto entusiasta?

Posso dare la colpa ad Ari Folman per aver confezionato un film che sebbene possa vantare senza alcun dubbio un progetto formale assai stimolante e un impatto visivo e sonoro in alcuni momenti estremo, persino allucinatorio (in senso positivo) visti anche i limiti estetici intrinseci della tecnologia con cui è realizzato, è un film che è costruito in questo modo sull’enfatizzazione del dolore e sull’estetizzazione della morte, un film insomma che non credo di aver alcun indugio – soprattutto volgendo agli occhi a quel tremendo finale – a voler definire sostanzialmente ricattatorio?

Posso dare la colpa a me stesso per non essere riuscito a entrare, sentimentalmente, nell’ottica di un film il cui punto di vista nel guardare a un momento storico così complesso è quello di un gruppo di isrealiani benestanti che mentre la gente che hanno contribuito ad ammazzare continua a crepare, si prendono tutto il tempo per andare alla ricerca del tempo perduto, come se un briciolo di senso di colpa in ritardo di vent’anni potesse bastare a far gridare all’autocritica di fronte all’intero conflitto israeliano-palestinese?

Posso dare la colpa a chi l’ha menata per settimane con Valzer con Bashir, e vedessi che bello che è Valzer con Bashir, e quando ho visto Valzer con Bashir ho scoperto che la guerra è una cosa brutta, alimentando aspettative esorbitanti quando poi il film in sé, sì, era bello dai, ma niente di che?

Nah.

Il primo che mi viene a dire che nella lotta ai Grossi Premi Statunitensi, Valzer con Bashir tutto sommato era meglio di Gomorra, vengo lì e gli mangio la testa.


Postilla essenziale: prego gentilmente gli estimatori di questo film di affrontare la cosa con la sempre necessaria ironia. Grazie.

Aspettando il sole, Ago Panini 2008

Aspettando il sole
di Ago Panini, 2008

Un pochetto, dal fondo del cuore, mi dispiace dover scrivere una stroncatura di Aspettando il sole. E non solo perché ho paura che Ago Panini himself legga questo post e mi scriva coprendomi di insulti e/o proponendomi un duello all’arma bianca – e, di conseguenza, mi faccia un culo così. Cosa che avrebbe tutto il diritto di fare. Anzi, questo è uno di quei casi in cui mi sento particolarmente antipatico nel dire che il film in questione mi ha fatto schifo. Mi vedo da fuori e mi dico ma che antipatico ‘sto ragazzetto di merda. Non è una captatio benevolentiae – o almeno cough cough non solo: è che, ne sono certo, in Aspettando il sole c’è molta buona fede, passione, voglia di essere diversi dalla brutta brutta massa, forse persino del vero talento. Però mi trovo di fronte ad alcune questioni che per amor di onestà non posso esimermi dall’esprimere, e che per amor di sintesi esporrò in un breve elenco:

1. il pulp è roba vecchia. Basta. Bas.Ta. Potremmo anche chiuderla qui.
2. il pulp all’italiana non è solo roba vecchia, ma è roba che quando era tipo nuova già non funzionava più. Non ha mai funzionato.
2b. avevano anche cercato di convicerci che c’era una corrente letteraria, ve la ricordate? Einaudi, Tsk.
2b. che un film ti faccia venire una voglia matta di riprendere in mano e rivalutare in toto L’ultimo capodanno di Marco Risi, beh, non è un risultato da prendere sottogamba.
3. il film corale all’italiana, d’altro canto, è un’impresa fallimentare, quasi a priori. Perché quest’ossessione? Non ci è riuscito quasi nessuno. Tantomeno à la Magnolia. Perché l’ho capita, sai? Le termiti, le rane, inutile che fai lo gnorri.
3b. io non saprei mai e poi mai come diavolo dirigere un film, e infatti manco ci provo: quindi, tanto di cappello. Però se dovessi farlo, se dovessi proprio girare un’opera prima con una pistola puntata alla tempia e un anfibio allo scroto, probabilmente avrebbe due o tre, o che so, quattro personaggi al massimo.
3c. tantomeno il film verrebbe introdotto da un ominous voice over che spiega il concept del film e cosa succederà circa, e poi non si sente più.
4. l’accento che parla Cederna se l’è inventato lui.
4b. l’accento che parla Raul Bova, invece, cos’è, maceratese? Per cortesia.
4c. voglio fermarmi un attimo su questo punto, è importante: Worst. Raul Bova. Ever.
5. un gran bel risultato ottenuto dal film è che Thomas Trabacchi tira le cuoia in fretta.
5b. di riflesso, il migliore della cumpa è Alessandro Tiberi, eppure non si vede mai. In cambio, una tonnellata di Michele Venitucci con gli occhi da matto e Gabriel Garko con la zeppola. Ma che cazzo.
5c. Claudia Gerini è il culo di Claudia Gerini. Sono la stessa cosa. Sembra un paradosso, eppure. Eppure.
5d. Massimo De Lorenzo è divertente. E’ una macchietta ma fa sorridere. Questa ve la concedo.
6. Claudio Santamaria. Volevo che avesse un punto tutto suo.
7. altra concessione, tutta la parte del set porno non è poi così male: Bebo Storti è formidabile, e la coppia Vanessa Incontrada-Corrado Fortuna ha un’alchimia inspiegabile e pure un po’ inquietante. Siamo sul marginale, ma è qualcosa. Ok?
8. tutta la pippa delle unità aristoteliche, ho capito la manfrina, ma mi spiace, non attacca. Diciamo che non può tenere in piedi il film da sola. Una cosa così.
9. se c’hai Raiz tra le mani e fai fare la colonna sonora a Nicola Tescari, scusa, ma questo post te lo sei cercato.


Nei cinema dal 20 Febbraio 2009

Friday Prejudice #155

[nipplefuck!]

Tutti insieme pregiudizialmente, nel nuovo episodio di Friday Prejudice.

Revolutionary road, Sam Mendes 2008

Revolutionary road
di Sam Mendes, 2008

Ognuno ha la sua personale teoria su come affrontare la relazione tra un libro e un film da esso tratto – da mero spettatore, si intende. Quella più comune sostiene però che la cosa migliore sia aver letto, o almeno avere conoscenza, dell’opera letteraria di provenienza. Ma per quanto io possa essere d’accordo, ciò ha due conseguenze nefaste. Primo, la diffusione del luogo comune – non sempre veritiero o onesto – per il quale il libro sarebbe sempre migliore del film. Secondo, che diventa impossibile prescindere dal libro nel giudicare, apprezzare o disprezzare, il film in questione.

Tutto questo per dire che sono pochi, forse nessuno, i libri che mi hanno conquistato e travolto negli ultimi mesi quanto ha saputo fare Revolutionary road di Richard Yates, e che di conseguenza mi è stato difficile, e lo è tuttora, guardare il film di Sam Mendes come a un’opera a sé stante e indipendente dal libro – cosa che mi sforzo di fare ogni volta che la contingenza di cui stiamo parlando – da ormai troppe righe – avviene. Ma una cosa è certa, a questo punto: se quello che volevo, dentro di me, era un "adattamento adeguato", fedele allo spirito del libro oltre che, naturalmente, ai suoi sviluppi narrativi, allora sono stato accontentato in maniera persino inattesa.

Dopo però, chiudendo questa questione e venendo al sodo, sono convinto anche che Revolutionary Road sia un gran film, di per sé. Mi spingo a dire: il migliore del regista inglese. Che abbandona ogni tentazione di maniera, mette da parte le ridondanze e la sua nota paraculaggine, china la testa di fronte al libro, alla correttissima sceneggiatura di Justin Haythe e alla fotografia perfetta del coeniano Roger Deakins, e alla sua quarta opera per il cinema, dopo il declino costante che da American beauty (uno dei rari film ad essere stato sia sopravvalutato quanto eccessivamente sottostimato) l’aveva portato a Jarhead, filma il suo primo film davvero maturo.

Il modo in cui Mendes affronta la storia dei coniugi Wheeler, la storia di un contrasto tra il conformismo e il soffocato desiderio di libertà che va ben oltre il contesto storico perfettamente ricostruito (con finezze ipnotiche come l’esercito dei colletti bianchi in arrivo a New York dalla periferia) e che è di una cupezza profonda, dolente e universale, incomparabile con i dilemmi medio-borghesi della famiglia Burnham, è infatti di un’umiltà sorprendente. Ma è anche raffinato e preciso, nel modo in cui sa mettere in scena i personaggi nello spazio – soprattutto in quello della casa, ripresa a tratti come un guscio vuoto, linda, ordinata, ma quasi come fosse un organismo vivente, un osservatore silente e impotente, quanto gli spettatori stessi.

E intelligente nel modo in cui sa trarre dalle pagine del libro una definizione perfetta, tornando all’inizio, di una fedeltà all’originale che non contraddica i dettami del linguaggio cinematografico e che non si trasformi, come a volte accade, in teatro filmato. Un’intelligenza che si vede un po’ dappertutto, nel finale beffardo, nella compassata soppressione dei toni che caratterizza gran parte del film, ma già dai primissimi minuti. Da quello sguardo tra Frank e April, in un istante quasi impalpabile, separato e tagliato di netto da un sipario che si abbassa sullo spettacolo, e si apre sul film – e sulla loro ultima occasione.

L’ultima menzione, di fronte all’annunciata perfezione delle performance dei due protagonisti, va però a quella di Michael Shannon, grillo parlante da una prigione lontana, venuto in casa Wheeler a sollevare il velo delle ipocrisie di un’intera società. Non avrei potuto sperare in un John Givings migliore di lui.

Nelle sale italiane dal 30 Gennaio 2009

Se ne avete la possibilità, cercate una sala che lo proietti in lingua originale. Fatevi questo favore, per una volta.

Einstein and Eddington, Philip Martin 2008

Einstein and Eddington
di Philip Martin, 2008

Film televisivo andato in onda lo scorso novembre sulla BBC, prodotto insieme alla Company Pictures e alla HBO, il film di Philip Martin racconta il rapporto epistolare tra Arthur Eddington e Albert Einstein. L’ultimo, come ben si sa, stravolse la fisica dei suoi tempi con la teoria della relatività – mentre il primo, dai più dimenticato, fu in realtà tra i primi inglesi a capirne la portata, a combattere contro l’ostracismo nei confronti degli scienziati tedeschi durante la grande guerra, e il primo a dimostrarla, in assoluto, tramite la spedizione africana che apre la cornice narrativa del film – narrato in un flashback che va dal 1914 al 1919.

Il film è quindi il racconto di due uomini che insieme cambiarono il modo stesso in cui il mondo era concepito fino ad allora, e non solo nelle aule universitarie: il superamento di Newton significa infatti nell’ottica del film non soltanto un cambio di paradigma nella comunità scientifica – il cui risultato più importante è la laicizzazione (non ateizzazione, si sottolinea) della scienza e la sua internazionalizzazione – ma anche e soprattutto una nuova concezione del mondo, l’affascinante quanto spaventoso individualismo della relatività per cui ognuno di noi è solo con il proprio tempo, che va perfettamente a braccetto con il secolo breve che proprio in quegli anni nasceva.

Ma trattare il film soltanto da una prospettiva storico-scientifica sarebbe fargli un torto, anche perché la trattazione dei carteggi e dei risultati delle due figure è, per forza di cose, altamente divulgativa, quando non semplicistica. Non è una critica: tanto che persino così io ho fatto una fatica ladra a capirci qualcosa. Quello che permane è però piuttosto il ritratto dei due, regalato dalle belle interpretazioni dei due attori protagonisti: il vitale e appassionato Einstein di Andy Serkis, e soprattutto l’emaciato, timido e commovente quacchero Arthur Eddington di David Tennant, destinato all’oblio della storia e, a causa dell’amore per un amico morto sul campo di battaglia, all’oblio dei suoi stessi sentimenti.

Completano il cast Donald Sumpter (Max Planck), Jim Broadbent (Oliver Lodge), Jodhi Mai (Elsa Einstein), e la meravigliosa Rebecca Hall (Winnifred Eddington, la sorella di Arthur).

Il film è acquistabile a meno di una ventina di euro.

Red cliff, John Woo 2008

Red cliff (Chi bi)
di John Woo, 2008

Aspettavamo da molti anni che John Woo, uno dei più noti e importanti (oltre che grandi) registi asiatici di sempre, tornasse a fare un film che non dico fosse all’altezza dei suoi capolavori, ma che avesse quantomeno una qualche rilevanza culturale o artistica – ed è difficile negare che, tornando in Cina per questo poderoso kolossal ambientato nel terzo secolo AD, negli anni in cui terminò la dinastia imperiale Han, l’abbia finalmente fatto.

E’ purtroppo però altrettanto difficile trarre delle conclusioni su questo film dopo la sua "prima metà". Red cliff è un progetto monumentale non solo dal punto di vista economico (con un budget di 80 milioni di dollari che ne fa il più dispendioso film asiatico della storia) ma anche per la sua durata. E’ diviso infatti in due parti da due ore e mezza, l’una (questa) uscita in tutta l’Asia nel Luglio 2008, e in Giappone a Novembre, e l’altra (Red cliff 2) in uscita in queste settimane, sempre solo sul mercato asiatico. In occidente, le due parti verranno "riassunte" in un’unica opera, lunga quasi esattamente la metà, per il ben più pigro mercato extra-asiatico.

E l’impressione è che molte cose cambieranno, da questa versione a quella asciugata per "noi": Red cliff è infatti un film epico e avventuroso in cui però le grandi battaglie e le arti marziali fanno parte di una frangia narrativa (ce ne sono soprattutto due, una in apertura e una verso la fine, quest’ultima davvero impressionante) in un film che per la sua gran parte presenta tattiche di guerra, attese, personaggi che si studiano, incontri e scontri psicologici – in una concezione del rapporto tra potenza e atto nel cinema d’azione che probabilmente annoierebbe un pubblico poco avvezzo ma che costituisce la vera anima di Red cliff, tutt’altro che un polpettone bellico in costume ma un affresco storico intelligente e molto complesso che richiede anche una buona dose d’attenzione per non perdersi nel marasma dei nomi dei luoghi e dei personaggi.

A fare la differenza è anche ovviamente lo stile fiammeggiante di John Woo, che gira in modo meno personale ed estremo di un tempo (e meno kitsch, nel bene e nel male, che nei suoi lavori statunitensi), ma che mostra di voler tornare a usare la macchina da presa con quella stessa leggiadria che contraddistingueva i suoi celebri eroici spargimenti di sangue. A ciò si aggiunge la padronanza delle arti marziali (l’action director è Corey Yuen) e un cast assolutamente spettacolare in cui spiccano ovviamente un riflessivo e sensuale Tony Leung, il solito bellissimo Takeshi Kaneshiro, e una delle mie attrici cinesi favorite di sempre: "Vicky" Zhao Wei.

Però, ci si ferma qui: ritmi e scelte narrative di un film che si conclude con un "to be continued" (così bastardo, aggiungo io) vanno affrontati, credo, con il senno della sua conclusione definitiva. Non c’è che dire, non si vede l’ora.

Se avete voglia o fretta di vederlo, e avete capito che l’edizione occidentale potrebbe essere una sonora delusione, è già disponibile su Yesasia la doppia release hongkonghese, senza nemmeno il problema delle regioni: l’edizione DVD costa una ventina di euro, quella Blu-ray una trentina.

Friday Prejudice #154

[uè, testina]

Ci sarebbe il nuovo episodio di Friday Prejudice, di là.

Viaggio al centro della terra, Eric Brevig 2008

Viaggio al centro della terra (Journey to the Center of the Earth)
di Eric Brevig, 2008

Il 3D applicato al cinema in carne ed ossa mi ha sempre affascinato: da sempre la settima arte ha covato questa sorta di frustrazione per la quale ricorsivamente (negli anni ’10, ’50, ’80) l’evoluzione tecnologica viene utilizzata per tentare di sfondare la quarta parete, per dare l’impressione sia dell’immersività che, più spesso e semplicemente, dell’invasione dello spazio della sala da parte di elementi presenti sullo schermo. Le tre dimensioni hanno a che fare con l’esperienza circense che il cinema era alle sue origini, quella della pura meraviglia slegata da canoni di tipo narrativo/letterario o, una volta canonizzato il cinema stesso, di tipo filmico. Forse proprio per questo, nonostante l’applicazione sia stata tirata fuori ogni tot decenni, in maniera sempre fallimentare nella lunga distanza, non c’è stato mai – o almeno non ne ho ricordi o esperienze – lo sforzo profondo di applicare il 3D a opere cinematografiche che valessero davvero, e dico davvero, a prescindere dall’applicazione stessa. Film che senza gli occhialetti e il buio della sala non sopravvivono dopo una prima visione sono stati accantonati e abbandonati – ma forse, si è pensato ai piani alti, grazie all’avvento dei supermegateratelevisori al plasma e, soprattutto, dell’innovazione digitale e delle spettacolari cineprese 3D "inventate" da James Cameron, forse dunque è arrivato il tempo per sdoganare una volta per tutte questa loro/nostra buffa, bizzarra, morbosa, ingenua e sinceramente infantile ossessione. Ma questi – insieme ad altri più tecnici e/o filosofici, per esempio su come il 3D utilizzato in questa maniera modifichi o meglio "pieghi" la concezione stessa della profondità di campo – sono discorsi che andrebbero fatti in altre sedi, con più tempo e meno fretta, e forse ce ne sarà l’occasione al prossimo Future Film Festival. Anche perché gli studios sembrano voler cavalcare l’onda e non aver intenzione di smettere: il 3D sarà anche una sciocchezza, ma forse stavolta è il caso di non sottovalutarlo troppo.

Molto meno interessante mettersi a chiacchierare del film in sé, che è dichiaratamente un veicolo per la tecnologia suddetta – una minchiata pretestuale costruita intorno a scene in cui i personaggi lanciano oggetti di varia natura contro la macchina da presa o si lanciano in cunicoli o su rotaie pericolanti. Un film che avrebbe anche la pretesa di giocare sul contrasto tra modernità e tradizione (state of the art della tecnologia usato per riprodurre illustrazioni originali dei libri di Jules Verne) ma che ha una sceneggiatura scritta con la mano sinistra, quando non con i piedi, personaggi risibili, è diretto da un maestro degli effetti speciali che infatti non ha la vaga idea di come diavolo si diriga un film (e francamente non sembra interessargli granché), e che senza il 3D non credo starebbe in piedi – ma che dico credo, non ci starebbe manco per scherzo. Non riesco nemmeno a concepire che si possano spendere dei soldi per vedere questa roba nelle canoniche due dimensioni, tantomeno sul televisore di casa – tant’è che alcune copie dei DVD americani, già usciti, sono dotati di occhialetti e includono entrambe le versioni. Se invece trovate una sala che lo proietta in 3D, e avete un’ora e mezza libera, e trovate dei soldi per terra, e non avete mai visto un film live action in 3D in sala, allora, beh, in tal caso c’è sempre – come nel mio caso – una prima volta. E a suo modo, fatte le dovute proporzioni, e a rischio di perdere qualche diottria, potrebbe anche ripagare.

Nei cinema dal 16 Gennaio 2009

Link: l’elenco delle sale italiane dove il film verrà proiettato in 3D.

Repo! The genetic opera, Darren Lynn Bousman 2008

Repo! The genetic opera
di Darren Lynn Bousman, 2008

Io lo stimo, Darren Lynn Bousman. Perché ha capito che per arrivare dove voleva, poteva fare solo una cosa: scendere a compromessi. L’ha fatto, ed è arrivato dove voleva. Senza tante manfrine da artistoide. Riassumendo: Bousman scrive una sceneggiatura, la fa girare, gli dicono che è troppo simile a Saw. Poi arriva James Wan e gli dice "dai, ribaltiamolo un po’ facciamoci Saw II". E lui accetta. Poi fa Saw III. Poi dice basta. Poi gli dicono "dai fai anche Saw IV, che hai dei ritagli di tempo". E lui lo fa.

Tutto questo, perché? Forse solo per potersi permettere di fare un film come Repo!, musical dark tratto da uno spettacolo teatrale di Darren Smith e Terrance Zdunichun. Un film quasi completamente impensabile, ma solo si sottovaluta il potenziale alone di cult(o), che in effetti lo circonda anche nei fatti fin da quando venne annunciato. E valli a biasimare: Repo! è una rock opera ambientata in futuro distopico, tra fantascienza orwelliana e gore, con una trama affascinante (il presidente di un’azienda che ha salvato l’umanità tramite i trapianti di organi fa passare una legge che rende legale l’esproprio degli organi stessi) e con un cast quantomeno bizzarro: Bousman è riuscito a mettere nello stesso film Paul Sorvino, Sarah Brightman, Paris Hilton, Bill Moseley, e Ogre. Tanto di cappello.

Ed effettivamente, per nostra fortuna, il film mantiene anche buona parte delle sue promesse. Le canzoni sono 64 (un record assoluto) e quindi era impossibile azzeccarle tutte – ma, pur non essendo propriamente il mio campo da gioco, si fanno ascoltare senza troppi fastidi. Tra i numeri musicali, personal favorites sono Zydrate Anatomy e Chase the morning. E Chromaggia, ovviamente. Gli sbudellamenti non si fanno attendere. Alexa Vega è bella e brava. I production values sono quelli che sono, ma costumi, make up e scenografie (anche se accompagnati da una fotografia tutta soft e pastosa come quella di un video degli Evanescence) sono davvero, passatemi il termine, una figata.

Verso la fine la si tira un po’ per le lunghe, e da un certo punto in poi – diciamo nell’ultima mezz’ora – ho avuto l’impressione che smettessero di succedere cose e si limitassero a cantarle. Ma nell’economia del film è una pecca del tutto perdonabile.

Il film dalle nostre parti è sostanzialmente invendibile, a meno che non decidano di far finta che non sia un musical. Come già è successo con Sweeney Todd. E non c’è bisogno di spiegare perchè sarebbe un’idea disastrosa. Se avete fretta, il DVD inglese esce ai primi di Marzo mentre quello USA (regione 1) esce il 20 Gennaio.

Appaloosa, Ed Harris 2008

Appaloosa
di Ed Harris, 2008

Nonostante Appaloosa sia il genere di film che generalmente non vado a vedere, non posso dire di esserne uscito insoddisfatto: il secondo film da regista di Ed Harris dopo il biopic su Jackson Pollock (ahimé, sempre scivolatomi dalle mani) è un western che a un inusuale "triangolo amoroso" ambientato in un’America lontana dove la legge e la giustizia sono ancora materia malleabile, applica un ritmo anomalo e un piglio sornione, spesso ironico.

L’ispirazione viene da un film di Edward Dmytryk intitolato Ultima notte a Warlock, ma Ed Harris non si accontenta di appoggiarsi sul semplice omaggio – anche a Richard Widmark, scomparso l’anno scorso – ma dimostra una discreta personalità nel tratteggiare i rapporti psicologici tra i personaggi – che se anche non fa breccia nel profondo del cuore perché avrò dei limiti io a comprenderlo, il western, senza dubbio ha parecchie carte da giocare e sa come giocarle. E non saranno in pochi a innamorarsi del suo curioso understatement spezzato da sparatorie brevi e improvvise.

Il grosso del lavoro lo fa comunque Viggo Mortensen, con un’interpretazione magistrale nei panni del vice sceriffo – che si rivela poi il vero protagonista del film. Renée Zellweger invece è brutta come la paura di morire, qualcuno lanci del napalm su quelle maledette guanciotte.

Nei cinema dal 16 Gennaio 2009

Bolt, Byron Howard e Chris Williams 2008

Bolt
di Byron Howard e Chris Williams, 2008

Il ritorno di John Lasseter come capo dell’ufficio creativo della Walt Disney Animation ha giovato molto alla compagnia, dopo anni a raccimolare le briciole lasciate dai cuginetti della Pixar – e i risultati si possono vedere. Certo, Bolt non è stato prodotto propriamente sotto il miglior auspicio: l’autore originario di American dog Chris Sanders (che ora è infatti alla Dreamworks) venne licenziato perché secondo Lasseter era talentuoso ma non all’altezza, e il film venne completato con un titolo diverso e in circa la metà del tempo normalmente necessario.

Ma quello che conta sono i fatti, circa – e come la Dreamworks con Kung fu Panda sembra aver aggiustato il tiro, così Bolt è un film d’animazione in 3D prodotto direttamente dalla Grande Madre di Burbank, eppure è un film che si può dire compiuto, e ben più che decorosamente. Non tanto per i risultati tecnici ottenuti, quanto per la sua tenuta narrativa e per il gusto del racconto: un viaggio on the road da un capo all’altro degli states, concepito con una coerenza stilistica ammirevole, senza particolari ambizioni ma con una buona freschezza – e senza menarla tanto con le canzoncine. Qualche concessione a una comicità linguistica un po’ blanda e la satira poco incisiva non sminuisce il divertimento che questo film sa regalare – e il criceto nella palletta, c’è poco da fare, ha il suo bel merito.

Così-così la scelta delle VIP originali (Miley Cyrus!) ma quantomeno sono meno riconiscibili del temuto (Miley Cyrus!). E nel film c’è un pezzo country di Jenny Lewis – che è sempre un bel sentire.

Australia, Baz Luhrmann 2008

Australia
di Baz Luhrmann, 2008

Se dovessero fare una classifica dei film più anticipati del decennio, di cui insomma si è più chiacchierato, nel bene e nel male, nel corso degli anni prima dell’uscita ufficiale, Australia farebbe la sua porca figura: le riprese interminabili, la Kidman incinta che sviene sul set, le sostituzioni del cast, il budget enorme, gli sgravi fiscali, ognuno aveva il suo motivo per cui parlare. Dal canto mio, l’interesse principale era vedere come se la sarebbe cavata un regista come Luhrmann, che il suo meglio lo dava nei set ricostruiti, con un film così dichiaramente "aperto".

La cosa fondamentale da capire di Australia, film di quasi tre ore, è la sua netta bipartizione: quasi come fossero due capitoli di una saga epica, la prima e la seconda parte differiscono enormemente, per coesione tematica e – qui viene il punto – non solo. La prima metà è infatti un godurioso western dell’outback australiano, avventuroso e romantico (a tratti persino commovente), in cui Luhrmann prende di petto il kolossal, e ribadendo il suo insolente e divertito disinteresse nel confronti dei gusti contemporanei, costruisce un film corposo e appassionante come nessuno ha più il coraggio di fare da tempo. Riuscendo a scendere a patti con il gusto del kitsch, c’è davvero da divertirsi – ma dopotutto è Baz Luhrmann, e anche se Australia è quanto più diverso da Moulin Rouge! mi potessi attendere, non vi aspetterete mica un film misurato e cauto?

Ma come accennavo poc’anzi, c’è un ma: la seconda metà. Dopo la scena centrale del ballo, infatti (con un’apparizione di Hugh Jackman ripulito che scommetto scatenerà grandi risate tra chi non ha voluto/saputo apprezzare la prima parte) il film prende una piega diversa, e diventa un cupo ma plasticoso drammone storico-bellico con soldati, aerei, bombe, giapponesi. Nell’ansia di ricostruire più o meno fedelmente una pagina dimenticata della seconda guerra mondiale, a Luhrmann sfuggono di mano i personaggi (che si limitano a perdersi e ritrovarsi all’infinito), gli sfugge di mano il fascino senza tempo che i campi lunghi e le riprese a volo d’uccello della prima ora e mezza riuscivano a suggerire e restituire, e con essi gli sfugge di mano il film stesso – avvinghiandosi a un genere che, forse, semplicemente non è roba sua.

Da quel punto in poi, il peso dell’orologio comincia a farsi davvero difficile da sostenere, ed è difficile non dirsi delusi di questo cambio di rotta, nonostante i bei momenti non manchino anche verso la fine e il tono continui a essere lo stesso. Tutto sommato però Australia è per me un film difficile da deprecare anche nei suoi momenti più difficili, per la sua dichiarata ed esasperata passione, per il suo essere sbilanciato e sopra le righe – ma ho la netta impressione che chi lo disprezzerà lo farà con toni ben più accesi della mia timida ma affettuosa difesa.

Questa volta davvero: se non avete intenzione di vederlo in sala, lasciate perdere del tutto.


Nei cinema dal 16 Gennaio 2009

Sette anime, Gabriele Muccino 2008

Sette anime (Seven pounds)
di Gabriele Muccino, 2008

Non starò qui a ripetere la lunga premessa, già trattata su Prejudice, che sostiene la validità del cinema precedente di Muccino, sia in patria che negli states, al di là della peste e delle corna tirategli addosso con un perverso gusto della semplificazione – tanto da identificare spesso, nella vulgata, Gabriele e Silvio – nel corso degli ultimi anni. Insomma, il concetto è: Sette anime non è un brutto film perché è un film di Muccino, non è dunque un brutto fllm perché non poteva essere altrimenti. Semmai, è un brutto film e basta.

Tanto più che a una manciata d’anni da L’ultimo bacio, c’è ben poco di mucciniano nello stile e nel modo di dirigere del regista romano. Stavamo coltivando uno che girava come Paul Thomas Anderson – o almeno che ci provava – e ci siamo ritrovati uno che si avvicina più al partito di Steven Soderbergh. Camera a spalla, interni squallidi, primi piani, occhi lucidi, sguardi tristi, sguardi spenti, sguardi pesti: un film che persino Inarritu troverebbe deprimente.

Ed è proprio il regista messicano che è difficile non tirare in ballo, in questo caso, a causa di una struttura non dissimile da quella di film come 21 Grammi: scoprire a poco a poco le carte finché la storia non si dipana fino alla risoluzione degli enigmi narrativi. In realtà, dopo una mezz’ora di apparente confusione si capisce più o meno chiaramente il cosa – e dopo un’altra mezz’ora, si capisce anche il perché. Da lì in poi, il film diventa un’attesa insostenibile del momento in cui decideranno di venire al punto smettendola di menare il can per l’aia.

Anche perché questa trovata, già di per sé abbastanza derivativa (e accompagnata da una sceneggiatura involuta, quando non inesistente), non riesce a donare ai personaggi più profondità di quella, poca, portata dalle interpretazioni degli attori, magari volenterose ma in linea con la depressione morbosa che aleggia sul film. E in ogni caso, di fronte a molte scelte stilistiche, al piattume travestito da patina arty, ad accenni così timidi e spenti di misticismo (avrei quasi preferito il coraggio di spingerli all’estremo), e a svolte narrative da mani sulla faccia come quella del finale, difendere un film così diventa un’impresa titanica.

Ecco, purtroppo, la gran parte delle cose più divertenti, o più feroci, che si possono scrivere su quest’opera disgraziatamente sbagliata, ma non così sbagliata da poter risultare simpatica – e ce ne sono – contemplano la conoscenza totale dell’intreccio, in un film che fa di tutto per nasconderlo il più possibile. E anche in casi di film che non mi sono piaciuti, preferisco trattenermi dagli spoiler, e che una cubomedusa mi fulmini se non dico la verità.

Yes Man, Peyton Reed 2008

Yes man
di Peyton Reed, 2008

La mia opinione, seppur breve, sulla commedia diretta da Peyton Reed in cui Jim Carrey torna a fare le facce di un tempo, l’ho già espressa sinteticamente altrove: il film è sommariamente sopportabile grazie a un buon numero di gag azzeccate, ma è anche un film risaputo e vecchiotto, e in definitiva tranquillamente accantonabile. Niente per cui imbestialirsi così come niente da difendere a spada tratta. Detto questo, passiamo ad alcune (poche) delle molte impressioni che il film – gli devo dare questo merito – solleva, volutamente o meno.

Primo. Il film è un quasi-remake di Bugiardo bugiardo, avrete letto da ogni parte. E l’avete letto perché non è del tutto falso. Quello che distanzia il film di Tom Shadyac da questo è soprattutto l’assenza di una coercizione trascendente. Mi spiego: là dove nel film del 1997 il protagonista imparava grazie a una costrizione di carattere quasi divino (come esplicitato più chiaramente in Una settimana da Dio) qui il suo cambiamento è dovuto a una scelta. Si sostituisce quindi il ricorso al meccanismo magico con la volontà individuale.

Secondo. Nel film il meccanismo del "yes" viene suggerito al protagonista da una congrega di scalmanati chiamata appunto "Yes men", capitanata da una sorta di santone interpretato da Terence Stamp. Ora, uno si aspetterebbe che nel finale l’insegnamento in questione venga sbugiardato: invece viene solo, al massimo, schernito nell’immagine finale. Nella sequenza-chiave dell’ospedale infatti è reso ben chiaro che Carl ha frainteso autonomamente un insegnamento che, di per sé, sarebbe universale – perché è la morale (o moraletta) stessa del film. Insomma, mentre con la mano sinistra si ridà valore alla capacità del tutto terrena dell’uomo di autodeterminarsi – e di ridare equilibrio alla propria vita: il succo è sempre quello, la fuga dal manicheismo – con la destra si dice che, in fondo in fondo, non sono i santoni a dire minchiate a greggi di pecore imbabolate e/o alienate: siamo noi pecore che non li capiamo bene.

Terzo. Sono rimasto colpito dal modo in cui questa commedia flirta sia con il pubblico della commedia mainstream che con l’universo indie. Se è in tutto e per tutto una "commedia con Jim Carrey", Yes man è anche un film le cui canzoni sono state scritte dagli Eels (incluso un inedito) e soprattutto in cui c’è un’intera lunga sequenza in cui Zooey Deschanel, musa dell’indie rock lei stessa, si esibisce su un palco con un bizzarro terzetto femminile electropunk. Una sequenza del tutto inusuale per un film simile, e che sembra uscita da una commedia quirky à la Sundance.

Sono osservazioni frettolose e a casaccio, ma mi fanno pensare che Yes man sia un film ben più inserito nel suo tempo di quanto non possano far pensare una guardata veloce, le gag sulla Red Bull (spassosa, a dirla tutta) o sui fanatici di Harry Potter.