2009

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Friday Prejudice #188

[mi chiamo Nick Colasanti]

Ecco il nuovo episodio di Quentin Friday Tarantino Prejudice.

Basta che funzioni, Woody Allen 2009

Basta che funzioni (Whatever works)
di Woody Allen, 2009

"I’ve seen the abyss"
"Don’t worry, we’ll watch something else"

All’inizio del film, rivolgendosi al pubblico (abbattere la quarta parete è stato spesso un elemento caratterizzante del cinema di Woody Allen, da Io e Annie a La rosa purpurea del Cairo), il protagonista avverte il pubblico: "if you’re one of those idiots who needs to feel good, eh, go get yourself a foot massage". E come da copione, quello che Allen ottiene è esattamente l’opposto: Whatever works, senza rivelarvi il perché e il come, è alla fine una delle cose più rasserenanti e sanamente liberatorie che vi possa capitare di vedere in sala di questi tempi. Cosa gradita. Predica bene e razzola male: un modo perfetto per aprire chiudere a cerchio il suo circa-quarantesimo film.

Sapere come il film è nato, ovvero da una sceneggiatura scritta e accontonata 30 anni fa, ai tempi di Manhattan, dice già molto: qui siamo in pieno e incontrastato territorio alleniano, un ritorno nel brodo newyorkese ancora caldo – come se non l’avesse mai abbandonato. Ancora una volta con una fiducia (quasi una fede) e uno spirito incondizionato e positivo nei confronti della Grande Mela – e per questo lo script (che anticipa anche figure di film che sono venuti nel frattempo come l’ipocondriaco Allen in Hannah e le sue sorelle) funziona ancora così bene dopo così tanto tempo: perché nei suoi occhi New York non è mai cambiata, né gli angoli delle strade, né i personaggi che la popolano, né i rapporti sociali tra di essi, né soprattutto la capacità (persino taumaturgiche) della Città.

Mi spiace essermi soffermato poco sul fatto che Whatever works, oltre a tutto ciò, è anche un gran bel film. Ma do per scontato che non ce ne sia bisogno.

Nota: ho avuto la fortuna di assistere, in una sala milanese, alla versione originale sottitotolata. Visto quel che ho sentito del doppiaggio, vi consiglio di cercarne una anche voi. Come sempre, ne vale la pena.

District 9, Neill Blomkamp 2009

District 9
di Neill Blomkamp, 2009

Nel genere fantascientifico, non è certo semplice fare qualcosa di nuovo. Forse è impossibile. Quello che si può fare, più facilmente, è prendere gli elementi e combinarli tra loro. In fondo, è quello che è accaduto con molti dei più grandi o rilevanti titoli di fantascienza da anni a quaesta parte – e District 9 non fa eccezione. Sia nella grandezza, in un certo senso, che nella rilevanza (staremo a vedere) che nell’abilità sopraffina di miscelare tra loro gli ingredienti – anche quelli che insieme sembrerebbero più incompatibili.

C’è moltissimo in District 9, ci sono mutazioni e rivelazioni uomo-macchina che sembrano uscite dal miglior Verhoeven, quello di di Robocop e Total recall, da uno Tsukamoto con meno fili e tubi e più polvere, e soprattutto da Cronenberg (non solo quello de La Mosca), ma il tutto inserito in un racconto che abbina con una maestria inconsulta, soprattutto per un esordiente-o-quasi, una narrazione che spazia da Carpenter al blockbuster e il mockumentary (e l’ironia sul salaryman) di The Office. Quest’ultimo "genere" affrontato con furbizia e con coraggio: lo si abbraccia in pieno nella prima mezz’ora e poi lo si abbandona (lo si "tradisce", suggeriva adeguatamente un commentatore), prima gradualmente ma lasciando intatta fino alla fine quell’illusione di realtà che ha fatto la potenza dell’incipit.

Perché un certo punto in poi comunque, dopo l’approccio sostanzialmente "intellettuale" della prima parte, District 9 diventa – e qui sta il bello: senza nessun senso di distacco, forzatura, "perdita" – un film d’azione scatenato, violento, rumoroso e passionale, con invenzioni visive di grande ricchezza, un ritmo senza tregua che riutilizza il gore da cinema fantabellico (ancora Verhoeven?) con un cinismo distruttivo che lascia lo spazio – e anche qui sta il bello: senza nessuna impressione di incompatibilità – all’irresistibile empatia quasi spielberghiana nei confronti di alieni-gamberi e allo slancio di improvviso, straziante romanticismo che chiude il film con la sua bellissima, tronca dissolvenza in nero.

E alla fine l’impressione è che District 9, in mezzo a tutto questo turbinio di cose, sia forse, davvero, appunto, qualcosa di completamente nuovo. E di bello, bellissimo.

The damned uniterd, Tom Hooper 2009

The Damned United
di Tom Hooper, 2009

Sarò franco, trovo il calcio assai poco interessante. Forse è per il modo in cui viene raccontato, forse è il modo in cui viene raccontato da noi – o forse no, lo trovo poco interessante e basta. Figuriamoci quanto posso trovare interessante la storia di un allenatore di calcio. Ecco, The Damned United è la storia di un allenatore di calcio. Eppure è un gran bel film. Persino per chi, del calcio, se ne lava le mani.

Perché in fondo lo fa anche il film stesso: l’ossessione del protagonista nei confronti dell’allenatore-rivale Don Revie è da un certo punto in poi slegata dal mondo sportivo come lo è dal periodo storico. Del calcio giocato, tutto sommato, vediamo poco o niente: vediamo e ci interessano semmai le panchine nascoste dentro la nebbia, al riparo dalla pioggia torrenziale ma a distanza di un sottile vetro dagli insulti e dalle urla, più che il campo vediamo spogliatoi pieni di fumo e consenda di cui riusciamo a sentire l’odore, quello del sudore – come già Brian Clough, in fondo: nel momento cruciale della sua carriera e della sua vita, lui, la partita, si rifiuta proprio di vederla.

Dopotutto questo non è un film qualunque, ma un film scritto da Peter Morgan con Michael Sheen – come The Queen, come Frost/Nixon – quest’ultimo responsabile dell’ennesima impressionante performance che non si ferma per nulla al semplice mimetismo. E come nel film precedente, Morgan riesce a tradurre la fissazione edipica di Clough in uno scontro quasi epico, che ancora una volta schiacciato dalla piattezza e dall’inganno dello schermo televisivo rivela la piccolezza tragica dei grandi progetti e delle umane ambizioni – la mitopoiesi che tra l’erba maltagliata e il sapore amaro dell’ingiuria si scontra a testate e gomitate con il crollo della volontà, in una civiltà fatta di fango e nebbia.

Il film dovrebbe uscire in Italia nel gennaio 2010 con il titolo Il maledetto United.
Se avete fretta, il DVD inglese è già in vendita da un po’.

Il grande sogno, Michele Placido 2009

Il grande sogno
di Michele Placido, 2009

Ho visto questo film più di una settimana fa. Queste sono più che altro considerazioni sparse: mi sono reso conto che Il grande sogno è un film su cui preferisco dialogare che scrivere. La prima, la più ovvia ma non ovviamente la più rilevante, è che ho trovato Il grande sogno un film sostanzialmente riuscito – almeno nella metà dei suoi intenti. Sempre se ci abbassiamo, per amore di sintesi, a considerarlo un film dalle due anime. La prima è quella di un film di personaggi, se vogliamo più tipicamente italiano-contemporaneo, la seconda è quella di un film di decisa impronta storico-critica.

Non credo che le due cose possano escludersi a vicenda, in questo caso (come è accaduto per esempio con il pessimo QPGA che affogava il peso della stupidità del plot nel veleno dell’aberrante rivisitazione storica), insomma, il film non è solo l’uno o solo l’altro. Infatti se la sua intenzione romanzesca è più spiccata, e anche più funzionale alle aspirazioni del regista, non si può negare che la visione che Placido dà del contesto (il ’68, un ’68, il suo ’68, il ’68 di qualcun altro: mettetela come vi pare) abbia caratteristiche personali e "forti" tali da configurare senza dubbio un interesse serio e ragionato nei confronti del contesto stesso.

Ciò nonostante, qui si fa una cortesia a Placido tenendo in considerazione più che altro la prima delle due anime: quella che gli è riuscita meglio, una storia d’amore costruita su un triangolo "allargato": una storia che Placido sa narrare con talento conciso, chiarezza e semplicità, e con il coraggio, in fin dei conti chiamiamolo così, di piegare al suo volere la Storia per raggiungere i suoi scopi. Semplificando e banalizzando forse, ma raccontando e dirigendo gli attori come si deve, e infine infinocchiandoci per benino.

Anche se poi alla fine il risultato di questa duplicità ha un risultato ancora più interessante e inaspettato: da una parte è un film che cerca di accontentare tutti, persino in modo cerchiobottista e un po’ paraculo – dall’altra sembra un film nato per scontentare chiunque, e per far incazzare molti. Inutile negare che quest’ultima cosa desti la mia simpatia.

Friday Prejudice #187

[it's legal.]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, quello della maturità. No, non è vero.

Friday Prejudice #186

[solo Totoro! a-ve-te solo Totoro!]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, fuori di un pelo. Sto invecchiando.

Totoro Totoro Totoro Totoro Totoro Totoro Totoro Totoro. Capito?

Henry Gibson R.I.P.

[goodbye]

E’ morto Henry Gibson, nazista dell’Illinois*.

"In the past year, over 800,000 americans have died. Despite millions of dollars of research, death continues to be our nation’s number one killer"

*per la precisione, aveva 73 anni. Ed era nato in Pennsylvania.

Anno Uno (Year one), Harold Ramis 2009

Anno Uno (Year one)
di Harold Ramis, 2009

Prendete il regista di due film essenziali nel panorama della commedia anni ’90 come Ricomincio da capo e Mi sdoppio in quattro, sceneggiatore prolifico, Egon Spengler a tempo perso. Prendete una supervisione come quella del produttore-demiurgo della commedia contemporanea Judd Apatow. Prendete due attori con una personalità forte, piacciano o meno, come Jack Black e Michael Cera. Prendete una sceneggiatura scritta a sei mani con due autori del magnifico The Office. Prendete comprimari a pioggia, Paul Rudd, Christopher Mintz-Plasse, Vinnie Jones. Prendete Juno Temple, maggiorenne da due minuti.

Cosa otterrete?

Il più brutto film dell’anno. Una cosa così.

Incredibile ma vero. Ma in realtà, credibilissimo: solo che Year One è pure peggio di quel che sembra. Una imperdonabile porcheria che gareggia per senso dell’umorismo, ritmo, gestione della trivialità, con i peggiori esemplari della commedia demenzial-surreale europea – e persino italiana. E che fallisce nel suo intento, quello di applicare letteralmente il "metodo Apatow" (paro paro) al contesto di episodi biblici: Caino e Abele, Abramo e Isacco, e soprattutto Sodoma e Gomorra. Un’idea sostanzialmente irragionevole e folle, in fondo, e quindi molto più ambiziosa a priori di quanto non appaia a posteriori dall’imbarazzante cazzata che ne è scaturita.

Ma al di là della bruttezza del film, venuto talmente male da poter risultare quasi simpatico, c’è un problema che ce lo rende ancora più odioso. Un problema di base: che prima di questo film, e molto prima, ci sono stati La pazza storia del mondo e Brian di Nazareth, due film (bellissimi) da cui Year One coglie a piene mani, con gag non rubate ma che "ricordano", che "assomigliano" a quelle di Mel Brooks e dei Monty Python. Con una sostanziale differenza: non fanno ridere. Ah, e un’altra: fanno schifo.

E poi, Jack Black. Il film è così brutto da non riuscire a farsi divorare dalla sua fantomatica esuberanza, ma qui siamo davvero al culmine della sua insostenibile gnagna: pensi sempre che gli stia venendo un colpo. E in qualche modo ci speri, così che possa finire questa tortura al cervello fatta di scoregge, piscia e Michael Cera che borbotta. Per dire, io Jack Black l’ho sempre sopportato volentieri, o apprezzato. Questa volta l’avrei preso a clavate.

Il film esce in Italia il 6 novembre 2009. Ma se questa è la versione originale, vista la solita intraducibilità di molte gag, non oso davvero immaginare quella doppiata in italiano. Faccio una scommessa: dialetti. In ogni caso, il DVD americano (anche nella versione "unrated") sarà in commercio a partire dal 6 ottobre, quello inglese il 2 novembre. Ma fate un po’ voi.

Frequently Asked Questions about Time Travel, Gareth Carrivick 2009

Frequently Asked Questions about Time Travel
di Gareth Carrivick, 2009

Tre ragazzi inglesi che lavorano in un luna park passano la serata in un pub chiacchierano davanti alle loro birrette. Toby è un cinico, Ray e Pete invece sono dei nerd senza speranza: il primo, appassionato di Doctor Who e viaggi nel tempo, è stato appena licenziato perché si è troppo immedesimato nella giostra-astronave, il secondo sogna di sfondare come autore di fantascienza. Finché nel pub non arriva una ragazza con l’accento americano, e dice a Ray di essere arrivata dal futuro per riparare una frattura temporale.

Quella che poteva sembrare una sciocchezza o, ancor peggio, l’ennesima piattola attaccatasi al pelo dello sfruttamento sempre più diffuso della cultura geek. si è rivelata invece come una delle sorprese più esaltanti degli ultimi tempi, che fa ai geek quello che Shaun of the dead fece agli appassionati del cinema horror: e cioè, un gran regalo. FAQ è una delle commedie più autenticamente spassose che io abbia visto quest’anno: ma non si ferma alla risata fine a sé stessa né tantomeno accetta i compromessi del racconto lineare di un film come Fanboys.

Infatti è anche molto intelligente e l’esordiente sceneggiatore Jamie Matheson (nomen omen), mostra grande talento, gusto per il paradosso, conoscenza della materia: per un appassionato dell’argomento (l’unico possibile target del film), FAQ è una Vera Pacchia. Il tutto è accentuato da un umorismo british irresistibile, dalla capacità di utilizzare una grande quantità di elementi tipici del racconto sul viaggio nel tempo, anche in modo ironico e autoironico, dalla trovata geniale di ambientare il 95% del film proprio nel pub per ovviare alle limitatezze econimiche.

Ma tanto i soldi non servivano, con una sceneggiatura così e un simile trio di attori principali (tra cui il Chris O’Dowd di The IT Crowd) che riescono a oscurare persino la presenza, al solito incantevole, di Anna Faris.

Sorprendente.

Il dvd è già disponibile e costa poco. Compratevelo.

Drag me to hell, Sam Raimi 2009

Drag me to hell
di Sam Raimi, 2009

Credo di averlo già detto, ma mi ripeterò: più il mio blog invecchia più trovo sostanzialmente inutile mettermi a parlare per paragrafi e paragrafi di film di cui potete leggere dappertutto, soprattutto sui blog italiani e più in generale sulla rete. E che questo sia un film molto atteso, da quelli della mia generazione, lo sapete bene. E ancora: con tutta probabilità l’avete già visto, o vi siete già fatti un’opinione, o avete deciso di non vederlo. Non credo che ci sia bisogno che ve lo dica io, di andare a vederlo. Facciamolo lo stesso. Andateci.

Non che non lo sapessimo già, e non che la cosa ci sorprenda granché, ma tutto sommato Drag me to hell è una ficata talmente clamorosa, letteralmente, da riuscire a superare con il suo clamore uno dei livelli di aspettativa più alti che si siano visti quest’anno. Un film assolutamente fenomenale e spaventosamente ispirato, che non ti lascia in pace per più di due minuti di fila, con un livello di stordimento e insieme di divertimento che non ha davvero pari nel cinemadegli ultimi tempi – nonostante il cinema horror goda, in questi anni, di buona salute. Forse c’è di mezzo una punta di malinconia – che Raimi vi gratta dal fondo dello stomaco senza alcun pudore – ma uno spasso così, in una sala cinematografica, erano secoli.

Merito di una messa in scena lontana dai vacui virtuisismi delle opere minori ma che, oltre a contenere una quantità esorbitante di scene che vi divertirete a elencare nella vostra testa nei giorni successivi (il gattino! la capra! Rham Jas!), che sembra trarre invece la sua energia, oltre che da un’irresistibile ironia e autoironia diffusa in ogni fotogramma, da una pulsione sanamente malefica. Che oscilla tra la shadenfreude e il vero e proprio sadismo nel rapporto tra il regista e i personaggi. E a volte ci vuole un po’ di stomaco, nonostante la confezione sia quella della Serie A – ed ecco un buon motivo per stimare Raimi: è riuscito a trarre una lezione dai blockbuster per riportare l’insegnamento nella sua casa. Senza bisogno di rinnegarne una virgola.

Ma credo che ciò che fa fare il vero scatto di qualità a Drag me to hell sia il suo cuore, che è poi il cuore di Raimi. Non nei confronti dei personaggi, verso cui è, come detto, un bastardo infame senza cuore, e iddio lo ringrazi per questo fino alla fine dei giorni, ma verso il cinema e verso di noi. Mostra non solo di conoscere il genere alla perfezione, ma di amarlo. E non solo di conoscere il suo pubblico, ma di volergli dare quello che vuole. Il pubblico ringrazia, soddisfatto. Soddisfattissimo.

Patrick Swayze R.I.P.

[goodbye]

Addio a Patrick Swayze.

Infestation, Kyle Rankin 2009

Infestation
di Kyle Rankin, 2009

Due o tre buone idee in croce ma una sceneggiatura di ferro, pochi soldi ma attori tutti molto capaci (soprattutto il protagonista Chris Marquette e il grande Ray Wise nel ruolo di suo padre), senso dell’humor e senso della sintesi, una palese passione per i b-movie ma senza l’idea che l’ammiccamento cinefiloide possa bastare ad accontentare gli amanti del genere più indefessi o più modaioli. Ecco gli elementi che concorrono a fare di Infestation uno degli horror più divertenti degli ultimi tempi.

E non fatevi ingannare dal fatto che è un film con gli insettoni giganti: nonostante la prenda molto alla leggera e la butti quasi sempre sul ridere Infestation è tutt’altro che ridicolo o sciocco e nel suo DNA ha più del film di zombi che non della buffoneria postmoderna, con un progresso narrativo che può richiamare anche i modelli romeriani e ibridi uomo-ragno che sembrano, indubbiamente, degli zombi con le zampone. Oltre che un sottile senso d’angoscia apocalittica (geniale l’uso del tappeto sonoro) stemperato dalle risate in modo miracolosamente equilibrato.

Ci si diverte molto, si ride altrettanto, ci si spaventa pure, si battono le mani e si fa il tifo, e poi finisce – con un finale tanto canonicamente bizzarro nel cosa, quanto inusitato nel come. Avercene, uno al dì.

Senza una data di distribuzione in patria, nel Regno Unito il film è uscito direttamente in DVD. E quindi lo potete comprare al volo a pochi euro.

I sell the dead, Glenn McQuaid, 2008

I sell the dead
di Glenn McQuaid, 2008

Devo ammettere una cosa: che non sono stato del tutto attento durante lo svolgimento di questo film. Ma anche questo film deve ammettere una cosa: che non ha fatto proprio di tutto per tenermi attento durante il suo svolgimento. Non che I sell the dead non faccia il suo dovere: opera prima di un regista irlandese, anche se di produzione statunitense, il flm è proprio l’horror venato di commedia che ti immagini possa girare un esordiente irlandese: nebbioline, folklore, taverne, e quel buffo accento.

In realtà mi permetto di essere ciancicato e irrispettoso nei confronti di I sell the dead proprio perché il film stesso non ha alcuna intenzione di prendersi sul serio – e quindi è una sorta di affettuoso complimento, nonostante sia una cosetta di poco conto – e lo dimostrano la struttura a flashback aneddotica, i cambi di registro, il modo in cui si fa passare davanti i canoni dell’horror, della ghost-story, del film di zombi (eccetera) osservandoli con uno sguardo sempre più stralunato man mano che ci si avvicina al ridicolissimo  finale, sempre con un tono dichiaratamente cazzone a cui è difficile voler male.

Se non era voluto, è un disastro. 

Dominic Monaghan, qui nel suo primo ruolo da vero protagonista dopo i due personaggi che gli hanno portato fortuna (o sfortuna? Vedremo…) dimostra capacità inaspettate. Non sono ironico, è bravo, molto. Per il resto, niente per cui, ehm, perdere la testa – ma insomma, si può fare.

Friday Prejudice #185

[er scusate il ritardo]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, eccezionalmente di venerdì*.

*tanto ho notato che sono in molti a pensare che esca sempre il venerdì. No, esce il giovedì.

Chéri, Stephen Frears 2009

Chéri
di Stephen Frears, 2009

Quando un regista così capace ma anche così eclettico com’è stato Frears tira fuori una roba come Chéri, se non altro si può evitare di temere che si sia completamente bollito. Magari, si può pensare, è un momento di stanca in una carriera lunga e invidiabilissima. Magari. Ma quanto possiamo perdonargli di un film così vecchio e soporifero, inutile più che davvero dannoso, dopo l’intelligenza e il rigore (ancora "in costume", sui generis) di The queen?

L’interesse per il romanzo di Colette, a cui nemmeno il talento dello sceneggiatore Christopher Hampton con i period movie riesce a restituire un senso di attualità, è quantomeno inspiegabile se non alla luce della fascinazione di Frears per determinate e contrastate figure femminili, e per il genere in sé: ma dando un’occhiata solo vent’anni indietro ci si trova davanti Le relazioni pericolose (ancora con il trio Frears-Hampton-Pfeiffer) al confronto del quale questo drammetto da salotto appare ancora più imbarazzante, rigido e imbalsamato, e senza l’impressione di saper osservare con la giusta distanza la sua stessa imbalsamazione.

Poi c’è Michelle Pfeiffer, che è splendida, che è bravissima, che regala uno sguardo in macchina finale da gelare il sangue, e tutto quanto: ma non è che l’unica figurina rara in un album ingiallito e lasciato a marcire in una scatola di Quality Street dentro un cassetto del soggiorno, tra le bottiglie di brandy e le pastiglie Valda.

Brüno, Larry Charles 2009

Brüno
di Larry Charles, 2009

Tre anni dopo il boom di Borat, Sacha Baron Cohen e Larry Charles tornano sui loro passi con un altro personaggio nato nella trasmissione Ali G Show. Anche l’austriaco Brüno è una macchietta modellata su luoghi comuni, che riguardano questa volta la cultura pop mitteleuropea, il mondo della moda e – tanto per far imbestialire più persone possibili – gli omosessuali.

La prima domanda che molti si pongono di fronte a un film come Brüno (dopo aver sgomberato il campo da improbabili accuse di omofobia) è: potrà andare oltre le provocazioni del film precedente? E la seconda è: faranno ancora ridere? La risposta alla prima è, inaspettatamente, sì: Brüno è più provocatorio, più volgare e più eccessivo di Borat, e maggiore la sensazione che Cohen & C. siano bacati nel cervello, soprattutto tenendo conto di come il film è costruito – cioè su un susseguirsi di "burle" costruite sulla stupidità, l’imbarazzo o la semplice confusione di malcapitati di turno, e con un certo sprezzo del pericolo. E fin qui, accettate le regole, tutto bene.

Sul divertimento in sé, l’indicazione è chiara e semplice: se Borat non è vi è piaciuto, state alla larga da questo. L’umorismo, sempre di grana grossissima, è basato sui medesimi linguaggi, proprio come lo stile con cui il film è costruito. Peccato però che Charles e Cohen, dopo una prima mezz’ora davvero spassosa, stavolta sembrino arrancare per arrivare al minutaggio necessario (peraltro irrisorio), e che tutta la parte centrale, tranne qualche eccezione, sia stanca e annoiata.

Ma la sequenza finale, una clamorosa beffa ai danni di centinaia di white trash dell’Arkansas (e non dico di più), è davvero sensazionale e ripaga del tutto. Vale la pena di aspettarla, con un po’ di pazienza.

Friday Prejudice #184

[ecco, volevo chiederti...]

E pecchè il nuovo episodio di Friday Prejudice? Pecchè sì.

Grace, Paul Solet 2009

Grace
di Paul Solet, 2009

Periodicamente spunta fuori un film di cui tutti scrivono "OMG questa è la cosa più spaventosa che ho visto quest’anno" e cose simili. Da queste parti c’è stata già una discussioncina sul fatto che il valore di un horror, superati i 13 anni, difficilmente possa essere giudicato da "quanto ti spaventa" – primo perché si suppone che a una certa età uno sappia controllarsi, secondo perché a volte le reazioni emotive indotte da un’opera hanno poco a che fare con la sua qualità (così come un pessimo film può farti piangere come una fontana).

Rispondiamo però alle due domande – Grace fa davvero così paura? E Grace è un bel film? – in separata sede. In primis: sì, se siete incinte o la vostra partner è incinta o avete bambini o avete intenzione di averne, ecco, lasciate perdere. In caso contrario, Grace è sì abbastanza angosciante, intelligentemente costruito sulla claustrofobia, e su elementi, diciamo così, sinestesici (la graduale decadenza dell’ambiente e il sonoro che suggeriscono impressioni olfattive e tattili), ma è tutto lì. Per dire, una volta capita l’antifona ci si può persino annoiare.

Sull’altra questione, resto invece più perplesso: se Grace è un film che cerca di fare delle sue ridotte capacità economiche un elemento di forza, d’altro canto ne risente fortemente. E quando smette di puntare allo stomaco (cosa che gli riesce piuttosto bene, complice un capace reparto "effetti" che rimanda più ai b-movie di una volta che al super-citabile Polanski) vengono fuori tutti i limiti e difetti della produzione. La regia di Solet, che ha tratto il film da un suo cortometraggio, sembra peraltro peccare anche nelle cose più manualistiche – come la sequenza dell’incidente che dà il via alla vicenda: un classico, che però qui funziona solo a metà.

Quello che funziona assai meglio semmai è la costruzione dei personaggi femminili e dei loro rapporti: in questo senso – anche perché la presenza maschile è quasi del tutto annichilita, pretestuale, o eliminata alla radice – Grace è un ottimo studio (un "horror di donne" ben più che un horror per donne) in cui diventano decisamente più importanti la relazione tra Madeline e Vivian e quella tra Madeline e Patricia (e via dicendo, c’è anche l’intervento dell’assistente di Patricia), che non tutto l’apparato orrorifico che sta "davanti".

Intensa e mimetica la performance di Jordan Ladd: ma è l’unica che sembra credere fino in fondo al progetto e applicarsi di conseguenza.

Friday Prejudice #183

[e si ricomincia]

Il nuovo episodio di Friday Prejudice c’è. Io mi accontenterei.