2009

You are browsing the site archives by year.

Visioneers, Jared Drake 2008

Visioneers
di Jared Drake, 2008

Credo che la mia buona predisposizione nei confronti dei piccoli film indipendenti statunitensi abbia dei limiti ben marcati, soprattutto quando si tratta di piccoli film indipendenti americani dalle pretese insopportabilmente surrealiste come questo. Che ha avuto una certa visibilità su alcuni blog americani, soprattutto per la presenza (e per la performance, ottima) di Zach Galifianakis, stand-up comedian divenuto di recente una star grazie a The hangover.

Ma Visioneers è una robetta da due soldi girata nella casa dei genitori (storia vera) mascherata da pamphlet surrealista sull’alienazione del mondo contemporaneo. Parte come una specie di Brasil da camera con una premessa da teatro dell’assurdo (sintetizzando: la gente che non accetta lo status quo esplode) ma risulta soltanto pretenzioso, oltre che mortalmente noioso, pieno com’è di paradossi da liceale (il dito medio alzato come saluto, il "cuddle buddy", tutta la prevedibilissima satira delle corporation), una traccia narrativa tutta derivativa, e un tono generale da tesi di laurea triennale che non se ne va via nemmeno se strofini fortissimo. Non male la chiusa – ad arrivarci.

E poi è un film che sembra considerare la sua povertà di mezzi (e il fatto che il protagonista è un comico ma non sorride mai) una giustificazione sufficiente a farne un oggetto di culto. E invece è bruttarello e basta.

Forgetting Sarah Marshall (Non mi scaricare), Nicholas Stoller 2008

Forgetting Sarah Marshall*
di Nicholas Stoller, 2008

Capita assai di rado che io interrompa la visione di un film: di solito ho pazienza sufficiente per arrivare alla fine di qualunque cagata, più in generale mi tengo lontano dai film che potrebbero farmela perdere. Quando provai a vederlo quasi un anno fa, Forgetting Sarah Marshall mi causò un’orticaria tale che mi convinse ad abbandonarlo a metà esatta.

Molti mesi dopo ho deciso di affrontarlo di nuovo, e stavolta l’ho portato a termine. Non per questo la mia è una promozione, se non sul filo del rasoio: se Forgetting Sarah Marshall è un po’ meglio di come lo dipingeva la mia memoria (ovvero: è sopportabile) questo non toglie che la sua struttura basata su un semplice accumulo di gag, o meglio di "situazioni", spesso palesemente buttate lì tanto per far fare qualcosa ad amici come Jonah Hill e Paul Rudd, mostri la corda dopo una mezz’ora, che l’evoluzione dei personaggi faccia acqua da tutte le parti, e che il musical su Dracula (additato ovunque come il momento clou del film, ed è vero) non ripaghi abbastanza per molta rottura di scatole precedente.

In ogni caso, il film sembra proprio un regalino di Judd Apatow all’amico Jason Segel, che ne è l’artefice ben più che Stoller – e il film è tutto suo, dalla sceneggiatura, al tono stralunato, al pisello. Ma per quanto questa "firma" renda il film un caso più separato e distinto nell’ormai enorme corpus delle produzioni di Apatow (e molta critica in patria ha mostrato di gradire molto: ma quelli si sono bevuti pure Knocked up), Segel funziona meglio come attore che come sceneggiatore – nonostante qualche cosa vera sulle relazioni il film la sappia tirare fuori: l’uso di veloci flashback durante il film per mostrare il graduale disinnamoramento barra presa di coscienza in relazione con ricordi selettivi della vita di coppia (casualmente i primi riguardano il sesso) è davvero riuscito.

Russell Brand è la cosa più divertente del film, è l’unico che fa davvero ridere, e gli si vuol bene.

Comunque dovrebbero impedire a Mila Kunis di fare cinema, perché la ragazza con la sua sola presenza sballa completamente la ricezione del film mandando in vacca ogni minimo accenno di metro di giudizio e di buon senso. Mila Kunis è un acido, santo cielo.

*il film è uscito in Italia con l’imbarazzante titolo Non scaricarmi.

Videocracy – Trailer

Questo trailer non lo vedrete sulla RAI, né tantomeno su Mediaset.
E allora facciamo che lo potete vedere qui sull’Internet.

[se non altro perché è un bel trailer, e forse persino un bel film]

Observe and report, Jody Hill 2009

Observe and report
di Jody Hill, 2009

Chi tiene d’occhio Jody Hill da un po’, per via di The fist foot way e della serie Eastbound and down, pensa di sapere perfettamente cosa aspettarsi da Observe and report. Ma si sbaglia: l’incontro tra la poetica del regista e sceneggiatore e i production values portati da un budget di 18 milioni di dollari (contro i 79 mila dell’opera prima) hanno prodotto qualcosa che va persino al di là delle aspettative più rosee – e cioè, quello che è uno degli oggetti più strani e disturbanti del cinema americano degli ultimi tempi.

Una rottura che si manifesta soprattutto nei confronti della commedia americana contemporanea e di cui Seth Rogen (messo in campo e utilizzato da Hill con il sadismo di un burattinaio strafatto di crack) dovrebbe essere il rappresentante. Una spaccatura che si palesa attraverso la cristallizzazione definitiva dello "stile" di Hill: quella che pensavamo essere una tipizzazione (incarnata nelle opere precedenti nei ruoli di Fred Simmons e Kenny Powers da Danny McBride, qui presente in un cameo) mentre invece si tratta di un intero modo di raccontare senza troppi giri di parole la provincia americana, i suoi orrori e le sue contraddizioni.

E Hill riesce ancora una volta, e per la prima volta compiutamente e senza più alcun compromesso, un personaggio che mette a dura prova non solo gli stereotipi e le categorie narrative ma la resistenza stessa del pubblico. Che non viene posto di fronte ad un distacco – artificio fin troppo semplice – ma al contrario a un’immersione totale che costringe lo spettatore a immedesimarsi con una testa di cazzo, a fare il tifo per uno stupido razzista impenitente, a provare compassione per un figlio di puttana senza uno straccio di redenzione. La sensazione di fastidio e rigetto che un film così può dare (tanto più se in partenza viene scambiato per un altro film di Judd Apatow) non è che una sua vittoria. Schiacciante.

Ma c’è molto altro: l’incontro con il "cinema dei grandi", la fotografia di Tim Orr, il cast di comprimari d’eccezione (tra cui spiccano Aziz Ansari, un micidiale Ray Liotta e ovviamente Anna Faris), tutti (e altri) fattori che però non hanno l’effetto di stroncare la fantasia del suo regista. Che invece guida il film con una libertà quasi impensabile per un quasi-esordiente, girando e montando davvero come un forsennato (con l’aiuto del fido Zene Baker, anch’egli della scuderia di David Gordon Green) tra climax troncati e ralenti antieroici. E tirando fuori un film che è davvero una bomba, tutt’altro che inesplosa. Anche se facilissima da prendere sottogamba.


Il film non ha ancora una data d’uscita italiana*.

*l’edizione DVD americana e quella inglese sono previste a fine settembre.

Charlie Bartlett, Jon Poll 2007

Charlie Bartlett
di Jon Poll, 2007

Charlie Bartlett è una bella rottura di palle.

Era da tempo che aspettavo di vedere un film come Charlie Bartlett per poter iniziare un post con una frase simile. E si potrebbe anche chiudere lì. Si intenda, ho visto film più brutti. Anche di recente. E Kat Dennings continua a farmi molto più simpatia di quanta ne meriti. Ma pochi film mi hanno causato una spinta di insofferenza come quella che mi ha causato Charlie Bartlett. Che si riesca a rendere così vecchio e palloso un film con Robert Downey Jr. che fa il preside alcolista è ancora qualcosa che mi sorprende profondamente, ma tant’è: il film non funziona né come metafora del sistema né come romanzo di formazione – troppo sciocchino da una parte, troppo ambizioso dall’altra, e troppo inconsistente in entrambi i casi.

Punta a essere un Solondz senza graffi o un Wes Anderson senza stile, sfiorando qua e là con malcelata paraculaggine l’intero Sistema del cinema indie americano, ma finisce che gli preferiamo la dichiarata svagatezza di un Nick and Norah o roba simile. Tanto più che Anton Yelchin (nato nel 1989 ma già trentenne, praticamente un alieno oltre che man who looks like a young lesbian) ha una faccia da schiaffi epocale, e quella faccia da cazzo ve la dovrete sorbire per il 95% del film. Infatti io dopo un’oretta mi sono ritrovato a pensare ai pettirossi che cinquettano e alla crema catalana.

Volevate solo un consiglio, se recuperarlo in qualche modo, se arrabbiarvi perché in Italia (nonostante sia uscito eccome, il 30 maggio 2008) non se l’è mai cagato nessuno? Avete capito.

John Hughes R.I.P.

[goodbye]

Interrompiamo la pausa estiva per una triste notizia:
John Hughes è morto all’età di 59 anni per un attacco di cuore.

Friday Prejudice #182

[quanto cazzo è in ferie?]

Questo blog e questo blogger se ne vanno in vacanza per un po’.
Ci rivediamo tra una ventina di giorni, circa.

Vi lascio con un triplo episodio di Friday Prejudice.
Eccolo qui sotto.

Il nuovo episodio di Friday Prejudice, titoli stupidi e film di merda.
Viva l’estate. Ciao.

I love you, man, John Hamburg 2009

I love you, man
di John Hamburg, 2009

Per mettere a fuoco un film come I love you, man può essere utile prendere confidenza con la parola "bromance". Un termine ormai talmente diffuso che ci hanno costruito intorno un intero reality show, e che al cinema è divenuto non solo l’evoluzione naturale del buddy movie ma la vera colonna portante della stragrande maggioranza di molta commedia americana contemporanea – anche a posteriori. Un bromance (bro + romance) è molto semplicemente una storia di amicizia tra due maschi eterosessuali che, per definizione, non dovrebbe sfociare in un’attrazione fisica o sessuale (anche se una variante semantica sempre più diffusa nelle comunità LGBT prevede che una delle due parti sia – o possa essere – gay) ma che condivide la struttura delle classiche storie d’amore tra un maschietto e una femminuccia.

I love you, man parte da questo presupposto: di trattare l’incontro tra Paul Rudd e Jason Segel letteralmente come se fosse una tradizionale storia d’amore, con tutte le sue fasi (infatuazione, separazione e riappacificazone comprese), ma sempre all’interno dell’indiscussa eterosessualità dei due protagonisti – uno dei quali, appunto (Paul Rudd), in procinto di sposarsi si rende conto di non avere un papabile testimone di nozze perché è sempre stato un "girlfriend guy" e quindi si è ritrovato senza uno straccio di amico. Fino a che non incontra per caso Jason Segel, innescando una sorta di innamoramento parallelo a quello tra lui e la futura moglie, la luminescente Rashida Jones.

Lascerei ad altri più interessati l’osservazione delle conseguenze di un simile approccio, stando al film e non alle sue potenziali implicazioni I love you, man è una commedia davvero molto divertente, che al di là della performance di Paul Rudd – che si produce in una variante del suo ruolo in Role models, altro film recente con spiccati caratteri di bromance - ha come punto di forza palese quella di Jason Segel. Non solo perché l’attore di How I met your mother è particolarmente in forma (ben più che nel deludente Forgetting Sarah Marshall), ma perché il suo Sydney, pur rappresentando abbastanza tipicamente l’outsider che irrompe nella vita di un personaggio inquadrato stravolgendone le visioni del mondo, è scritto con adeguata sensibilità, e una sostanziale credibilità che calca più sui suoi caratteri assoluti (il look, prima di tutto) che su quelli oppositivi.

Per il resto il film funziona bene, sospetto, (oltre che per un cast di contorno molto ricco di apprezzatissimi caratteristi come Jaime Pressly, J.K. Simmons, Thomas Lennon, Aziz Ansari, Lou Ferrigno nella parte di se stesso) soprattutto per l’inspiegabile alchimia che si crea tra il terzetto di bravi protagonisti Rudd-Segel-Jones. Anche perché, a differenza di altri film coevi e "cugini", nonostante resti immancabile la componente scatologica (cacca e vomito), manca quasi del tutto sia l’acerrima e infantie misoginia che di solito fa da substrato all’ormai canonica "rivincita del loser" – anzi, il personaggio di Rashida Jones è trattato con i guanti di velluto – così come manca l’ammiccamento alla geek culture: I love you, man è un film che potrebbe essere tranquillamente ambientato in un periodo pre-myspace, e la passione di Segel per i Rush è la medesima scorciatoia malinconico-analogica di quella di Sean William Scott per i Kiss in Role models.


In uscita nelle sale italiane il 21 agosto 2009.*


*basta guardare il trailer per rendersi conto di quanto sia poco curato l’adattamento italiano: se preferite evitarvi il solito doppiaggio stracciapalle il film è già disponibile in DVD Regione 1 mentre il DVD inglese esce, guarda un po’, proprio alla fine di agosto. Io vi ho avvertiti.

Crank 2: High Voltage, Mark Neveldine e Brian Taylor 2009

Crank 2: High Voltage
di Mark Neveldine e Brian Taylor, 2009

Se c’è una cosa che il sequel di Crank dimostra, senza girarci troppo attorno, è che Neveldine e Taylor non erano un abbaglio, e che Crank non era un divertissement venuto bene per caso quanto pronto a farsi divorare a posteriori dai propri epigoni: i due in questo film mostrano di sapere perfettamente cosa stanno facendo e, soprattutto, mostrano di volerlo fare fottendosene amabilmente di tutto quello che sta loro attorno – giudizio delle masse e della critica compreso. Questo non fa però di Crank 2 un mero e miserevole sfottò, nononostante le situazioni da cartoon e da slapstick e l’abbandono di ogni legge fisica e logica: Crank 2 la liberazione totale (anche se il mio sospetto è che ci sia ancora qualcosa da liberare) di un’idea di cinema ben precisa ed esibita che non solo si adatta alla perfezione allo Statham post-ritchiano (ma in realtà post-tutto) le cui bizzarre sorti i due hanno deciso di narrare, ma risulta, nel panorama del cinema d’intrattenimento contemporaneo e più specificamente in quello action-adrenalinico, qualcosa di profondamente necessario e inevitabile. Come se prima di Neveldine e Taylor ci fosse un impedimento di qualche tipo a fare lo scatto che Crank aveva già rappresentato in potenza e che Neveldine e Taylot con Crank 2 avessero trovato la fottuta chiave per sbloccare il fottuto meccanismo. Se tutto va come deve andare, probabilmente tra qualche anno guarderemo ai due Crank come a un punto di svolta nel cinema di-cosiddetto-intrattenimento. Oppure no, chissà. Comunque di Crank 2 potremmo stare qui a parlare per ore – per esempio del modo in cui i due film si parlano, ovvero del "meccanismo di rilancio" che è già tipico dei sequel ma che qui raggiunge livelli di sublime surrealismo (esempio perfetto: le scopate in pubblico), oppure dell’ossessione di Neveldine e Taylor per gli organi genitali (qui martoriati e massacrati in continuazione come fossimo in un horror estremo giapponese), o dell’avvento definitivo delle tecnologie amatoriali HD nel Mondo Del Cinema (una cosa per cui già il film meriterebbe un santino a prescindere). Non lo faremo perché è quasi agosto e perché fa molto caldo, vi diremo soltanto (con un tono ggiovane ma che si addice alle circostanze): sparatevi questo cazzo di film, prendete e godetene tutti, e vaffanculo.

17 again, Burr Steers 2009

17 again – Ritorno al liceo (17 again)
di Burr Steers, 2009

"Don’t you ever wanna go back and do high school again?"
"No. I’m rich and no one has shoved my head in a toilet today!"

C’è un momento ben preciso in cui ho capito che 17 again mi stava piacendo. Nella sequenza in questione il protagonista, ritrovatosi per magia nel suo corpo pubescente, si ritrova in cucina dopo un lungo alterco l’eterno amico che lo ospita – un nerd abbastanza tipico anche se ormai quasi quarantenne. Questi, dopo aver finalmente creduto alla storia dell’amico, mette davanti a a sé un mucchio infinito di libri e fumetti e dice "ok, it’s a classic transformation story. Are you now or have you ever been a norse god, vampire, or time traveling Cyborg?".*

Al di là dell’immediata strizzatina d’occhi al pubblico geek, ormai inevitabile nella commedia americana (tutta la parte del film che riguarda il personaggio di Thomas Lennon, non a caso la più divertente, va in quella direzione), la sequenza mostra da subito una consapevolezza che lascia piacevolmente sorpresi. Da quel punto in poi, il film si può permettere di andare a finire dentro tutti i più prevedibili percorsi previsti dalla transformation story stessa – perché ha già pagato il suo debito.

Quindi 17 again è precisamente quello che vi aspettate da una storia simile. E cioè non prende una svolta – ma che dico, nemmeno una pieghina che non sia già leggibile in modo inequivocabile già nei primi 4/5 minuti. Con una sostanziale differenza però: che è scritto molto bene, tra l’altro da uno (Jason Filardi) che per ora non aveva combinato granché. Invece i dialoghi sono brillanti, e i personaggi fanno ridere e/o tenerezza: sembrerà una sciocchezza, ma in un PG-13 che si tanto vendeva da solo perché c’è Zac Efron sul poster, il fatto che ci abbiano messo due neuroni due in più del previsto, per come la penso io, non è affatto una sciocchezza.

Niente di che, chiaro. Ma farà la vostra felicità se vi sono sempre piaciute le più classiche e disneyane storie di bodyswap e simili (presente, maestra!) perché ci rientra con tutte le scarpe, vi farà incazzare da bestia in caso contrario – o in caso vi stia molto antipatico Zac Efron. Che è dappertutto, in ogni fotogramma, con il suo corpo di gomma e la sua faccia da schiaffi. Adorabile, che ve lo dico a fare.

Facciamo finta di non aver visto la scena in cui il quarantenne zacefronizzato butta alle ortiche un foursome con tre adolescenti infoiatissime perché deve star dietro alla cretina della figlia. Seh.

*vale la pena di riportare tutto il dialogo:
"It’s a classic transformation story. Are you now or have you ever been a Norse God, Vampire, or Time Traveling Cyborg?"
"I have know you since what, first grade? I think that maybe I would have told you!"
"Vampire wouldn’t tell, Cyborg wouldn’t know"

Segnali dal futuro, Alex Proyas 2009

Segnali dal futuro (Knowing)
di Alex Proyas, 2009


"I think shit just happens. But that’s me"

Sono due le prospettive attraverso le quali si può vedere questo film. La prima è quella per cui tutte le scene più spettacolari non sono che un pretesto per una serie di manfrine sui rapporti familiari e in cui quindi la distruzione di strade, città e/o pianeti è secondaria rispetto ai daddy issues dei suoi personaggi. La seconda è esattamente l’opposto: è quella per cui la soggettiva intimista non è che il contorno di una gustosa e costosissima apocalisse tecnologica.

Ce n’è una terza, in realtà: quella per cui entrambe le matrici del film, quella più spielberghiana e quella più maicolbéi, si incontrano per dar luogo a un sotteso messaggio che si rifà a valori o dottrine monoteiste come, per dirne una, il cristianesimo – o piuttosto a sue varianti colorite e buffe. Lascerei stare per il momento (no: per sempre) quest’ultima considerazione: tanto il film non ha bisogno anche di questa benzina sul fuoco, è già bruttissimo di per sé.

C’è una cosa che mi stupisce, in molti film che hanno protagonista Nicolas Cage: che riescano a diventare dei "film con Nicolas Cage" qualunque sia la mano che li guidi – anche un regista altrove così interessante (anche se soprattutto in un passato ormai lontanissimo) come Alex Proyas. Così, mi chiedo come sia possibile che un film dalle buone premesse, che affronta in modo creativo e (per una volta) spavaldo alcuni traumi, anche visivi, del post-9/11, e che contiene alcune scene apocalittiche davvero ben realizzate (per quanto già vecchiotte) diventi una tale inenarrabile puttanata. Che possiede uno dei finali più imbarazzanti e di merda degli ultimi tempi, è vero – ma non è che il resto del film sia proprio un profumato fiorellino.*

Te ne accorgi già dai primi, tremendi, 20 minuti – di cronometro. Prima c’è Nicolas Cage che fa il vedovo inconsolabile che cucina gli hot dog al figlio intelligente ma introverso (e con un problema fisico) (una roba che suona più falsa e parodistica della parte di Scary Movie 4 su La guerra dei mondi), poi c’è Nicolas Cage che fa l’astrofisico e tiene una lezione all’MIT sul determinismo che nemmeno alle elementari dalle suore (sul serio: come cazzo vi è venuto in mente di scrivere una sequenza del genere, siamo seri) e in tutto questo c’è sempre e comunque Nicolas Cage che borbotta a denti stretti facendo facce come "di chi viene sorpreso dall’odore delle proprie scoregge" (cit.**) – e non smetterà più fino al termine delle lunghissime due ore del film.

Per non scontentare nessuno, comunque, ogni singola questione sollevata dal film, persino il ruolo che i personaggi rivestono o il senso delle loro azioni, vengono dettati puntualmente a voce alta dall’inetta sceneggiatura (scritta a dieci mani), a mo’ di disascalia – come Cage e la sorella che discutono del fatto che lui è il figlio di un pastore e lui ripete "sono il figlio di un pastore" con tono di scherno. E’ il figlio di un pastore. Capito? Di fronte a una roba simile, le cose migliori non possono che passare in secondo piano e venire dimenticate in fretta – come lo stupendo piano-sequenza dell’incidente aereo, che è figlio di Children of men e che stacca dal piattume del resto del film fino a sembrare quasi uno sfogo improvviso e solitario del talento rimasto a Proyas. Quasi tutto il resto è un "film con Nicolas Cage", punto. E della peggior sorta.

Complimentoni.


Nelle sale italiane dal 4 settembre 2009

*sulla questione del finale, del fatto che annulli praticamente il senso di tutto il percorso narrativo del protagonista, rendendo inutile il suo ruolo nella vicenda e quindi il film intero, non posso parlare senza fare spoiler: se volete ne parliamo privatamente quando l’avete visto anche voi.

**la citazione, la cui letteralità non ho verificato, è di Daniele Luttazzi

Friday Prejudice #181

[ma quanto cazzo è figa?]*

Scopritelo nel nuovo inutile episodio estivo di Friday Prejudice.

Harry Potter e il principe mezzosangue, David Yates 2009

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the half-blood prince)
di David Yates, 2009

In tutti questi anni di (dis)onorata carriera, questa è la quarta volta che mi trovo a scrivere post sui film della saga di Harry Potter. Ogni volta sottolineando la premessa essenziale: che non sono un lettore della Rowling, e che non mi interessa in alcun modo di come sia stata tradotta la tal cosa o la tal altra dalla pagina allo schermo – ragionamento che in realtà vorrei si applicasse il più possibile al cinema in generale, non solo quello tratto da best seller di successo. Ma chi non è senza peccato non scaglia una mazza.

Questa è comunque delle quattro in assoluto la volta in cui ho meno voglia di menare tanto il cane per l’aia usando locuzioni come "menare il can per l’aia". Ci sono due possibilità: la prima è che sono invecchiato, che gestire con serietà un blog cinefilo a metà luglio nel 2009 parlando di un film che hanno già visto tutti (e che io stesso ho visto ormai cinque giorni fa) non fa più per me e non ne vedo (sempre) il senso – soprattutto se da quell’altra parte gli stimoli sono così ridotti come in quest’ultimo periodo. La seconda, più probabile, è che è prorio questo film a non essere stimolante sotto alcun aspetto.

In realtà Harry Potter 6 è un filmetto abbastanza divertente, diciamo: quanto basta. Il problema viene probabilmente dalla materia originaria, o (fermo i vostri bollori) quel che ne è rimasto nel trattamento e nella sceneggiatura: insomma, in questo film non succede nulla fino a 10 minuti dalla fine. Poi c’è il botto, vabbè – ma a quel punto abbiamo già assistito a due ore di commedia adolescenziale-dark con ragazzini che vogliono saltarsi addosso ma non lo fanno perché sono inglesi (e per quanto se ne dica, la parte teen comedy è a mio avviso quella meglio riuscita del film: almeno si ride) accomodandoci su una comoda posizione riassumibile così: "quanto mi fa ridere Ron, quanto mi fa sangue Hermione". Emma Watson, finalmente. Nessun disastro, per carità: Yates alza un pochetto il tiro, non si abbassa ai livelli di Columbus. Ma se Cuaron e Newell sono roba che appartiene al passato, e già si sapeva, la maggior parte dei delusi farà prima ad abituarsi: nel gran finale l’andazzo non cambierà.

Avevamo tra le mani una delle saghe produttivamente più interessanti mai viste sullo schermo e dalle potenzialità eclettiche (espresse) infinite. Adesso abbiamo tra le mani un pop-corn movie giusto un po’ più intelligente e sensibile (e notevolmente meglio realizzato, non dimentichiamolo) della media. Farselo andar giù alla fine è solo una semplice questione di adattamento.

Friday Prejudice #180

[crossover, daugh]

Nel nuovo episodio di Friday Prejudice c’è robba, ma anche no.

The young Victoria, Jean-Marc Vallée 2009

The young Victoria
di Jean-Marc Vallée, 2009

E’ senza dubbio interessante vedere come se la possa cavare il regista di un film come C.R.A.Z.Y. con un’opera che non potrebbe sembrare più agli antipodi – almeno all’apparenza, visto che anche qui si parla di famiglie soffocanti. Seppur in un contesto radicalmente differente: quello di un film in costume abbastanza canonico, patrocinato niente meno che da Martin Scorsese e dal Graham King che co-produsse The Departed, e scritto dal Julian Fellowes che qualche anno fa massacrò La fiera delle vanità di Thackeray.

Per contrastare una sceneggiatura che, come si poteva prevedere, ha la mano un po’ pesante, Vallée sceglie di adottare una messa in scena che rispetta le aspettative del cinema in costume (lasciando per esempio molto spazio e gioco libero alle belle scenografie oppure ai costumi di Sandy Powell, già Oscar per Shakespeare in love e The aviator) in modo talmente pedissequo che, quando torna in campo, la mera presenza della sua regia acquista un valore maggiore – come nell’intelligente montaggio parallelo della "istruzione" di Albert all’inizio del film, o quell’improvviso "volo" di Victoria al centro della stanza da ballo.

In ogni caso, si può dire senza troppe paure che The young Victoria è un film in cui l’apparato produttivo ha una rilevanza maggiore di quello registico. Questo non significa però che il film non sia venuto bene, anzi: la scelta di affrontare questo determinato periodo della vita e di privilegiare il racconto romanzato dell’origine dell’immortale storia d’amore tra Victoria e Albert e i condizionamenti che hanno prima ostacolato e poi favorito il loro matrimonio più che sul contesto storico-politico, è una scelta che ripaga con la moneta della leggerezza – a patto di accettare che si tratta, appunto, più di un feuilleton sulla nascita di un’amore che di un romanzo storico sulla generi dell’Era Vittoriana.

Ma qualunque cosa scriva su questo film dovrebbe tenere conto della presenza, meravigliosamente ingombrante, di Emily Blunt – giovane attrice inglese verso la quale non ho mai nascosto di avere un certo debole, per il suo innato talento e per la sua stupefacente anche se inusuale fotogenia. In questo caso, la sua performance è mirata soprattutto alla professionalità e alla credibilità di un personaggio a rischio di noiosa agiografia: esperimento comunque riuscito. Ed è davvero un piacere sentirla recitare in inglese britannico, una volta tanto.

Il film è uscito nel Regno Unito lo scorso marzo ed è già disponibile in DVD.

In the loop, Armando Iannucci 2009

In the loop
di Armando Iannucci, 2009

Fatti che è utile conoscere del film: primo, Iannucci non è italiano ma scozzese (anche se suo padre era un pizzaiolo napoletano). Secondo, In the loop è tratto da una serie tv della BBC del 2005 intitolata The thick of it – considerata la versione contemporanea dello storico Yes Minister e una sorta di rovescio satirico della medaglia rispetto allo statunitense West Wing – con personaggi simili e con il ritorno di parte del cast (non c’è Chris Langham che nel frattempo si è fatto 6 mesi al gabbio per pedofilia).

Ma l’origine dichiaratamente televisiva dell’operazione non compromette affatto le sue qualità cinematografiche: per capirci, In the loop è un film che dovrete vedere una seconda volta perché la prima volta eravate troppo occupati a pisciarvi sotto dal ridere per riuscire a capire che diavolo stesse succedendo e per capire metà dei fittissimi dialoghi – almeno nella prima parte, prima che le cose si facciano più serie e il film di Iannucci diventi anche, sempre nel contesto satirico, una cosa piuttosto seria. Dopotutto la grande lezione di molta tv britannica di oggi è la capacità di affiancare la trivialità all’intensità emotiva con una naturalezza che i colleghi d’oltreoceano si sognano.

Insomma, per una volta non è un caso né un abbaglio se la stampa di mezzo mondo si è strappata i capelli: quello di Iannucci è un film diretto con intelligenza e padronanza dei mezzi e dei linguaggi (creando una sorta di interessante ibrido tra il rispetto della narrazione canonica cinematografica e la mobilità mockumentaria simil-reportage figlia di serie come The office) e scritto con acume davvero straordinario, un film sottilmente crudele e perfido fino alla fine, dotato (se non si fosse capito) di decine di dialoghi da incorniciare e, non ultimo, di uno dei cast migliori degli ultimi tempi. Anche senza scomodare lo spassoso cameo di Steve Coogan.

Peter Capaldi, che ha una faccia da civil servant mai vista e che infatti interpreta un ruolo non del tutto dissimile anche nella sublime terza stagione di Torchwood, grazie a queste due stoccate è diventato al volo, nel giro di una settimana, uno dei miei attori preferiti.


Il DVD inglese esce il 24 agosto, nel frattempo potete preordinarlo qui.


Grazie infinite a TBFKAO per avermi spinto a guardarlo.

Lesbian Vampire Killers, Phil Claydon 2009

Lesbian Vampire Killers
di Phil Claydon, 2009

Inanzitutto vorrei spezzare una lancia per il fiuto produttivo di Phil Claydon e soci: tirare fuori un film con un titolo del genere garantisce quasi automaticamente l’interesse di una larga fascia di cultori del cinema di genere. Insomma, con un lancio simile, il film diventa quasi un accessorio.

Infatti Lesbian vampire killers, che è una specie di via di mezzo tra l’ennesimo sfruttamento della moda lanciata da Edgar Wright con Shaun of the dead (la parte iniziale e la coppia di protagonisti fanno quasi pensare a un rip-off malriuscito) e tra quello che parrebbe un ben più sentito omaggio agli horror della Hammer (in particolar modo a Vampiri amanti di Roy Ward Baker, alla Karnstein Trilogy e a tutto ciò che ha le sue radici da Carmilla di Sheridan Le Fanu), in realtà è davvero una sciocchezzuola di poco conto girata con due sterle nel bosco dietro casa con quattro fighe a fare tappezzeria.

Però non è nemmeno nulla di particolarmente fastidioso – tranne quando esagera con la postproduzione infilando ralenti e accelerazioni qua e là un po’ a casaccio: allora lì sì, che diventa fastidioso. Ma nemmeno eccessivamente spassoso, ecco: probabilmente è il segno che la cosiddetta "horcom" britannica sta tirando gli ultimi sospiri, ma quattro risate le strappa. Se nella categoria si è fatto di meglio, si è fatto anche di peggio: se ci si tura il naso per un cast improbabile, ci si può anche divertire.

Il film ha comunque un pregio indiscutibile che nel suo campo è davvero impagabile: è brevissimo.

Adventureland, Greg Mottola 2009

Adventureland
di Greg Mottola, 2009

Ci vuole un bel coraggio, a fare un film come Adventureland dopo un film come Superbad, per fare un film così intimo e personale dopo aver diretto una delle perle del dominio produttivo e semantico del metodo Judd Apatow sulla commedia americana. Si parla ancora di formazione, di scelte, di amicizia, di malinconia per la fine dell’adolescenza: ma questa volta Mottola, anche sceneggiatore sulla base evidente di memorie autobiografiche, riesce a (e ha il coraggio di) mettere da parte l’intero impianto triviale e post-demenziale per raccontare unicamente la sua storia, con una delicatezza inaspettata e a tratti davvero emozionante.

Che storia è, quella di Adventureland? Perché è piaciuto tanto a così tante persone? Perché la storia che racconta, quella di un ragazzo che impara a misurare la distanza tra i propri sogni e la realtà, tra le aspettative degli altri, la spietata casualità della sorte e la presa di coscienza sul proprio destino, è una storia che molti di noi hanno vissuto, e che tutti noi conosciamo. E il momento in cui impariamo (oppure non impariamo più) a bilanciare i fatti della vita, ad accorgersi che oltre alla nostra vita sentimentale che va inevitabilmente a rotoli ci sono gli amici che non hai saputo ascoltare, ci sono le cose che non hai saputo vedere, ci sono le bottiglie di whisky nascoste sotto il sedile della macchina. E il periodo nella vita in cui facciamo le cazzate più assurde, gli errori più inetti e sciocchi – quelli che, ci giuriamo in lacrime, non ripeteremo più. Mai più. Perché abbiamo imparato la lezione.

E ci vuole un bel coraggio, inoltre, o forse solo un gran talento e una notevole sensibilità, per fare un film ambientato nel 1987 che non sembra il solito film sugli anni ’80 ma che semmai sembra un film degli anni ’80, forse perché fatto da uno che di quegli anni ha un ricordo completamente individuale, soggettivo ma non meno suggestivo – un ricordo che non vedeva l’ora di condividere con noi. Il ricordo indelebile della paura di rimanere intrappolati dentro Rock me Amadeus e su una giostra di provincia, e il ricordo altrettanto indelebile di un atto di coraggio, di una fuga necessaria. Scappare a costo di rischiare, di lasciare tutto alle spalle.

Un film piccolo e onesto che parla di noi con la profondità e la semplicità di un classico.

St. Trinian’s, Oliver Parker e Barbaby Thompson 2007

St. Trinian’s
di Oliver Parker e Barnaby Thompson, 2007

Sempre nel limitato contesto dei miei personali giudizi e dei miei metri di giudizio, mi fido già abbastanza del mio istinto e del mio intuito. Ma forse dovrei farlo con più costanza: come avevo già scritto su Friday Prejudice, mi è capitato diversi mesi fa di abbandonare St. Trinian’s dopo un terzo della sua durata, sconfortato dall’infima qualità del film in questione. L’uscita italiana mi ha fornito la scusante per riprenderlo in mano, illuso che la bruttura del film fosse causata da qualcosa che avevo mangiato.

Ma avrei dovuto, appunto, consultarmi prima. Il film diretto da Parker e dal produttore Thompson è infatti brutto come me lo ricordavo, se non di più. Quel che fa ancora più male è che St. Trinian’s è tutt’altro che un progetto fallimentare: ci sono di mezzo l’omaggio a un cinema britannico per ragazzi che non c’è più, un cast davvero interessante, una secchiata di ragazze in divisa, Rupert Everett vestito da donna che flirta con Colin Firth.

Ma il risultato è una poverata completamente priva di senso e, quel che è peggio, priva di qualsiasi ombra o accenno di ritmo e mordente, che non graffia (e va bé) ma che nemmeno diverte, una fuffona noiosissima piena di ammiccamenti alle sottoculture fatti da persone che hanno cercato "emo" su wikipedia e di becerissime citazioni cinematografiche – e con ben DUE gag in cui un cagnolino di nome Mr. Darcy si aggrappa arrapato alla gamba di Colin Firth. Quel che è troppo, è troppo.

D’altro canto però sembrano divertirti tutti moltissimo: infatti St. Trinian’s provoca lo stesso imbarazzo di quelle barzellette per cui ride solo quello che le racconta. Che sono ancora peggio di quelle che non fanno ridere nessuno.

La sequenza del makeover di Talulah Riley è, nella sua bieca e canonica inevitabilità, l’unico motivo lontanamente valido per pupparsi tutta intera questa robaccia.

Friday Prejudice #179

[ok ragazze, parliamone]

Guarda un po’, il nuovo episodio di Friday Prejudice.