Somewhere, Sofia Coppola 2010

Somewhere
di Sofia Coppola, 2010

Forse non era necessario vincere il Leone d’Oro perché accadesse, ma non c’è dubbio che il nuovo film di Sofia Coppola abbia ricevuto dal premio consegnato alla Mostra del Cinema di Venezia un ulteriore stimolo a diventare il film discusso con più veemenza degli ultimi tempi dagli spettatori, dai cinefili, dagli occasionali e persino da quelli che il film non l’hanno nemmeno visto. Così, negli ultimi giorni Somewhere è diventato il fulcro di qualunque discussione intorno ai film, e come spesso accade i toni si adagiano comodamente sugli estremi – in questo caso, sfortuna sua, in negativo, comprese illazioni assolutamente ridicole sul rapporto tra il premio e la relazione passata tra la Coppola e Quentin Tarantino. Personalmente, ho un problema con coloro che si accaniscono con violenza con chi (ovviamente a mio avviso) non lo merita, e la recente discussione su Somewhere ha fatto sì che Sofia Coppola entrasse nel giro di poche ore  a far parte di un’ampia categoria di cineasti creata nella mia testa – quelli che è talmente cool attaccare che mi vien voglia di difenderli a prescindere, anche se i loro film non mi hanno convinto del tutto.

E qui veniamo a Somewhere che, appunto, non mi ha convinto del tutto. Un’altra cosa è dire che il film faccia schifo o augurare punizioni corporali alla sua regista: per fortuna la mia vita sa modellarsi sulla scala dei grigi. Ma passiamo oltre. I miei problemi con Somewhere sono iniziati proprio con la primissima inquadratura, quella della Ferrari di Stephen Dorff che gira letteralmente a vuoto per qualche minuto. Ironicamente, uscito dal film riflettevo come questo incipit, insieme alla sequenza (credo) successiva, quella della lap dance, sembri avere una funzione di “scrematura” nei confronti del pubblico: vi avvertiamo che questo film sarà tutto così, ci saranno molte inquadrature fisse e probabilmente non succederà granché, siete ancora in tempo ad andarvene. Una cosa a me graditissima, dal momento che mi infastidisce quel tipo di spettatore (assai diffuso) per cui un’inquadratura fissa equivale a una visita dal dentista e per cui l’orribile e abusatissima parola “lento” ha sempre e comunque un’accezione negativa. Ogni volta che dite “questo film non mi è piaciuto perché è lento”, muore uno Tsai Ming-Liang. Tutto bene, quindi? No. Perché questo è un film che si chiama “da qualche parte” e che inizia con un tizio che non va da nessuna parte e che, poco sorprendentemente, finisce (no spoiler) in quel modo. Questo mio dubbio sull’eccesso didascalico di questa cornice narrativa così sottolineata, acuito dal contrasto con le ambizioni europeiste della Coppola e dal tono assai più implicito e sottile del resto del film, ha segnato in qualche modo l’intera visione del film.

Ovviamente queste considerazioni riguardano soltanto uno dei molti aspetti di un film che ho l’impressione sia stato frainteso a causa di due singole questioni – che sono poi fondamentalmente le uniche dibattute a proposito di Somewhere dalla sua uscita: la prima è la sequenza ambientata a Milano e la seconda è la somiglianza del film con un’opera precedente della Coppola, Lost in translation. Sulla sequenza della Notte dei Telegatti è effettivamente difficile esporsi facendo finta che non sia una delle cose più dolorosamente imbarazzanti del cinema degli ultimi anni, ma la cosa riguarda ovviamente solo noi spettatori italiani, e sottolineo italiani, che quando vengono colpiti nel vivo, nel bene e nel male, perdono completamente il controllo. L’idea che “gli americani sappiano che esistiamo” provoca una scarica adrenalinica incontrollabile che fa sbarellare completamente il senso del giudizio, per esempio, su una sequenza del genere. Succede ogni volta. Il film però non ha nulla a che fare con tutto questo. È un problema nostro, facciamocene una ragione.

Invece Lost in Translation è la più grande sfiga di Somewhere: perché l’opinione relativa a una filmografia è già una tentazione troppo grossa, figuriamoci se c’è in ballo un film molto amato e un film che condivide così tanti elementi, perlopiù superficiali, con quest’ultimo. Ma non è un remake, non è un sequel, non è una variazione sul tema, non è un rip-off né uno spin-off. Semplicemente Sofia Coppola è un’autrice nell’accezione più diffusa del termine, e come tale dirige dei film guidati da una sorta di filo invisibile, tematico e, perché no, anche narrativo. Tutto qui: eppure ci sono cascati in molti. È più bello o più brutto di Lost in translation? La risposta, quantomeno scontata (ma io risponderei “meno bello”), ha affossato definitivamente le possibilità di questo nuovo film di essere amato.

Ed è un peccato, in fondo: perché Somewhere è un’opera a suo modo molto coraggiosa, anche se non del tutto riuscita, in cui la Coppola continua pervicacemente a percorrere la strada di un cinema americano indipendente e profondamente personale, riuscendo a riflettere (non c’è niente di male) sul proprio passato e anche sulla propria “persona pubblica” con una leggerezza metaforica che la maggior parte dei registi più autobiografisti si sogna, a dirigere magnificamente un attore come Stephen Dorff (non il massimo dell’espressività) e soprattutto un fenomeno come Elle Fanning, già quasi brava quanto la sorella maggiore, e anche a lavorare con grande perizia e intelligenza sulla costruzione visiva del film – paradossalmente visto che (o proprio perché) parte del fascino e del significato del film è la riproposizione di ambienti spogli e senza significato quanto i gesti quotidiani del suo protagonista, di posti che non sono posti, che non sono “alcun posto”.

35 Thoughts on “Somewhere, Sofia Coppola 2010

  1. non ho letto la parola “esile”.

  2. icepick on 16 settembre 2010 at 14:56 said:

    ma quindi molti hanno detto che la scena italiana è inverosimile? forse la scorta della polizia (ma ne siamo sicuri? marco è un divo di film commerciali…). la richiesta d’autografo del poliziotto ci sta. la premiazione ai telegatti ci sta. etc.
    di inverosimile mi ricordo un’altra cosa: belli e dannati: inquadratura di una piazza di roma, tra la gente che passa c’è una vecchia alta 1,40 di 80 chili vestita di nero a lutto che porta in testa un cesto senza tenerlo con le mani, manco fossimo nel 1826 ad aci trezza.

  3. senza paragoni, per carità, il film non l’ho trovato brutto, è irrisolto. non dice nulla che non dica nella prima inquadratura da te citata. ciao, sono l’attorefamoso mi annoio e giro in tondo. ok, e poi? tutto qua? sì. troppo poco, credo, ecco.
    (complimenti eh, gran post che racchiude giorni di discussioni)

  4. a proposito di “leggerezza metaforica”, due parole sul finale? :)
    ciao, e.

  5. OT: secondo me bisognerebbe disabilitare le faccine gialle nei commenti (-:

  6. Marina on 16 settembre 2010 at 15:03 said:

    Bravo Frà! Sono completamente d’accordo.

  7. icepick on 16 settembre 2010 at 15:10 said:

    OT @enzo: enno’ enzo, bisogna prendersi le proprie responsabilità. non puoi avere la moglie ubriaca e la faccina stilizzata-chic. vediamo l’occhiolino come viene… ;)

  8. Pingback: Blue Aless Factory » Blog Archive » da qualche parte.

  9. giorgia on 16 settembre 2010 at 15:54 said:

    bellissima recensione, peccato che l’effetto “si vabbè e quindi” rimanga inalterato..

  10. sebastiano on 16 settembre 2010 at 15:57 said:

    kekkoz,
    complimenti per il post, che mi trova d’accordo su tutto cio’ che riguarda polemiche e discussioni. Pero’ a mio avviso, non hai affrontato un argomento a mio avviso fondamentale, ovvero la banalita’ della storia. Attenzione, non sto dicendo che non c’e’ plot, il che in se’ non sarebbe un problema (i film in cui “non succede niente” non mi turbano affatto) ma qui, in una regia deliziosa (le scene a bordo della piscina e nella piscina sono perfette), c’e’ un film che ripropone un plot di una banalita’ devastante. Bastano l’ambientazione, lo Château Marmont, le riprese cool, per fare da contraltare alla solita storia di redenzione? Per me no. Ecco perche’ non era un leone d’oro, per me. Cheers, s

  11. Condivido in buona parte quanto da te scritto.

    Per quanto riguarda i commenti, a margine della recensione che ho pubblicato sul mio blog si sprecano i “brutto”, “sadismo”, “soldi buttati” e persino richiami politici (ha vinto perchè distribuito da Medusa) o a presunti regali per secondi fini (ha vinto perchè Tarantino vuole tornare con lei)… addirittura un’anonima commentatrice ha invitato a bruciare la pellicola…

    MAH !!!!

    Fabrizio

  12. Ha vinto perché ha fatto un pompino a Tarantino in ricordo dei vecchi tempi.

  13. Condivido pienamente. Coraggioso (nell’andare contro alla corrente, nel volere anche irritare lo spettatore medio) e irrisolto. Secondo me l’ultima parte, quella dopo la partenza di Cleo è del tutto superflua e stona con il resto del film.

  14. a me piace qusta cosa che hai detto:

    “Ogni volta che dite “questo film non mi è piaciuto perché è lento”, muore uno Tsai Ming-Liang. Tutto bene, quindi? No. ”

    comunque.
    in merito al film, mi è parso proprio mal costruito per dove voleva arrivare (so che ci sono le debite differenze, ma – ad esempio – in un film come the wrestler c’è IL RACCONTO della crisi di un uomo, qui invece io non l’ho visto e sentito).
    sulla scena iniziale ho la mia teoria che puoi venire a leggere. cià.

    ta

  15. somewhere è ambientato in un non-luogo. fisico, ed emotivo. un albergo, e un padre divo del cinema che trova nella figlia l’unica ragione di vita.
    un film molto molto bello, lento, pacato, pulito. un posto qualunque che non è los angeles, non è milano, non è las vegas. l’importante è stare insieme a chi vuoi bene, anche stesi al sole sul bordo di una piscina, circondati da tante persone, ma sentendosi gli unici stesi al sole sul bordo di una piscina.
    somewhere è un microfono in mezzo a una inquadratura, le lucine dello zaino di una undicenne, un cunnilingus addormentato, e una colonna sonora che non c’è, almeno per buona parte del film. sentiamo la musica solo quando la sentono i personaggi in scena, essendo talmente vicini a loro (e più che altro a lui, il protagonista), da accompagnarli nei loro gesti quotidiani, naturali, familiari, ripetitivi. entriamo così nella routine di una vita sempre uguale, sfarzosa, ricca, ma vuota, e svuotata dei suoi significati più basici, restituiti da una bambina di 11 anni.
    il viavai di personaggi strani si mescola con la concezione di una famiglia piccola, una coppia di bambini, in cui è la figlia a rivelarsi la più adulta dei due. e poi il crollo, una forza e una fortezza che reggevano i protagonisti vicendevolmente. un castello di carte, un castello di pensieri che si sgretolano, che si riformulano e appaiono per ciò che realmente sono. poi si riordinano. e allora è il momento di ricominciare.

  16. ..e adesso, la Rivista della Televisione, con mio: Vinny Vedecci!

  17. A Sofia Coppola voglio bene.
    Mi piace il suo sguardo sognante e stralunato. Amo le protagoniste della trilogia dell’adolescenza. Ho provato una dolorosa empatia per le sorelle Lisbon, ho sentito il disagio della solitudine a Tokyo di Charlotte e mi sono emozionato con gli occhi invasi dalle lacrime di Maria Antonietta. Le albe e i tramonti in America, in oriente o alla corte di Francia.
    L’uso della colonna sonora, i momenti intimisti e quel tocco di autorialità che non aveva mai guastato.
    Aveva, perchè a me Somewhere ha convinto poco.
    Questo film non aggiunge niente alla sua carriera. Non mi ha comunicato niente :( . I corridoi dell’Hotel Chateau Marmont non hanno echeggiato di passi inquieti, quei muri non mi sono sembrati pulsanti di rabbia, di angoscia, di risentimento o frustrazione. Non mi è arrivato quel brivido che solo una ambientazione così complementare alla vicenda era riuscita a dare nelle pellicole precedenti.
    Stavolta Sofia non mi ha parlato, manco mi ha sussurrato all’orecchio. Certo, a volte mi ha accennato e ha tentato di esprimersi. C’è riuscita a gesti, sott’acqua, nel turchese di una piscina, invitandomi a prendere un thè sgranocchiando qualche biscotto. Con gli sguardi tra padre e figlia, con il loro gelato di mezzanotte fragola e cioccolato, con il sorriso di Elle mentre guarda il genitore ritirare un premio in Italia.
    Ho mal sopportato l’uso delle canzoni intere.
    Poi piango, perchè la scena in ascensore con un Ciao molto famoso è di uno squallore ricercato. Tristezza a palate!

    Un film che mi sto già dimenticando per quanto l’ho sentito poco mio e tanto inutile. Ahia. Capita dai.
    Alla prossima Sofia, con immutata stima, bacio!

  18. fnazional on 17 settembre 2010 at 11:21 said:

    l’invettiva contro gli anti-”lento” la volevo fare io..in piazza..con delle torce e magari forconi

  19. Astarte on 17 settembre 2010 at 13:07 said:

    Sollevo anche io il forcone contro i gli antilentisti…

  20. vitellino on 17 settembre 2010 at 13:18 said:

    che bravi Kekkoz e Pepito!! il film è più bello guardandolo attraverso i vostri commenti. però son sicuro che se me lo riguardo….i vostri commenti letti attraverso il film perderanno molto. Ma bravi. Due leoncini d’oro anche a voi

  21. Lenny Nero on 17 settembre 2010 at 14:16 said:

    Ogni volta che dite “questo film non mi è piaciuto perché è lento”, muore uno Tsai Ming-Liang. M’ha fatto sbracare :)
    Se avessi avuto un centesimo per ogni volta che ho sentito frasi tipo: “massì dai, tipo quei film francesi lentissimi” buttate a sproposito totalmente a caso in una conversazione, a quest’ora sarei sdraiato sul bordo della mia piscina a digitare questo commento su un ipad.
    Comunque, bella recensione, son d’accordo con gran parte di quel che dici anche se a me Somewhere ha convinto in pieno, sarà che con ste storie di amarezza nera ci vado a nozze ma lo smarrimento del protagonista mi ha coinvolto molto e l’identificazione della Coppola con Cloe anche commosso. Non vedo l’ora di rivederlo in lingua originale.

  22. Mi viene il dubbio che tu lo difenda per spirito di contraddizione…

    • Ehm, no. I motivi sono scritti nel post, a quello serve. Peraltro: a te ha fatto schifo quindi è chiaro che per te “lo difendo”, ma dal punto di vista di qualcuno a cui è piaciuto moltissimo (es. Lenny Nero) io semmai “lo ridimensiono”. Tutto è relativo. ;)

      • ok, mi scuso solo perchè ero di fretta e volevo argomentare il mio commento, ma mi ero svegliato alle 7 meno un quarto, la bambina ha vomitato…
        solo, il post non mi sembra(va) molto convinto, alla fine ho (avuto) l’impresione che anche a te sembri un film non del tutto riuscito, e visto l’incipit, ho giudicato tutto alla luce di quello.
        massì, alla fine tutto è relativo, in effetti ieri consigliavo ai colleghi di vedere lasciami entrare e unop mi ha risposto “ma è una purga”… idioti

  23. “Personalmente, ho un problema con coloro che si accaniscono con violenza con chi (ovviamente a mio avviso) non lo merita, e la recente discussione su Somewhere ha fatto sì che Sofia Coppola entrasse nel giro di poche ore a far parte di un’ampia categoria di cineasti creata nella mia testa – quelli che è talmente cool attaccare che mi vien voglia di difenderli a prescindere, anche se i loro film non mi hanno convinto del tutto.”

    Sento talmente mie queste parole che vorrei poterle scolpire su pietra ma se me lo permetti potrei volerle citare, riservandoti il dovuto credito ovviamente.
    Trovandomi nella tua stessa condizione riesco perfettamente a percepire l’equilibrio delle tue parole e non posso che complimentarmi con te per esserci riuscito.

  24. Filippo on 18 settembre 2010 at 03:11 said:

    Sostanzialmente sono d’accordo con quello che hai scritto. Somewhere è un film dalla tecnica impeccabile. E’ incredibilmente studiato in ogni sua parte. La regia con inquadrature fisse, la fotografia più fredda quando c’è il protagonista da solo, più colorata e calda quando è in scena la figlia, la scena iniziale direttamente collegata con quella finale, i pochi dialoghi e il molto visivo, sono tutti elementi volutamente impiegati da Sofia Coppola per suggerire lo stato d’animo e la situazione di vita dell’attore protagonista. Quella noia e quella ripetizione che caratterizzano la pellicola sono il riflesso dell’interiorità del personaggio. Tutto ciò è ammirevole. Comprendo la necessità di prendere le distanze dal soggetto e limitarsi al semplice raccontare mettendo lo spettatore davanti a una serie di immagini senza tentare (volutamente) di coinvolgerlo, ma personalmente ho bisogno del coinvolgimento, ne ho veramente sentito la mancanza. Ho adorato l’inizio e il finale (e ovviamente il significato del tutto), in mezzo tanta noia.

  25. io l’ho visto stasera. a me è piaciuto, mi sono immedesimato (per niente nel personaggio ma molto nel suo stato d’animo) quindi mi ha restituito delle emozioni e mi basta. ma quel che mi preme non è il giudizio sul film; non ho capito le polemiche sulla scena dei telegatti. in realtà non le ho proprio seguite, il problema è che sarebbe troppo presa per il culo? boh, io vedo cose peggiori nella realtà quando lascio per sbaglio su qualche canale della nostra tv. magari non ho capito il problema. e comunque stereotipizzazione dei giapponesi nella prima parte di lost in translation era molto peggio, pareva uscita da un film con piedone o tomas milian.

    • dal canto mio, non mi riferisco a nessuna polemica in particolare, solo che per gli italiani tolta la questione l.i.t. è quella la cosa di cui si parla, “la cosa dei telegatti è troppo un capolavoro!”, “la cosa dei telegatti è troppo una merda!”, dimenticandosi spesso che c’è tutto il film intorno, in preda all’improvviso autoriconoscimento e/o imbarazzo. personalmente sono d’accordo con te, non la trovo particolarmente incongrua con la qualità della televisione italiana, anzi – per quello mi ha fortemente (e inconsciamente: nonostante i miei sforzi) imbarazzato, appunto perchè è la televisione italiana a imbarazzarmi.

  26. bella analisi. Lecito che ogni regista ambisca a definire una propria “cifra” (es. i famosi rallenti di Peckimpah) ma ho trovato pretenziosi quei lunghi interminabili minuti di fuoco fisso, quasi a voler costringere lo spettatore a convincersi…ammazza quant’è brava questa. Anyway, un film che fa parlare. Lo faccio anch’io, sul mio sito.

  27. beatrice on 21 settembre 2010 at 13:42 said:

    Bellissima questa tua recensione. Di quelle recensioni così graffianti e piene di arguzia che ti portano immediatamente a pensare – anche se il film non l’hai ancora visto – che hai pienamente ragione. Sarai il mio maître à penser.

  28. Luca on 1 ottobre 2010 at 16:06 said:

    Concordo sul fatto che è un film che fa discutere. Ma lo fa solo perchè siamo prevedibili e abitudinari. E in fin dei conti da un film vorremmo sempre le stesse cose. Siamo ipocriti e superficiali come la scena dei telegatti, calzantissima e assolutamente verosimile.
    Il punto è che per riconoscersi in un film come questo avremmo avuto bisogno di 20 anni di spirito critico e di un abitudine maggiore al pluralismo. Noi non l’abbiamo e, in fondo, già dividersi su Somewhere è un punto di partenza. Grazie a Tarantino e S. Coppola per aver dato spazio alla “loro” Italia in questo ritaglio d buon cinema

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