The Social Network, David Fincher 2010

The Social Network
di David Fincher, 2010

Ogni stagione esce almeno un film su cui tutti devono avere un’opinione. Spesso, ma non sempre, il film merita queste attenzioni: The Social Network, senza dubbio, è uno di questi casi. Il vantaggio di questo rumore è la maggior visibilità di un film che sicuramente non rischiava di passare inosservato ma forse di essere frainteso da buona parte del pubblico, attratta magari in sala dalla sirena di Facebook. Gli svantaggi per chi scrive di cinema per passione sono però, da una parte, l’impressione di raggiunta saturazione, persino di ridondanza, per cui qualunque cosa ci sia da dire sul film sembra già stata detta (che sia stata letta o meno), e dall’altra la difficoltà di farsi largo tra i commenti di chi si occupa di cinema una settimana all’anno, giusto perché esce un film che parla di Facebook e di Mark Zuckerberg.

L’osservazione più curiosa che ho fatto nelle ultime settimane, mentre il film cominciava a essere visto (in patria è uscito circa due mesi fa, e la circolazione di uno screener ha reso semplice la sua reperibilità in lingua originale), è invece la netta divisione tra fan di David Fincher e quelli dello sceneggiatore Aaron Sorkin – gli ultimi a difendere il ruolo di primissimo piano del geniale autore di The West Wing nella riuscita del film, i primi a sottolineare (non del tutto a torto) che in un caso come questo è tra le mani del regista, della sua “visione del mondo” e della sua “idea di cinema”, che tutto torna. Ma è proprio in questa sintesi clamorosa che ho trovato il primo aspetto davvero straordinario di questo grande film: la capacità di Fincher di appropriarsi degli estenuanti e stupefacenti dialoghi di Sorkin, gli stessi che insieme a una costruzione narrativa perfetta che unisce una struttura circolare a un uso virtuosistico delle analessi vanno a formare quella che è la miglior sceneggiatura americana dell’anno (e di molti anni a questa parte), riuscendo a domarli in una forma cinematografica intensa e poderosa.

Altro che cinema di dialoghi filmati: basti pensare a sequenze come quella della discoteca, che ti investono in faccia come un treno in corsa, e in cui è evidente l’alchimia perfetta tra la sceneggiatura, la regia, il lavoro ammirevole del direttore della fotografia Jeff Cronenweth, lo stesso di Fight Club (che si permette di rischiare poco, ma quando lo fa raggiunge risultati meravigliosi, vedasi l’incredibile sequenza della gara di canottaggio), e la spettacolare colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross. Quest’ultimo, un aspetto a cui Fincher dà sempre moltissima rilevanza. Non a caso lo score è così prominente, perché aiuta a ottenere una continua sensazione di minaccia, presagio e forse di paranoia, che va a braccetto con lo spirito del protagonista. Che Fincher sia in grado di gestire in modo sublime la scottante materia sorkiniana lo dimostra comunque fin dalla prima memorabile sequenza, autentico pezzo di bravura (il primo di una lunga lista) che riesce a dare in pochi minuti l’idea del ritmo instancabile del resto del film, e mentre i dialoghi gettano le basi tematiche e narrative dell’intera pellicola restituisce dignità alla forma spesso vituperata del campo/controcampo.

Per il resto, The Social Network è tutto ciò che avete sentito, in qualche caso qualcosa di più: tra i risultati più felici di uno dei più interessanti registi contemporanei, è una grande storia americana di solitudine e rivalsa al cui centro c’è questo Mark Zuckerberg, antieroe sociopatico e sgradevole che grazie all’interpretazione (ben oltre la mimesi) di Jesse Eisenberg catalizza in un continuo rimbalzare tra empatia e repulsione le ansie e le frustrazioni di un’intera generazione – o meglio, di un intero sistema sociale. Ma è anche una storia di amicizia virile che (come già era successo in altri film di Fincher, come per esempio Zodiac) sembra prendere sempre più in prestito toni e linguaggi da dramma romantico, con le cause milionarie al posto dei tavoli dei divorzi, trasformandosi in una bizzarra ma commovente storia d’amore cieco e impossibile. E poi, quello che hanno detto tutti: un film che inquadra il presente con una lucidità frastornante e ipnotica, nascondendo dietro il racconto di un’ossessione una disamina spietata delle dinamiche contemporanee – un film che ora osserivamo con grandissima ammirazione, persino con timore, con un misto di entusiasmo e profondo disagio emotivo, ma a cui, con tutta probabilità, se tutto va come previsto, tra qualche anno guarderemo come a un’opera che ha raccontato, e segnato, un’epoca.

19 Thoughts on “The Social Network, David Fincher 2010

  1. Io vorrei parlarne male, ma non ci riesco.
    Di sicuro la storia risulta sgradevole esattamente com’era nell’intenzione degli autori.
    Quindi, vabbè.

    (Però, la Quinceanera…)

  2. Non ho niente da correggere :-P

    Anzi concordo del tutto: è la perfetta comunione di tutti gli elementi il grande pregio del film. Altrimenti si fa presto a fare The American President e Benjamin Button, o anche certi remix di Grieg. (La regata. Signore. Iddio.)

  3. Appoggio tutto, e aggiungo che l’ho visto al cinema e non mi è sembrato che in italiano i dialoghi perdessero chissachè, ma forse è solo che sono così potenti che anche in bergamasco col labiale a puttane avrebbero funzionato.

    La scena prima dei titoli di testa, che basterebbe vedere quella per uscire dal cinema e sentirsi soddisfatti di sapere che c’è ancora gente che sa scrivere come si deve, ho letto che ha avuto bisogno di 99 takes per essere condotta in porto.

    Non hai parlato però di quanto sia straniante tornare a casa dopo aver visto il film, accendere il computer, e caricare la pagina di facebook. Anzi, caricarla e chiederti: “Lo scrivo come status che “The social network” è una figata?”

  4. matteo on 19 novembre 2010 at 04:18 said:

    Sì, ma il tuo pubblico vuole sapere: si può confrontare con Inception? Insomma, film dell’anno? Perché il tuo pubblico è un po’ impegnatino in questi giorni e il cine in via indipendenza è lontanino, ma se gli dici “Fincher pwna Nolan” muove le chiappe e va.

  5. Marina on 19 novembre 2010 at 11:33 said:

    Pensavo a questo: il titolo del film, almeno di primo acchito, è la cosa a cui nessuno dà importanza. “Ok, si, The Social Network, è Facebook, che è un social network”. Invece, guardando West Wing, mi pare di capire che l’uso rientri nella maniera di maneggiare i titoli di Sorkin, ossia: buttare lì un’espressione, come dire, self-explanatory, che contiene l’ampiezza e complessità del testo. Insomma: nel titolo c’è il film, che non è su Facebook, ma su quello che FA Facebook, ossia procurare a Zuckerberg “capitale sociale”. Fine.

    #randomthoughts

    • Sì Marina, hai completamente ragione, il titolo del film è un bel gioco di prestigio.
      Avevo fatto anch’io una riflessione simile ma non ha trovato spazio adeguato nel post (come migliaia di altre cose che vorrei dire su questo film e che ormai.)

  6. Io sono abbastanza in disaccordo.
    E’ vero che e’ il racconto di un’ambizione nutrita dallo spirito di rivalsa, ma in questo non ci trovo niente di moderno o legato allo spirito dei tempi.
    Facebook nel film e’ usato principalmente come pretesto e resta decisamente sullo sfondo della narrazione. E’ solo strumento di questa rivalsa ma come i social network abbiano cambiato il modo di interagire e segnato un’epoca il film non riesce a raccontarlo con incisivita’ o in maniera memorabile

    • Beh io direi che l’idea alla base dei social network è ben in evidenza eccome. Il fatto che il motore principale della vicenda sia creare un’interfaccia che permetta all’utente di “sbirciare” nella vita delle persone che conosce, persone che tra l’altro non vedono l’ora di spiattellare i fatti propri nella rete in nome di una fortemente ricercata popolarità a tutti i costi, senza contare l’ossessiva ricerca della scopata facile, è uno specchio dei tempi decisamente chiaro e desolante. Grandissimo film per quel che mi riguarda.

  7. Completamente d’accordo su tutto e con tutti.
    Gran film. Mi piace.
    Condivido.

  8. Beh, sa molto di antico questo film in verità ed è questo il suo interesse. I dialoghi odorano di Preston Sturges, di Ben Hecht, financo di Wilder, anche se probabilmente molti degli adolescenti americani che hanno affollato i cinema non sanno nemmeno chi siano.
    Lo ha fatto per una donna, ha avuto i soldi, non ha avuto la donna, parafrasando un noto noir.
    Le parole di Kekkoz confermano e mi confermano che senza una buona sceneggiatura non vai da nessuna parte. Lo dico io, ma lo dice anche Clint.
    Che aggiunge che il cast fa un’altra differenza.
    E il regista ha solo il compito di evitare di rovinare tutto.
    Io ci butterei dentro anche la rapacità del capitalismo americano, i cambiamenti che porta la crescita (divento grande, esco dall’adolescenza, mollo i vecchi amici e ne trovo di nuovi), l’incapacità di questi ragazzini divenuti ricchi troppo in fretta e un po’ per caso, di maneggiare qualcosa di troppo grosso per loro (non basta farei i fighi con un biglietto da visita).
    E poi c’è la storia di queste società, l’ingresso dei capitali di rischio, il rifiuto della pubblicità (la visione Edurardo rigettata da Mark) perché noi siamo duri e puri e poi dopo il cambio di parere e la corsa a vendere spazi pubblicitari (la stessa cosa accaduta con Google).
    La volatilità delle imprese della Silicon Valley, fragili come i loro proprietari.
    Non c’è più la solidità dei padri rapaci dell’America, costruita sul petrolio e sull’oro, ma qualcosa di debole e fragile.
    L’intera ossatura di Facebook – con tutte le sue formattazioni – declinata sul film.
    Non è quello che Facebook è, ma quello che il network sociale fa e la voglia di starne fuori (che poi nel film si riduce, un po’ grossolanamente, alla sequenza in cui Eduardo ammette di non sapere usare Facebook, e, fuori di scena nella ammissione di Eisenberg di non essere iscritto, perché “girano già troppe storie su di me su Internet”).
    Non credo si possa provare simpatia per Mark, come non la si prova per Charles Foster Kane.

  9. esco dal letargo del lurker per dire che ho usato la tua osservazione sul campo/controcampo insieme a uno dei frame che avevi pubblicato di là per un post che davvero non c’era bisogno.

  10. davvero, non c’era bisogno. grazie.

  11. Un film davvero superlativo. Il cast è la cosa più debole, ma resta un prodotto eccelso.

    Saluti, CST

  12. Pingback: Serial Minds » Sports Night – La prima serie tv di Aaron Sorkin

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