Hereafter, Clint Eastwood 2010

Hereafter
di Clint Eastwood, 2010

In una scena del film la dottoressa Rousseau, interpretata da Marthe Keller, dà il suo commiato alla giornalista francese Marie LeLay avvertendola che l’interesse scientifico nei confronti dell’aldilà è “una strada solitaria”. L’intera sequenza appena vista, inserita abilmente da Peter Morgan all’interno della sua sceneggiatura, ha un valore diegetico centrale per il racconto di Marie, ma funziona sia come chiarificatore (sull’indole del film, e non a caso la dottoressa stessa specifica di essere atea) sia come sorta di marcatore autoriflessivo indirizzato al pubblico. Nonostante questa mossa autodifensiva, inevitabilmente esistono accesi discorsi sul film che non vertono davvero sul film, su come sia narrato o girato, ma su ciò che il film rappresenta e tratta – scivolando in un classico errore: accettare o rifiutare visceralmente un’opera perché condivide o non condivide il proprio universo di valori, dimenticando che si tratta di un film e non di un diktat politico-culturale. Un ostacolo difficile, Morgan lo sa bene, che si alza e diventa più acuto quando in un film si parla di esperienze post-mortem (vedi il caso di The Lovely Bones di Peter Jackson) ma a volte i toni ricordano un po’ troppo da vicino quelli dell’integralismo religioso per non risultare sospetti.

Detto questo, quindi, se il film di Clint Eastwood non è uno dei suoi lavori migliori (ma è un deciso passo avanti rispetto a Invictus), forse uno dei motivi è ancora una volta la scarsa personalità della sua messa in scena. Sottolineo questo aspetto non perché siano assenti elementi tipici del suo cinema, ma perché è proprio lo sforzo registico a sembrare piuttosto limitato: a parte alcune interessanti soluzioni di ripresa/montaggio (per esempio l’uso inusuale dei campi nella bella sequenza degli assaggi), Hereafter è spesso lasciato a se stesso in balìa dallo script e trascinato nella schiavitù degli schematismi più scolastici – come l’uso reiterato dell’alternanza esterno/interno all’inizio di ogni singola sequenza, una scelta dovuta al continuo alternarsi dei set tra Londra, San Francisco e Parigi ma che rende il film poco fluido, ripetitivo. Ma oltre alla bravura di Eastwood nel gestire registicamente ed emotivamente le poche “scene madri” (la migliore è quella, terribile, dell’investimento), è proprio la sceneggiatura stessa a riportare in vita il film, non tanto per i dialoghi ma grazie a una struttura intelligente e per alcuni aspetti davvero brillante (a partire dalla trascinante e inaudita sequenza iniziale) che rivela gradualmente, con sapienza e calma, la sua natura – che è quella della parte finale, di fronte al quale il resto del film prende una piega differente – e nel mentre costruisce una riflessione per nulla banale su argomenti tanto impegnativi quanto stimolanti.

In definitiva, Hereafter, come si legge giustamente da più parti, non è tanto un film sulla morte né su quello che succede dopo la morte: i tre personaggi principali, dopotutto, sono rimasti da questa parte, “here, after” più che “hereafter”, e di questo si parla – di come l’esperienza della morte li abbia radicalmente cambiati, di riflesso di come nella nostra società venga affrontato l’argomento dell’aldilà (con quel misto di rigetto e di ossessione a cui facevo accenno qualche riga fa) e non ultimo di come il confronto violento con un mistero (che nel film rimane tale: la prospettiva profondamente laica del film è uno dei suoi maggiori punti di forza) abbia messo i personaggi ai margini della società stessa. E di come, da questi margini, possano rientrare a rivedere il sole. Con l’aiuto di – beh, fate voi. Un bel po’ di fortuna.

25 Thoughts on “Hereafter, Clint Eastwood 2010

  1. Non sono del tutto d’accordo ma questa recensione mi piace.

  2. Vincenzino on 11 gennaio 2011 at 22:16 said:

    “Inevitabilmente esistono accesi discorsi sul film che non vertono davvero sul film, su come sia narrato o girato, ma su ciò che il film rappresenta e tratta – scivolando in un classico errore: accettare o rifiutare visceralmente un’opera perché condivide o non condivide il proprio universo di valori, dimenticando che si tratta di un film e non di un diktat politico-culturale.”

    No, mi dispiace, mi piace assai quello che dici, quasi sempre, ma stavolta no. Credo che apprezzare o non apprezzare un film solo in base a questioni formali sia non solo sbagliato ma pure abbastanza inutile. Un film piace o non piace anche per le opinioni e i valori che esprime. E non solo mi pare giusto. Ma mi pare necessario. Un film stimola e si propone di stimolare dibattito sugli argomenti che tratta. Considerarli un qualcosa di trascurabile è la strada giusta per far diventare il cinema cosa solo “da cinefili” che parlano di messa in scena, contro/campo eccetera.

    Ah, ovviamente, per me, questa sceneggiatura è una riflessione ASSAI banale “su argomenti tanto impegnativi quanto stimolanti”. Non l’avesse girata Eastwood non stavamo manco qui a parlarne. Credo.

    • Vincenzino, forse mi sono espresso male o forse ci siamo capiti male.
      Il senso del mio discorso su questo specifico film è: non mi piace l’idea che si giudichi a monte Hereafter (positivamente o negativamente) a causa del suo presupporre che ci possa essere qualcosa dopo la morte, come se ci fosse bisogno del contraddittorio pure nei film. E questo a prescindere dal fatto che uno ci creda o meno.
      Riassumendo: non ti è piaciuto come è raccontato, lo trovi banale e superficiale? Mi sta benone!, non stiamo mica parlando de Gli Spietati qui, se non ti è piaciuto amen. Non ti è piaciuto perché l’aldilà non esiste e basta e quindi è del tutto ridicolo e sciocco? Beh, allora è un altro discorso.
      Tolto ciò, non voglio affatto che si badi solo alle “questioni formali” perdiana (qui ne parlo per poche righe, poi parlo della sceneggiatura, poi nel terzo paragrafo parlo di tutt’altro) sennò finiamo a ridurre tutto al solito forma vs messaggio e un film è fatto di molto altro.
      Ribadisco però che un film può essere un grande film (o un buon film come in questo caso) anche se non si è d’accordo fino in fondo con i valori che esprime.
      L’ultimo tuo paragrafo invece presuppone un intaccabile timore reverenziale nei confronti di Eastwood regista, da cui se mi permetti mi dissocio.

      • Vincenzino on 12 gennaio 2011 at 16:36 said:

        Magari sull’idolatria a Eastwood ho esagerato. E’ comunque alla fine la penso come te, solo volevo chiarire quel punto, che mi pare chiarito.

        Ah, si, non mi è piaciuto, lo trovo banale e superficiale, ma questo è un altro discorso, ovvio.

        Alla prossima!

  3. The Losers Club on 11 gennaio 2011 at 22:58 said:

    Non credo che il buon Kekkoz volesse dire che un film non si deve giudicare in base alle proprie opinioni sugli argomenti trattati, quanto che un film non è un trattato su un certo argomento, ma solo un punto di vista, una storia, e come tale non va preso tanto sul serio da cadere nel fanatismo, nel caso della critica efferata, o nell’idolatria, nel caso della difesa. Solo prendere le giuste distanze tali da poter valutare l’opera in se per quello che è…

  4. Bellissima rece. A quanto pare che questo non sia un film su cosa c’è dopo la morte ma un film corale sulle vicende di tre personaggi alla gente non entra proprio in testa.
    Se sento ancora qualcuno dire che Clint ha ottant’anni e comincia a fare i conti con la morte lo prendo a pedate.

  5. sono assai d’accordo un po’ su tutto
    Tranne la parte iniziale sul valore diegetico che…insomma… e’ troppo difficile e non ho capito bene :P

    Ma per il resto condivido il giudizio in pieno

  6. lebow_sky on 12 gennaio 2011 at 01:32 said:

    Lo sai cosa c’é che non va nella tua recensione? Manca la parola “dickens”.
    Troppo banale? Mah

  7. a parte che sono ancora scandalizzato di non aver trovato in classifica quello che rimane per me uno dei migliori film usciti in italia nel 2010,e mi riferisco a “post mortem” di Larrain…..per il resto mi accodo alla tua recensione.Ormai non ti posso più dire nulla! ;-)

    Anche se dovresti approfondire,anche contro la tua volontà,uno studio approfondito di alcune cinematografie europee minori che non hanno mai trovato spazio sul tuo blog….ahiahiahiahi! :-)

    ciao!

    • nicola, non è più il tempo di approfondire contro la volontà, la scuola qui è finita da un pezzo.
      se credi che certe cinematografie meritino di essere approfondite, riapri un nuovo blog e fallo tu ;)

  8. Sono assai d’accordo con quello che scrivi Kekkoz. E spero che alcuni dei tuoi lettori dei pregiudizi poi leggano anche questo pezzo. Che possa spingerli a (ri)leggere il film nel modo giusto.
    Per chi conosce un po’ Eastwood, a lui sa che non frega poi molto scatenare un dibattito sulla morte, entrare in discorsi politico/religiosi su cosa c’è dopo.
    Chiedere a Eastwood di fare un film alla Sesto senso è un po’ come chiedergli di girare una puntata di Glee.
    Anche io come te ero uscito con una serie di punti a favore di Morgan e sfavore di Eastwood (ma è ben noto il mio non essere un fan degli ultimi Clint). Poi però mi sono convinto che ad essere più ingabbiato è lo script di Morgan. L’essenzialità, la rinuncia all’enfasi, lo sguardo profondamente umano sui suoi personaggi riescono a recuperare rispetto a una certa programmaticità della sceneggiatura.
    Oltre a quello che dici, nel finale del tuo scritto, c’è anche un altro aspetto: tutti i protagonisti sono stati – in qualche modo – toccati dalla morte. E il film ci racconta della loro ricerca su come andare avanti. Qui e ora. E Clint, da straight man quale è, ci dice che a volte basta una stretta di mano, se data con convinzione e un po’ di amore. :)
    Buona giornata.

  9. Diè on 12 gennaio 2011 at 09:26 said:

    Io sinceramente dico no.

    Si, la scena iniziale è inaudita santo cielo, penso gli effetti speciali più finti visti al cinema di recente. Roba da NatGeo. Ma vabbè, non è 2012. Però quando Caterina Vertova de France ritrova il suo amato peVduto fVancèse sulla spiaggia devastata con la barchetta sullo sfondo, dopo essere stata quasi decapitata dalla prua di una nave praticamene SDENG ouch sono morta o sono desta, allora un pò mi cadono le balle.
    Il personaggio della Dallas Howard, dopo scambi di battute bellissimi sui sapori della cucina, mangiando bendati su musica lirica made in Italy, dopo tanti sguardi languidi e segreti rivelati… Pussa via, ti faccio la seduta e sparita. Un ruolo importante.
    La scena del cappellino nella metro è da diabete immediato, e quando sul finale partono i violini in dolby surround con primi piani delle espressioni ebeti dei nuovi innamorati toccati dalla muerte e segnati dal destino, no, non può essere vero, pietà!
    Troppe cose lasciate al caso, troppi temi solo accennati, troppe banalità e troppo sentimentalismo. Proprio un boccone amaro per me.
    Clint, ti vogliamo bene lo stesso e 4eva, dai che il prossimo film torni in alto.

    Nel frattempo, Dawson deve dirti qualcosa su Hereafter:
    http://media.tumblr.com/tumblr_lefsxcQzPx1qf8yek.gif

    • Diè, non ti rispondo all’intero commento punto per punto perché facciamo notte e comunque il nostro approccio è così distante che immagino possa bastare il post ;)
      Però: sulla sequenza iniziale, io ho scritto che è inaudita per il modo in cui è inserita all’interno della narrazione e non per gli effetti speciali – poi a me ha colpito anche visivamente, ma quello è un altro discorso.

  10. indeciso on 12 gennaio 2011 at 10:37 said:

    Non so ancora se concordare con la tua belle rece o con quest’altra http://www.nazioneindiana.com/2011/01/11/nuovo-cinema-paraculohereafter/

  11. Carlo on 12 gennaio 2011 at 15:06 said:

    L’approccio analitico della tua recensione è da apprezzare, alcune cose giuste e molte altre tralasciate, per dar sostegno alla tesi della brillante sceneggiatura messa in scena in modo poco originale da clint. Per esempio il punto di vista della dottoressa, ateo , ma non scientifico: quando mai un ateo riconosce l’esistenza di un aldilà? All’inizio i personaggi forse sono stati introdotti bene, sia dal punto di vista narrativo che registico, ma solo quello. La scena iniziale è piena di incoerenza da film di seconda.Poi gli effetti speciali da Clint non se li aspetta nessuno e tantomeno ci si aspetta una regia nuova o sperimentale. Lui gira dei film in modo assolutamente “cinematografico” e classico. Da lui ci si aspetta una storia lineare, con significati forti ma velati dalla normalità della vita. Concordo con la recensione pubblicata nel link qua sopra da “indeciso” per le possibili critiche da rivolgere al film. Soprattutto mi preme il significato, e l’idea della morte. Il dilemma film sulla morte / film sulla vita non ha senso, perchè la morte fa parte della vita e alla morte non appartiene nulla. E’ ovvio che i personaggi sono tutti al di qua e non è un film sul paranormale e sul cosa succede dopo. Sarebbe stato sicuramente un film migliore senza il sensitivo che purtroppo era il legante narrativo. E se Clint Eastwood non ha fatto un film sul tema dell’aldilà perchè sente puzza di morte, vuol dire che il suo cinema è tutto mainstream e che non ha nessuna scusante per questo film decisamente fuori dal suo standard qualitativo. Almeno avrebbe potuto affrontare il problema con meno banalità e nebbioline bianche con morti che parlano. E infine “un film corale sulle vicende di tre personaggi” suona veramente troppo lusinghiero se non ci si infila a metà frase “uscito male, molto male”.

    • Carlo, ti ringrazio del commento acceso ma educato. Ora, penso che la nostra differenza di approccio (al di là dell’uso di “mainstream” in un’accezione negativa, se ho capito bene il tuo periodo) stia tutta nella tua domanda “quando mai un ateo riconosce l’esistenza di un aldilà?”. La risposta è: esiste nel film. Punto.
      Il fatto che esista o meno “in real life” un ateo che ha studiato le esperienze post-mortem non ha – o almeno, non dovrebbe avere – a che fare con la qualità del film stesso. E nemmeno, se vogliamo stare sul “messaggio”, con l’abilità nel veicolare il suo messaggio – che in questo caso non è di certo l’esistenza o meno dell’aldilà.
      È il solito vecchio problema della sospensione dell’incredulità (vedi anche “sarebbe stato sicuramente un film migliore senza il sensitivo”: no, sarebbe stato un altro film): non penso che un film debba “dire la Verità”, penso che un film debba inanzitutto raccontare la sua storia.
      Comunque sì, il suo cinema è “tutto mainstream”. Ma personalmente non ci trovo nulla di male.

  12. la bella sequenza degli assaggi?
    mamma mia. io l’ho trovata imbarazzante

  13. Sono sicuro che Eastwood sorride e accetta volentieri le accuse di sentimentalismo, quasi fosse una colpa. E si domanda se gli stessi maschietti che lo rimproverano di mielosità non sono forse i medesimi che diventano zerbini frignoni nella vita reale al solo scopo di farsi la tipa di turno.
    E chissà che dissero allora, su I ponti di Madison County un film decisamente troppo sentimentale.
    Probabilmente, si domanda Clint, essi lo amano per le ragioni sbagliate, fraintendendo completamente l’umanesimo dei suoi ultimi film, il suo essere, da sempre interessato alle vincende umane, ai sentimenti delle persone.
    Perché se questo è un film ricattatorio, Million dollar baby cosa è? E la disperazione di Sean Penn in Mistic river, non è un po’ esagerata?
    Non stiamo a dire che questo sia un film perfetto, che tutto funzioni. Ma essere delusi perché un regista è semplicemente se stesso, mi sembra francamente una obiezione fuori bersaglio.
    Posto che non si tratta di un film che si fa domande su cosa c’è dopo la morte, ma su come andare avanti quando la morte in qualche modo ci colpisce, a me pare estremamente centrato.
    E sono davvero felice che Eastwood sappia deludere i suoi straight fan che da lui si aspettano sempre film da “uomo vero” che non piange mai, perché non sia mai che ci commuoviamo, che ci potrebbe fare male.
    Aspetto con ansia la delusione generale sul prossimo progetto di Clint sui “festini” di Hoover… ^^

    • icepick on 14 gennaio 2011 at 17:39 said:

      “E si domanda se gli stessi maschietti che lo rimproverano di mielosità non sono forse i medesimi che diventano zerbini frignoni nella vita reale al solo scopo di farsi la tipa di turno.” ti applaudo.
      ciò detto, comunque a me i Ponti piace tantissimo. Non ho mai, MAI, pianto così tanto, a livello di volume straziante dei singhiozzi (tanto da richiamare l’attenzione dei vicini sul tizio che stanno sgozzando, se solo ci fossero stati dei vicini e non fossi stato solo, solo come un cane) e a livello di precipitazione acquosa, come per la scena finale della maniglia dell’auto. solo a scriverne mi è venuto il magone. con quella pioggia, quello specchietto, quella medaglietta, quel tergicristallo, quella maniglia. quella mano che si stringe ma esita una frazione di troppo, e il semaforo da rosso diventa verde.

  14. carlo on 14 gennaio 2011 at 03:36 said:

    Grazie per aver risposto al mio commento! Sono completamente d’accordo con te sulla sospensione della credulità, la cui messa in discussione sarebbe una posizione ingenua per chiunque conosca un po’ la semiotica e il liguaggio, non solo cineatografico, ma in generale, proprio della narrazione. Il senso del mio intervento non voleva essere centrato su cosa fosse opinabile o superfluo nella narrazione, ma bensì un giudizio di valore rispetto all’intero prodotto. Detto ciò, il prodotto di un cinema mainstream , che come tu stesso hai evidenziato caratterizza i film di Eastwood, può essere un gran prodotto e non lo vedo assolutamente come un complemento negativo. In sintesi, tutto ciò che ho visto all’interno del film non mi ha in alcun modo fatto riflettere sulla vita o sulla morte, cosa che mi aspetto in generale da tutte le forme artistiche. Scusa se con questo ultimo periodo dò ancora un giudizio personale sul significato uscendo completamente dal merito del film per sè, ma non posso prescindere da questo elemento fondante per il mio “gradimento intellettuale”. Poi ovviamente il cinema è anche altro e lo si può apprezzare su diversi livelli, ma per questo lavoro il mio voto è decisamente no.

  15. Buona recensione, sono d’accordo con molto di ciò che dici… come tutti sono andato al cinema aspettandomi un capolavoro ma non ne sono uscito deluso come buona parte del pubblico. Credo infatti che, pur con tutti i difetti, Hereafter sia un film più interessante di quel che sembra.
    ciao

    PS: bel blog, ti ho aggiunto ai link del mio (nuovo nuovo).

  16. Giuseppe Parascandolo on 14 febbraio 2011 at 17:51 said:

    Film eccellente.
    La trascendenza è ben inserita senza nesuna invadenza.
    Si pone, con laicita’ intelligente e sanamente consolatoria, il problema
    della vita e della morte con delicatezza e romanticismo appassionato.
    Anche l’adagio del concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov
    sottolineano con maestria temi cosi’ profondi e spiritualmente elevati, senza
    incorrere nel fanatismo religioso.

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