Catfish, Henry Joost e Ariel Schulman, 2010

Catfish
di Henry Joost e Ariel Schulman, 2010

Dico subito la mia: Catfish è un film davvero bello che vi consiglio di recuperare al più presto. Ma invece del post tradizionale, questa volta ho fatto qualcosa di completamente diverso: ho noleggiato un piccolo capannone industriale alla periferia sud di Milano, ci ho messo dentro un tavolo IKEA e 10 sedie, ho chiamato 10 persone con l’inganno, e li ho chiusi dentro. Sul tavolo c’era un biglietto: “parlate di Catfish”.

Premessa essenziale: questo è un film che va visto senza saperne assolutamente niente. Quindi, a mio stesso svantaggio, vi consiglio di non leggere questo post – che è inevitabilmente PIENO DI SPOILER – e di tornare quando avrete visto  il film.

Personaggi e interpreti:

Dolores Vinx Federico S.

Chiara Lenny Nero PopTopoi

Liz Marta Byronic TobWaylan

Si legge tutto dopo il salto.

Io non voglio dire che mi abbia fatto cagare, ma Dio solo sa quanto fosse potente quell’HEH che mi è uscito di bocca quando Catfish è stato snobbato in TUTTE le categorie “miglior documentario” dell’universo. Cioé, se quello è un docu io posso pure scrivere il Decamerone. Il che vale anche come commento alle faccende intra-diegetiche del film, credo.
DVD-quote suggerita: “Alle volte su Internet fai incontri degradanti.” (Norman)

Sapere se si tratta di un documentario o di un mokumentario per me è irrilevante. Se proprio dovessi entrare nel merito della categorizzazione a tutti i costi, io non lo definirei un “reality thriller”, come viene indicato all’interno del plot summary di IMDb, perché sembra sottendere una qualche volontà criminale. A conti fatti, visto dove vuole andare a parare, la prima metà del film poteva essere più che dimezzata per approfondire le mille domande che un argomento del genere fa nascere. Domande GIGANTESCHE. È un film che racconta come la “real ife” possa essere una gabbia, tangibile, fatta di rigide regole fisiche, di scelte non ripercorribili, di sconfitte, e di come la rete sia invece il veicolo di un potenziale, il mezzo per proiettare diverse stratificazioni del proprio ego in “socializzazioni” alternative e l’opportunità di ricominciare da capo mille volte. O, come in questo caso, vivere vite alternative parallelamente. Verso la conclusione sembra vertere su una totale sospensione del giudizio. Sembra, perché poi lo spiegone finale fa precipitare tutto a terra. In generale ha una metrica a tratti goffa ma non lo trovo necessariamente un pessimo prodotto, anzi. Sicuramente si poteva fare meglio ma è un giocattolo interessante per come è strutturato. Quantomeno non hanno messo di mezzo il “Sogno Merigano”, anche perché in questo caso avrebbe fatto implodere tutto. Secondo me, per assurdo, il web è la “materializzazione” del sogno americano, ma questa è un’altra storia… Comunque se è tutto finto sono stati bravi dai. Non so bene come valutare il fatto che lei non guardi mai in camera (strano, ma tant’è) ma mi è piaciuta molto la sua recitazione. E quindi? Quindi la valutazione di questa “cosa” trascende un giudizio oggettivo e credo vada valutata in un’ottica molto più intima di quanto voglio ammettere.

Catfish è il film con il trailer più fuori luogo che abbia mai visto. Sembra quel virale che hanno fatto qualche anno fa dove Shining è una commedia divertente su una bella famiglia americana. Dal trailer Catfish sembra The Blair witch project. In realtà non è un thriller, non è un film dell’orrore, c’è mezzo minuto di tensione ma per il resto è tutta un’altra roba. La seconda parte del film è riuscita e toccante, oppure forzata, assurda e stupida. A me è piaciuta abbastanza, e fa pensare per qualche giorno allo scarto potenzialmente infinito tra la vita e l’internet, ma posso capire che a qualcuno faccia cagare pesantemente. È comunque qualcosa di cui non si può parlare davvero in nessun modo a chi non lo ha visto. La cosa che ho trovato più interessante, e che apre anche delle prospettive per il futuro, è come il film sia girato ALL’INTERNO di Facebook, di Google maps, dell’iPhone eccetera. È il primo film che abbia visto che si svolge, normalmente, naturalmente (e questo è importante: non è una cosa forzata o finta. È normale come è normale avere uno smartphone nel 2011) all’interno di uno schermo, come parte delle vite di molti di noi. È come se Facebook fosse una delle location principali del film, ed è giusto che lo sia, era ora.

Venerdì mi sono accorta di aver visto qualcos’altro di Ariel Schulman. Scorrevano i titoli di coda di I Think We’re Alone Now, diretto da Sean Donnelly nel 2008, ed ecco che ci compare lui, come operatore. L’ho trovato di una perfezione da quadratura del cerchio, o da trasformazione alchemica del piombo in oro, o dell’oro in caccaccia. Se proprio la devo dire come me la sento. Perché se è vero che i filmmaker sono come i serial killer e colpiscono prima vicino casa, allora quest’altro documentario, passato ampiamente inosservato, è paragonabile al lavoro dei bambini disturbati quando si accaniscono sulle code delle lucertole in cortile. Qui ci sono due fan/stalker che vivono le loro giornate nel segno di Tiffany, nel senso della roscia protoBritney degli anni ‘80. Lì (nel senso di Catfish) l’ossessione è solo meno evidente, il disturbo più sfaccettato, ma detonano entrambi nel momento in cui vengono punzecchiati. In I Think We’re Alone Now nulla esplode, è la calma prima della tempesta-episodio psicotico. Ma c’è un semino piantato nel cervello di Schulman, mi ci gioco le mutandine del martedì, che comincia a crescere nel terreno fertile di quel documentario, alimentato dalle storie di freaks e loro annessi e connessi. Tod Browning, Diane Arbus, Ariel Schulman?

Premetto che non ho visto il trailer e che non sapevo quasi nulla di Catfish quando ho aperto il file scaricato prontamente su consiglio di PopTopoi. Prendendola da un’altra parte, a me è sembrata molto interessante la questione della bambina prodigio (pseudo-fittizia) o della madre (pseudo-reale) che creano dipinti dalle fotografie. Mi è sembrata una materializzazione evidente dell’iperrealtà che circonda tutto: il cinema, il filmare l’internet, l’internet stesso, le vite parallele che noi tutti abbiamo attraverso le macchine. Dico iperrealtà nel senso originale Baudrilliardiano del termine, cioè un specie di “cosa”/realtà fatta di costrutti sociali, culturali, o artistici che sono “copia di un originale che non esiste più o che non è mai esistito”.
Il che mi sembra un’ottima metafora per descrivere Catfish passando oltre alla questione è un film/è un documentario: è una copia di un originale che non esiste. In fondo è già stato ampiamente dimostrato che il vero documentario, o il documentario come lo intendevamo facciamo venti, trenta anni fa, non esiste più o non è mai esistito (pensiamo a Michael Moore, Herzog, Broomfield, Fiennes, Affleck: è dura determinare dove finisce il documentario e inizia il film). Se dovessi inventarmi un termine per attribuire un genere a Catfish sarebbe netsploitation, non solo per il modo in cui vengono forse “sfruttati” certi contenuti/persone/storie, ma anche perché concordo appieno con Federico sull’uso diegetico di Facebook e Googlemaps, e l’integrazione della schermata web con lo schermo cinematografico, cosa che anche secondo me avrà sempre più spazio in futuro. E quindi insomma in Catfish ho visto una perfetta comunione di contenuto e contenitore, un film che lascia con più domande di quelle che lui stesso si chiede.
La domanda centrale non è solo “chi è questa donna”, ma anche chi sono loro, questi cineasti hipster piuttosto sospetti, chi sono le persone nelle foto spaccaite per altri, chi sono i loro Facebook “friends” – e di conseguenza chi siamo noi che guardiamo questo film davanti a un monitor o in una sala gremita, chi sono io che scrivo, chi siete voi (osservo il cursore muoversi e le parole apparire come spettri sul googledoc e mi chiedo che cosa è che mi convince che voi esistiate davvero, o se per caso tutto questo esperimento non sia solo Kekkoz che scrive sotto otto nomi falsi, prendendo in prestito le vostre identità – la mia no, di quella sono sicura, ma forse non dovrei).
Comunque insomma, double bill con The Social Network, no?

State tutti dicendo cose legittime e interessanti, ma trascendono TUTTE il film che abbiamo visto. Che sarebbe materiale sufficiente per ottenere un’ordinanza restrittiva ai danni dei realizzatori. Tipo, ok, avete condotto una coraggiosa investigazione e smascherato una “bugiarda seriale” rivelatasi [SPOILER] una persona fragilissima con una home life TREMENDA (DUE figliastri handicappati gravissimi, una figlia naturale con cui ha perso i contatti da anni, etc.): voi siete arrivati a casa sua, avete continuato a filmare, l’avete costretta a confessare e avete detto “stop, buona, K THANX BAI”.
In sostanza, avete fiutato la possibilità di vendere il film creando sensazione e vi ci siete buttati A PESCISSIMO e si fotta tutto il resto. Bene, congratulazioni. Adesso se non vi lasciano più prendere in mano un videofonino è un buon inizio, cari coraggiosi investigatori delle mie palle.
tl; dr = “I found that being a decent human being really isn’t worth the effort”.

Esattamente: netsploitation=exploitation in the age of the ‘net.
Rimane da vedere se ha ragione il Mark Zuckerberg di TSN, se a questo punto i cretini siamo noi che le informazioni gliele diamo di nostra spontanea volontà e ci lasciamo quindi sfruttare a piacimento, e come noi quella lì del film, o se i bastardi sono loro hipster-filmmakers dei miei stivali che pigliano e usano quel che gli viene offerto sul piattino d’argento. (Che anche io trovi il film subdolo è chiaro, ve? Però c’è per me un problema più grosso e che non è del film ma della cultura che ti permette di mettere tutto in mostra, di reinventarti infinitamente, di creare io, super-io, te, super-te, etc, e si apre allo sfruttamento della fantasia e della delusion in maniera lampante.)

A me non importa molto se è un documentario o un mocumentario, se è reale o solo realistico – è un film attuale che parla a chiunque abbia mai effettuato un login nella sua vita. E non è poco. Se vogliamo assumere che non c’è trucco e non c’è inganno, Catfish ha richiesto il sacrificio di una persona bugiarda. Come dice Dolores, qui si pone un problema etico gigantesco, trattandosi appunto di una donna fragilissima con una vita orribile che cercava solo un po’ di svago. E probabilmente è stata sfruttata e manipolata anche lontano dalle telecamere per convincerla a firmare una liberatoria (che è una cosa a cui nessuno pensa, ma il life cycle di un documentario spesso inizia a riprese terminate). Quello che vorrei capire è quanto sia stato necessario il sacrificio di questa persona, se il film abbia risolto/migliorato qualcosa nella sua vita (e nella vita di chi ha un problema simile) o sia servito solo a far annuire il pubblico del Sundance.
(Netsploitation è una definizione eccezionale.)

Ottima osservazione. Me lo vedo il filmmaker cattivone intento a fargli firmare la liberatoria umettandosi le labbra. Qualcuno potrebbe dire che pure lui è stato una vittima ma sicuramente non con la stessa violenza.

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Oh accidenti, PopTopoi, anche io mi domando davvero se il film abbia risolto/migliorato/cambiato qualcosa nella sua vita. Stavo per postare una roba a postilla del mio ultimo intervento tipo: a quando il sequel? A quando il racconto di cosa accade dopo? E soprattutto, a chi spetta raccontarlo? E anche, abbiamo il diritto di chiedercelo o semplicemente non sono fatti nostri? Quanto siamo coinvolti una volta che abbiamo accettato di vedere il film? (Presupposto che l’exploitation abbia anche bisogno di un pubblico che rimane a guardare, come in un incidente stradale.)

Per quanto riguarda saperne il seguito non ho capito che altro serve sapere. Non so per quale motivo ma è autoconclusivo pure fin troppo, tra l’altro col finalone “tarallucci e vino”. Lei diventa una donna sicura e consapevole e si rivende in prima persona come artista, lui se la cava con il broncio per la faccenda degli sms zozzi e con una pessima cera (malsimulata dagli occhi a forma di $).

No, spe, non era veramente un desiderio di sequel, ma proprio il chiedermi a che cosa e a chi serva un film del genere (come diceva PopTopoi). Il film ha una sua conclusione canonica, Hollywoodiana, “taralli e vino”, ma le domande sulle persone coinvolte e sull’impatto della vicenda nelle loro vite (che assumo come reali, perché il film mi induce a pensarle tali) a me rimangono.

Io l’ho trovato inquietante. Soprattutto la seconda parte – quei bambini, quella casa, un po’ tutta l’ambientazione da Non aprite quella porta. E’ anche colpa del trailer fuori luogo, probabilmente. Per quanto riguarda il discorso documentario/mocumentario, mi è sembrato che troppo spesso Schulman cercasse di ostentare la (presunta) autenticità del film. Del tipo: hey, guardatemi, mi sarei mai fatto riprendere dai miei amici in mutande e apparecchio mentre leggo gli sms erotici della mia fidanzata virtuale se avessi saputo di finire al Sundance? Poi, il voler dimostrare a tutti i costi che il progetto è nato spontaneamente e quindi è sincero va in direzione opposta a quello che dovrebbe essere il punto di tutta l’operazione. O no? Comunque, per me Catfish funziona. Meglio: Catfish mi ha fregato. (E’ anche vero che sono una delle cinque persone al mondo che sono rimaste *davvero* sconvolte dal finale di Shutter Island, quindi forse è un problema mio). Sulla questione etica: perché prendersela solo con gli hipster-filmmakers cattivi e profittatori? Dando per scontato che la storia sia reale, è stata la donna a “sfruttare” per prima l’ingenuità altrui. E comunque tutti noi l’abbiamo visto e siamo qui a parlarne. Siamo tutti brutte persone? Ma soprattutto, sono l’unica qui dentro a pensare che TSN non c’entri assolutamente nulla?

Anche secondo me TSN non c’entra nulla. Perché non è un film su facebook. Ma questa è un’altra storia.

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Mi sembra che si stia configurando l’annosa questione tra come è stato fatto il film (liberatoria, microfoni nascosti, telecamere invadenti) e di cosa tratta (o dovrebbe trattare) il film.

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Parte prima, in cui la giovane deficiente dichiara di aver adorato Catfish. Che poi è vero, a me è piaciuto tantissimo. Che sia doc- o mock- , ha un soggetto realistico: quante persone ci sono che si fingono qualcun altro ci sono in rete? Tante. Quando ero minorenne (si parla di due anni fa) mia madre era terrorizzata dall’idea che potessi finire a farmi sgozzare durante un rito satanico celebrato dai miei ‘amici’ via computer; ora ha abbracciato la natura benevola delle persone che ho conosciuto online, ma penso che porterebbe via tutti i mezzi tecnologici a disposizione di mio fratello se vedesse Catfish. Sarebbe il mezzo perfetto per scatenare il moral panic riguardo ai social network, ma probabilmente se i miei coetanei (ciao TobWaylan!) lo vedessero, penserebbero soltanto “oddio che mega sfigaz quella vecchia”. Tutto questo per dire: IL PERICOLO E’ REALE. Il fatto che Nev (?) sia stato in grado di creare quel tipo di interazione – con tutto quel dettaglio, vedi le foto o le canzoni – e poi si sia rivelato un castello di carte è un segnale che i limiti dell’uso di internet non esistono più. Parte seconda, in cui la giovane deficiente si rende conto di tutti i difetti di Catfish. Sull’onda delle critiche che ho letto a pezzetti: dopo una prima parte in cui è tutto un “oh, ma cosa succederà?”, si sfocia nella vita di una persona con dei problemi enormi – come ha detto giustamente (mi sembra) Dolores. Tra l’altro, quanto è ingiusto che abbiano firmato qualsiasi consenso possibile, compreso quello di mostrare il viso di una povera bambina che da grande si potrebbe sentir dire “oh, ma tu sei quella con la mamma fuori come un cavallo su cui hanno fatto un film!” Inoltre (parte terza, in cui la giovane deficiente si imparanoia) ha avuto un bel culo Ariel Schulman a beccare una storia così, partendo dall’idea di fare un film su suo fratello! Sto cercando di non convincermi che sia tutto falso, ma i dubbi incalzano.

Premettendo che ormai non riesco quasi più ad infilare sette parole una dopo l’altra senza che l’ottava sia “LOLLONI”, e perciò, in parte, rientro nel pubblico ideale per un progetto simile, la sensazione che mi ha accompagnato durante la visione del film è stata l’angoscia (acuita dalla “svolta” del terzo atto, di cui dicevamo sopra). Non più di 15’ più tardi ho cominciato a sentirmi avvilita e presa tantissimo per il culo. Io più che di netsploitation (anche se la definizione è valida) parlerei di bullismo verso lo spettatore.
DVD-quote suggerita: “Cosa sono 10.000 hipster legati col fil di ferro e buttati sul fondo dell’oceano?” (Dolly)

Un buon inizio, dannazione.

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Non ho la più pallida idea di come inserirmi in tutto il popò ipertestuale che avete creato. Dovrei fare un ricapitolo e il ricapitolo sta in un punto: agli hipsterz la fiducia io non do. E avete ragione. Agli hipsterz la fiducia non la si da MAI. Perchè se la tirano, c’hanno la barbetta, e non portano ad una vita migliore. Forse puzzano anche. Forse pure più del film. Però bisogna dirlo: se Catfish è reale e la sua tempistica Shakespeariana non è solo dell’intelligente montaggio dobbiamo la sua riuscita al loro essere hipster. Perchè solo un fottuto e disilluso hipster con un futuro da Orson Welles nel cassetto vorrebbe fare un film sulla relazione a distanza del fratello con una presunta gnocca e una bambina brava a disegnare. E’ noioso solo a spiegarlo, se vuoi fare un film su della roba del genere sei un delinquente e dovresti regalarmi tutto il tuo arsenale video. Ma la stessa storia vale anche se avessero inventato tutto: perchè sprecare tempo e mezzi e rischiare di essere additati come imbroglioni e assrapers quando probabilmente avevano tutto il necessario per girare un vero film? Guardate che Joaquin Phoenix e Casey Affleck se lo possono permettere perchè sono DEI FIGHI. Voi no. Voi siete dei FOTTUTI HISPTERZ. Quindi com’è andata la storia? Sono davvero così pirla/audaci o sono solo dei gran furboni? Mettere musiche angoscianti nelle sequenze notturne è un geniale abbattimento del muro tra realtà e cinema o solo una ruffianata senza scrupoli? Non lo so, per un po’ gli ho creduto, ma più ci penso e più questa fiducia se ne va a pescare. Probabilmente il film continuerà a piacermi ma se venisse fuori che tutto è falso allora un po’ scopato in culo mi sentirei. Ora vorrei inserire nel discorso una figura che non mi sembra abbia lo spazio che si merita. Il Marito. Vince. Il santo patrono delle pazze nipoti di Norman Bates. Egli. Quello che alla fine ha la chiave di lettura di tutto il film, esattamente come la tipa in The Social Network. Cosa diavolo avrà fatto lui dopo? Alla fine pare tranquillo, forse amareggiato, ma non stupito o arrabbiato o tradito. E ricordiamolo: ha appena scoperto che la moglie ha creato un mondo virtuale perchè nella vita non le era rimasto più nulla e tutti i suoi sogni sono andati in fumo per colpa dei suoi (di lui) figli. Roba da far suicidare la gente. Quando scopri una cosa del genere a te cosa cazzo resta? Dovremmo mica aspettarci un sequel? E’ una figura oscura, incoerente e di contadina saggezza. Sembra accettare i fatti, sembra giustificare la pazza. Forse la ama, secondo me la odia, è donna, s’è voluta la casa e i figli ritardati, ora pulisci, TROIA. Mi ha dato molto fastidio che dopo tutte le menate propinate sulla brava mogliettina non mi abbiano fatto vedere l’unica reazione che valeva la pena conoscere e che avrebbe dato un senso di realtà maggiore. Forse Catfish è solo un gran saggio sulla finzione, una storia finta spacciata per vera ma volutamente esagerata per sembrare finta dove la verità non vuole essere raccontata fino in fondo. Una roba tutta meta sulla facilità di creare finte realtà nel XXI secolo. Se questo era il loro intento ci sono riusciti alla grande.

Premessa numero uno: un po’ i videogiochi e un po’ i blog di cinema da combattimento hanno creato una generazione di personaggi piuttosto hum coriacei e quando il Signore dei Pupazzi da il via allo sparare sulla folla, beh, dovete sopportare anche questo. Premessa numero due: un po’ Tarantello e un po’ Amici hanno creato tutti gli altri. Premessa numero tre: lo squalo non ha amici e Mina, tu lo sai. Premessa numero quattro: se trovi “inquietante” un ragazzino handicappato non hai diritto ad avere nessun altro diritto. Mai più. Revocati seduta stante. Premessa numero cinque: davvero avresti detto “la pace nel mondo”? Giura.
Detto questo, io il trailer non l’ho guardato ma, per quanto l’abbiano potuta mettere giù sull’inquietante, dubito che l’intento fosse quello di rendere paurosa la casa/bambina (se no revocherei qualunque diritto anche a loro). FORSE c’è qualche cosa di più tremendo. Qualcosa che striscia nello stomaco. Qualcosa che ti può far urlare fino a che non ti escono più suoni dalla gola ustionata dal pianto. Questo NON dovrebbe essere il documentario sui pericoli dell’internetz, questo NON dovrebbe essere il documentario dove alla fine c’è una carrellata americana sul muso dei matusa che annuiscono (ma anche sì), questo NON dovrebbe essere il muviz che feeega con feisbuch ci stavo rischiando grosso anche io. Infine, qui non salta fuori nessuno con una fottutissima ascia! Questo film parla del DOLORE VERO. VERO. Di come si può diventare lucidi nel crearsi una schizofrenia cosciente di tutto rispetto. Di come la vita di una persona possa diventare talmente patetica ed insopportabile da permetterti di impersonare la vita di una figlia (vera) che chissà dove si è persa. E chi se ne fotte se un regazzotto si infatua a distanza. Fino a che non c’è un contatto di primo grado non c’è danno in fondo. In questo “documentario” si parla anche degli strumenti che una persona può utilizzare oggi per farlo. Strumenti che fino a qualche anno fa erano carta, penna e firma anonima. I “pericoli di internet” sono i pericoli che ci sono sempre stati. Il mondo non è diventato brutto brutto perchè c’è l’internet. Gli strumenti non sono mai “cattivi”, sono sempre le persone a deciderne di farne un uso corretto o pessimo. E le persone c’erano anche prima di internet. Santa pazienza, se non fossi certo che tutto il meglio di questo film sia in quello che abbiamo scritto, piuttosto che nel film stesso, penserei che quelle teste di birillo di hipster siano dei geni. GENI! Big fail comunque. Forse hanno fatto un vero film dell’orrore che è stato scambiato per un film sui rischi di non cambiare spesso la password. O forse sono degli ebeti e io non credo di aver voglia di riguardarlo per accertarmene.

Sì, è un film sul dolore, sulla solitudine, la depressione ecc. Ma quella parte lì è riuscita? Non lo so. Se non ci fosse tutto il resto probabilmente non saremmo qui a parlarne. È toccante, ci credo: ti mostra una delle vite più disperate che ci si possa immaginare, ma alla fine mi sembra che quello che resta di più dopo aver visto Catfish sia il resto, sia la storia “vero o pilotato”, sia l’internet. È un film che ha due grosse idee (l’internet, quel dramma personale) e forse non sono una necessaria all’altra. Si poteva fare un film sulla vita della tizia, senza gli hipster, senza internet? Sì, e non se lo sarebbe inculato nessuno. Si poteva fare un film su internet e girato dentro Facebook ma con una storia prevedibile, senza il drammone? Sì, e poteva essere un miracolo o molto più probabilmente una gran cazzata. È un film fortemente sbilanciato, che parte in un modo e finisce in un altro pianeta, un pianeta poi piuttosto desolante, il che aumenta il senso di straniamento. È anche vero che loro ti direbbero che sono partiti senza sapere dove sarebbero arrivati, e non se ne esce.

Rompo subito gli indugi dicendo che Catfish m’è piaciuto. Come film, a dispetto o meno della propria veridicità, secondo me funziona. E anche parecchio. Proprio perchè, com’è già stato detto, se anche non reale racconta una vicenda realistica e parecchio plausibile (personalmente di storie matte con al centro l’internet ne ho vissute e viste parecchie, da gente che si scriveva reciprocamente ti amo sul profilo di miospazio senza essersi mai vista di persona a chi stalkava le utenze ebay delle amiche per vedere cosa si compravano o storie malatissime nate sulle pagine di photolog o su msn, and so on). Il film di Joost & Schulman mi ha fatto ridere quando Nev legge ai suoi due compari lo scambio di messaggi piccanti (che in realtà m’han messo una gran tristezza, some thinghs are better left unsaid) mi ha messo ansia, nella scena dell’arrivo alla fattoria di Megan, ansia tra l’altro giustificata soltanto dalla costruzione della sequenza dato che non c’era nessun motivo per presupporre il peggio (non avevo ancora visto l’orrido trailer che in maniera fuorviante tenta di saltare sul carrozzone dell’horror spaghetti) e mi ha davvero buttato giù il morale nell’ultima mezz’ora, quando la matassa viene sbrogliata. Appena dopo i titoli di coda ho cominciato a mandare messaggi e a postare a destra e a manca (quindi mi sa tanto che volente o nolente rientro con un doppio carpiato nel target del film) consigliandone la visione ad amici e conoscenti talmente ne ero rimasto colpito. Proprio per questo il film mi s’è conficcato nella testa e non ho potuto fare a meno di continuare a pensarci. C’era qualcosa appena sotto la superficie che non mi tornava e come sempre succede in questi casi il miglior amico si rivela (aridaje) l’internet. Spulciando a destra e a manca sono quindi venuto a conoscienza delle grosse polemiche scatenate da Henry Joost e Ariel Schulman sin dalla premiere al Sundance. La veridicità o meno del film, per quel che mi riguarda è un fattore marginale, durante la visione non mi sono mai posto la domanda sul realismo della vicenda, perchè, preso dallo svolgimento della storia tutto mi pareva filare liscio. La veridicità diventa un fattore centrale quando entra in campo l’etica. E’ giusto sfruttare la vita di una povera disgraziata per portarti a casa il tuo filmetto indipendente così te la puoi menare alle feste al Village o nei salotti dell’Upper East Side? E’ giusto sfruttare due ragazzi handicappati (facendone addirittura morire uno, cosa che se fatta ai fini della drammatizzazione risulta decisamente agghiacciante) per rendere ancora più greve l’atmosfera della vicenda? Queste sono le cose che mi hanno dato più fastidio, se c’è del “bullismo” non è tanto nei confronti dello spettatore ma nei confronti di Angela e della sua famiglia (sebbene la storia del cinema sia costellata di storie simili, ad esempio Freaks, Deliverance o The Sentinel, film che sfruttano handicap e deformità reali per aumentare il realismo e incupire l’atmosfera). Come spettatore non mi sento per nulla preso in giro dalla malafede degli autori, più che nello spacciare per vera una vicenda simile, sul fingere di non essersi accorti della piega che la storia stava prendendo. Intanto perchè la veridicità o meno del film non mi cambierebbe certo la vita (ad esempio mi sentirei preso in giro da un documentario d’inchiesta se scoprissi fosse falso, non da una storia come quella di Catfish che nonostante abbia il pregio di sollevare degli interrogativi tutto sommato lascia il tempo che trova) tanto più che la falsità della vicenda, nel contesto del film, ne avalla la tesi. Il fatto che la rete e i nuovi media nascondano degli angoli oscuri non è certo una novità ma qui, e secondo me l’accostamento a The Social Network, con i dovuti distinguo, non è poi così campato in aria, il messaggio e il mezzo coincidono. Se il film di Fincher mostra come nell’ultimo decennio la maniera di comunicare sia profondamente cambiata (tant’è che stiamo collaborando alla scrittura di questo pezzo, per quel che mi riguarda, senza esserci mai visti in faccia, come è già stato fatto notare), Catfish spinge sull’acceleratore mostrando le derive e la piega nella quale questo modo di comunicare può degenerare, utilizzando esattamente lo stesso linguaggio di questo tipo di comunicazione (facebook e i social network, google maps, gps, youtube, flickr, gli smartphone etc etc) in una forma meta narrativa mai vista. Il merito del film, a dispetto della ruffianeria, della malafede, quando non del cinismo degli autori, secondo me è proprio qui.

I bambini handicappati – OVVIAMENTE – non sono inquietanti di per sé. Ovviamente. (Santo cielo! Siete peggio di Schulman qua dentro!). E’ inquietante l’uso che se ne fa nel film, è inquietante la scena notturna nella fattoria disabitata con la musichetta da film horror in sottofondo, il trailer fuori luogo, lo scarto tra la prima parte del “documentario” e la seconda, eccetera eccetera. Inquietante nel senso di: ommioddio perché stanno ancora filmando non possono tornarsene a casa e lasciar perdere tutto questo è orribile e immorale strappatemi gli occhi! Che è poi quello che fa funzionare il film. Detto questo, Catfish NON E’ un film sul dolore. I film sul dolore sono altri. E non è nemmeno un documentario sul dolore. O un’inchiesta, in senso giornalistico. Se fosse stata un’inchiesta, forse sarebbe partita con l’intento di rifilarci uno spiegone moralistico su quanto sia cattivo e pericoloso l’internet. Non ce ne sarebbe fregato nulla e non saremmo qui a parlarne. Sarà che ho poca fiducia negli hipster, credo che la questione etica non sia inscritta nel film. Non volontariamente, almeno. Il fatto che qualcuno l’abbia sollevata è positivo (siamo salvi!), ma il punto del film non mi è sembrato questo. Insomma, a questi tre sfigati è “capitata” una cosa strana, hanno pensato di poterci guadagnare qualcosa, ne hanno fatto una specie di film che hanno buttato in pasto al mondo secondo la logica del fatene un po’ quello che volete. Non è la stessa cosa che succede, in continuazione, su facebook e simili? Quindi: da tutta questa esperienza Schulman e gli altri due non hanno imparato niente, e noi non usciremo mai da questa discussione.

Il punto è che parliamo di un film che tocca delle corde molto personali. Perdonatemi un parallelismo con The Blair Witch Project, un documoku che non ha lasciato indifferente nessuno: o è piaciuto molto o ha fatto cacare molto. A me è piaciuto molto perchè sono nato in un posto pieno di boschi, in cui andavo anche di notte, e ho quasi staccato il bracciolo della poltrona del cinema guardandolo. A tutti gli altri ha fatto cagare. Possiamo solo dire la nostra. La Verità non c’è.

Resta il fatto che di documentari sullo pseudocide non ne ho mai visto uno. [Esiste Talhotblond, però, detto tra noi, è un servizio televisivo tirato per le lunghe: non un minuto di cinema.] Ecco, quello lo guarderei nonostante Catfish. Vammi a trovare qualcuno/a che ha simulato la propria malattia/morte online, e raccontami che vita fa anche solo quattro-cinque mesi dopo l’episodio (e il relativo sputtanamento, perché stai tranquillo che ti beccano SEMPRE). Limeybean sarebbe un ottimo punto di partenza. La donna a cui “Megan” aveva rubato le foto per costruirsi un profilo Facebook - intendo: la donna che nel mondo reale è la proprietaria di quella faccia – è una modella/fotografa di nome Aimee Gonzales. Ora non riesco a trovare la fonte, ma quando i due registi hanno rintracciato la signora Gonzales e le hanno spiegato cos’era accaduto PARE che il marito di lei abbia reagito dicendo “ecco, te l’avevo detto che era una cazzata mettere tutte quelle tue foto online”. E HA RAGIONE. Four for you, Mr. Gonzales. You go, Mr. Gonzales.

Io l’unica cosa che spero è che quel pajass di Nev non fosse serio quando ha fatto quel collage con la foto della tipa. In caso contrario va rinchiuso SUBITO! (e la cosa pesa è che gente che certe robe le fa convinta ce n’è, e mi mette un’amarezza pari soltanto allo scambio di messaggi tra la Fake Megan e Capitan Sorriso).

Sono molto d’accordo. Serial Killer Moment 101.

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12 Thoughts on “Catfish, Henry Joost e Ariel Schulman, 2010

  1. Crazy SImo on 27 gennaio 2011 at 12:00 said:

    Uffa, però così è inevitabile che sono tentata di leggere e io ODIO gli spoiler. Vabbè eviterò, tanto avevo già deciso di vederlo, sulla fiducia.

    CrazyS

  2. Pingback: Tweets that mention Catfish, Henry Joost e Ariel Schulman, 2010 » Memorie di un giovane cinefilo -- Topsy.com

  3. Ma quand’è che Kekkoz viene a riprenderci? Inizio ad aver freddo in questo capannone.

  4. Astarte on 27 gennaio 2011 at 13:28 said:

    CAVIE.
    Il nuovo film di Kekkoz tratto da un romanzo di Palahniuk.

  5. vespertime on 27 gennaio 2011 at 14:38 said:

    /possibili spoiler.

    io dico solo che questo fake è una truffa. un trailer ingannatorio per un film sostanzialmente brutto. a parer mio non si salvano neanche le tematiche. insomma. che ci sia gente brutta brutta che “sull’internet” si spaccia per bella bella è una roba vecchia come il cucco e mi sà anche di morale noiosa che mentre la ascolti pensi “blablablablabla”.

  6. Dannato Kekkoz, io volevo leggere questo post e mi sono ritrovato a vederlo davvero, ‘sto coso.

    che nella prima parte, anche per (sigh) vicende personali ho trovato veritiero, ma che nella seconda svacca completamente.

    Vado terra terra, il metalinguaggio non mi appartiene: mi prendono per il culo per 8 mesi e, invece di mandare tutto a fanculo, rimango li e divento amico della Freak Family.

    NO WAY.

    Secondo me manca LA scena: quella in cui i 3 si trovano nella camera d’albergo e capiscono di aver trovato la gallina dalle uova d’oro.
    Mostrare quella scena sarebbe stato il motivo per correre al cinema, cosi è quasi una leggenda metropolitana.

    Ma ne parlerò a chiunque, ovviamente.

    ps. ho amato i primi 15 minuti, maps FB e gmail come se piovesse, mi diventa impossibile, a questo punto, immaginare una commedia romantica che non faccia lo stesso uso visivo e non del Web.

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