Let me in, Matt Reeves 2010

Let me in
di Matt Reeves, 2010

Uno degli argomenti su cui insisto in modo più ripetitivo e noioso nell’ultimo periodo è l’assenza di intoccabilità delle opere cinematografiche – argomento che si potrebbe estendere ad altre arti, ma lascio che siano altri a discuterne in altre sedi. Ribadisco stancamente: non esistono film che non vanno assolutamente rifatti o ripensati, sia perché la rielaborazione stessa fa parte dell’evoluzione dell’arte nel tempo (ne è anzi uno dei perni più stabili) sia perché tale rielaborazione non intacca in alcun modo le opere precedenti – un remake non si gira certo cancellando le immagini dell’originale – sia, infine, perché nulla esclude che l’allievo possa superare il maestro. Inevitabile parlarne per Let me in: perché il film di Matt Reeves è arrivato a una tale breve distanza dallo stupendo film di Tomas Alfredson e lo richiama spesso in maniera così diretta da risultare una sorta di punto di non ritorno nella pratica del remake americano di un cult movie proveniente dai vecchi continenti – insomma, il materiale perfetto per diventare capro espiatorio nelle mani seguaci di una sacralità ormai superata: non a caso i media anglosassoni non ci sono cascati e hanno gradito moltissimo, mentre da noi (se mai uscirà) verrà probabilmente e ingiustamente disprezzato. Sarebbe bello però parlare di Let Me In come di un’opera a sé, si potrebbe sottolineare con più onestà – e meno banalità tipo “è più/meno bello di” – come Let Me In sia effettivamente uno degli horror americani più inusuali e interessanti degli ultimi tempi: al di là della riproposizione innegabile e spesso pedissequa delle immagini di Alfredson, Reeves fa soprattutto tesoro della sua piccola lezione di cinema, prendendo spunto da quello importandone le suggestioni, lo spirito silenzioso e doloroso, reinventando la location spazio-temporale in modo intelligente e non fine a se stesso (l’inospitale, freddo e inedito New Mexico del 1983), lavorando con una cura inaudita sul sonoro (incluse le musiche del bravissimo Michael Giacchino), per realizzare infine un film autenticamente originale, un horror laterale, straniante, violento e curiosamente romantico. E con uno dei cast più azzeccati che si possano immaginare, data la nota difficoltà di mettere in scena due ragazzini: Kodi Smit-McPhee è un meraviglioso Cillian Murphy in miniatura e con una faccia così non poteva che fare cinema, mentre Chloe Moretz, da tempo una delle favorite di questo blog grazie alla sua prova miracolosa in Kick-Ass, mostra non solo di essere ancora una volta una delle attrici più brave e promettenti in circolazione ma anche una professionista in grado di mettersi alla prova in così breve tempo in due performance così radicalmente, drasticamente differenti senza alcuno sforzo apparente. Niente male, per una che ha compiuto 14 anni da pochi giorni.

Il film è stato comprato per la distribuzione italiana da Filmauro; lo scorso dicembre Aurelio De Laurentiis ha “minacciato” di volerlo distribuire nei primi mesi del 2011 con il titolo incredibilmente stupido di Amami, sono un vampiro. Ma per il momento non è ben chiaro quando e se arriverà nelle nostre sale. Nel frattempo su Play è disponibile in dvd e in blu-ray a pochi euro.

4 Thoughts on “Let me in, Matt Reeves 2010

  1. Assiduo Seguitore on 20 marzo 2011 at 22:25 said:

    Molto bello, davvero, il norvegese; speriamo che esca ma non con quel titolo aborigeno.

    (Design for living capolavoro!)

    Ciao e complimenti per blog e segnalazioni!

  2. se lo intitola davvero “amami, sono un vampiro” GIURO che vado a prenderlo sotto casa con un paletto di frassino, da piantargli, naturalmente, NON nel cuore.

  3. Pingback: Consigli cinematici della domenica @ Stefano Cobucci

  4. Simo on 5 aprile 2011 at 10:30 said:

    Sai cosa?
    E’ bello.
    Ma veramente.
    Ottimi interpreti, ottima confezione (fotografia da paura, per quanto mi riguarda) e ottimo tutto.

    Probabimente se lo avessi visto prima dell’originale sarei qui a dire che è uno dei rari casi dove gli yankee sono stati meglio del popolo X variamente esotico che hanno copiato.
    Ma l’ho visto dopo.

    Non ho capito sinceramente la scelta di questa, chiamiamola così, eccessiva aderenza all’originale. Praticamente è una copia carbone, in alcuni punti pure le inquadrature sono uguali.
    Personalmente, avendo già visto ed amato il vichingo, la cosa mi ha tolto piacere alla visione di quella che poteva essere una bomba. Peccato.

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