2011

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A Dangerous Method, David Cronenberg 2011

A Dangerous Method
di David Cronenberg, 2011

Non c’è dubbio che la performance di Keira Knightley, eccessiva e volutamente sgradevole, insieme sgraziata e da prima della classe al corso di teatro del ginnasio, contribuisca non poco a definire A Dangerous Method. Allo stesso modo, è piuttosto chiaro che quella di contrapporre la recitazione algida di Michael Fassbender a quella sopra le righe dell’attrice è una deliberata scelta di direzione d’attori che va di pari passo alla narrazione e alle mutazioni incrociate dei due personaggi. Ma se questo contrasto sta al cuore del film (e nel primo impressionante colloquio-incontro tra i due regala uno dei momenti più personali e incisivi del film, ben più che le successive e più discusse sculacciate) alla lunga gli taglia le gambe: perché dopo un po’ il primo risulta più che altro legnoso, la seconda solo irritante. Cronenberg, dalla sua, fa davvero pochi tentativi per uscire dai vincoli dell’origine teatrale, A Dangerous Method non è certo un film brutto o insignificante, ma è piatto, inerte, ed è difficile riconoscere la mano di un autore così grande e potente; che sembra divertirsi a tratti con il rapporto tra Jung e la sua paziente/amante Sabina Spielrein (molto più che con quello tra Jung e Freud, interpretato da Mortensen con una maschera spessa che ne cela la sensibilità), ma troppo spesso abbandona il film a se stesso, schiavo della sua stessa insistita verbosità. Tra calligrafie e tediosi carteggi, guizzi improvvisi (lo svenimento di Freud, qualche focale doppia che interrompe il ritmo sonnolento del campo/controcampo, la bizzarria solo accennata dell’interesse di Jung per il paranormale, la passeggera comparsa di Cassel) rimessi però sempre a bada in fretta, avanza senza particolari sofferenze e si chiude senza lasciare molto di sé, con un’apertura inquietante alla prospettiva storica sul novecento a venire che appare però un po’ posticcia. Tutto sommato perdonabile, se non si trattasse di David Cronenberg. Ergo, imperdonabile.

Green Lantern, Martin Campbell 2011

Green Lantern
di Martin Campbell, 2011

Siamo onesti: con Iron Man e i Batman di Nolan a piede libero, era difficile azzeccare un film come Green Lantern. Non è quindi una grossa sorpresa che sia così venuto così disastrosamente male. Incredibile però che dopo tanti anni nei quali i film di super-eroi hanno lottato per guadagnarsi il rispetto degli spettatori prima ancora di quello della critica, un film riesca a fare un tale balzo all’indietro: Green Lantern è un film rumoroso, confusionario e risibile, inspiegabilmente lunghissimo e terribilmente fasullo, che alterna una dimensione cartoon nata vecchia, tutta orribili green screen e luci abbaglianti, a una struttura narrativa risaputa e appiccicata con lo sputo. L’unico a fare uno sforzo in più del minimo dovuto è Peter Sarsgaard, pur costretto a recitare dietro un make up mostruoso, quasi tutti gli altri – compreso un pigrissimo Campbell e un impresentabile Ryan Reynolds – si mantengono su un livello di irritante mediocrità. Certo, ha il pregio di non prendersi mai davvero sul serio, di puntare a un divertimento vecchio stile, grado zero; qualcuno lo troverà rinfrescante, io non sono nemmeno così sicuro che sia un pregio.

Drive, Nicolas Winding Refn 2011

Drive
di Nicolas Winding Refn, 2011

Quello che dobbiamo sapere sul protagonista senza nome del suo film, intepretato da Ryan Gosling in quella che è la definitiva consacrazione del suo inestimabile talento, Refn ce lo racconta in pochi minuti nell’incredibile incipit di Drive: un autista silenzioso, preciso, flemmatico, che si divide tra un’officina, lo stunt driving e le rapine per cui si offre come mercenario. Ma come spesso accade al cinema, l’incontro con una donna cambia le regole del gioco. Senza troppi giri di parole, Drive è uno straordinario, piccolo capolavoro che raccoglie l’eredità del crime movie riducendola all’osso, tra una messa in scena rigorosa ed eccellente la cui imperturbabilità si crepa man mano insieme a quella del suo personaggio e che accoglie suggestioni visive che sembrano provenire da David Lynch come da Michael Mann, e una variazione sul tema dell’onore e una caratterizzazione del personaggio che arrivano dritte dal western oppure, perché no, da un chanbara eiga. Ma la cosa più stupefacente di Drive è la sua incapacità di fermarsi alla realizzazione di un film compiuto a partire da materiali messi in mano da una produzione preesistente: Refn al contrario prende lo script di Hossein Amini e lo gonfia di una qualità percettibilmente metafisica; e lo fa cercando sempre di infondere nelle sequenze, che siano affettati dialoghi o inseguimenti in macchina, ma anche nelle singole inquadrature del film, un costante senso di disperata inevitabilità, che si accompagna alla precisione millimetrica e a volte persino frastornante con cui sono realizzate. Ne risulta un film affascinante e perturbante, che entra nel cuore dello spettatore come un trapano, e senza nemmeno bisogno di far passare il genere dai filtri cerebrali del cinema d’autore: Drive è per sua scelta un film molto lontano dal cinema di intrattenimento americano, ma è anche una parabola eroica immediata e perfetta, una storia d’amore vorticosa e dolcemente affranta, un gangster movie che fa attraversare un autentico senso morale in mezzo agli schizzi di sangue, un film la cui anima è racchiusa in modo infallibile dalla sequenza dell’ascensore – uno degli esempi di pura messa in scena più impressionanti del cinema di questo decennio. Il cerchio di quest’opera così atipica e inusuale, così poderosa e strepitosa ma in qualche modo così intima e onesta, la cui originalità vive anche senz’altro nel contrasto tra l’esperienza europea del regista danese e il tuffo di quest’ultimo nel bel mezzo della tradizione di genere statunitense, è chiuso dalla colonna sonora, pazzesca e instantaneamente persistente, che fa un uso geniale del tappeto sonoro di Cliff Martinez abbinandogli un pugno di canzoni perlopiù semi-sconosciute utilizzandole con una forza espressiva impareggiabile e persino esasperata, sia quando è in tema (“A Real Hero” dei College) che quando è in totale contrasto (“Oh My Love” di Riz Ortolani), sia quando, infine, trova una misteriosa formula magica che unisce in modo necessario le immagini alle note – come nel caso degli indimenticabili titoli di testa su “Nightcall” di Kavisnky. Peccato che Drive sia anche un film facile da fraintendere e, allo stesso modo e ancora di più, un film facile da svendere per ciò che non è: la fortuna è che siamo già in tanti, a esserci innamorati di lui. E saremo sempre di più.

Carnage, Roman Polanski 2011

Carnage
di Roman Polanski, 2011

Comunque la si veda, una cosa è certa: questo dovrebbe essere il migliore dei Carnage possibili. Quale regista avrebbe potuto adattare un testo come quello di Yasmina Reza meglio di Roman Polanski? Quattro personaggi, un appartamento, e un problema da risolvere che dà il La a uno scontro tra personalità che monta in modo impercettibile ma ineluttabile mutando gradualmente il loro linguaggio e persino i loro volti (le citazioni di Bacon non sono lì per caso), sollevando il sipario sulle ipocrisie borghesi e mandando in frantumi le etichette di una contemporanea lotta di classe che sembra sempre più un futile litigio tra bambini – mentre i bambini stessi, nel parco giochi, dimenticano e vanno avanti come se nulla fosse. Una carneficina senza carneficina, recitata in modo spaventoso da tutti e quattro gli attori (su cui Kate Winslet regna come una divinità), che ha sicuramente molti limiti strutturali – di cui è specchio la durata veramente esigua – ma che Polanski riesce a raccontare con maestria e senza protagonismi, sfruttando in modo assolutamente cinematografico (in barba alla provenienza teatrale) le geometrie e i riflessi della claustrofobia domestica. E massacrando di volta in volta le fragilissime intenzioni dei suoi personaggi e delle loro convenzioni civili con una perfidia sorniona, autentica e sana, di cui l’assenza di una vera catarsi non è che l’ennesima riprova.

Nota: ho visto il film in lingua originale (al cinema Apollo di Milano, che dio li benedica) e non capisco come si possa vedere un film simile doppiato. Poi fate voi.

Jane Eyre, Cary Joji Fukunaga 2011

Jane Eyre
di Cary Joji Fukunaga, 2011

L’ennesimo adattamento (una trentina dai tempi del muto a oggi) del più celebre libro di Charlotte Brontë esaurisce di fatto quasi tutti i suoi sforzi inventivi nella prima metà: da principio con un’intelligente struttura a flashback che punta a reinventare la narrazione del testo originale; inoltre, con una regia (e un montaggio) che tendono a enfatizzare palesemente i caratteri più gotici e dark del racconto, avvicinando a volte Jane Eyre a un horror (burtoniano?) più che a un dramma romantico in costume. Da un certo punto in poi però il film, avviato con sicurezza da Fukunaga, va avanti da solo, tra uno spiccato paesaggismo (a dire il vero per nulla disprezzabile: sarà una banalità ma la fotografia di Adriano Goldman è la cosa migliore del film, per come riesce anche a dialogare con i sentimenti dei suoi personaggi) e un racconto che si dipana senza troppi scossoni verso l’inevitabile conclusione – seppure tronca rispetto al libro. Gran parte della forza espressiva del film è in verità buttata sui moltissimi e insistiti primi e primissimi piani, naturalmente fotogenici, di Mia Wasikowska: la sua è una Jane Eyre di straordinario e immediato impatto, capace di esprimere con una recitazione misurata la lotta interiore tra la passione e l’indole più indipendente del suo personaggio. Di fronte a lei il resto del cast, Michael Fassbender incluso, passa inevitabilmente in secondo piano.

Nelle sale dal 7 ottobre 2011

Killer Joe, William Friedkin 2011

Killer Joe
di William Friedkin, 2011

Un giovane spiantato e pieno di debiti decide, con la complicità del padre e della sorella, di uccidere la madre per incassare l’assicurazione. Per farlo assolda il poliziotto corrotto Joe Cooper, ma come da copione sottovaluta la posta in gioco. Nel suo ultimo film, il regista di classici come Vivere e morire a Los Angeles e Il braccio violento della legge, oggi 76enne, appare in forma come non era da tempo: il suo è un un gioco al massacro squisitamente amorale, una tragedia americana traboccante di ironia e di disperazione in cui personaggi tanto decadenti e sgradevoli quanto i luoghi che abitano (il film è ambientato alla periferia di Dallas, ma è stato girato a New Orleans) cercano di sopravvivere alla propria banalità lasciandosi alle spalle ogni barlume di umanità. Incappando in un killer senza rimorsi, in cui convivono tratti quasi cartooneschi e una diabolicità metafisica, che funge da catalizzatore – e infine da contrappasso – della loro stupidità. E qui sta l’autentica sorpresa del film, ovvero Matthew McConaughey: uno degli attori più derisi del cinema americano dà vita a un personaggio indimenticabile con un’interpretazione monumentale; il resto del cast sta al gioco: e per Gina Gershon e Juno Temple, entrambe perfette, non è una sfida da poco. Girato con una precisione e un gusto compositivo impareggiabile, Killer Joe è un sorprendente crime-gone-awry che si inserisce nel percorso coeniano aggiornandolo con una dose massiccia di cinismo, e con un umorismo spietato che nella parte finale sfiora (e gioca con) i confini del rappresentabile. Decisamente non per tutti; ma per chi decide di starci, è uno dei film più belli e incredibili dell’anno.

Il film ha vinto il Mouse d’Oro, il premio della critica online alla Mostra del Cinema.

Al momento non è prevista una data d’uscita italiana.

R.I.P. Steve Jobs (1955-2011)

“Steve Jobs was an extraordinary visionary, our very dear friend and the guiding light of the Pixar family. He saw the potential of what Pixar could be before the rest of us, and beyond what anyone ever imagined. Steve took a chance on us and believed in our crazy dream of making computer animated films; the one thing he always said was to simply ‘make it great.’ He is why Pixar turned out the way we did and his strength, integrity and love of life has made us all better people. He will forever be a part of Pixar’s DNA.”

(John Lasseter, Chief Creative Officer, and Ed Catmull, President, Walt Disney and Pixar Animation Studios)

[pic via, quote via]

el pube è un pilota / guida non esaustiva alle nuove serie tv (settembre 2011)

Vi ricordate quando facevo quei post lunghissimi e faticosi sulle serie tv? Ecco, questo è uno di quei post. Si era capito. Ero quasi convinto a non farlo più, perché tanto ci sono gli amici di Serialmente che fanno tutto il lavoro sporco, ma le vostre continue insistenze (è tutto vero) mi hanno fatto cambiare idea. Siete così carini! Inutile che vi dica come funziona, queste sono opinioni campate per aria sulla sola base del primo episodio di queste nuove serie, quindi non hanno nulla di serio o ponderato. Andiamo a cominciare.

Nel panorama delle comedy, dove sopravvivono alcuni pilastri tra cui quel capolavoro di Community (arrivato per miracolo alla terza stagione, nonostante l’enorme fanbase), la sempre più meravigliosa Parks and Recreation e una serie evergreen ma sempre adorabile come How I Met Your Mother, ci sono alcune novità da tenere d’occhio. La premessa essenziale è che io con questo tipo di serie sono permissivo: in fondo occupano “solo” 20 minuti del mio tempo, quindi permetto loro di essere “solo” divertenti. E questo è il motivo per cui le seguo quasi tutte, se non fanno vomitare.

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Attack the Block, Joe Cornish 2011

Attack the Block
di Joe Cornish, 2011

E’ curioso che due film, in realtà non così simili, come Super 8 e Attack the Block abbiano visto la luce nello stesso periodo, entrambi figli di una passione per il cinema fantascientifico coltivata nel medesimo terreno. Ma l’opera prima di Joe Cornish, che fa sfoggio dell’altisonante beneplacito produttivo di Edgar Wright, non è una riproposizione filologica come quella di Abrams, bensì una deviazione dal tema, che fa tesoro soprattutto della lezione della tv inglese degli ultimi anni, di serie come Skins o Misfits, ma più in generale della qualità dei prodotti seriali britannici. E i ragazzini del “block” non sono timidi e introversi, sono sbandati e sfacciati furfantelli di South London che giocano a fare i gangster e che, come da copione, si scontrano con un’invasione aliena. Ma al di là dell’apparente prevedibilità, il film di Joe Cornish – che non a caso è finito a scrivere Tin Tin per Spielberg e Ant-Man per lo stesso Wright – è davvero una delle più belle sorprese dell’anno. Persino più divertente di come ve lo aspettate, oltre che più horror e crudo di come si presenta: il regista ha un talento visivo notevole, il giovane cast accompagnato dal veterano Nick Frost è maledettamente incredibile (i migliori: John Boyega e Alex Esmail), il ritmo è implacabile con effetti spesso esilaranti, la sceneggiatura è un frullato irresistibile di citazioni pop e cultura urbana ma ha la capacità, ereditata proprio da autori come Wright, di diventare all’occorrenza “una cosa seria”, di modulare alla perfezione l’ironia sagace e l’intensità melodrammatica, e di trattare i suoi personaggi come meritano, con rispetto e passione. E per una volta, last but not least,  anche i mostri sono davvero stupendi.

Red State, Kevin Smith 2011

Red State
di Kevin Smith, 2011

Red State non sembra aver molto in comune con la precedente filmografia di Kevin Smith: messa ancora una volta da parte la sboccacciata commedia generazionale dopo Cop Out, in cui aveva cercato di rinverdire i fasti del buddy cop film con armi da cinema mainstream fallendo miseramente, Smith prende una direzione radicalmente opposta – si autoproduce e “autodistribuisce” (sulla polemica di Smith contro il sistema delle major bisognerebbe scrivere un post a parte) per girare un violento e agguerrito piccolo film dalle venature horror che si configura più che altro come un attacco esplicito, prima all’integralismo religioso di matrice cristiana (e repubblicana), poi in modo più diretto e spietato agli Stati Uniti del Patriot Act. In verità la satira di Smith, più grottesca che raffinata, non è particolarmente ficcante (anche perché non ha il coraggio di spingersi fino all’empatia con i suoi personaggi più sgradevoli, limitandosi a osservarli dall’esterno)  ma la sua sfrontatezza non può lasciare indifferenti. In ogni caso il lato migliore di Red State non è tanto quello politico quanto quello di genere: Smith si diverte come un matto, spiazza e tira schiaffi in faccia allo spettatore e, libero da molte delle convenzioni che lo avevano allontanato da molti suoi fan della prima ora, torna a fare quantomeno un cinema “tutto suo”. Tirando fuori di fatto, al di là della riuscita del film in sé, una delle sue migliori prove come regista: basta guardare le concitate e tesissime scene d’azione per rendersene conto. Peccato che il film duri così poco (circa un’ora e venti) e che Smith non abbia quindi il tempo di esprimere al 100% queste potenzialità; ma forse è meglio così: ci sarebbe stato anche il tempo per mandare tutto a monte.

Non è ancora prevista un’uscita italiana.

Win Win, Thomas McCarthy 2011

Win Win
di Thomas McCarthy, 2011

Un avvocato del New Jersey, che nel tempo libero allena la squadra di wrestling della scuola, crede di trovare una possibilità di respiro dalla crisi (economica, e non solo) che lo attanaglia in un anziano abbandonato dalla famiglia, la cui custodia è nelle mani del tribunale; ma la comparsa del giovane nipote di questi, silenzioso, spiantato e con uno spiccato talento per il ring, lo costringerà a rivedere il suo piano, e forse tutta la sua scala di valori. Il terzo film di McCarthy, non a caso presentato al Sundance, sembra inserirsi in un filone ben preciso della “dramedy” indipendente americana – storie di provincia, personaggi marginali e antieroici, pezzo indie rock favoloso sui titoli di coda (The National, in questo caso) – ma quantomeno evita gran parte dei cliché del film “sportivo” concentrandosi perlopiù sul rapporto tra i due protagonisti: e Giamatti, come al solito eccellente, riesce a infondere nel suo personaggio la fragilità e la paura di una bugia scappata dalle mani, e la scoperta della voglia di fare qualcosa per tornare a essere umani. Il risultato è un film gradevolissimo che schiva il patetismo con grande abilità e che grazie a un ottimo cast (giusto Bobby Cannavale è un po’ fuori posto) riesce a imporre con leggerezza e stile una storia quotidiana ma irresistibile di riscatto da sé stessi. Edificante? Perché no.

Il film uscirà in italia a dicembre con il titolo Mosse Vincenti.

[post in attesa]

Sooner or later.

Super 8, J.J. Abrams 2011

Super 8
di J.J. Abrams, 2011

“Bad things happen, but you can still live”

Una volta assicurato lo spettacolo, perché J.J. Abrams ha già dimostrato con i suoi film precedenti di saper essere un regista ben più che capace e non solo un abile e scaltro produttore, un film come Super 8 poteva al massimo correre il rischio di risultare una fredda operazione commerciale a mero appannaggio di un target di riferimento. Dopotutto, si tratta di una dichiarata operazione-nostalgia, in cui si mette in scena una riproposizione di un modo di fare cinema hollywoodiano per ragazzi-senza-età reso immortale soprattutto (ma non solo) dalle produzioni di Spielberg e della Amblin (il logo in apertura regala il primo di una lunga serie di brividi) in modo quasi filologico, a partire dagli snodi narrativi fino ai singoli movimenti di macchina – facendo inoltre rientrare questa passione vorticosa e quasi ossessiva per il cinema nel racconto stesso, con i ragazzini del film alle prese con un film di zombi girato, appunto, in super 8, e con le camerette (siamo nel 1979) piene di poster di Romero, Carpenter e Star Wars.

Ma per nostra grande fortuna Super 8 è un film che non si limita a ripetere meccanicamente la lezione dei grossi nomi del passato a cui fa abilmente riferimento né a giocare con la vacua consapevolezza che spesso caratterizza il meta-cinema, e se il suo tributo a film come I Goonies, E.T., Explorers, eccetera è anche la dimostrazione della loro inflessibile attualità, il valore aggiunto di Super 8 è il suo essere un film che butta il cuore al di là della palizzata, proprio come facevano i suoi predecessori, un film che sfida il cinismo degli spettatori contemporanei con la fluidità del racconto e con l’ingenuità della meraviglia: ed ecco la dote inedita di Abrams, questo senso dell’incanto che lascia stupefatti, eccitati – e se si trattava di un passaggio di testimone tra Spielberg e il regista di Star Trek, possiamo dire che è andato a buon fine. Per chi è cresciuto guardando storie di ragazzini che diventavano grandi sfidando il proprio coraggio, Super 8 è un film che fa quasi scoppiare il cuore; per tutti gli altri è “semplicemente” un bellissimo film da non perdere.

Impossibile non citare, all’interno di un cast perfetto (inclusi tutti i ragazzini), l’intensa performance della spaventosa tredicenne Elle Fanning: la scena in cui guarda insieme a Joe i filmati della madre è davvero commovente, ma quella in cui prova la sua parte di fronte agli sguardi attoniti dei suoi coetanei è da applausi a scena aperta.

L’ultimo terrestre, Gian Alfonso Pacinotti 2011

L’ultimo terrestre
di Gian Alfonso Pacinotti, 2011

Come spesso accade con le opere prime, anche l’esordio di Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, celebre autore di fumetti, è vittima di qualche ingenuità, della metafora troppo esplicita, della tentazione di spingere sul pedale del grottesco tralasciando magari elementi essenziali quali il rigore della sceneggiatura; ma ben più preziose, in fin dei conti, sono la sua audacia, la sua libertà visiva, evidente fin dalla prima sequenza, per non dimenticare la professionalità produttiva che si stacca con forza dalla media del cinema italiano. E, perché no, il suo talento: il film è pieno di momenti di grande forza espressiva (il culmine è forse la lunga e violenta scena ripresa dall’interno della macchina) che pongono pochi dubbi sulle sue capacità di metteur en scène.

Ispirandosi a un graphic novel di Giacomo Monti, Gipi racconta una storia bizzarra, tenera e feroce, che getta uno sguardo per nulla rassicurante su un’umanità sbandata, svuotata di morale e di senso, alla ricerca disperata di una salvezza o di una condanna, condividendo con il pubblico il punto di vista di un cameriere del Bingo, solitario, schivo, pavido e misogino, che sembra però in qualche modo possedere gli ultimi barlumi di umanità sul pianeta, a pochi giorni da un’apocalisse aliena che ne deciderà le sorti. Cedendo semmai nella seconda parte alla tentazione di rimettersi su binari meno inauditi e originali (e a un certo punto, colpevolmente, all’overacting di Roberto Herlitzka) ma mantenendo sempre un registro ironico e lo stesso gusto compositivo di impressionante precisione.

Gabriele Spinelli e Anna Bellato sono terribilmente convincenti, e sono loro la più bella sorpresa del film: quella di Gipi è forse ancora una promessa da mantenere, ci sono molte cose da sistemare e aggiustare, ma il suo primo film è senza dubbio un buon segnale per il futuro e, a modo suo, un esempio per gli esordi italiani a venire.

Le amiche della sposa (Bridesmaids), Paul Feig 2011

Le amiche della sposa (Bridesmaids)
di Paul Feig, 2011

“It’s called civil rights. This is the nineties.”

Per chi conosce il cinema di Judd Apatow, un film come Bridesmaids (da lui prodotto, ma diretto dall’ex sodale Feig, creatore della sublime serie tv Freaks & Geeks) non dovrebbe suonare particolarmente inaspettato: non si tratta ovviamente di una commedia demenziale, ma più propriamente di una commedia romantica che, nell’abbinare uno sviluppo romance tradizionale (da Wiig-Hamm a Wiig-O’Dowd) a quello del triangolo (asessuale) Wiig-Rudolph-Byrne, si prefigge lo scopo di declinare al femminile una serie di meccanismi che Apatow ha sviluppato e contribuito a diffondere nella commedia americana, con risultati a volte esaltanti, spesso deludenti.

Ma senza scavare tra le intenzioni, visibilmente ottime, del film e della sceneggiatura firmata dall’adorabile Kristen Wiig insieme ad Annie Mumolo, Bridesmaids dichiara già dalla superficie questa continuità – e non è certo una considerazione positiva: il film è lunghissimo e interminabile come già furono Knocked Up e Funny People, come questi nasconde (maluccio) la sua natura conservatrice tra le gag triviali e scatologiche, sbilanciato tra un’ambizione quasi da dramedy e la necessità (commerciale?) di costruirci attorno dei crescendo comici, ed è purtroppo caratterizzato da un’anemia registica e produttiva che abbandona quasi sempre le attrici a sé stesse, a briglia sciolta, e che non riesce quasi a sfruttare i suoi elementi migliori (insisto, il cast) affogandosi in un’assenza di mordente talmente estenuante da rendere quasi inspiegabile l’enorme successo che ha avuto presso il pubblico americano.

Peccato, perché il soggetto meritava più attenzione e cura: Annie è un personaggio autenticamente disturbato, inquieto e “sgradevole”, i dialoghi divertenti non mancano, e la Wiig possiede una ricchezza e una profondità espressiva innegabili, ma se sulla carta il film sembra giocare bene con il ribaltamento del “chick flick” e sulla rappresentazione dei personaggi femminili nella commedia, alla fine dei conti si riconduce quasi tutto a semplificazioni e cliché (per esempio la madre frustrata vs la neo-moglie entusiasta, due personaggi destinati peraltro a dire quattro battute e sparire quasi del tutto dal quadro per lasciare Melissa McCarthy a tutto campo: nel caso della meravigliosa Wendi McLendon-Covey si tratta di uno spreco bello e buono), non si riesce quasi mai a graffiare a causa della suddetta carenza di una guida forte, i personaggi minori (la madre di Annie, i fratelli britannici) sono dei meri riempitivi, ci si imbarazza molto e si ride poco, spesso colpendo basso, e in definitiva si torna sempre là, a una rigida ricetta per la felicità che non ha davvero nulla di originale, tantomeno di rivoluzionario.

Ruggine, Daniele Gaglianone 2011

Ruggine
di Daniele Gaglianone, 2011

Alla periferia di una grande città, un gruppo di bambini di regioni e accenti diversi, asserragliato dentro un castello di lamiere e ruggine, deve affrontare la scoperta del male; molti anni dopo, tre di quei bambini sono diventati grandi, ma portano nello spirito il peso e sul corpo i segni di quell’estate.

Daniele Gaglianone, attraverso un montaggio parallelo scritto senza alcuna delle insopportabili enfasi della sceneggiatura all’italiana, racconta una fiaba nera e cupissima sulla perdita dell’innocenza e sui corrosivi sedimenti della paura: Ruggine non è un film impeccabile, non sempre riesce a trovare un equilibrio tra le sue parti che ne giustifichi del tutto la struttura (prima di tutto perché quella ambientata nel passato è inevitabilmente più forte e più radicale), eppure è un film prezioso e imperdibile, ai di là della confezione in cui spiccano la fotografia e le musiche: prima di tutto perché Gaglianone (come già aveva dimostrato in Nemmeno il destino) è un grande direttore di giovani attori e qui i bambini, piccolo esercito di facce sporche di polvere e sudore e lividi di cinture, sono assolutamente perfetti, tanto da metter in ombra i colleghi più adulti e scafati; e poi ha il talento di saper saltare dal punto di vista dell’ingenuità infantile che svanisce di fronte alla morte a quello del male puro, spesso mostrando la distorsione del reale da entrambe le prospettive, e di spingersi al di là dell’orrore, dentro la tana del lupo – con un coraggio raro nel cinema italiano, ma anche con un rigore morale, che si dissolve semmai gradualmente nella consapevolezza che l’orrore reale è più terrificante di qualunque storia di paura.

Dall’altra parte del tempo gli adulti interpretano in tre unità di tempo e spazio un lampo del loro destino:  Accorsi è quello più in difficoltà, un po’ per la natura stessa della sua parte e un po’ perché è l’elemento più debole del cast; la Solarino interpreta con grazia e sensibilità il segmento più esplicito e duro; Mastandrea è semplicemente bravissimo, anche fuori dal suo accento naturale, e ha la responsabilità di far respirare il pubblico con riusciti tocchi ironici, anche se in verità la sua parte è la più profondamente drammatica. La parte del gigante, in tutti i sensi, la fa però Filippo Timi: seppur affrontando un paio di (perdonabili) forzature dei dialoghi, regala un orco nero di indimenticabile cattiveria, un villain terrificante che non concede spazio all’empatia o alle sfumature, un’incarnazione del male dai contorni horror, e almeno due scene da antologia - una di queste, quella in cui canta Una furtiva lagrima rivelando nella mano la traccia del suo delitto.

Bad Teacher, Jake Kasdan 2011

Bad Teacher
di Jake Kasdan, 2011

“I’ll tell you what I know. A kid who wears the same gymnastic sweatshirt 3 days a week, isn’t getting laid until he’s 29. That’s what I know.”
“Sweatshirt was my dad’s. It’s all he left me, when he left me.”
“There’s a reason he didn’t pack it. Just saying.”

Ci sono molte eccezioni, ma molte delle commedie americane il cui protagonista è sgradevole o “cattivo” contemplano una sorta di percorso redentivo che porta il personaggio a una rivalutazione dei propri ideali o del proprio stile di vita. Uno dei punti di forza di Bad Teacher è proprio l’inflessibilità della scorrettezza di Elizabeth: professoressa per caso, spavalda e parolacciara, è costretta a insegnare nonostante il disprezzo per la scuola dopo che il suo piano di farsi mantenere da un uomo ricco è andato a farsi benedire. Semmai è il pubblico che è portato ad avvicinarsi sempre più al suo punto di vista cinico sul mondo, rigettando le ipocrisie borghesi dietro alle quali si celano contraddizioni, nevrosi e follie di fronte alle quali l’atteggiamento spudorato e diretto di Elizabeth è un’autentica boccata d’aria. Allo stesso modo il film di Kasdan, che torna alla regia dopo l’eccezionale Walk Hard dimostrando ancora una volta di saper maneggiare la trivialità con classe, è una commedia volgare e liberatoria, che azzecca gag e dialoghi con irresistibile dimestichezza, ma che riesce a trovare persino una sua morale peculiare e del tutto coerente. Il tutto, va detto, funziona anche e soprattutto grazie al formidabile cast: prima di tutto Cameron Diaz che torna in gran forma (in tutti i sensi) come non era da anni, Jason Segel azzecca una performance quasi casuale ma stranamente autentica, Phyllis Smith (che viene da The Office come i due sceneggiatori) è una macchietta ma è innegabilmente uno spasso, Timberlake è impagabile; ma la migliore del gruppo è Lucy Punch nel ruolo della professoressa perfettina che dichiara guerra a Elizabeth: come al solito, bravissima.

Nei cinema dal 31 agosto 2011

(image via)

Tucker & Dale vs Evil, Eli Craig 2010

Tucker & Dale vs Evil
di Eli Craig, 2010

Si parte come un tipico film horror adolescenziale: un gruppo di studenti del college abbandona la città per campeggiare e in una stazione di servizio incontra due “hillbilly” che in un altro film sarebbero probabilmente due pericolosi assassini. A quel punto c’è la svolta che definisce l’intero film: i due protagonisti sono proprio loro, e i “campagnoli” sono ingenui ma buoni come il pane e sono intenti a passare un periodo di tranquilla villeggiatura nella loro cascina – ma i ragazzi equivocheranno ogni loro mossa (in buona o cattiva fede) finendo per trasformare la vacanza in una carneficina. La cosa più interessante di Tucker & Dale vs Evil è che sembra ambientato in un mondo in cui esiste una sorta di consapevolezza interna dei cliché del cinema horror ma che questa coscienza non sembra aver alcun risultato positivo: nonostante alcuni (pochi) personaggi cerchino in tutti i modi di comportarsi in modo ragionevole (come si comporterebbe “uno spettatore”, per intenderci), la severa violenza del caso ha quasi sempre la maggiore. Ma se gli stessi cliché vengono puntualmente ribaltati, non vengono mai derisi: Craig ne conosce il potenziale e lo sfrutta a dovere, pur mantenendo un distacco ironico che passa con agilità dall’arguzia alla farsa. Il risultato è un horcom davvero divertentissimo: forse perde un po’ di mordente quando, verso la fine, si prende un po’ troppo sul serio, ma per gran parte del tempo non sbaglia un colpo. Tyler Labine e Alan Tudyk (entrambi volti ben noti agli appassionati di serie tv) sono gustosi, anche se le attenzioni vanno più spesso in direzione di Katrina Bowden (Cerie di 30 Rock) che va in giro per metà film conciata così.

Il film, presentato al Sundance 2010 e vincitore dell’Audience Award al SXSW 2010, non è mai uscito in Italia. L’edizione britannica in dvd e blu-ray esce il 26 settembre.

Memorie di un giovane cliffhanger

Questo blog va un po’ in vacanza, si torna tra circa due settimane. Fate i bravi.

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Cedar Rapids, Miguel Arteta 2011

Benvenuti a Cedar Rapids (Cedar Rapids)
di Miguel Arteta, 2011

L’aspetto più interessante di Cedar Rapids è che non cerca in tutti i modi di sfuggire dai cliché ma cerca di trarre proprio da essi il massimo beneficio, dal Candide di Ed Helms fino alla prostituta dal cuore d’oro di Alia Shawkat. Ma pur accogliendo dentro il racconto modelli psicologici e narrativi ben definiti e riconoscibili, Arteta riesce a restituire un piccolo affresco di irresistibile umanità davvero riuscito, lavorando proprio sul contrasto tra lo squallore della convention annuale degli assicuratori e l’ingenua meraviglia con cui il protagonista osserva l’evento e diventa adulto, giocando sui pedali dei toni tra tenerezza e volgarità e azzeccando tutti i tempi – compreso il ridotto minutaggio. Una sorta di buffo e divertente romanzo di iniziazione tardiva che si fa notare, come si poteva prevedere, soprattutto per le prestazioni del cast: ovviamente Ed Helms e John C. Reilly (perfetto il primo, forse un po’ troppo sopra le righe il secondo, ma non stona) ma anche Isiah Whitlock Jr. nei panni di un quieto ed educato assicuratore con una viscerale passione per The Wire e soprattutto una formidabile Anne Heche per la quale è consentito perdere la testa. La già citata Shawkat, già vista in Whip it, è una di quelle attrici a cui bastano un sorriso e quattro parole per riempire lo schermo e buttare fuori tutti gli altri: un vero talento (pressoché inutilizzato) della commedia americana, con un grosso futuro davanti a sé.