2011

You are browsing the site archives by year.

Meek’s cutoff, Kelly Reichardt 2010

Meek’s cutoff
di Kelly Reichardt, 2010

Presentato in Concorso a Venezia lo scorso anno, il film di Kelly Reichardt, ambientato a metà del diciannovesimo secolo, è davvero uno dei western più inusuali che si possano immaginare all’interno del cinema americano che negli ultimi anni (o decenni) ha saputo affrontare i canoni del genere quasi soltanto nella forma della rivisitazione o della contaminazione. La presa di posizione della Reichardt è evidente fin dalla scelta del quadro: la aspect ratio (4:3) è un elemento solo apparentemente casuale, che le permette in realtà di reinventare la composizione dei corpi nello spazio, di fare in qualche modo riferimento a un cinema originario e spoglio proprio come il luogo in cui è ambientato, ma anche di rinchiudere i personaggi all’interno di confini serrati e angoscianti, stringendo il deserto in una scatola e togliendo all’orizzonte dei panorami americani la loro infinita profondità. Allo stesso modo, Meek’s cutoff procede su un crescendo anticlimatico in cui al fascino del viaggio si sostituisce l’immutabilità spietata dell’ambiente: anche in questo caso una lunghissima dissolvenza incrociata all’inizio del film è una dichiarazione d’intenti sul resto della pellicola, facendo incontrare da una parte all’altra dell’ellissi due panorami pressoché identici. Il viaggio verso il West e il mito della frontiere vengono così privati della loro stabilità iconografica, spalancando il cuore dei protagonisti su una voragine di paure ataviche, di fronte alle quali si proporrà inevitabilmente un duello morale, tutto racchiuso negli sguardi tra Emily Tetherow e l’indiano. L’assenza di un vero contesto narrativo in capo al film e quella (necessaria) di una vera e propria conclusione danno l’impressione di un esperimento che si avvicina al teatro dell’assurdo, ma pur portando a termine una visita del tutto personale all’altare del western, la Reichardt si riallaccia comunque alla tradizione raccontando non soltanto la paura dell’elemento alieno ma anche quella della propria alienazione rispetto alla natura; i coloni guidati da Meek, poi, mostrano un misto di timore, arroganza, fiducia, violenza e coraggio che appare come una sorta di DNA di una nazione ancora tutta da inventare. Popolato di volti perfetti come quelli di Michelle Williams e Paul Dano (una nota anche per la promettente Zoe Kazan), Meek’s Cutoff è un bellissimo film, tanto impegnativo e ambizioso (quasi impossibile da vendere al pubblico odierno?) quanto visivamente ipnotico ed estremamente suggestivo.

Il film dovrebbe essere nel listino della Archibald Enterprise Film, ma non mi risulta ci sia una data italiana. Intanto, il film è già disponibile in edizione UK, solo in dvd. L’edizione americana, anche in Blu-Ray, uscirà a metà settembre, e a quanto pare è “all regions”.

Hanna, Joe Wright 2011

Hanna
di Joe Wright, 2011

Dopo Espiazione, Joe Wright si è fatto la fama di uno a cui piace sfoggiare la sua tecnica (nessuno scorda l’interminabile carrello sulla spiaggia di Dunkirk) e anche in Hanna non se lo fa certo dire due volte. Non c’è nulla di così sfacciato, ma il piano-sequenza alla stazione (che si conclude con un combattimento) e tutte le fughe della protagonista (come la prima nei sotterranei e, soprattutto, quella tra i container) sono senza dubbio dei gran pezzi di bravura che contribuiscono a impreziosire il film e a controbilanciare in qualche modo le sue debolezze. Hanna non è infatti tutto appassionante come i suoi momenti migliori (oltre ai già citati inseguimenti, c’è un incipit davvero fulminante), è più interessante nei suoi singoli elementi che nello sviluppo narrativo, conosce qualche momento di stanca e qualche personaggio fuori tiro (l’adolescente logorroica di Jessica Barden, il personaggio di Martin Wuttke) e verso la fine Wright, cede alla tentazione di parlare e di spiegare un po’ troppo. Ma al di là della confezione eccellente (ottima la fotografia di Alwin Kuchler) le sue virtù superano di gran lunga i suoi problemi – e in cima tra tutte ci sono la strabiliante Marissa Weigler di Cate Blanchett (Tom Hollander, che si sforza un po’ troppo per tirare fuori un tipico villain da cult movie, rimane nella sua ombra) e la colonna sonora dei Chemical Brothers, uno score capace di diventare, soprattutto nelle sequenze più concitate, molto più di un mero accompagnamento alle immagini. Infine, tra le altre cose, la conferma della bravura e del talento di Saoirse Ronan: sembra sempre nata per quel ruolo, qualunque ruolo interpreti.

Super, James Gunn 2010

Super
di James Gunn, 2010

Abbiamo visto Defendor, c’è stato il Kick-Ass di Matthew Vaughn e Mark Millar, senza dimenticare Special con Michael Rapaport: quanti film con premesse così simili possono uscire nel giro di pochi anni prima che l’argomento sia da considerarsi esaminato sotto ogni prospettiva? L’ultimo film di James Gunn, simpatico e un po’ folle regista di uno cult movie come Slither, dimostra che dove c’è talento e visione non c’è saturazione che tenga.

La trama di Super è apparentemente risaputa: Frank, interpretato da un allucinato e perfetto Rainn Wilson, ha subito angherie e derisioni per tutta la vita, ultima delle quali l’abbandono da parte della moglie tossicodipendente Liv Tyler a favore del violento spacciatore Kevin Bacon. Da lì alla decisione di indossare un costume da super-eroe passa poco: giusto il tempo dell’ennesima visione mistica della sua vita. La differenza con gli altri film di questa sorta di sotto-genere sta tutta lì: cosa succede quando a vestire la calzamaglia di turno non è un tenero emarginato e/o un individuo dalle ridotte capacità intellettive ma un personaggio che al di là delle buone intenzioni è autenticamente squilibrato?

Nonostante il film giochi dai primi minuti con i meccanismi del cinema indie, titoli di testa animati inclusi, è presto evidente che Gunn vuole fare un passo più in là, o meglio di lato, abbandonando il rassicurante realismo dei dramedy sundanciani per un tono acceso, feroce, quasi surrealista: le danze si aprono con un’allucinazione che mescola hentai e deliri di possessione divina, e continuano con Frank che, non avendo un progetto morale ben chiaro nella sua lotta al crimine, nel dubbio comincia a spaccare crani a colpi di chiave serratubi, quale che sia la colpa. E se il film da principio è così bizzarro da rendersi quasi indigesto, è decisivo l’incontro con Libby (una graziosa e fenomenale Ellen Page), fumettara ventenne squilibrata quanto e più di Frank che trova molto eccitante l’idea che qualcuno abbia indossato sul serio un costume da giustiziere.

A dispetto dei pregiudizi, il film di James Gunn (che si ritaglia il ruolo del diavolo in un’improbabile trasmissione del network cristiano All-Jesus) è quindi tutt’altro che prevedibile: è un film genuinamente disturbato ma spassoso (a patto di avere lo stomaco adatto), estremamente violento eppure dolcissimo, un film radicale e pop al tempo stesso.

Presentato nel 2010 a Toronto e poi al Festival di Torino, il film è nel listino della M2 Pictures e dovrebbe uscire in Italia il prossimo autunno.

Per il momento, si trova già in vendita l’edizione britannica in DVD e Blu-Ray.

Your Highness, David Gordon Green 2011

Your Highness
di David Gordon Green, 2011

Se il film precedente dell’ex prodigio del Sundance convertitosi alla commedia, ovvero Pineapple Express (uscito da noi con lo sfortunatissimo titolo Strafumati), ha rappresentato una sorta di punto di arrivo della tradizione popolare della “stoner comedy”, una sintesi ideale e non priva di una sua autonoma dignità, è difficile considerare Your Highness come un superamento, bensì come una deviazione dimenticabile.

Danny McBride e Ben Best, autori del sorprendente piccolo film The Fist Foot Way e della stupefacente serie tv della HBO Eastbound and Down, prendono un canovaccio fantasy e vi applicano ancora il loro umorismo ormai inconfondibile (nonostante sia vicino a quello di Will Ferrell e soci) costruito interamente intorno all’attore-personaggio McBride e allo stampino ormai cristallizzato dell’antieroe egoista, sessista e vanaglorioso. E l’idea, come già in passato, non è quella di fare una parodia o uno spoof del fantasy, bensì un vero fantasy che faccia ridere: la differenza è enorme.

Ma nonostante le (buone) intenzioni, è paradossalmente proprio il lato comico del film quello a lasciare più interdetti. Il film di David Gordon Green è infatti girato e realizzato con grande cura (non si diventa un pessimo regista dal giorno alla notte), può contare sulla presenza ipnotica di Natalie Portman e sull’immediata simpatia di James Franco (che come ai vecchi tempi recita completamente a casaccio, visibilmente divertito), e soprattutto su production values di tutto rispetto: sarebbe quasi un bel fantasy, insomma, se gli sforzi dello script non fossero tutti indirizzati a una serie interminabile di sciocchezze triviali.

Ma ciò che caratterizza di più il film, e che segna la sua sconfitta, è la sovrapposizione assai maldestra dei toni: alcuni personaggi si comportano sempre e comunque in modo serissimo (la stessa Portman, per esempio), altri in modo totalmente ridicolo o parodistico, e anche nel racconto l’ambizione è quella di far convivere inventive scenografie e belle scene d’azione con idiozie come il vecchio saggio (una specie di Muppet fattone e pedofilo) o come il cazzo del minotauro portato al collo come un trofeo, senza che le due anime si divorino a vicenda: va da sé, è un proposito malfondato.

E poi c’è Danny McBride che con il suo cinismo sgradevole e volgare funge da catalizzatore e da osservatore esterno di questo caos, apparendo però, in definitiva, del tutto posticcio: se il protagonista assoluto del tuo film risulta non solo volutamente fastidioso ma accessorio e fuori posto non è una buona notizia per nessuno. Non è tanto il personaggio-McBride a non aver più molto da dire, si potrebbe dire, ma è il contesto fantastico a essere inadatto allo scopo: il meccanismo iconoclasta non funziona più se non c’è una realtà da sovvertire.

Non mi risulta sia ancora prevista un’uscita italiana, per il momento. In ogni caso, non voglio nemmeno pensare a cosa diventerebbe questo film doppiato e a quale titolo imbecille riuscirebbero a inventarsi stavolta.

Captain America – Il primo Vendicatore, Joe Johnston 2011

Captain America – Il primo Vendicatore (Captain America: The First Avenger)
di Joe Johnston, 2011

Curiosamente, quando si parla di Captain America si parla soprattutto di The Avengers. La scelta di aprire e di chiudere il film in questo modo, se non altro, rende inequivocabile come in nessun altro dei film precedenti la sua natura episodica all’interno di un progetto seriale, ed è piuttosto inutile a posteriori mettersi a fare ulteriori riflessioni su quanto sia maggiore l’appeal di un film sui Vendicatori di Joss Whedon rispetto a un film su Capitan America diretto da Joe Johnston – che, dal canto suo, fa un lavoro onesto anche se pressoché invisibile. Tutto il film che sta in mezzo tra il suggestivo incipit e quel finale tronco ed emozionante, con una frase lanciata su stacco al nero che è anche l’unico vero guizzo della sceneggiatura di Markus e McFeely (gli stessi della saga di Narnia), è approssimativamente quel che ci si poteva attendere ma allo stesso tempo è una virata necessaria dallo stile dei predecessori. Captain America dialoga soprattutto con il linguaggio del cinema di guerra più che con quello del film di super-eroi, scansa le tentazioni goliardiche e ammicca il meno possibile (anche se lo Stark senior di Dominic Cooper è divertente), si mantiene su un registro semiserio che rispecchia la gravitas del suo protagonista, e sembra volersi rifare a un intrattenimento più “classico”, tra virgolette, pre-Iron Man per intenderci, con la presenza di un respiro patriottico meno calmierato dal sarcasmo (ma anche meno insistito di quanto si dica in giro), oppure la costruzione di gran parte dei personaggi, la “hawksiana” Peggy Carter di Hayley Atwell o Tommy Lee Jones, un soldato duro-dal-cuore-morbido fatto a occhi chiusi. L’elemento di disturbo è ovviamente il Teschio Rosso di Hugo Weaving, stilizzato e quasi surreale, una macchia saturata sbattuta sullo sfondo di un film fantabellico che senza di lui avrebbe sofferto di allergia alla polvere. In definitiva, il film di Johnston regala un intrattenimento validissimo, meno sbruffone e compiaciuto della media e del tutto accettabile – se non ci fossero stati, a così breve distanza, Kenneth Branagh e il suo Thor a mostrarci che, anche all’interno di un progetto industriale colossale come il Marvel Cinematic Universe, un regista vero fa ancora la differenza.

Harry Potter e i doni della morte – Parte 2, David Yates 2011

Harry Potter e i doni della morte – Parte 2 (Harry Potter and the Deathly Hallows: Part 2)
di David Yates, 2011

Il capitolo finale della saga cinematografica tratta dai libri di J.K. Rowling, una delle più lunghe e produttivamente impegnative di sempre, oltre che tra le più radicali nel contesto del cinema cosiddetto mainstream, è a tutti gli effetti una “seconda parte” – ma è talmente riuscito da far brillare di riflesso anche l’altra metà: così come il film precedente si soffermava per l’ultima volta sulle relazioni tra i personaggi, prendendo tempo e dilatandolo in un’attesa snervante e ricca di dettagli indirizzati soprattutto agli iniziati, in questo film – come ci si poteva aspettare – viene rilasciata l’anima più spettacolare della serie. Deathly Hallows si rivela così, nella sua interezza, la chiusa ideale di un ciclo segnato prima di tutto da un percorso di avvicinamento alla morte che non ha molto a che fare con le impressioni date dai primi due episodi, circa un decennio fa, né con l’iconografia generale del racconto per ragazzi, in cui la simbologia del legame tra Harry e Voldemort, dello scontro inesorabile e infinitamente rimandato tra i due, trova ineccepibili giustificazioni narrative e una sua – altrettanto inevitabile – conclusione. Un finale che, tra i suoi meriti, ha quello di rimettere il personaggio di Potter al centro dell’azione, in una rivisitazione matura e dark del romanzo di formazione in cui il rito di iniziazione definitivo non è più la scoperta della mortalità ma l’accettazione della morte stessa, del proprio ruolo sacrificale tatuato sulla fronte fin dalla prima pagina o dalla prima inquadratura; ma anche quello di dare finalmente il lustro che merita a un personaggio ambiguo e affascinante come quello di Severus Piton/Snape, protagonista di un flashback/backstory autenticamente commovente. Harry Potter è stato in tutti questi anni un esempio di cinema per ragazzi avvincente e intelligente, capace di reinventare se stesso sulle sue pur solidissime basi, di crescere di film in film insieme ai suoi spettatori come un solo, amatissimo quanto ingombrante, progetto: e le quasi cinque ore che compongono la doppietta finale sono probabilmente il punto più alto di questo difficile equilibrio. Forse questo ottavo film è il più diretto, addirittura il meno complicato dal punto di vista dell’adattamento, ma è anche il più appassionante, il più spaventoso, il più intenso, il più trasparente e cristallino, oltre che quello produttivamente più compiuto e meglio realizzato. Abbiamo aspettato, spesso e volentieri ce la siamo goduta, a volte ci siamo lamentati, ma ne è valsa la pena: non a caso questo è uno dei pochi film a potersi permettere il lusso di includere la nostalgia di se stesso.

The Ward, John Carpenter 2010

The Ward – Il reparto (The Ward)
di John Carpenter, 2010

Sono pochi i registi che si sono fatti attendere come si è fatto attendere John Carpenter, inattivo da quasi un decennio nei lungometraggi (nel frattempo ha infatti girato due ottimi episodi di Masters of Horror, tra cui il capolavoro Cigarette Burns), dai tempi del sottovalutatissimo Fantasmi da Marte. Ma era difficile immaginare che il ritorno di un maestro indiscusso e così importante per il cinema di genere potesse essere un film così poco radicale, così sommariamente medio. Non mediocre, si intenda: The Ward è un buon esercizio horror, robusto e “vecchio stampo”, come avete letto da ogni parte – un aspetto dal quale deriva però anche una certa prevedibilità, non solo narrativa: ma dopotutto il film è volutamente costruito su canoni ben definiti, dal setting nel manicomio al meccanismo stesso di svelamento dell’identità (e altro che non possiamo citare senza sfociare nello spoiler). La forza di The Ward quindi, più che nella struttura del racconto o nell’efficacia (irregolare) dei continui “spaventi”, risiede nella forza espressiva che Carpenter riesce a mostrare a tratti, quando viene pizzicato: in particolare l’incipit del film, dalla fuga di Kristen al suo arresto e internamento nell’ospedale psichiatrico, è un piccolo saggio di cinema, davvero magistrale nella scelta delle inquadrature e del montaggio. Ogni tanto il regista sfodera anche qualche marchio di fabbrica, come l’uso della dissolvenza incrociata, ma nella maggior parte dei casi si mantiene su un registro meno personale, non sempre appassionante e apparentemente disinteressato: in verità è un mezzo miracolo che un film di questo tipo funzioni ancora così bene, ed è un risultato di cui ci possiamo accontentare volentieri. Il punto di forza più indiscutibile del film è invece Amber Heard, che conferma il suo fascino selvaggio e violento e la sua impressionante presenza scenica: Carpenter, va da sé, sa perfettamente come usarla.

Take me home tonight, Michael Dowse 2011

Take me home tonight
di Michael Dowse, 2011

All’interno di un’ampia e diffusa fascinazione nei confronti degli anni ’80, non necessariamente quelli “veri” ma anche la loro revisione rimasticata dal processo culturale, il film di Michael Dowse tenta sia la strada del period movie, con un’ambientazione precisa all’interno delle dinamiche sociali del tempo, sia quella dell’omaggio retrò a un determinato modo di fare commedia tipico di quegli anni, sia nei toni e nei temi – riti di passaggio compresi – che (a tratti) nello stile. Purtroppo l’apparato di malinconia nostalgica mista a una critica non proprio irresistibile del cinismo yuppie, non riesce a celare una sostanziale carenza di idee: di fatto, Take me home tonight non è un film particolarmente sbagliato o noioso, scorre senza troppi incidenti o imbarazzi – ma è una riproposizione meccanica, senza vita, e che al massimo strappa qualche sorriso. Ma l’errore più madornale, dietro al quale si svelano più facilmente le falle che lo circondano, è il cast: non solo quasi tutti gli attori protagonisti hanno infatti circa dieci anni più dei loro personaggi – e si vede – ma anche le loro stesse performance sono assai deludenti. Topher Grace per proporre un personaggio “à la John Hughes” fa uno sforzo sovrumano ma spesso vano, Dan Fogler è sempre sopra le righe ma è una spalla sguaiata e volgare, e persino la deliziosa Anna Faris risulta sospettosamente mutata,  ”gonfia” e inespressiva. Il meglio lo dà qualche personaggio di secondo piano, come Chris Pratt, Demetri Martin, persino Teresa Palmer (che sembra un clone di Kristen Stewart, ma senza le insopportabili faccette) mentre Lucy Punch, nonostante sia una delle attrici più divertenti in circolazione, è praticamente invisibile: non si fa, non si fa.

Nelle sale (forse) dal novembre 2011

(foto via)

Cars 2, John Lasseter e Brad Lewis 2011

Cars 2
di John Lasseter e Brad Lewis, 2011

Ci vuole una sola parola per spiegare come mai, tra tutti i progetti possibili, Lasseter e soci abbiano deciso di produrre un sequel del loro film meno amato: merchandising. Forse, da un’altra ipotetica prospettiva, questo è il primo momento della loro storia in cui dietro alle decisioni degli straordinari Pixar Animation Studios appare l’ombra del compromesso: se volete fare un film come Brave, in arrivo tra un anno, vi conviene fare cassa. E fare cassa nelle sale non basta.

Ma il problema di Cars 2 non è questo: Toy Story 3 (e l’eventuale venturo quarto capitolo) sembrava nato sotto le medesime direttive, eppure si è rivelato persino il migliore dei tre, un capolavoro. Il problema di Cars 2 è che per la prima volta la Pixar si è “accontentata”, rinunciando a sperimentare, limitandosi a proporre meccanismi oliati che dovrebbero funzionare da soli: in un certo senso è così, perché il film scorre bene e con grande facilità – ma il carisma, il cinema, il cuore, stanno da tutt’altra parte. Vero è che la distanza dal primo film, opera senza dubbio minore ma spesso ingiustamente sottovalutata, proviene da un’intrinseca voragine tematica: il contrasto forte tra città e campagna del predecessore diventa qui un banale messaggio di comprensione e accettazione della propria natura inserito in una trama che si rifà al cinema spionistico – come se un personaggio di Peter Sellers fosse finito per sbaglio in un film di James Bond – e mescolato a una riflessione ambientalista spiccia e infantile. Ma se anche Cars era molto semplice, Cars 2 è più che altro semplicistico.

In ogni caso non si tratta certo di un film “brutto”, parola assente dal dizionario della Pixar: tecnicamente ineccepibile, con diverse ottime trovate e un’anima “action” che è indubbiamente la più riuscita (anche se dispiace che ci siano così poche corse e così tanti inseguimenti), il film annoia però ogni volta che sceglie di rallentare e soprattutto – ahinoi – arranca pietosamente quando si sforza in tutti i modi di rendere simpatici i suoi personaggi. Umanizzare macchinine di metallo, nella linea della tipica malinconia pixariana, è un piccolo miracolo che era riuscito a Cars; qui invece ci si concentra solo sul carro attrezzi Mater/Cricchetto, facendo fuoriuscire l’inutilità (quando non l’antipatia) del resto del cast: un’ammaccatura che rovina tutta la carrozzeria.

Dylan Dog – Il film, Kevin Munroe 2011

Dylan Dog – Il film (Dylan Dog: Dead of Night)
di Kevin Munroe, 2011

“Does the word ‘Sclavi’ mean anything to you?”

Ci vuole poco a capire perché confrontare il Dylan Dog di Kevin Munroe e quello di Tiziano Sclavi non possa giovare al film; pare inoltre un esercizio fine a se stesso: i cambiamenti sono stati così numerosi e radicali, alcuni giustificati dalle contingenze produttive e altri francamente inspiegabili – non tanto la terribile voce fuori campo o lo spostamento da Londra a New Orleans, quanto la modifica sostanziale dell’intera backstory di Dylan, divenuto un ex “mediatore” tra umani e mostri – da creare con questo film una nuova mitologia, che riporta alla mente Blade e Underworld, magari Buffy o addirittura Streghe, più che il Romero citato frequentemente nei primi storici albi del fumetto italiano. Una comodità per chi fosse così volenteroso da affrontare Dead of Night come un film a sé stante – nonostante la costruzione narrativa si rifaccia abbastanza fedelmente alla “tipica” storia di Dylan – e non come il fallito adattamento di un grande prodotto editoriale. E così com’è, il film di Munroe è meno orrido di come lo si dipinge: una volta superato il trauma (la prima mezz’ora di film è un facepalm dietro l’altro) questo Dylan Dog appare come un discreto horror di serie B straboccante di cliché che tra il dark e la commedia sceglie più volentieri quest’ultima. Infatti proprio nell’inseguire i toni leggeri Munroe trova i suoi momenti peggiori (ad esempio la sequenza demenziale e sbracata dell’obitorio) ma anche i suoi migliori (il mercatino dei pezzi di ricambio) accomodandosi più spesso su un placido e per nulla sgradevole equilibrio tra le esigenze del genere e l’ammiccamento ironico, anche grazie al comic relief di Sam Huntington – che aveva l’arduo incarico di far dimenticare l’assenza di Groucho e fa un buon lavoro, anche se la sceneggiatura e i dialoghi raffazzonati non sono all’altezza (ma “I look like a dead hooker!” mi ha fatto sorridere). Brandon Routh invece è noto per essere un attore rigido e legnoso, e qui si riconferma tale: molto meglio l’islandese Anita Briem.

X-Men: L’inizio (X-Men: First Class), Matthew Vaughn 2011

X-Men: L’inizio (X-Men: First Class)
di Matthew Vaughn, 2011

Il compito di Matthew Vaughn non era semplice: recuperare una saga partita benissimo e poi persasi per strada per colpa di un pessimo terzo capitolo e di uno spin-off sulle origini di Wolverine sgradito ai più, soprattutto viste le sue potenzialità; il tutto inserito peraltro in un contesto del tutto diverso dal passato: se nel 2000-2003 i film di Bryan Singer erano considerabili al di sopra della media dei prodotti simili, la qualità dei “film con i super-eroi” si è alzata notevolmente negli anni successivi; e il tutto, infine, in tempi davvero ristretti.

In questa prospettiva, Vaughn ha fatto un gran bel lavoro: abbassando la levetta dell’epos e alzando quella del pop, ha confezionato prima di tutto un film divertente, davvero ben congegnato anche se non particolarmente originale, e costruito in gran parte sull’ammiccamento nei confronti degli appassionati – sia tramite l’allusione continua al destino arcinoto dei suoi personaggi sia, più sottilmente e probabilmente con una punta di scaltrezza, indirizzandosi direttamente al fandom vero e proprio e allo sterminato mondo della rielaborazione culturale in rete. Questo è il motivo palese per cui l’incontro tra i futuri Professor X e Magneto, al centro del film (con i personaggi secondari, spesso volutamente tralasciati, a raccogliere poco più che briciole), è diventato un vero e proprio bromance, già pronto e impacchettato per diventare il fulcro di innumerevoli fan fiction.

Quindi, nonostante gran parte del cast sia all’altezza della situazione (soprattutto Kevin Bacon, Jennifer Lawrence e Nicholas Hoult: January Jones è invece con tutta probabilità la peggior attrice in circolazione, e non serve la lingua originale per accorgersene) in questo senso è la scelta di McAvoy e Fassbender la più vincente in assoluto: la tensione emotiva tra i due è palpabile, anche se è soltanto il secondo in tutto il gruppo a mostrare uno sforzo attoriale che supera i meriti del film stesso – rischiando spesso di divorarlo, fortunatamente non riuscendoci mai. Che Magneto avrebbe dato più soddisfazioni di Xavier lo si capisce fin da principio, nel montaggio parallelo che apre il film: intenso e drammatico la parte dedicata al giovane Erik (una delle migliori sequenze), svagata e un po’ stucchevole quella di Charles Xavier e del suo incontro con la mini-Raven.

Il compito, dunque, è ben svolto: Vaughn ha dimostrato, come già in Stardust, di saper mettere la sua professionalità al servizio della produzione (non è un caso che Singer sia tornato, e la sua impronta è in qualche modo evidente) e di un progetto ben più arduo di quanto sembri sulla carta. Peccato che il suo potenziale non si sia espresso al meglio come in Kick-Ass, ma in definitiva ci possiamo accontentare. Basta, e avanza: soltanto con lo shipping Erik/Charles ne avremo per mesi e mesi.

Peter Falk R.I.P.

Peter Falk è morto ieri a Beverly Hills. Aveva 83 anni.

13 Assassini, Takashi Miike 2010

13 Assassins (Jûsan-nin no shikaku)
di Takashi Miike, 2010

Nella luce fioca di una stanza spoglia, una donna senza nome, senza braccia e senza lingua scrive a chiare lettere su un papiro la missione di Shinzaemon, chiamato dai consiglieri dello Shogun a porre fine alle angherie di Naritsugu, pazzo fratello dello Shogun. Le parole sono “massacro totale”, e non lasciano alcuna possibilità di tregua: Shinzaemon dovrà mettere insieme una piccola squadra di samurai allo scopo di uccidere il dispotico Naritsugu – e la battaglia sarà lunghissima e sanguinaria.

Ambientato agli ultimi sgoccioli dello shogunato, a pochi anni dall’avvento del Periodo Meiji che avrebbe in breve tempo trascinato il Giappone fuori dall’era feudale e dentro la modernità, 13 Assassins è il film della definitiva maturità di uno dei registi più prolifici, idolatrati e importanti del cinema nipponico nello scorso decennio: un’opera possente e furibonda sulla linea della gloriosa tradizione del jidaigeki che al tempo stesso ne segna un superamento radicale, segnato dalla decadenza e dall’ineluttabilità. I samurai perseguono la loro missione con stoicismo suicida e con una sorta di dolente e implicita consapevolezza, quella della fine di un’era, inseguendo l’ultimo baluardo di un eroismo pronto a essere dimenticato dal tempo – perdendo di colpo in colpo il controllo del proprio corpo, ma sempre e comunque lottando, fino all’ultimo respiro, all’ultima goccia di sangue, all’ultima convulsione.

Un’immersione appassionante, violenta ed estenuante in una concezione fuori dal tempo dell’onore e della giustizia che, nel percorso che porta allo scontro, predilige lunghe sequenze preparatorie (interrotte qua e là da autentiche fiammate) e che all’incontrollabilità del regista sembra sostituire un più adulto e controllato rigore – dietro al quale però si intravede con chiarezza l’anima visionaria e folle di Miike, il suo senso dell’umorismo improvviso e stordente e un’irresistibile fascinazione per la coesistenza tra realtà e mistero, tra umanità e leggenda.

Nei cinema italiani dal 24 giugno 2011.

Natale a Odessa

La mia proposta per il cinepanettone 2012.

Bronson, Nicolas Winding Refn 2008

Bronson
di Nicolas Winding Refn, 2008

Mentre la stampa di tutto il mondo esalta le doti di Drive, suo ultimo film presentato a Cannes, Nicolas Winding Refn arriva nelle sale italiane in grande ritardo con il film che ha sancito da tempo il suo ruolo di beniamino dei cinefili europei: un biopic tratto da una storia vera, ma tra più inusuali mai visti sullo schermo, che nel raccontare la storia del “prigioniero più famoso del Regno Unito” sceglie strade antinaturalistiche, spesso anche antinarrative e sperimentali, passando con dimestichezza e un tocco di furbizia dall’avanguardia al pulp. Non a caso Bronson è stato paragonato da più parti ad Arancia Meccanica, con cui condivide in modo deciso alcune suggestioni e idee nell’uso dello spazio, nel contrasto tra le immagini e la colonna sonora, e più sottilmente un senso di inquietudine capace di parlare di coercizione sociale, con necessaria e dolorosa violenza stemperata da un umorismo feroce. Quello che colpisce di più in Bronson, oltre ovviamente alla performance sinceramente impressionante, sotto ogni aspetto, di Tom Hardy, è lo stile fiammeggiante e insieme rigorosissimo del regista: non sempre all’altezza del suo stesso talento, perché il racconto subisce dopo la metà una sonora ma riscattabile frenata (per quanto abilissimo a sfruttare il canovaccio del “mostro innamorato” ), Winding Refn non si limita a grandi intuizioni plastiche e ad acute provocazioni narrative, ma mantiene all’interno dell’estenuante ricercatezza delle inquadrature, persino degli stacchi di montaggio, quello che appare come un autentico studio morale. Ma affrontato, e qui viene il bello, con lo stesso pugno duro del suo protagonista: Bronson dopotutto è una forza che sembra provenire dalle viscere della Terra, e di fronte alla cui furia il sistema, paralizzato e inerte, non ha soluzioni, né mezzi, né risposta alcuna. Un super-uomo rinchiuso nella buia cella che chiama casa.

Il film è uscito in Italia lo scorso 10 giugno. Se non lo trovate più nelle sale o preferite vederlo in lingua originale, il dvd inglese è facilmente reperibile e molto economico.

I guardiani del destino (The Adjustment Bureau), George Nolfi 2011

I guardiani del destino (The Adjustment Bureau)
di George Nolfi, 2011

Attenzione a non scambiare The Adjustment Bureau per un thriller: l’opera prima dello sceneggiatore George Nolfi, che lo stesso regista ha tratto da un racconto di Philip Dick con grande libertà ma senza tradirne lo spirito, è un’autentica commedia romantica in cui le suggestioni e le paranoie sci-fi e il contesto tipicamente dickiano della scoperta di una realtà nascosta dietro il velo di Maya servono più che altro da pretesto per una convincente e persino commovente love story con contorno di eminenze grigie. Non a caso i punti di forza del film, più che nell’assetto di genere (costruito comunque con classe e con una spiccata predilezione per l’understatement) sono proprio nei molti dialoghi, brillanti ed efficaci, nella recitazione dei due protagonisti (soprattutto un’illuminante Emily Blunt e l’azzeccatissimo John Stallery) e nella leggerezza del tocco di Nolfi nel raccontare un amore talmente potente e necessario da arrivare a sfidare sé stessi, il Fato, e Dio in persona. Quindi, se pure ci sono qua e là alcuni stalli nello script, per il desiderio di spiegare nei dettagli la sua mitologia e di intrecciarla con un discorso più ampio sulla trascendenza, sul caso e sul libero arbitrio, The Adjustment Bureau è un’opera così favolosamente romantica da far perdonare qualche passeggera ingenuità. Un film che si presenta tra l’altro con un ottimo biglietto da visita, ovvero il magistrale incipit che presenta in breve tempo il personaggio di David grazie al montaggio serrato e intelligente di Jay Rabinowitz, e che continua riuscendo a trovare un equilibrio delicato tra quest’anima sentimentale, le necessità della narrazione fantascientifica e la pura piacevolezza del racconto. Bellissima sorpresa.

Nelle sale dal 17 giugno 2011.

Paul, Greg Mottola 2011

Paul
di Greg Mottola, 2011

“Hey fucknuts! Probing time.”

Degli ultimi tre film di Greg Mottola, Paul è forse il meno personale, sicuramente quello meno legato alle ossessioni malinconico-adolescenziali del regista: in verità è più propriamente un film di Simon Pegg e Nick Frost, che firmano infatti la densissima sceneggiatura di un film che vuole essere un omaggio a tutto tondo a una multi-generazione geek cresciuta tra la fantascienza di Spielberg e le avventure di Fox Mulder, tra il culto del Klingon e i Men in Black. Un film, insomma, che comunica a filo diretto con il citazionismo di Spaced più che con la commedia di Seth Rogen (anche se quest’ultimo, con la sua partecipazione vocale, dà una decisa impronta “rogeniana” all’eponimo alieno parolacciaro) con una storia che si appropria di molti cliché della commedia on the road, ma con un umorismo che seppur guardando l’America redneck e integralista dall’alto in basso riesce a mescolare abbastanza sapientemente le sue due anime, cinismo britannico e consapevolezza yankee.

Rimane il dubbio su cosa sarebbe stato di Paul nelle mani più coraggiose e davvero sperimentali di Edgar Wright, antico (e futuro) sodale dei due, ma possiamo accontentarci: se il film di Mottola non è fulminante è comunque vorticoso, spesso delizioso e quasi sempre divertentissimo, un gioco di rimandi che a volte pare sfociare nel nerd trivia (piuttosto facile a dire il vero) ma che riesce nonostante il giochetto cinefilo a non dimenticare mai per strada l’anima e il senso dei suoi personaggi – Pegg e Frost sanno decisamente di cosa parlano, quando parlano di geek – e ammiccante senza ritegno nel sottolineare, sulla falsariga di Hot Fuzz, le pieghe più romantiche del loro bromance. Come spesso accade, la ricchezza del film si trova anche nel cast secondario, tra cui spiccano un formidabile Bill Hader e l’adorabile Kristen Wiig nel ruolo di una cristiana del Wyoming che l’alieno Paul provvede a convertire alla scienza e alle gioie dell’imprecazione.


Nota: ho visto l’edizione estesa, l’ho vista in lingua originale, e di quella ho scritto: non garantisco che l’umorismo prettamente verbale del film sia stato ben adattato nell’edizione italiana, dove Elio ha dato la voce a Paul.

In ogni caso, se volete il DVD inglese è già in vendita.

Ci sono, ci sono

Arrivo, eh. Un attimo di pazienza e arrivo.

Con gli occhi dell’assassino (Los Ojos de Julia), Guillem Morales 2010

Con gli occhi dell’assassino (Los Ojos de Julia)
di Guillem Morales, 2010

Molte delle recensioni che leggerete o che avete letto del film di Guillem Morales prodotto da Guillermo Del Toro, che siano positive o negative, puntano il dito su un particolare: che è lungo, troppo lungo. Non del tutto a torto: giunto al punto in cui il cruciale svelamento di turno sembra aprire le porte alla sequenza finale, Los Ojos de Julia finisce per durare quasi mezz’ora in più. La conseguenza di questa insistenza si sente senz’altro, va a minare il ritmo e la struttura del film, ma fortunatamente non riesce a rovinare del tutto il buon lavoro compiuto dal regista, alla sua seconda prova, su spunti e temi che sembrano provenire più dal giallo all’italiana che dall’horror iberico, filtrato semmai attraverso una certa consapevolezza autoriflessiva ma senza troppe esplicite velleità cinefile. La maggiore originalità del film sta nella sua compatta ripartizione: diviso in parti che appaiono narrativamente ben distinte, il thriller di Morales prende direzioni che vengono di volta in volta mozzate dagli avvenimenti per poi ricominciare da capo – in tal senso la parte più efficace e inusuale è quella in cui Julia, bendata, viene a conoscenza con l’infermiere Ivan senza poterne vedere il volto, e noi spettatori con lei. Se gli sviluppi veri e propri della trama non sono certamente i più imprevedibili (anzi), Morales punta soprattutto a costruire un film teso e di grande atmosfera, girato con precisione e cura, fotografato splendidamente, con alcune sequenze favolosamente perfette (la sequenza dello spogliatoio è da antologia) e abbastanza intelligente nel giocare con la più classica delle riflessioni sullo sguardo – e anche sull’immedesimazione dello spettatore con quello dei personaggi: più che “con gli occhi dell’assassino”, come recita lo sciocco titolo italiano, qui si lavora al contrario sugli occhi della vittima, sulla loro assenza, sull’estensione di un “blind spot” che è alla base di molti meccanismi del thriller. In quasi tutte le altre recensioni che leggerete, vi diranno che Belén Rueda è rifatta dalla testa ai piedi. Non del tutto a torto, anche qui. Ma la sua è una prova davvero, davvero convincente.

The man from nowhere, Lee Jeong-beom 2010

The Man from Nowhere (Ajeossi)
di Lee Jeong-beom, 2010

Cha Tae-Sik è un taciturno e pacifico impiegato di un piccolo e buio banco dei pegni; la sua unica amica è una bambina, figlia di un’eroinomane che vive nell’appartamento accanto e che usa la sua bottega per spacciare per conto di un’organizzazione criminale. Ma quando madre e figlia vengono rapite, e la prima viene ritrovata svuotata degli organi interni, Tae-Sik sarà costretto a mostrare la sua vera identità e il segreto drammatico nascosto nel suo passato. Nella (relativa) scarsezza di titoli di genere davvero esaltanti provenienti dalla Corea del Sud negli ultimi anni, l’opera seconda di Lee Jeong-beom è davvero una perla. Ma anche in senso assoluto: un thriller lungo e denso, girato in modo magistrale, cupo e violento come non se ne vedevano da tempo, con un’ambientazione urbana perfetta, e un protagonista di inenarrabile figaggine. E se l’azione non manca, tra duelli e inseguimenti, spatatorie e coltellate, il film di Lee è qualcosa di più di un semplice action: costruito su moventi profondamente tragici che spingono ancora di più l’intensità della escalation vendicativa di Tae-Sik, The Man From Nowhere è uno stupefacente noir sanguinario sulla riscoperta dell’innocenza in un mondo definitivamente impazzito. Colpo di genio comunque quello di avere un protagonista addestrato per uccidere, abilissimo e quasi imbattibile in combattimento, e non fargli fare niente di niente per quasi un’ora.

Il film è stato presentato qualche giorno fa al Far East Film di Udine.

È già disponibile a pochi euro nell’edizione dvd britannica.

Non è al momento prevista un’uscita italiana.