God Bless America, Bobcat Goldthwait 2011

God Bless America
di Bobcat Goldthwait, 2011

“My name is Frank. That’s not important. The important question is: who are you?”

La filmografia di Bobcat Goldthwait sembra avere tra i suoi tratti più caratteristici la provocazione che si inserisce negli addormentati canoni del cinema americano e funge da vera e propria secchiata d’acqua fredda: Sleeping dogs lie era una variazione estrema su un canovaccio da commedia romantica (una coppia affronta la crisi quando lei confessa di aver fatto sesso con un cane al college) e il bellissimo World’s Greatest Dad si impossessava della riconoscibile maschera da commedia di Robin Williams mutandola all’interno di una parabola profondamente amara.

God Bless America invece è provocazione allo stato puro, aggressiva ed esplosiva, asciugata di ogni possibile fraintendimento. L’incipit del film mette subito le cose in chiaro: infastidito dalla rumorosa coppia con bambino urlante nell’appartamento accanto, il frustrato e solitario impiegato Frank sogna di bussare alla loro porta e ucciderli senza esitazioni, e quando la madre lancia il bambino Frank gli spara a mezz’aria. Uno sfogo onirico destinato però a diventare reale, come ogni storia di spree killing insegna: la miccia è la scoperta di un cancro incurabile, ma si accende solo quando Frank sente la figlia di nove anni urlare contro la madre perché ha avuto in regalo un Blackberry invece di un iPhone. A quel punto lo spettatore deve decidere se lasciare o raddoppiare, anche perché il punto di vista sarà sempre e solo quello dell’assassino, da lì alla fine del film.

La più grossa provocazione del film riguarda proprio questo meccanismo empatico: interpretato perfettamente da Joel Murray, il più bravo dei fratelli di Bill, Frank si proclama nemico della cultura televisiva in (quasi) tutte le sue manifestazioni, denuncia in modo cinico ma preciso un’insofferenza nei confronti del trash, della cafonaggine, dell’omofobia e della pedofilia della società americana che ha raggiunto e superato la saturazione. Noi siamo portati a pensarla come Frank, la differenza è che lui prende una pistola e comincia a sparare, e scagliandosi contro un’America che non sa più “essere gentile” ci spinge dalla parte – scomoda e inquietante – del grilletto. Le vittime possono essere le protagoniste viziate e petulanti di un reality show, quelli che parlano al cinema, i membri del Tea Party, fino all’epitome e obiettivo principale della rabbia di Frank: American Idol.

Frank non è solo. Accanto a lui, come una spruzzata di benzina su un fuoco già piuttosto vivo, c’è una sedicenne esagitata chiamata Roxy (interpretata da Tara Lynne Barr, una specie di frullato di Christina Ricci e Anna Faris) che decide di diventare la Bonnie Parker della situazione – ma funge più che altro da controcanto di un monologo crudele e virulento sullo stato dell’America odierna. God Bless America ha infatti questo problema, che schiaccia un freno decisivo e lo rende meno irresistibile: dà l’impressione di essere un film costruito intorno alla routine di uno stand up comedian - e non è un caso che sia proprio quello il mondo da cui proviene Goldthwait. Non soltanto per l’aggressività del linguaggio e per i temi affrontati, ma proprio per la stuttura dei dialoghi, che spesso si tramutano in veri e propri rant sulla decadenza del paese in cui vengono elencati uno per uno i mali della società e le “persone che meritano di morire”.

Tutto sommato però l’operazione va a buon fine: pur sacrificandola in parte per puntare alla pancia dello spettatore, Goldthwait ha comunque una sensibilità cinematografica tutta sua, che ancora una volta cerca il punto d’incontro tra la dolcezza e la pazzia come pochi registi americani hanno il coraggio di fare. Certo, mostra di non avere alcun interesse nelle mezze misure, ogni simbolismo è dichiarato, gli obiettivi degli sproloqui hanno spesso nomi e cognomi (Woody Allen, Lolita, Diablo Cody, Glee) oppure sono parodie conclamate (Fox News, lo stesso American Idol) e non c’è spazio per sottigliezze, ma nonostante utilizzi a man bassa l’assurdo e il grottesco (anche per sottolineare che, appunto, si tratta di una provocazione e non di un’istigazione) questo suo affresco dell’America di oggi e dei piccoli quotidiani orrori da piccolo schermo appare molto più realistico di quanto non sembri – rendendo ancora più efficace la caustica e furiosa furia omicida di Frank e Roxy.

Il film è stato presentato al festival di Toronto e poi al South by Southwest. 

Esce negli states a maggio ma qualche giorno fa è stato distribuito On Demand.

5 Thoughts on “God Bless America, Bobcat Goldthwait 2011

  1. A occhio lo preferivo quando si chiamava Rampage, era diretto da Uwe Boll e sapeva benissimo di essere solo una trollata senza pretese morali. Sbaglio?

  2. Giuseppe on 20 aprile 2012 at 11:35 said:

    SI!

  3. Ankou6 on 22 aprile 2012 at 21:49 said:

    Grazie di aver segnalato questo film. Si perde un po’ sul finale ma…batti il cinque!

    (mentale)

  4. world’s greatest dad mi aveva tagliato la faccia, quindi aspettavo con le bave god bless america. appena finito di vedere. non male, eh, ma nanni cobretti ha già detto quello che stavo per dire io.

  5. Non ho visto Rampage e quindi mi risulta difficile giudicare, forse un giorno rimedierò.

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