2012

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Ted, Seth MacFarlane 2012

Ted
di Seth MacFarlane, 2012

La frammentazione di Family Guy (e delle altre serie da lui ideate) rischiava di trasformare l’esordio alla regia di Seth MacFarlane in una collezione di sketch più o meno riusciti, più o meno volgari e provocatori: per fortuna, è evidente che l’interesse principale del suo film è lo scheletro narrativo che li sostiene e senza i quali forse sarebbe collassato su se stesso. Una storia la cui proverbialità, piuttosto rinfrescante a dire il vero, è di fatto tradita soltanto dall’eccezionalità di partenza (l’amico del protagonista che ne impedisce l’ingresso nell’età adulta non è un essere umano ma un orso di peluche parlante) e ovviamente dall’intervento della Magia. L’idea più geniale e rivelatoria dello script è quella di saltare completamente tutte le fasi che sarebbero interessate a un regista più tradizionale (l’ascesa e la caduta di Ted come “personaggio famoso”) passando direttamente al racconto del momento tardivo in cui l’amicizia tra i due comincia a incrinarsi. Ovviamente l’umorismo scorretto e citazionista del regista si riconosce a chilometri di distanza, ma qui MacFarlane pare in stato di grazia e le azzecca quasi tutte – anche se nell’ultima parte il film perde qualche colpo e si mostra stanco inseguendo un villain di cui forse non aveva nemmeno bisogno. Poco male: l’irresistibile sentimentalismo virile che tiene in piedi il film e l’uso assolutamente geniale del cast ( e delle guest star, Sam Jones e Norah Jones in prima fila) fanno perdonare serenamente qualche incidente di percorso, anche perché – lascio questa considerazione per ultima, ma è tutt’altro che irrilevante – Ted fa veramente, veramente ridere.

Argo, Ben Affleck 2012

Argo
di Ben Affleck, 2012 

Ci sono voluti tre film perché Ben Affleck, attore dal curriculum altalenante, venisse finalmente preso sul serio come uno dei più interessanti registi americani in attività. Senza il suo ingombrante passato, gli eccezionali primi due titoli da lui diretti sarebbero bastati e avanzati a chiunque: ma con questo film, Affleck ha voluto dimostrare ancora più chiaramente di essere in grado di lavorare in modo straordinario anche al di fuori di territori più vicini al genere, dov’erano in apparenza situati il nerissimo noir di Gone baby gone e le rapine di The Town. L’occasione per dirigere un film più “adulto”, sempre tra virgolette, gliel’hanno portata sulla scrivania Clooney e Heslov che, si sa, hanno una passione per lavorare ai margini della Storia: quella di Argo è una delle meno verosimili e più folli tra le storie vere portate sullo schermo. Ma quello che Affleck riesce a fare con la vicenda (e con l’ottima sceneggiatura di Chris Terrio) va davvero oltre ogni aspettativa: costruito con impagabile compattezza e grande senso dello spettacolo, e con una maturità che sembra uscita da una Hollywood “civile” che non esiste più o quasi, Argo ha il raro dono dell’immediatezza (impresa tutt’altro che scontata, di fronte a un contesto storico così poco raccontato) anche nei confronti dei molti memorabili personaggi, ed è un film che lavora instancabilmente sul ritmo del racconto, esercitando una poderosa morsa narrativa sullo spettatore. Che sappiate o meno come è andata a finire, Argo è uno dei thriller più tesi e appassionanti degli ultimi anni, nondimeno Affleck prende le distanze dalla cupezza dei precedenti, aprendo a un “democratico ottimismo” che vuole rispecchiarsi negli attriti odierni, ma soprattutto affiancando alla terrificante drammaticità del contesto un umorismo efficace – che funziona anche da boccaglio per l’ossigeno: senza ironia l’angoscia sarebbe pressoché insostenibile. Intorno a questo eccitante equilibrio tra i toni c’è molto altro, una confezione favolosa (dalla fotografia di Rodrigo Prieto alle musiche di Alexandre Desplat) e un cast di impressionante ricchezza in cui Affleck si inserisce come protagonista, ma senza mai rubare la scena al suo stesso film. Il suo è un ruolo eroico eppure in qualche modo smorzato da una pacatezza malinconica e qui sta l’ultima, ennesima sorpresa di questo grande film: è l’interpretazione migliore della sua carriera.

Skyfall, Sam Mendes 2012

Skyfall
di Sam Mendes, 2012

Uno degli argomenti più discussi dall’uscita di Skyfall, titolo numero 23 del franchise “ufficiale” di 007, è l’influenza sul film portata dalla trilogia del Cavaliere Oscuro diretta da Christopher Nolan. Uno degli articoli più divertenti sul tema, con tanto di esempi, è apparso per esempio su Underwire, ma l’impressione al di là del confronto specifico (che fa sorridere, ma lascia il tempo che trova) è che si tratti più che altro di una tendenza generale. Della risposta a una domanda che, finalmente, qualcuno ha cominciato a farsi anche ai piani alti: cosa succede a un marchio consolidato, abitualmente affidato a onesti professionisti disposti a nascondersi nella sua ombra, se viene dato in mano (sintetizziamo per amor di brevità) a un “autore”? L’idea di mettere Sam Mendes alla regia con uno script di questo tipo va in realtà a braccetto con la ricorrenza del 50° anniversario di Licenza di uccidere: più che un film di Bond in linea con la tradizione, Skyfall sembra più una riflessione sul suo stesso mito, sulla sua fondazione e rifondazione (non a caso si parte dall’ennesima morte/risurrezione di Bond), una pausa alla ricerca di una mappa tematica in un mondo in cui le regole (e la posta in gioco) sono radicalmente mutate, senza paura di scardinare qualche certezza divenuta forse un po’ rigida per il mercato odierno – si osa addirittura un accenno a una “origin story” – mettendo in scena un Bond più umano e fragile, che comincia a sentire il peso dei 44 anni dell’attore che lo interpreta. Per fortuna, però, Mendes non affronta il compito da primo della classe ma da vero fan: il film è pieno di ammiccamenti e citazioni, è costruito a “blocchi” che si muovono con lo spostamento da una location all’altra, e anche affrontato come un “normale” film di 007, mettendo da parte la dimensione autoriflessiva, Skyfall ne esce a testa altissima, come uno dei migliori esemplari della saga da molti anni a questa parte – forse meno sorprendente, brutale e tragico di Casino Royale ma infinitamente più compiuto e divertente. Oltre che splendido a vedersi: Mendes ritaglia per sé qualche momento di gloria (la clamorosa entrata in scena di Bardem) e lascia a briglia sciolta Roger Deakins, un grande direttore della fotografia, che se la spassa come un matto, soprattutto nell’isola giapponese e nel gran finale esplosivo in Scozia. L’intelligenza del cast (e la sua direzione) fa il resto del lavoro: se la M di Judi Dench acquista finalmente una tridimensionalità e una centralità narrativa degne della sua interprete e il nuovo Q di Ben Whishaw è un nerd appropriatamente irrispettoso, a colpire sono soprattutto la francese Bérénice Marlohe (avercene, di “bond girl” così) e, ovviamente, Javier Bardem: al di là di discussioni spiritose sull’efficacia del suo piano diabolico, è un villain immediatamente memorabile e diventerà un classico da antologia. Qualcosa di cui, negli ultimi film di 007, si sentiva davvero la mancanza.

Stupendi i titoli di testa firmati da Daniel Kleinman, accompagnati dalla voce di Adele.

To Rome With Love, Woody Allen 2012

To Rome With Love
di Woody Allen, 2012

Magari, il problema dell’ultimo film di Woody Allen fossero gli stereotipi sugli italiani o cose simili. Il suo problema sta a monte: è un film irreparabilmente brutto. E come spesso accade con i film che ti danno la sensazione di essere stati completati per inerzia quando ormai era troppo tardi per mollare tutto e salire sul primo aereo per New York, la sensazione di fastidio è aumentata dalle potenzialità che si intravedono, a patto di aver voglia di farsi largo a colpi di ottimismo nella giungla di una goffaggine incessante. Parlo del segmento con Alec Baldwin e Jesse Eisenberg, il più alleniano, quello recitato meglio o meglio l’unico recitato bene (soprattutto dalla fenomenale Ellen Page, che azzecca il suo personaggio alla perfezione), dove Roma per fortuna è solo uno sfondo per una riflessione malinconica e cinica sulla cecità travolgente delle passioni e sulla necessità formativa dei propri sbagli. Ma è solo un quarto di film: quella leggerezza negli altri tre si trasforma al limite in esilità e nel peggiore dei casi (tutto il tremendo episodio degli sposini di Pordenone) in un grossolano, sconfortante imbarazzo. L’idea della doccia, per dire, è una delle cose più sciocche che Allen abbia mai girato: sarebbe pure un complimento, se fosse un corto di cinque minuti. L’episodio con Benigni, che per fortuna recita in modo inusuale, quasi sotto tono, è un temino di quinta elementare sulla fama tirato per le lunghe. La cosa peggiore, però, sono i dialoghi, quelli di tutto il film: trattandosi di Woody Allen, non ci si può mica passar sopra. Meno male che ricordiamo ancora lucidamente la splendida parentesi di Midnight in Paris, perché questo Woody frettoloso, impacciato, esausto e sostanzialmente inutile ci avrebbe seriamente preoccupato.

Nota: ho visto il film in lingua originale. Tutto il discorso sul suo doppiaggio è stato fatto a suo tempo su Prejudice e non credo di avere molto altro da aggiungere.

Tutti i santi giorni, Paolo Virzì 2012

Tutti i santi giorni
di Paolo Virzì, 2012

Ciò che sembra distinguere Tutti i santi giorni dal resto della filmografia di Paolo Virzì e del suo fedele sceneggiatore Francesco Bruni è il rapporto tra i personaggi e la sceneggiatura. In Guido e Antonia hanno trovato due figure così immediate e credibili da saper tenere in piedi il film senza dover attingere a meccanismi scoperti, e pur con qualche azzeccato accorgimento (come quello di far iniziare il film in medias res, chiudendo il cerchio alla fine) li hanno svincolati dagli ingranaggi più soffocanti restituendo una gradita sensazione di onestà, piuttosto rara nel cinema italiano. Persino di libertà compositiva, per come si alternano la leggerezza e la tensione, il senso dell’umorismo e la paura che il mondo intero ci crolli addosso. Il trucco c’è, ma non si vede: al centro di Tutti i santi giorni, che come al solito affronta il mondo di oggi soltanto di striscio, c’è soprattutto una linea retta di quotidianità spezzata da un ostacolo, e da ricucire al più presto. Guido e Antonia in tal senso non sono davvero liberi, ma stavolta Virzì e Bruni sembrano osservarli da una certa distanza, forse la stessa nostra, perché hanno fiducia in loro. Questo è il loro film più dichiaratamente, sfacciatamente romantico, ma in una maniera favolosamente ordinaria – un piccolo miracolo. Molto del merito della sua riuscita va però, a monte, ai due interpreti: Luca Marinelli è una bellissima conferma e il suo Guido è uno dei personaggi italiani più amabili e divertenti degli ultimi tempi. D’altra parte, Thony è una scoperta ancora più notevole – non perché è una cantante vera che recita, ma perché è una cantante che recita benissimo: tutt’altro che scontato. Le sue canzoni sono il tocco finale di un film delizioso, autentico e vitale.

ParaNorman, Sam Fell e Chris Butler 2012

ParaNorman
di Sam Fell e Chris Butler, 2012

In un periodo, diciamo in un triennio, in cui le certezze sugli equilibri di qualità tra i marchi più importanti del cinema d’animazione vengono quantomeno scompaginati, il titolo obbligato di miglior film animato (in uno stop-motion giunto a livelli qualitativi impareggiabili) dell’anno va a uno studio relativamente giovane ed emergente, giunto solo al secondo lungometraggio. Non dovrebbe essere una sorpresa, visto lo straordinario adattamento fatto proprio dalla Laika a partire da Coraline di Neil Gaiman, ma ParaNorman ha dei meriti persino maggiori: senza il supporto di un veterano come Henry Selick e basato su una storia originale, pur facendo tesoro della lezione di Tim Burton soprattutto da un punto di vista produttivo (Chris Butler, anche sceneggiatore, aveva lavorato sugli storyboard di La sposa cadavere), ParaNorman fa un passo avanti e propone qualcosa di riconoscibile eppure di totalmente inedito. Se il modello del film è infatti un cinema per ragazzi che non esiste più, sotterrato dal successo dei franchise e risollevato qua e là da operazioni perlopiù nostalgiche come Super 8 di Abrams, ciò che sbalordisce davvero è dove ParaNorman riesce a spingersi, soprattutto verso il finale. Da una parte, portando i personaggi e il pubblico (in primis quello preadolescente) a confronto con temi estremamente famigliari, senza mai sottovalutarne l’impatto emotivo; dall’altra, arrivando a un allucinato delirio visivo che sembra mescolarsi a suggestioni quasi da anime giapponese. Ma anche tutto ciò che precede la commovente e fenomenale conclusione non può lasciare indifferenti: ParaNorman è un film di una ricchezza quasi frastornante, divertente fino alle convulsioni per la densità delle sue trovate, delle invenzioni visive e narrative, per la cura nel tratteggio dei suoi personaggi, eppure riesce a essere veramente maturo nel raccontare temi come il rapporto con la morte o la battaglia a difesa della propria diversità. Dando sempre per scontato, contrariamente alla norma, che l’interlocutore abbia l’intelligenza sufficiente a volersi (e sapersi) confrontare con essi, che abbia dodici, otto, ventuno o quarant’anni. E che abbia voglia di emozionarsi davvero.

Sound of my voice, Zal Batmanglij 2011

Sound of my voice
di Zal Batmanglij, 2011 

In uno scantinato di Los Angeles vive una donna che respira con l’aiuto di una bombola di ossigeno e che si ciba solo di frutta e verdura coltivata dai suoi seguaci in una serra. Si chiama Maggie, e dice di venire dal futuro. Una coppia di scettici decide di smascherarla infiltrandosi nella setta, ma non sarà così semplice. Seconda metà della doppietta che, insieme ad Another Earth, impose all’attenzione dei media il talento dell’attrice e co-sceneggiatrice Brit Marling al Sundance del 2011, anche Sound of my voice è un film che circuisce i linguaggi della fantascienza utilizzando lo stile (e il budget) del cinema indipendente. Se le ristrettezze economiche non ostruiscono in alcun modo la sua efficacia, grazie all’asciuttezza e alla precisione con cui viene raccontata la tensione elastica tra fede e razionalità, il film dell’esordiente Zat Batmanglij parte dalla fascinazione nei confronti della “setta”, delle sue dinamiche e della sua rappresentazione, ma va in una direzione diversa da un film Martha Marcy May Marlene (anch’esso presentato al Sundance 2011) e finisce per sbucare in territori più metafisici, o semplicemente più interessati alla narrazione in sé che a ciò che la narrazione comporta. In modo simile ad Another Earth, anche Sound of my voice predilige la premessa alla risoluzione: il finale è tronco e aperto, ma la chiave trovata per chiudere i giochi da parte di una sceneggiatura che gioca a carte scoperte è un’idea tanto semplice quanto strabiliante: essere abbandonati in mezzo alla strada sul più bello può risultare irritante, oppure può rimanerti sotto la pelle per settimane. Personalmente io faccio parte dei folgorati, faccio parte della setta di Maggie, o meglio ancora, della setta della magnetica, stupefacente Brit Marling.

Il film è già facilmente reperibile nell’edizione dvd inglese.

I bambini di Cold Rock (The Tall Man), Pascal Laugier 2012

I bambini di Cold Rock (The Tall Man)
di Pascal Laugier, 2012

Una delle firme di punta del cinema horror “estremo” francese, Pascal Laugier, scrive e dirige il suo primo film in lingua inglese ambientato negli Stati Uniti, in verità una produzione franco-canadese, levando il pedale del gore ma mantenendo il gusto, già mostrato nel suo discusso Martyrs, per il ribaltamento prospettico e per i twist narrativi. La sceneggiatura, tutt’altro che impeccabile ma piuttosto divertente per chi sa stare al gioco, è infatti l’elemento migliore del film insieme alla regia, dove Laugier piazza qualche pezzo di bravura per innalzare il film dalla media dei thriller di Serie B con ambizioni metaforiche. Il suo The Tall Man, pur essendo un po’ scombinato, è comunque un ibrido interessante e curioso, più difficile da inquadrare di quanto sembri; manca giusto un po’ di coraggio e il cast non è del tutto adeguato (anche se Jessica Biel ce la mette tutta) ma è davvero brillante l’idea di usare l’ambientazione in una deprimente cittadina di minatori disoccupati nello stato di Washington per rappresentare, non tanto la crisi economica o culturale, ma il definitivo decadimento di un intero immaginario, quello della provincia americana. Con uno sguardo da “straniero”, Laugier predilige il gioco narrativo ma pizzica anche il pubblico con un interrogativo morale.

appendice al pube / guida non esaustiva alle nuove serie tv (ottobre 2012)

Circa un mese fa abbiamo parlato dei pilot delle serie tv autunnali, ma – ovviamente – non è ancora finita: ecco la puntuale appendice con qualche altra serie degna di nota e iniziata in queste ultime settimane.

Le tre serie che mi sono permesso di saltare del tutto, alla luce delle recensioni e del fatto che non avrei nemmeno il tempo di andare al cesso, sono Chicago Fire, Beauty and the Beast, Emily Owens MD.

Cominciamo? È una roba veloce.

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The Moth Diaries, Mary Harron 2011

The Moth Diaries
di Mary Harron, 2011

Ci sono film che è davvero impegnativo sbagliare. La canadese Mary Harron, più di un decennio dopo l’ottimo American Psycho che, curiosamente, era un film facilissimo da sbagliare, adatta un romanzo vampiresco di Rachel Klein ambientato in un collegio femminile, ma stavolta tira fuori un terribile pasticcio dominato dal ridicolo involontario. Il peccato e lo spreco sono centuplicati dall’assoluta perfezione del casting: Sarah Bolger e Sarah Gadon, quest’ultima nuova musa della famiglia Cronenberg, sarebbero la scelta perfetta per rappresentare un’innocenza sull’orlo del tradimento e la gigantessa Lily Cole, con quel fisico e quel volto che hanno ben poco di umano, sembra nata per fare un ruolo di questo tipo. Ma non bastano tre belle facce se non c’è nessuno a dirigerle. E tutto il resto è clamorosamente sbagliato, dalla meccanica e puerile sceneggiatura alla leccata fotografia di Declan Quinn (uno molto bravo, altrove), buona giusto per quattro screenshot da postare su Tumblr – ma tutto ciò ha poco a che fare con il cinema. Interminabile e noiosissimo nonostante duri un’ora e venti, il film della Harron è così artificioso e fasullo da annullare qualunque tentativo di spacciarsi per sanamente morboso. Per fortuna, si dimentica in fretta.

The Five-Year Engagement, Nicholas Stoller 2012

The Five-Year Engagement
di Nicholas Stoller, 2012

Se abbiamo imparato una cosa dalla sua filmografia, è che a Nicholas Stoller manca il senso della misura. Le sue regie precedenti Forgetting Sarah Marshall (sceneggiato da Jason Segel) e Get him to the Greek sono esempi clamorosi di potenziale sprecato anche per questa ragione – soprattutto il secondo, scritto dallo stesso Stoller. Che sia una penna notevole, soprattutto in coppia con Segel, lo dimostra l’ottimo lavoro fatto dai due in The Muppets e nei brillanti dialoghi di questo The Five-Year Engagement; ma uno sceneggiatore ha bisogno di ben altro che di senso dell’umorismo, tanto più se è lui stesso a dirigere. E il suo film, che viaggia dai 124 minuti della versione “theatrical” ai 132 di quella “unrated”, a forza di accumulare in un modo che ricorda ancora più del solito le regie di Judd Apatow (qui produttore), dà più l’impressione di una miniserie che di un vero lungometraggio. La fortuna di Stoller è quella di avere per le mani un cast impressionante e piuttosto affiatato (a parte Emily Blunt, sono quasi tutte facce note delle comedy televisive americane) da cui spesso riesce a tirare fuori il meglio: il dialogo tra la Blunt e Alison Brie con le voci dei Muppet è esilarante, così come tutta la sequenza sul rapporto tra Segel e l’instancabile Dakota Johnson, per tacere di un attore fenomenale come Chris Pratt, che riesce a dare anima a un personaggio di per sé solo abbozzato e banale; ma si tratta appunto di elementi separati, performance efficaci e sequenze ben congegnate, spassose a volte in modo feroce (la freccia nella gamba, l’alluce amputato), ma del tutto slegate tra loro, messe una accanto all’altra senza un briciolo di equilibrio, di coesione, appunto, di misura. Ci si diverte, si ride anche parecchio, il romanticismo è prorompente e i due bravissimi protagonisti riescono a raccontare due personaggi umani e credibili, ma in definitiva Stoller ha preso la leggerezza della commedia romantica trasformandola in un estenuante tour de force: quando il film arriva finalmente alla sua conclusione, per quanto efficacissima nell’esposizione, non si è del tutto sicuri che non siano state due ore (e passa) buttate.

Un sapore di ruggine e ossa, Jacques Audiard 2012

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os)
di Jacques Audiard, 2012

(Ciò che racconto accade nella primissima parte del film, non è niente che non sia già raccontato dal trailer italiano. In ogni caso, per correttezza: spoiler alert.)

Costretto suo malgrado a badare al figlio, lo spiantato Ali si trasferisce a casa della sorella ad Antibes dove si mette a lavorare in discoteca. Fuori dal locale conosce Stéphanie, una bella e turbolenta addestratrice di orche: la riaccompagna a casa dopo una rissa di cui è stata vittima, le lascia il numero di telefono. Tempo dopo, mentre Ali continua ad arrancare passando da un lavoro all’altro, Stéphanie ha un terribile incidente sul lavoro e perde entrambe le gambe. Un giorno, rimasta sola in casa, compone il numero dello sconosciuto buttafuori. La porterà in spiaggia. Questo è soltanto l’inizio del nuovo film di Jacques Audiard, che senza pretendere di replicare la densità narrativa di un capolavoro come Il profeta racconta una storia d’amore brutale, inconsapevole eppure necessaria, tra due anime costrette a ridefinire i loro confini e le loro coordinate. Schivando le categorie e le etichette (ma anche sfuggendo alla tentazione di fare un film sul corpo: la mutilazione è più un innesto che un obiettivo), Audiard trascina i suoi personaggi in una narrazione libera dalle costrizioni, capace di affiancare al dramma più straziante un’inattesa ironia e una sensualità travolgente, perdendo (perdonabilmente) qualche colpo quando si immerge quasi con spirito “sociale” nello sgradevole sottobosco del lavoro, riprendendosi del tutto quando colpisce i suoi protagonisti con lampi di epicità, coraggio, grandezza – segni di una straordinarietà già presente ma ancora tutta da conquistare, sfidando la paura di sé e dell’altro. Il loro “racconto di formazione” è infatti una terribile marcia a ostacoli che Audiard organizza con perizia e un pizzico di sadismo: i personaggi sono messi costantemente e spietatamente alla prova, fino alle estreme conseguenze – ma non è tanto la meta a interessare Audiard, quanto il tragitto: alla fine del giochi, il proprio destino è scritto nelle ferite, nelle lacerazioni e nelle ossa rotte, memorie indelebili, sempre presenti, della strada percorsa per trovare o ritrovare la luce. L’uso degli effetti speciali, abbinato al realismo della messa in scena e alla predominanza della camera a mano, crea un contrasto che amplifica se possibile la magnifica prova di Marion Cotillard, struccata ed emaciata per gran parte del film eppure sempre incredibilmente magnetica; con il rischio di sminuire la performance del pur adeguato Matthias Schoenaerts: ma vale la pena correrlo. Inaudito e perfetto, persino commovente, l’uso espressivo nella colonna sonora di “Firework” di Katy Perry, in una delle scene più intense e significative del film.

Reality, Matteo Garrone 2012

Reality
di Matteo Garrone, 2012

È facile scambiare Reality per un film a tema. Farsi la domanda: di cosa parla? Dove vuole arrivare? Una tentazione comprensibile, che sminuisce però la forza narrativa ed espressiva dell’ennesimo, grande film di Matteo Garrone. Ciò che in verità mi sembra più interessante, più sorprendente di Reality, è il suo legame con la tradizione: sono anni che si tende a confrontare qualunque film leggero in uscita con la “commedia all’italiana”, spesso del tutto a sproposito o quasi; il risultato è che troviamo un erede dove mai ce lo saremmo aspettato, ma dove in fondo era giusto che fosse. E la chiave del dialogo che Reality intrattiene con alcuni dei più amari e profondi film di registi come Risi, Pietrangeli, Germi ma anche – uscendo dal seminato – con il Visconti di Bellissima, è che il film usa il contesto per spiegare la storia, e non viceversa. Non è un film sull’Italia di oggi, non è un film sulla televisione, è un film su Luciano (straordinario Aniello Arena: sarebbe un delitto non citarlo) e su un mondo intero che va in pezzi di fronte a lui e a noi, rendendoci complici di una disgregazione e confusione percettiva che va sì a braccetto con la fragilità dei valori odierni, ma che non diventa mai, o almeno non vuole diventare, una parabola su di essi. L’inquietante viaggio di Luciano diventa, complice la clamorosa colonna sonora di Alexandre Desplat, soprattutto una sorta favola nera sulla disgregazione della realtà che Garrone, che si conferma uno dei migliori metteur en scène italiani, avvolge con una fotografia (ancora una volta di Marco Onorato) iperrealista e una regia sfacciatamente virtuosistica, anche loro appoggiate sul filo tra realtà e immaginazione, pronte a strapparlo per trascinarci in un dolce, inquietante incubo escapista, da cui forse non c’è più ritorno.

Il ragazzo con la bicicletta, Jean-Luc e Pierre Dardenne 2011

Il ragazzo con la bicicletta (Le gamin au vélo) 
di Jean-Luc e Pierre Dardenne, 2011

Quando senti arrivare le note di una melodia, ad accompagnare le immagini del film, seppure per pochi secondi, pensi che questo non sarà il solito film dei Dardenne. In verità i due registi belgi con questo film proseguono impassibili la loro missione narrativa e morale, ma trovano nell’incontro improvviso tra Samantha e il dodicenne Cecyl una sorta di scintilla di umanità in un mondo crudele e folle e scelgono di raccontarla con le fattezze di una fiaba contemporanea; una dolcezza inattesa che diventa necessaria al di là della loro stessa volontà, intorno alla quale si chiude però la morsa di un mondo crudele in cui tutte le figure paterne (il padre di Cecyl, il fidanzato di Samantha, lo spacciatore, l’edicolante) rappresentano l’incapacità di assumere rischi e responsabilità, fino all’autentica abiezione; e anche se i Dardenne decidono di lasciare un po’ di luce – anche da un punto di vista prettamente visivo – questa non smussa gli spigoli appuntiti e arrugginiti del mondo, né smentisce la condanna dolorosa che sta a monte: stiamo assistendo a un mondo collassato sul suo stesso egoismo, questa è l’ultima speranza oppure l’ultimo respiro? Il ragazzo con la bicicletta è un emozionante, a tratti straziante romanzo di formazione, tenero e crudele, che conferma la vitalità e la caratura morale di due tra i migliori registi europei in attività, tornati qui – con un pizzico di evoluzione, all’interno di un’incrollabile coerenza – al massimo della loro forma. Un piccolo grande capolavoro.

Magic Mike, Steven Soderbergh 2012

Magic Mike
di Steven Soderbergh, 2012

Può stare simpatico o meno, e la qualità del suo cinema è come minimo altalenante, ma Steven Soderbergh non è l’ultimo degli sciocchi: il successo di Magic Mike (tutt’altro che scontato, visto il rating R e il budget ridotto) è stato assicurato, numeri alla mano, soprattutto dal pubblico femminile, e il film ha innescato nei media una sorta di meccanismo catartico che ne ha aumentato l’esposizione e la visibilità: un film incentrato quasi totalmente sul corpo maschile diventa quasi il simbolo di una rivalsa accolta con liberatorio entusiasmo. Fortunatamente, sotto all’operazione in sé c’è un film più che dignitoso, caratterizzato da una narrazione robusta e molto più tradizionale di quanto sembri (un duplicato rapporto tra mentore e allievo, il percorso di ascesa e caduta, la risoluzione “morale” della storia di Mike e Adam) e da una convincente messa in scena, e che ha il suo punto di forza soprattutto in un pugno di interpretazioni davvero degne di nota. In particolare quella di Channing Tatum, alla cui esperienza in un locale di Tampa il film è lontanamente ispirato: per lui Magic Mike, di cui è anche produttore, è un altro tassello di una stagione formidabile ma è anche il film in cui può sfoggiare il suo talento drammatico, quello leggero e quello più atletico, senza che cozzino uno contro l’altro. Anzi: il suo assolo, di fronte a cui Riley Keough rimane senza parole, è una delle sequenze migliori del film. Dall’altra parte c’è un incredibile Matthew McConaughey, che grazie a questo film, a Killer Joe e a Bernie ha radicalmente ribaltato la sua immagine e la sua percezione presso la critica nel giro di pochi mesi.

Restless, Gus Van Sant 2011

L’amore che resta (Restless)
di Gus Van Sant, 2011

Ho sempre pensato che la tremenda bravura di Gus Van Sant non sia incompatibile con la sua fallibilità. Nella sua carriera ha girato film molto diversi tra loro, alcuni da lui scritti e altri (come si sarebbe detto un tempo) “su commissione”, ma anche all’interno dei più chiari filoni della sua filmografia ci sono lavori meno riusciti di altri: basti pensare a un capolavoro come Gerry e a un film deludente come Last Days. A dire il vero è più difficile incasellare Restless: prodotto da Ron Howard e dalla figlia Bryce Dallas e scritto dall’esordiente Jason Lew, è un film in cui il regista sembra voler fare uno sforzo per regalare uno sguardo personale su una gioventù fuori dai margini (in questo caso, delle convenzioni sociali sul dolore e sulla perdita) rimanendo però incastrato tra gli ingranaggi manieristici del cinema indie americano. Quello che rimane in mezzo è un film di una tenerezza persino frastornante, schiacciato tra understatement, velleità poetiche e deviazioni fantastiche, nonché segnato irreparabilmente dall’interpretazione incerta e approssimativa di Henry Hopper (figlio di Dennis, anch’egli esordiente quasi assoluto) – mentre Mia Wasikowska è, ancora una volta, perfetta nell’espressione di un approccio sereno nei confronti della morte: è il tratto più distintivo e interessante del film ma è perlopiù sprecato. Ci sono almeno un paio di sequenze davvero riuscite – quella buffa e commovente in cui i due protagonisti “recitano” il loro addio, e un finale da manuale – ma, per il resto, il film fa poco più che compiacersi della propria leziosità.

Silent House, Chris Kentis e Laura Lau 2011

Silent House
di Chris Kentis e Laura Lau, 2011

Firmato dai due coniugi registi di Open Water, Silent House è un caso limite di “instant remake”: erano passati solo otto mesi dalla proiezione del film originale a Cannes nel 2010 quando il rifacimento venne presentato al Sundance. Il nuovo film è apparentemente identico all’interessante e irrisolto horror uruguayano, ma in realtà nel passaggio a una produzione (pur indipendente) americana cambiano molte cose già a livello progettuale: 4 giorni di riprese e 6 mila dollari di budget da una parte, qualche settimana e 2 milioni dall’altra. La premessa però è la medesima: il film è girato come se fosse un unico piano-sequenza (in realtà in entrambi i casi si tratta di segmenti di un quarto d’ora al massimo, Kentis e Lau sono stati molto più schietti di Hernández nel dichiararlo) ambientato quasi interamente all’interno di una vecchia casa, dove viene gradualmente rivelato un inquietante segreto sul passato della protagonista. Ma le differenze maggiori tra i due film (entrambi girati con una Canon EOS 5D Mark II) non riguardano tanto i risultati tecnici, quanto la sceneggiatura della stessa Lau: quando la verità sulla casa e sul personaggio di Sarah comincia a venire alla luce, il film butta tutte le soluzioni in faccia allo spettatore, dando purtroppo credito a uno dei più ritriti pregiudizi sui remake all’americana. Per il resto, l’idea del film porta con sé ancora una volta una riflessione interessante sul suo stesso principio di realtà – e sul cinema come illusione, sogno e menzogna – ma d’altro canto porta con sé anche interminabili minuti in cui non succede nulla e ci si annoia a morte: è un peccato che Silent house funzioni meglio come esercizio teorico (del tutto inutile) che come esperimento di genere (del tutto innocuo). L’unica cosa davvero convincente del film è la formidabile Elizabeth Olsen, e non soltanto per la sospetta tendenza dei due registi a indugiare sulla sua scollatura.

el pube è un pilota / guida non esaustiva alle nuove serie tv (settembre 2012)

Ve l’avevo promesso, eccoci: un altro di quei post lunghissimi in cui facciamo le pulci o i complimenti alle serie tv appena iniziate, basato in gran parte solo sul pilota (o sui primissimi episodi) e ovviamente non esaustiva perché non include le serie che mi sono rifiutato del tutto di iniziare – per la precisione, questo mese sono state Guys With Kids, Made in Jersey e The Mob Doctor.

Cominciamo con la prima, sostanziosa infornata settembrina del duemiladodici.

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Pietà, Kim Ki-duk 2012

Pietà
di Kim Ki-duk, 2012

Gran parte delle (perlopiù sterili) polemiche che hanno fatto seguito all’ultima Mostra del Cinema hanno ottenuto un effetto spiacevole, quello di spostare l’attenzione dall’effettivo valore del vincitore. Vale la pena di ribadirlo: Pietà è uno straordinario, meritatissimo Leone d’Oro, arrivato giusto con qualche anno di ritardo dopo la seccante sequela di argenti nei festival di mezzo mondo; è il film che chiude la lunga crisi creativa e psicologica di Kim, quella che ha prodotto lo sperimentale, autobiografico Arirang; ed è quello che vede tornare nel pieno della sua forma, al suo diciottesimo titolo, uno dei più grandi registi asiatici in attività. Ambientato in un mondo letteralmente inghiottito dal capitalismo, dove i palazzi moderni incombono sui quartieri ai margini della società e in cui il denaro è “l’inizio e la fine di tutte le cose: amore, onore, rabbia, violenza, odio, gelosia, vendetta”, Pietà è una parabola sconvolgente, insieme poetica e terrena, violenta e definitivamente umana, sulle conseguenze devastanti dell’avidità che utilizza il noto meccanismo narrativo, vorticoso e inarrestabile, della vendetta per parlare di dolore e sacrificio in un mondo privato della misericordia, trovando in Jo Min-Soo l’interprete formidabile di un castigo che nella sua estrema determinazione risuona quasi come l’ultimo grido, l’ultimo pianto soffocato di un’umanità sconfitta. Un grande racconto morale in cui ritroviamo anche il gusto geniale del regista per la composizione visiva; più in generale, una clamorosa potenza espressiva: e il film si chiude con una delle immagini simboliche più forti di tutto il portentoso, sbalorditivo, imperdibile cinema di Kim Ki-duk.

Prometheus, Ridley Scott 2012

Prometheus
di Ridley Scott, 2012

C’erano almeno due modi per realizzare Prometheus: eseguire il compito con uno sforzo minimo, oppure affrontare il rischio a viso aperto. Ridley Scott ha scelto la strada più audace: un semplice e fedele prequel avrebbe riscosso più facilmente l’approvazione dei fan della saga, ma il regista ha deciso di rimodellare la sua mitologia, replicando in parte la struttura del primo Alien e iniettando – con la complicità del co-sceneggiatore Damon Lindelof – una spiccata ambizione filosofica. Che non snatura però il senso primario del film: era da tempo che non si vedeva sul grande schermo un film di fantascienza così ricco, così curato (grandissimo lavoro di Arthur Max a partire da spunti originali di Giger) e così stupefacente dal punto di vista visivo, soprattutto nella prima metà – la fotografia è di Dariusz Wolski, collaboratore di Alex Proyas negli anni novanta. Prometheus è sì temerario e magniloquente, ma di fatto è un film di genere che utilizza la spavalderia narrativa per giocare con il pubblico (le questioni irrisolte che spostano l’esperienza intellettuale fuori dalla sala: un trucco che Lindelof conosce bene) ma lasciando al centro il gusto puro per lo spettacolo, per la messa in scena, per la costruzione scenografica, anche a costo di mettere in secondo piano la costruzione dei personaggi (in ogni caso tutti sacrificabili rispetto al mondo e al racconto) o la compiutezza della sceneggiatura. Quest’ultima spesso inciampa su se stessa, più per approssimazione che per imprecisione, ma riesce comunque a trasmettere il contrasto tra la tracotanza scientifica, l’aspirazione alla conoscenza e la natura autodistruttiva dell’uomo. A volte è meglio un film ardimentoso e pieno di difetti che uno perfetto e pavido.

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Uno degli articoli più intelligenti che ho letto su Prometheus è il post di hardcorejudas: condivido gran parte di ciò che scrive ed è un’ottima “risposta automatica” a critiche esageratamente acrimoniose.

Sugli spoiler e sugli interrogativi lasciati aperti dal film, la rete è piena di articoli che si divertono a dare qualche risposta: se la cosa vi interessa, consiglio la lettura di CinemaBlend e io9.