Flight, Robert Zemeckis 2012

Flight
di Robert Zemeckis, 2012

Non è una coincidenza che gran parte dei discorsi su Flight, il ritorno al cinema live action del grande Robert Zemeckis, si concentri soprattutto sulla sequenza che, all’inizio del film, mostra Denzel Washington alle prese con un atterraggio letteralmente impossibile. Per diverse ragioni; perché risponde alle aspettative sul ritorno di un regista che, tra gli anni 80 e 90, aveva spinto in avanti il progresso degli effetti speciali in modo sempre imprevedibile e intelligente; perché è una sequenza obiettivamente spettacolare, uno dei migliori e più spaventosi incidenti aerei mai visti sullo schermo. Ma anche perché lo sviluppo successivo del film non risponde a queste premesse: si capisce fin dalle prime battute, dalla scelta di aprire il film con una sequenza così dichiaratamente “adulta”, che Flight non ha intenzione di rispondervi. Così come l’intelligente montaggio parallelo iniziale, tra l’impresa di Denzel Washington e la “caduta” di Kelly Reilly (un’ottima scelta di casting), fa intuire subito che Flight sarà qualcosa di molto diverso da ciò che lasciava presagire – e non rivelo di più, seguendo una sorta di implicita richiesta di Zemeckis e soci. Il problema è che, mi si passi la metafora, dopo l’atterraggio il film di Zemeckis mette il pilota automatico, e una volta rivelato il tema portante del film lo script di John Gatins (guarda caso sceneggiatore di un altro film estremamente “formulaico” come Real Steel) segue per filo e per segno i cliché del caso, esagerando nella durata (mezz’ora di meno non avrebbe guastato) e scoprendo tutte le carte senza troppe raffinatezze. La regia di Zemeckis, concentrato come suo solito a mettere alla prova il suo personaggio fino ai limiti del sadismo, è misurata e pressoché invisibile – almeno in apparenza – mentre le zampate sono tutte affidate a Washington, che regala l’ennesima performance memorabile, una delle più umane e “sgradevoli” (in senso buono) della sua carriera; ma Flight mostra spesso il fiato corto, si accomoda su scene e dialoghi didascalici (come il litigio urlato tra i due protagonisti nell’hangar), mentre la dimensione religiosa non è che un accenno pigro e non sviluppato. Verso la fine un paio di sequenze eccellenti (quella del minibar, seguita dall’arrivo provvidenziale di John Goodman) sembrano riportare il film su un binario piacevolmente “immorale”, quantomeno in grado di porre lo spettatore finalmente di fronte ad autentiche domande morali sulla riscattabilità del personaggio; ma la conclusione è quella narrativamente più rassicurante e scolastica, e dà il colpo di grazia al film. Che è tutt’altro che un disastro, si intenda: la bravura e la scioltezza di Zemeckis ci fanno digerire le pesantezze del film come fossero acqua di fonte, e Denzel da solo sarebbe una ragione necessaria e sufficiente a vedere Flight; forse io, personalmente, dopo una dozzina d’anni di attesa mi aspettavo un’opera meno convenzionale.

6 Thoughts on “Flight, Robert Zemeckis 2012

  1. Per me pollice alto. Denzel da Oscarissimo. Continua così Zemeckis

  2. paolie on 24 gennaio 2013 at 11:23 said:

    Gran film, peccato che finisca dopo mezz’ora e per coprire il restante minutaggio ci abbiano montato sopra “Amarsi” con Meg Ryan e Andy Garcia.
    Scherzi a parte, sembra quasi che Zemeckis abbia voluto farsi perdonare il dilemma morale alla base del film con un pippone allucinante da terapia di gruppo.
    Altro che Drive: se qualcuno volesse denunciare Zemeckis per pubblicità ingannevole, avrebbe tutta la mia comprensione.

  3. Riccardo on 24 gennaio 2013 at 17:09 said:

    Ma quanti trilioni di film fa all’anno John Goodman?

  4. Simo on 25 gennaio 2013 at 23:38 said:

    il trailer mi ha interrotto di conitnuo lo streaming della premiazione dei sylvester
    l’ho odiato e non lo vedrò mai

  5. Yossarian on 28 gennaio 2013 at 18:45 said:

    Visto ieri, anche per me film notevole con venti minuti finali talmente posticci da non dover essere nemmeno considerati: il film finisce all’ultima domanda della commissione, esplicitamente. Ha un Denzel monumentale, la scena della caduta da urlo, John Goodman, e uno script capace di porre domande non banali sulla morale corrente, che volete di più? La scena della bottiglietta al minibar: sarà telefonata, ma è strepitoso.

  6. Concordo su Denzel: monumentale.
    Kelly Reilly deliziosa e il malato terminale sulle scale di una bravura imbarazzante.

    Tuttavia il film ad un certo punto atterra, lentamente. Senza incidenti.
    A me non ha convinto.
    Ho trovato squisitamente e coraggiosamente dissacranti i momenti religiosi.
    Compreso il campanile spezzato dell’ala.
    Ho trovato il finale la solita americanata.
    La chiusura poteva essere sul “che Dio mi aiuti”.
    Ne se ne può più di questi finali di pace con il mondo.
    Di questi finali da terapia di gruppo.

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