2013

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Jack Reacher – La prova decisiva, Christopher McQuarrie 2012

Jack Reacher – La prova decisiva (Jack Reacher)
di Christopher McQuarrie, 2012

Bisognerebbe affrontare una spinosa questione: quanto è ingombrante Tom Cruise in un film di questo tipo? Non tanto per l’ammirevole tenacia con cui cerca di incarnare un personaggio che sembra lontano dalle sue corde (peraltro il film è prodotto dallo stesso Cruise, con il beneplacito ufficiale dell’autore Lee Child) quanto per il parallelo con la filmografia dell’attore, che rischia di confondere lo spettatore. Ma Jack Reacher non è Mission Impossible, questo non è un action movie ma una detective story e Jack Reacher, il personaggio intendo, è piuttosto distante da Ethan Hunt: l’unico aspetto che li accomuna è quello di essere pressoché indistruttibili. McQuarrie che, come sappiamo, è soprattutto uno sceneggiatore, ha adattato La prova decisiva in modo sapiente, tra ironia ed efferatezza, e i dialoghi si sposano all’indole hard boiled del progetto originario. Ma si è dimenticato il lavoro di regia, e la sua assenza si nota in quasi tutto il film, soprattutto a metà percorso, durante un lungo dialogo tra Reacher e Helen, dove il film sembra letteralmente abbandonato a se stesso. E da quell’impasse faticherà molto a rialzarsi, risultando piatto e inerme, senza personalità. Non mancano sequenze efficaci, sparatorie e inseguimenti, forse pensati per risvegliare un pubblico più vasto, ma la strada più originale percorsa dal film si incaglia spesso nell’indecisione tra thriller medio e opera per appassionati, consegnando a Reacher tutto il gusto di un film che, intorno a lui, sa di poco: persino il cattivo Werner Herzog, trovata assai brillante sulla carta, è più divertente da raccontare che da vedere. Ciò nonostante, Reacher è un personaggio dal carisma micidiale, con una morale (e sua esecuzione) abbastanza inusuale per un eroe americano a cui Cruise, diciamolo, rende giustizia meglio del previsto. Imparando dai suoi errori, potrebbe uscirne una saga stimolante, di cui però questo film, per il momento, sembra al massimo una premessa.

Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow 2012

Zero Dark Thirty
di Kathryn Bigelow, 2012

“Who are you?”
“I’m the motherfucker who found this place.”

Non se ne avrà a male Kathryn Bigelow, se le rubo un paragrafo in favore di Alexandre Desplat. Il compositore francese è infatti, a mio avviso, la più sbalorditiva costante del cinema del 2012, non tanto per una casualità, quella di essere l’autore della colonna sonora di alcune delle migliori pellicole uscite nell’anno appena trascorso (Un sapore di ruggine e ossa, Moonrise Kingdom, Argo) ma proprio per l’importanza che le sue musiche fiabesche, incantevoli e stranianti rivestono in questi film; fanno quasi sempre la differenza (soprattutto in Reality di Garrone), ma senza peccare di presunzione. Anche in Zero Dark Thirthy, dove l’annunciata sequenza che accompagna il film verso la sua conclusione è resa ancora più tenebrosa e maestosa dalle note di Desplat.

Per arrivare al punto finale, il film di Kathryn Bigelow ha attraversato, nel corso di due ore e mezza, quasi un decennio nella vita di Maya, una solitaria e decisa agente della CIA che ha fatto della cattura di Bin Laden il suo unico e solo scopo e che, contro tutto e tutti (peraltro, tutti uomini) persegue con insistenza lo sviluppo di un indizio ritenuto fatale. L’idea, alla base della più diffusa sciocca battuta sul film, che il finale sia scontato perché sappiamo che (e sappiamo quando, e come) Bin Laden sarà trovato e ucciso, non tiene infatti conto della posta in gioco: che non è tanto l’eliminazione del bersaglio, quanto l’intera vita della protagonista; in tal senso, il “vero” e necessario finale del film è straziante, e diventa una riflessione sul sacrificio che sfuma tra le lacrime ogni possibile catarsi patriottistica.

Costruito su una narrazione che segue il format, più che dell’operazione bellica, dell’indagine procedurale, Zero Dark Thirty è un film che unisce una tensione incredibile, e che lo rende uno dei thriller più avvincenti della stagione, a un’asciuttezza analitica che sembra rifarsi alla docufiction (ma è solo un trucco) e a una spavalda onestà intellettuale. Molto più decisa ed efficace che in The Hurt Locker (un buon film, forse sopravvalutato), la Bigelow fa sempre il giro più stretto intorno a ogni questione e non si tira indietro di fronte a (quasi) nulla: quello dipinto dal film è un mondo in cui nessuno è più al sicuro, nemmeno dietro la protezione di una torretta di sicurezza, dove si muore per un inganno, per un errore o per una casualità. Le possibili critiche (come quelle che l’hanno accusata, assai semplicisticamente, di supportare l’uso della tortura) non sembrano interessare la regista, che con un’inflessibilità simile a quella di Maya vuole solo fare del cinema, intelligente e di grande impatto. Lo sceneggiatore Mark Boal la segue a ruota e ne approfitta, scrivendo serratissimi dialoghi da spy story e battute memorabili da action movie.

Se la chiave di volta è sempre Maya, e la strabiliante Jessica Chastain che la interpreta in quello che sarà – con tutta probabilità – il ruolo decisivo della sua carriera, la Bigelow sfrutta con intelligenza i membri del cast che, nel corso degli anni, a turno, girano intorno come satelliti (maschili) della sua grande ossessione, dal feroce, bravissimo Jason Clarke ai barbuti Joel Edgerton e Chris Pratt con i quali la Bigelow umanizza le premesse dell’interminabile sequenza di cui si parlava all’inizio: uno dei più eccitanti e spaventosi pezzi di cinema di questi ultimi mesi, un viaggio nel buio tra fucili, paura e morte che toglie il respiro per mezz’ora e poi lascia una voragine nello stomaco e nel cuore.

Nei cinema dal 7 febbraio 2013

Dredd, Pete Travis 2012

Dredd
di Pete Travis, 2012

“Negotiation is over. Sentence is death.”

C’è questo grande palazzo-quartiere, dominato da un villain che vive nei piani più alti. L’eroe entra nell’edificio, il villain invita apertamente gli abitanti a trasformarsi in armi, a ucciderlo prima che possa risalire. Suona familiare? Bastava il trailer a intuirlo, ma la visione del film lo conferma: il meccanismo narrativo, nella sua semplicità, è pressoché ricalcato da The Raid: Redemption, travolgente film indonesiano di Gareth Evans che è divenuto uno dei nuovi punti di riferimento del cinema action mondiale – e, immagino, uno dei più invidiati dai colleghi. Purtroppo il film del regista britannico Pete Travis, girato interamente in Sudafrica, non possiede la medesima forza rivoluzionaria, ma si difende bene: forte di un confronto piuttosto facile da vincere (quello con il Dredd del ’95 con Stallone), la pellicola fotografata da Anthony Dod Mantle (collaboratore fisso di Danny Boyle) possiede una sua personalità e una sua inflessibile coerenza che si manifesta bene nell’idea di non levare mai il casco dalla testa di Karl Urban, che infatti recita tutto il film solo con la bocca e un vocione tra Eastwood e Batman.

Violentissimo e fracassone (gli effetti speciali più sanguinari sono spesso pensati per la visione in 3D), Dredd è stato un autentico flop al box office americano. Ma è un peccato, perché le idee non mancano: il design di una città di centinaia di milioni di abitanti, costretta quindi a svilupparsi in verticale, è inquietante e suggestivo; la droga di turno si chiama “slo-mo” ed è un’ingegnosa giustificazione per ridare un senso diegetico all’abuso dei ralenti; lo script di Alex Garland (quello di Never let me go) mette un po’ da parte il potenziale satirico ma è divertito, pieno di “one-liner” vecchio stile, e ha la dote di non prendersi mai troppo sul serio; infine, quello che Urban toglie con la sua voluta assenza di espressività, backstory o scavo psicologico, il film lo riprende grazie ai due personaggi femminili: la deliziosa Olivia Thirlby nei panni di una fragile recluta con poteri psichici che deve imparare a diventare cazzuta come il mandibolato collega, ma soprattutto Lena Headey nel ruolo di Ma-Ma. Quest’ultima, ex prostituta sfregiata che si è vendicata del suo torturatore strappandoglielo a morsi (esatto) e diventando così temuta e rispettata, è un cattivo feroce e davvero memorabile: come motivo per vedere il film, lei basta e avanza.

Looper, Rian Johnson 2012

Looper
di Rian Johnson, 2012

A ridosso dell’uscita di Inception nelle sale, due anni e mezzo fa, in molti si interrogavano sull’eredità che il film avrebbe lasciato nel panorama del cinema d’intrattenimento americano: il successo di un film dal budget così imponente eppure caratterizzato dalla visione di Nolan avrebbe spinto i produttori (e i distributori) a investire di più sulle sceneggiature originali a discapito dei franchise? Alla fine, Inception incassò 825 milioni di dollari, diventando il quarto incasso dell’anno dopo Toy Story 3,  Alice in Wonderland e Iron Man 2. Ciò nonostante, le cose non sembrano essere cambiate: sia nel 2011 che nell’anno appena concluso, tutti i campioni del box office, belli o brutti che siano, sono sèguiti di franchise già popolari oppure, al limite, primi capitoli di nuove saghe.

Looper è invece tratto da una sceneggiatura originale del regista, il bravissimo Rian Johnson di The Brothers BloomBrick, che qui torna a lavorare con Joseph Gordon-Levitt, mutandolo con un make up bizzarro eppure efficacissimo in un giovane Bruce Willis. Ambientato nel 2044, il film ha come protagonista Joe, uno dei “looper”, giovani disadattati reclutati da un’organizzazione malavitosa allo scopo di eliminare i cadaveri mandati illegalmente indietro nel tempo dal 2074, per non lasciare tracce degli omicidi. A un certo punto della loro carriera però, per contratto, i “looper” devono “chiudere il loop”: uccidere la versione di sé stessi trent’anni più vecchia. Invece di basarsi sulle norme stabilite da decenni di film e letteratura sul viaggio nel tempo, Johnson ha scelto di costruire la complicata vicenda su una concezione nuova, e più elastica, del viaggio temporale, creando nuove premesse e nuove regole. Ci vuole un bel coraggio, e infatti in molti hanno rigettate entrambe: la loro accoglienza varia a seconda della sensibilità personale (io trovo che, una volta accettato l’assioma, il tutto fili liscio come l’olio) ma per fortuna Looper non vuol essere un rigido trattato scientifico, quanto una storia sui confini e sui limiti che gli esseri umani sono disposti a sorpassare per difendere ciò a cui tengono, che sognano o che amano; di fatto, è uno dei film sul viaggio nel tempo più umanisti e caldi mai realizzati. E infatti, una volta messo in gioco il meccanismo narrativo, il film prende una piega imprevedibile, spostando il baricentro sul personaggio di Emily Blunt e del figlio (e non dico di più), una scelta che lo allontana ancora di più dal perimetro della fantascienza e, in generale, dal cinema d’azione degli ultimi anni. Ma nonostante il tocco di Johnson contribuisca in ogni momento a renderlo più personale e originale di quanto possa sembrare – basti guardare l’abilità e la sagacia con cui è scritta e messa in scena la sequenza più rischiosa del film, ovvero l’incontro tra i due Joe nel diner – Looper è anche pieno di sequenze spettacolari e memorabili; come il montaggio struggente della vita di Joe, che lo convincerà a ribellarsi alla propria fine: anch’esso un time travel sui generis, trent’anni risucchiati in pochi minuti.

Ricollegandomi al primo paragrafo, Looper sembra rappresentare proprio il tipo di prodotto che Inception sembrava voler anticipare: un ambizioso film d’azione fantascientifico, indubbiamente “mainstream” eppure “d’autore”, intricato eppure divertentissimo, basato su un’idea e non su un marchio. Se quelle previsioni fossero state corrette, forse il film di Rian Johnson avrebbe giovato di un budget, di un’attenzione e di un successo maggiori. Poco male: il film, costato “solo” 30 milioni, ha incassato comunque cinque volte tanto: ma rimane una mosca bianca all’interno di un mercato impigrito. È probabile che la sua fama crescerà con gli anni: Looper è un film ingegnoso, realizzato in modo eccellente, a tratti emozionante, con un ottimo cast e un senso dello spettacolo che non trascura mai l’intelligenza a favore dell’effetto. E destinato, ci si augura, a fare scuola.

Nei cinema dal 31 gennaio 2013

The Grey, Joe Carnahan 2012

The Grey
di Joe Carnahan, 2012

Era difficile immaginare che il regista del brutto remake cinematografico di The A-Team avrebbe aperto il suo film successivo con un incipit che sembra più che altro rifarsi allo stile di Terrence Malick. Forse per Joe Carnahan, autore anche della sceneggiatura, si tratta della ricerca di un riscatto: era dai tempi (lontani) di Narc che un suo film non veniva preso sul serio dalla critica. Anzi: quatto quatto, The Grey è riuscito a finire anche in un pugno di classifiche di fine anno. Un’attenzione meritata per un film originale e inaspettato, che vive dell’incontro tra il racconto avventuroso da “survival horror” e una decisa spinta verso ambizioni più filosofiche: la storia di un gruppo di sopravvissuti a un incidente aereo tra i ghiacci dell’Alaska, che diventano presto obiettivo di un branco di enormi e famelici lupi, si trasforma così in una storia di sopravvivenza e di annullamento della cultura di fronte alla natura (la lotta tra i personaggi e il branco è raccontata in modo scopertamente speculare) e, soprattutto, in una cupissima riflessione esistenzialista sulla morte. Forse meno riuscito di come è stato dipinto dai più entusiasti per una certa difficoltà nel bilanciare pesantezza ed evasione, The Grey è comunque un film interessante in grado di venire incontro a chi è alla ricerca di un thriller teso e spaventoso, e a chi si aspetta che un film abbia il coraggio di porsi qualche domanda in più. Ma il rischio è quello di non accontentare nessuno.

La migliore offerta, Giuseppe Tornatore 2013

La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore, 2013

Virgil Oldman è un famoso esperto d’arte, antiquario, perito e battitore d’asta. Solitario e insensibile, ha una sola vera passione: una stanza segreta nel suo appartamento dove colleziona preziosi ritratti femminili, sottratti con l’inganno alle sue stesse aste. Un giorno riceve la telefonata di Claire, una giovane donna rimasta orfana che gli commissiona un sopralluogo nella sua villa. Dopo qualche tempo, Virgil viene a conoscenza del motivo per cui Claire non si presenta mai di persona ai suoi appuntamenti: la ragazza soffre di un’acuta forma di agorafobia e vive murata nella sua stanza da più di 10 anni. Dopo la sbronza di Baaria, con cui si era cercato un ritorno ai fasti di Nuovo cinema Paradiso sbattendo contro le barriere artistiche di Malèna, Giuseppe Tornatore è tornato con questo film all’aspirazione apolide che aveva generato il suo lavoro più riuscito (tra quelli che ho avuto l’occasione di vedere), ovvero Una pura formalità. Non è una coincidenza che il suo piccolo, bellissimo ma spesso dimenticato film del 1994 venga ora citato così spesso: anche qui troviamo una struttura da racconto breve che utilizza le forme del thriller per dirigersi, attraverso una sceneggiatura di ferro, verso un finale sorprendente. Poco importa che la conclusione stessa sia o meno presumibile, in senso stretto: anzi, il regista non fa che disseminare il film di indizi, sfidando lo spettatore a un gioco intelligente e raffinato in cui, da un certo punto in poi, entra piuttosto in ballo una sorta di reciproca, cinica complicità. La classe del film si vede però soprattutto nella chiusura: non perché sia perfetta, ma perché Tornatore sa esporla con sapienza e rigore, preferendo le immagini alla delucidazione letterale, e lasciando persino un filo di ambiguità nell’efficace tocco finale. Un modo di fare assai poco italiano: quello di non dare per scontato che lo spettatore sia uno sciocco. Lo stile di Tornatore, poi, è pressoché irriconoscibile: i suoi barocchismi e i dolly sperticati sono sostituiti da una messa in scena compatta, precisa, che rispecchia a tratti l’ossessività del suo protagonista e che dà il giusto valore all’ottima performance di Geoffey Rush. Il film non è impeccabile, e non tutto convince in pieno: la durata è forse un eccessiva (anche se necessaria a descrivere compiutamente il rapporto tra Virgil e Claire), l’adeguata fotografia a volte è troppo patinata, e le musiche di Ennio Morricone sono strabordanti, onnipresenti, un po’ presuntuose nel loro voler prendere possesso della scena. Ma il film del regista siciliano, in definitiva, è davvero una bella sorpresa, oltre che una rara eccezione: una produzione tutta italiana con un’autentica indole internazionale. Insomma, un buon esempio da seguire. E un gradito ritorno.

Link: il parere di Federico Gironi su ComingSoon e quello di Gabriele Niola su BadTaste.

The Master, Paul Thomas Anderson 2012

The Master
di Paul Thomas Anderson, 2012

“You look like you’ve traveled here.”
“How else do you get someplace?”

Non succede spesso, ma può succedere quando è nelle mani di un regista come Paul Thomas Anderson, che una decisione apparentemente tecnica divenga ben più che una dichiarazione d’intenti: così, la scelta di girare quasi interamente in 65mm (è la prima volta in un film di finzione dal 1996) è diventata quasi un seme tematico. Se Anderson vuole che sembri un film del periodo in cui è ambientato, non è certo un vezzo estetico: The Master è realizzato con una tecnologia considerata defunta, più che sorpassata, e lo splendore delle immagini risuona come un tuffo nel passato, un immacolato, definitivo sguardo su un cimitero di confusioni ideologiche che vanno a costituire le radici della società contemporanea.

Ma nonostante la stupefacente, scioccante fotografia del rumeno Mihai Malaimare Jr. sia in tal modo parte della narrazione stessa, The Master non si limita a essere un racconto per immagini. Anderson, dopo Il petroliere, torna a scavare con la medesima profondità nel mito e nei paradossi fondativi del sogno americano, concentrandosi sul rapporto tra l’ambiguo scrittore e filosofo Lancaster Dodd, fondatore di un movimento che mescola psicanalisi e fantascienza chiamato “La Causa”, e Freddie Quill, un ex soldato che sembra mosso soltanto da istinti primari – lo conosciamo mentre mima un rapporto sessuale con una donna fatta di sabbia, e mentre dà interpretazioni ossessivamente erotiche alle macchie di Rorschach. Gli insistiti tentativi da parte di Lancaster di domare la brutalità di Freddie (“a dirty animal that eats its own feces when hungry”) contro il volere della moglie Mary Sue, la solita meravigliosa Amy Adams (“perhaps he’s past help”), costituiscono lo scheletro narrativo del film; che, in parallelo, è giocato sul contrasto tra due grandissime interpretazioni: quella metodica, gigantesca di Philip Seymour Hoffman e quella ancora più letteralmente impressionante di Joaquin Phoenix, che il regista lascia spesso a briglia sciolta. Le sequenze che li vedono recitare in coppia, da quella (già celeberrima) del primo “processing”, sono momenti di cinema colossale che lasciano davvero senza fiato in gola.

Ancora una volta, però, The Master non si limita nemmeno a essere un film d’attori e performance, anche perché Anderson, tra i più grandi metteur en scène che il cinema americano abbia mai coltivato, si fa riconoscere fin dalle prime battute, da quell’ammaliante ballo in long take di Martha tra i banchi del negozio; inoltre, pur in un film che è indubbiamente il meno immediato e il più intransigente della sua carriera, regala una sceneggiatura di rara efficacia in cui l’inesorabile crudeltà dei dialoghi è attraversata da una vena di ironia che, all’occorrenza, si trasforma in risata beffarda. Ma al di là di tutti i suoi formidabili elementi, il segreto definitivo del film è proprio nella narrazione liberissima che li unisce, che li fa danzare sulla magnifica colonna sonora di Jonny Greenwood, alternando fascinazione e frustrazione, trasformando la rabbiosa seduzione tra i due personaggi nel ritratto di un’intera nazione alla ricerca disperata e vana della propria identità. Un film avvolgente, di lancinante bellezza, l’ennesima conferma di un talento impagabile, quello di un grande, forse del più grande autore del cinema americano odierno.