Cinema Americano

Silent House, Chris Kentis e Laura Lau 2011

Silent House
di Chris Kentis e Laura Lau, 2011

Firmato dai due coniugi registi di Open Water, Silent House è un caso limite di “instant remake”: erano passati solo otto mesi dalla proiezione del film originale a Cannes nel 2010 quando il rifacimento venne presentato al Sundance. Il nuovo film è apparentemente identico all’interessante e irrisolto horror uruguayano, ma in realtà nel passaggio a una produzione (pur indipendente) americana cambiano molte cose già a livello progettuale: 4 giorni di riprese e 6 mila dollari di budget da una parte, qualche settimana e 2 milioni dall’altra. La premessa però è la medesima: il film è girato come se fosse un unico piano-sequenza (in realtà in entrambi i casi si tratta di segmenti di un quarto d’ora al massimo, Kentis e Lau sono stati molto più schietti di Hernández nel dichiararlo) ambientato quasi interamente all’interno di una vecchia casa, dove viene gradualmente rivelato un inquietante segreto sul passato della protagonista. Ma le differenze maggiori tra i due film (entrambi girati con una Canon EOS 5D Mark II) non riguardano tanto i risultati tecnici, quanto la sceneggiatura della stessa Lau: quando la verità sulla casa e sul personaggio di Sarah comincia a venire alla luce, il film butta tutte le soluzioni in faccia allo spettatore, dando purtroppo credito a uno dei più ritriti pregiudizi sui remake all’americana. Per il resto, l’idea del film porta con sé ancora una volta una riflessione interessante sul suo stesso principio di realtà – e sul cinema come illusione, sogno e menzogna – ma d’altro canto porta con sé anche interminabili minuti in cui non succede nulla e ci si annoia a morte: è un peccato che Silent house funzioni meglio come esercizio teorico (del tutto inutile) che come esperimento di genere (del tutto innocuo). L’unica cosa davvero convincente del film è la formidabile Elizabeth Olsen, e non soltanto per la sospetta tendenza dei due registi a indugiare sulla sua scollatura.

Prometheus, Ridley Scott 2012

Prometheus
di Ridley Scott, 2012

C’erano almeno due modi per realizzare Prometheus: eseguire il compito con uno sforzo minimo, oppure affrontare il rischio a viso aperto. Ridley Scott ha scelto la strada più audace: un semplice e fedele prequel avrebbe riscosso più facilmente l’approvazione dei fan della saga, ma il regista ha deciso di rimodellare la sua mitologia, replicando in parte la struttura del primo Alien e iniettando – con la complicità del co-sceneggiatore Damon Lindelof – una spiccata ambizione filosofica. Che non snatura però il senso primario del film: era da tempo che non si vedeva sul grande schermo un film di fantascienza così ricco, così curato (grandissimo lavoro di Arthur Max a partire da spunti originali di Giger) e così stupefacente dal punto di vista visivo, soprattutto nella prima metà – la fotografia è di Dariusz Wolski, collaboratore di Alex Proyas negli anni novanta. Prometheus è sì temerario e magniloquente, ma di fatto è un film di genere che utilizza la spavalderia narrativa per giocare con il pubblico (le questioni irrisolte che spostano l’esperienza intellettuale fuori dalla sala: un trucco che Lindelof conosce bene) ma lasciando al centro il gusto puro per lo spettacolo, per la messa in scena, per la costruzione scenografica, anche a costo di mettere in secondo piano la costruzione dei personaggi (in ogni caso tutti sacrificabili rispetto al mondo e al racconto) o la compiutezza della sceneggiatura. Quest’ultima spesso inciampa su se stessa, più per approssimazione che per imprecisione, ma riesce comunque a trasmettere il contrasto tra la tracotanza scientifica, l’aspirazione alla conoscenza e la natura autodistruttiva dell’uomo. A volte è meglio un film ardimentoso e pieno di difetti che uno perfetto e pavido.

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Uno degli articoli più intelligenti che ho letto su Prometheus è il post di hardcorejudas: condivido gran parte di ciò che scrive ed è un’ottima “risposta automatica” a critiche esageratamente acrimoniose.

Sugli spoiler e sugli interrogativi lasciati aperti dal film, la rete è piena di articoli che si divertono a dare qualche risposta: se la cosa vi interessa, consiglio la lettura di CinemaBlend e io9.

Compliance, Craig Zobel 2012

Compliance
di Craig Zobel, 2012

Non sorprende che la presentazione di Compliance al Sundance Film Festival abbia suscitato qualche colorita polemica nel pubblico. Succede almeno una volta in ogni Festival che si rispetti e, in molti casi, succede con uno dei titoli più interessanti. Non fa eccezione l’opera seconda di Craig Zobel, ex collaboratore in vesti produttive di David Gordon Green durante il suo periodo indie, che pigia senza girarci troppo intorno sul pedale della provocazione – ma tutt’altro che fine a se stessa. Il film racconta in modo personale e romanzato (ma non così lontano dai fatti) una vicenda realmente accaduta e piuttosto discussa negli Stati Uniti, anche se così assurda da sembrare una leggenda metropolitana: la manager di un fast food riceve la telefonata di un uomo che si presenta come un poliziotto accusando di furto una delle sue dipendenti e spingendola a chiudere la ragazza in uno stanzino in attesa che le indagini procedano. Ovviamente la storia prende la piega più inquietante che riusciate a immaginare, ma pur non andando sul sottile Zobel bilancia la perfidia narrativa e il suo strisciante sarcasmo con un sostanziale rigore, dirigendo con grande precisione e andando dritto al nocciolo della questione, una riflessione sia psicologica che culturale e in qualche modo satirica (non a caso siamo in un fast food, uno dei templi della cultura americana) sulla cieca “compiacenza” di fronte al potere e sui meccanismi della persuasione, in cui la coercizione non soltanto costringe a fare ciò che non avremmo fatto ma può arrivare a spingerci a fare ciò che avremmo desiderato, fungendo da giustificazione morale. La magnifica Ann Dowd, con la sua disturbante performance, è il fiore all’occhiello di un film compattissimo, profondamente sgradevole, terribilmente intelligente.

The Bourne Legacy, Tony Gilroy 2012

The Bourne Legacy
di Tony Gilroy, 2012

La storia del cinema (e della tv) non manca di saghe in cui, a un certo punto, l’attore principale è costretto o sceglie di abbandonare e deve essere sostituito: da James Bond a Doctor Who, i motivi produttivi possono essere diversi, così come le giustificazioni narrative. Il caso di Bourne Legacy è particolare: come si può continuare una serie di film incentrati interamente su un personaggio e su una star senza avere più l’attore che lo interpretava, ma senza rinunciare al marchio che si portava dietro? Tony Gilroy, che ha co-sceneggiato i tre film di Jason Bourne con Matt Damon, ha trovato una soluzione abbastanza sensata: lo svelamento dell’operazione al centro dei precedenti film rischia di coinvolgere un’altra serie di progetti segreti con caratteristiche simili. L’idea ha un duplice effetto: primo, si può fare un film di Bourne senza Bourne, aprendo la strada a un nuovo franchise. Secondo, ci si può ampliare potenzialmente all’infinito – e staremo a vedere se Frank Marshall e Kathleen Kennedy vorranno o sapranno prendere la palla al balzo creando di volta in volta nuove operazioni e nuovi agenti. Tutti questi ragionamenti stanno a monte, ma sono in qualche modo più interessanti del film in sé: va detto però che The Bourne Legacy fa il suo dovere in modo compiuto, è un thriller professionale e divertente, lunghissimo ma per nulla monotono. Visto che Gilroy si trattiene e non vuole strafare, né ha probabilmente le capacità per farlo, il valore aggiunto è sicuramente nel cast: Rachel Weisz e Jeremy Renner sono bravissimi, splendidi a vedersi, e terribilmente convincenti. Ovviamente gran parte del film sembra la fase preparatoria per il puntuale, lunghissimo inseguimento nelle Filippine, che è effettivamente la parte migliore del film, con uno sguardo su Manila tutt’altro che turistico o da cartolina (un’enorme fabbrica operativa tutta notte, tetti di case che sono più che altro baracche, il traffico impressionante della città) ma purtroppo il film si spegne sul più bello con un finale prima troncato e poi aperto al sequel, tutt’altro che soddisfacente. Si sono poste le basi per una nuova saga, e lo si è fatto piuttosto bene: il secondo capitolo richiederà però più senno ed equilibrio. E magari un vero regista.

Ribelle – The Brave, Mark Andrews e Brenda Chapman 2012

Ribelle – The Brave (Brave)
di Mark Andrews e Brenda Chapman, 2012

Mettiamo per un attimo da parte la discussione sulle differenze tra Disney e Pixar, più precisamente quelle sul perché molti (incluso il sottoscritto) abbiano notato un sostanziale, diciamo così, riavvicinamento dei due marchi e delle loro anime: è senza dubbio un argomento interessante, altrimenti non se ne starebbe parlando così tanto da mesi sia qui che oltreoceano (e rimanendo in casa, su Friday Prejudice) ma è un argomento dal fiato piuttosto corto (e che tiene raramente conto del fatto che John Lasseter sta portando molto della sua esperienza Pixar in Disney) ma che sta catalizzando eccessivamente l’attenzione, sacrificando in qualche modo il valore in sé di un film bellissimo come Ribelle. Sarebbe un peccato: il film di Mark Andrews che la Chapman ha concepito per poi venire allontanata poco garbatamente fuori dalla porta, è un’eccezionale variazione sul tema della fiaba tradizionale, aggiornata a tempi – quelli in cui un ragazzina, anche se è una principessa, ha ben altro a cui pensare che metter su famiglia col primo venuto e in cui il proprio orgoglio può fare più danni di una strega malvagia – ma tutt’altro che capovolta o sbeffeggiata. A veder bene, lo schema di Propp calza ancora come un pennello, ma questo senso di continuità dà persino più valore a un film costruito con una sapienza e con una maturità straordinarie, profondamente umano oltre che – va da sé – tecnicamente superbo. Il colpo di genio è stato spostare il fulcro tematico della fiaba, quello che sta tra il “danneggiamento” e il “superamento”, sul rapporto tra la protagonista e la madre, un’idea che rende immediatamente universale e senza tempo un film il cui unico rischio era di risultare in qualche modo anacronistico. Impossibile o quantomeno poco corretto dire di più: la Pixar ha ripetuto un meccanismo promozionale già sperimentato in Wall-E, rivelando nella pubblicistica solo il primo atto del film. Sarà pure una semplice strategia, ma permette agli spettatori di recuperare un senso della sorpresa e della meraviglia che spesso sembra perduto. E nella parte successiva del film ce ne sono davvero tante, di cose per cui meravigliarsi: come le regole di un mondo intero che vengono sovvertite dall’improvviso, folle ed emozionante potere della magia.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno, Christopher Nolan 2012

Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises)
di Christopher Nolan, 2012

Non è certo la prima volta che il terzo capitolo di una trilogia risulta più debole del secondo, se non di entrambi; restando nel ristretto recinto del cinema che viene dal fumetto, si potrebbero fare facili esempi come gli X-Men di Singer o gli Spider-man di Raimi. Anche il gran finale dell’oscura e serissima saga di Christopher Nolan, iniziata con il fragile e disarmonico ma a suo modo fondamentale Batman Begins e continuata con un inarrivabile (e ora piuttosto ingombrante) capolavoro come Il cavaliere oscuro, subisce in qualche modo i medesimi effetti: l’ansia di dover dire tutto prima che si chiudano i cancelli, la consapevolezza che questa è davvero l’ultima occasione; e finisce così inghiottito dalla sua stessa poderosa ambizione. Che non è, a dirla tutta, vuota presunzione: quello che Nolan ha fatto (e continua a fare anche qui) con il personaggio di Batman e con la città di Gotham, e in seconda battuta con un intero sistema produttivo che prima del suo arrivo sembrava avere prospettive assai meno esaltanti di quelle che possiamo vedere, è assolutamente encomiabile; anche Il Ritorno è un pezzo di cinema straordinariamente vitale, favolosamente anomalo, terribilmente epico e strabordante, quanto e più del suo predecessore. Ma è in qualche modo la sua stessa densità a metterlo in difficoltà: si ha la sensazione di un film troncato (letteralmente, al montaggio) da esigenze contingenti, di un’opera dalle aspirazioni gigantesche rinchiusa tra pareti troppo strette (ed era anche compito di Nolan, calcolare la metratura), e il desiderio di chiudere i conti anche con Begins oltre che con Il cavaliere oscuro rende tutto più confuso e incerto.

Le caratteristiche più peculiari delle sceneggiature dei fratelli Nolan sembrano aumentare gli ostacoli: la verbosità, l’insistita e ricercata gravità, l’ispirazione politica (qui ancora più evidente che in passato, fin troppo) finiscono per trasformare la prima ora e mezza del film in un caos indisciplinato che scambia l’abbondanza con la coralità; per fortuna tutta la parte conclusiva è una battaglia formidabile e sfiancante, che mostra tra l’altro una notevole evoluzione di Nolan sulla gestione delle scene d’azione. Christian Bale, dalla sua, appende il costume al chiodo con la performance meno convincente della serie, ma non è colpa sua: l’attenzione verso i comprimari e il suo ruolo simbolico lo trasformano ancora di più in una figura quasi marginale, come è marginale peraltro (usando un esempio specifico) la deludente parte della prigione rispetto a quella, raccontata in parallelo, dell’occupazione di Gotham. In tal senso, i comprimari qui moltiplicati sono ancora una volta il vero punto di forza del film: Joseph Gordon-Levitt, il migliore in scena, trasmette un senso di eroismo con una naturalità eccezionale, Tom Hardy è prevedibilmente magnifico e possente, Michael Caine regala il terzo memorabile Alfred. La sorpresa maggiore, a scapito di una Marion Cotillard bellissima ma impigrita, è probabilmente Anne Hathaway, al cui personaggio viene spesso data la responsabilità di alleggerire una pellicola pesante come il piombo, e ci riesce alla perfezione.

Alla fine di fronte a Il cavaliere oscuro – Il ritorno sembra ridursi tutto a un contrasto banale e fuorviante dovuto al confronto con l’impaccio di un secondo capitolo troppo bello per essere ripetuto, quello insomma tra potenza e atto: non è il film che, viste le premesse, avrebbe potuto o dovuto essere? D’accordo. Ma è comunque un film esuberante e generosissimo, coraggioso ed entusiasmante. Pur con tutti i suoi limiti e difetti, viene più voglia di ringraziare che di accanirsi.

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Non mi vorrei soffermare troppo sulla questione del doppiaggio italiano, già sottolineata da chiunque – anche perché è l’obiettivo più facile e, se volete, più divertente – ma contribuisce in modo decisivo alla piacevolezza della visione e quindi vale la pena di citarla. Se in lingua originale la voce di Bane ha creato non pochi problemi in post-produzione costringendo il montaggio del sonoro a fare dei veri salti mortali, in Italia è stata affidata a Filippo Timi, che purtroppo ha trasformato la minacciosa e inquietante performance vocale di Tom Hardy in un teatrino enfatico che spesso sfiora il ridicolo. Un grave errore di valutazione, pagato solo dagli spettatori.

Damsels in distress, Whit Stillman 2011

Damsels in distress
di Whit Stillman, 2011

Distribuito in sole quattro sale in piena estate senza un briciolo di promozione nonostante sia stato il film di chiusura di Venezia lo scorso anno, Damsels in Distress è il film che vede il ritorno di Stillman alla regia 13 anni dopo The Last Days of Disco. Ed è un peccato che pochi abbiano potuto apprezzarlo sul grande schermo, almeno in Italia: è una commedia intelligente e divertentissima, che utilizza con grande libertà (e con un talento visivo notevole) un’ambientazione abusata come quella scolastica senza cercare a tutti i costi di stravolgerla, e spesso incanta con un umorismo che lega con un filo quietamente scombinato e folle (ma che non si fa mai trascinare via dall’ansia surrealista) le arguzie dei brillanti dialoghi a un sincero e coinvolgente sentimentalismo, finendo per risultare quanto di più differente ci sia dalla somma dei suoi fattori.

Il segreto della sua originalità sta probabilmente nell’approccio empatico ai suoi personaggi, che Stillman affronta dal medesimo punto di vista di Lily, interpretata da Analeigh Tipton: ne ritrae la bizzarria, la vanagloria, a volte persino l’ignoranza, ma non li deride mai né li condanna, trovando anzi in ognuno di loro un lampo di genio, capace magari di cambiare in meglio la vita degli altri grazie alla forza di volontà – e senza dubbio la nostra, nel suo piccolo, quantomeno per la durata del film. E il regista che nel suo penultimo film aveva scelto come protagonista Chloë Sevigny, trova un’impareggiabile alleata proprio nell’attrice che secondo molti è la sua equivalente di questi anni, la favolosa Greta Gerwig: la sua Violet Wister è un personaggio inaudito ed eccentrico, eppure profondamente umano.

In attesa dell’uscita italiana in dvd, è già disponibile l’edizione inglese.

Bernie, Richard Linklater 2012

Bernie
di Richard Linklater, 2012

Negli ultimi anni, l’imitazione dei linguaggi del documentario ha avuto molta fortuna, sia al cinema che in tv. Non solo nel mockumentary propriamente detto (cioè dove viene imitata precisamente la metodologia del documentario), ma anche – per esempio – in serie tv come Modern Family in cui i personaggi di tanto in tanto si rivolgono alla macchina da presa, come a un confessionale. Pur essendo costruito su un’alternanza tra fiction tradizionale e interviste, il film di Linklater si discosta per una ragione molto semplice: il film è tratto da una storia vera che quasi tutti gli intervistati hanno realmente vissuto da testimoni, perlopiù passivi. Quasi, appunto: nel momento in cui un membro del cast come Matthew McConaughey (e non solo) diventa oggetto della stessa analisi, indistinguibile rispetto alle interviste con i veri abitanti di Carthage in Texas, appare evidente quanto sia brillante la modalità con cui il regista di A Scanner Darkly è intervenuto a gamba tesa sullo stesso statuto di realtà del film, facendo danzare verità e finzione senza intermediazioni – fino alla totale sovrapposizione, nei titoli di coda. In tal senso, la storia di Bernie e Marge non è quasi nemmeno più il fulcro dell’interesse di Linklater, l’obiettivo è soprattutto raccontare una piccola comunità qualunque della provincia americana, con le sue facce e il “suo” fatto di cronaca, avvicinandosi a una spanna dalla sua personalissima morale senza aver alcuna pretesa di controbatterla. Ma al di là del felicissimo – a tratti illuminante – procedimento narrativo scelto dal regista, Bernie resta comunque anche una bella commedia nera, divertentissima anche se stranamente garbata e gentile, e interpretata splendidamente dai suoi tre protagonisti. E il re del film è indubbiamente Jack Black, che aveva già dato il suo meglio proprio con Linklater in School of Rock: lavora ironicamente sulle sue ossessioni come quella per il canto, misura i toni, si inventa un personaggio candido dalla mimica irresistibile: fenomenale.

Take Shelter, Jeff Nichols 2011

Take Shelter
di Jeff Nichols, 2011

La vita di Curtis, tranquillo operaio di una piccola cittadina dell’Ohio, viene sconvolta da sogni apocalittici: inquietanti nuvole nere portano una tempesta di pioggia che sembra miele e tutti gli uomini, anche le persone più vicine a lui, sembrano impazzire. Convintosi che siano una sorta di presagio, Curtis si mette in testa di rimettere in funzione il rifugio antiatomico nel suo giardino. Dopo essere stato “scoperto” dal suo concittadino e compagno di studi David Gordon Green, che nel 2007 produsse il suo esordio Shotgun Stories, Jeff Nichols si è fatto accompagnare ancora una volta dall’incredibile Michael Shannon, assolutamente perfetto per un ruolo simile, e ha confezionato con un budget relativamente ridotto un’opera seconda che pur avendo avuto poca fortuna nelle nostre sale (è stato distribuito, ma in estate e in pochissime copie) ha fatto molto parlare di sé (tra i molti premi, il Grand Prix della Semaine a Cannes) e meritava davvero una sorte migliore. Si tratta infatti di uno dei più sconcertanti e originali film americani dello scorso anno, capace di unire a un ritratto intimo e riflessivo di una famiglia normale travolta dall’imprevisto, e allo scavo ossessivo e spesso doloroso dei personaggi (ottima anche Jessica Chastain nel ruolo della moglie), una visionarietà autenticamente orrorifica e allucinata, facendo piombare il soprannaturale in un mondo che si rifiuta di abdicare ai propri statuti di realtà e realismo, seducendo e disorientando lo spettatore con un abbattimento progressivo dei confini tra il sogno e la veglia, tra la sanità e la follia. Come spesso accade in film in cui si solleva il dubbio sulle facoltà mentali del protagonista, Nichols sembra lasciare fino all’ultimo momento una persistente incertezza ontologica; ma in definitiva il suo è un formidabile crescendo emotivo che punta a riappropriarsi – con risultati stupefacenti – di un’interpretazione univoca, ma terribile e terribilmente affascinante nella sua forza espressiva. Un film prezioso, terrificante e ipnotico, che non vi lascerà andare così facilmente.

Il film è già disponibile in dvd e blu-ray nell’edizione britannica.

Friends with Kids, Jennifer Westfeldt 2012

Friends with Kids
di Jennifer Westfeldt, 2012

Il fatto che Friends with Kids abbia buona parte del cast secondario in comune con un film così recente e di così grande successo (in patria) come Bridesmaids può trarre facilmente in inganno: in verità, si tratta di una vera e propria commedia romantica che si appropria di molti canoni del genere (arrivando nel finale a citare quasi esplicitamente un altro esemplare newyorkese come Harry, ti presento Sally) aggiornandola semmai ai linguaggi che proprio Judd Apatow ha imposto alla commedia americana in veste di produttore dal 2005 in avanti, soprattutto nello stile di scrittura e nella direzione degli attori. Nonostante il cast e la pubblicistica suggeriscano un impianto corale, il film ruota principalmente attorno ai personaggi interpretati da Adam Scott e Jennifer Westfeldt, e alla loro scelta di avere un bambino “da amici”, per togliersi il pensiero prima dei quaranta, saltando tutte le conseguenze nefaste del matrimonio e dell’eventuale divorzio; non si rivela granché dicendo che le conclusioni non potranno avanzare in questa stessa direzione, ma la regista presenta il percorso dei personaggi con innegabile freschezza e coerenza, schivando le tentazioni più conservatrici proprio presentando un affresco della vita di coppia che qualche volta scivola nel cliché – il contrasto tra le coppie prima e dopo i figli – ma sa anche affondare la lama, mostrando in definitiva più interesse per il completamento di un percorso narrativo romantico che per l’imposizione di un sistema di pensiero e mantenendo fino all’ultimo secondo la convivenza tra il sentimentalismo e la trivialità dei dialoghi. Ovviamente Jennifer Westfeldt (nota ai più per la sua performance in Kissing Jessica Stein e poco altro) è il cuore del film, essendone produttrice, sceneggiatrice e regista (alla sua opera prima), e oltre a essere una dialoghista a tratti irresistibile riesce a imporre nel film una classe non indifferente che assomiglia al suo stile recitativo; affianca alla commedia pura improvvisi tocchi drammatici gestiti con una sicurezza sufficiente a non far deragliare completamente la storia, e possiede un’umiltà (forse mista a insicurezza: non si può dire che sia tutto al suo posto, ma dopotutto è un’opera prima) che la spinge a mettersi spesso in un angolo lasciando lavorare comprimari più carismatici di lei. In tal senso, l’inusuale rimescolamento tra realtà e finzione (Jon Hamm è il compagno della regista da 15 anni, Adam Scott è loro amico da tempo ed è stato proprio il suo matrimonio la fonte di ispirazione della storia) contribuisce indubbiamente a rendere più affiatato un cast già di per sé straordinario, ma la grande sorpresa è proprio Adam Scott, non solo per il suo collaudato talento comico (chi l’ha già seguito e amato in serie come Party Down e Parks and Recreation lo sa bene) ma per un’inattesa intensità drammatica che spalanca una finestra sui lati più inesplorati della sua bravura.

Casa De Mi Padre, Matt Piedmont 2012

Casa De Mi Padre
di Matt Piedmont, 2012

Non è proprio un complimento, si capisce, ma Casa De Mi Padre è un film quasi più divertente da raccontare che da vedere. L’idea dell’ennesimo veicolo di Will Ferrell, suo ritorno alla comicità pura dopo l’esperienza di Everything must go, è piuttosto semplice: il film è girato e realizzato come una telenovela messicana, così filologico da includere anche imprecisioni e tratti amatoriali, che diventano a loro volte spunto di gag “meta” non originalissime ma a volte piuttosto sottili – come l’uso dei manichini sullo sfondo per risparmiare sul cast. La caratteristica più rilevante, e decisamente inusuale, è in verità quella di essere interamente (o quasi) recitato in spagnolo con sottotitoli, e gran parte dell’effetto comico deriva dal fatto che Ferrell è l’unico (o quasi) statunitense del cast – e che probabilmente, a giudicare dall’accento, non sa una parola di spagnolo. Il problema si può intuire: ottimo materiale per uno sketch, forse persino per una webserie; fondamenta un po’ fragili, invece, su cui costruire un lungometraggio. Nonostante il recente ritorno alla sua forma migliore con il buddy movie The Other Guys, qui Ferrell ha commesso due classici errori, forse originati dalla sua formazione televisiva e acuiti dal successo di Funny Or Die: primo, ha fatto un film in cui gli attori (inclusi Gael García Bernal e Diego Luna) sembrano divertirsi più degli spettatori. Secondo, ha fatto un film che esaurisce le energie dopo una ventina di minuti nonostante duri molto meno di un’ora e mezza. Ma il problema alla radice è un altro: non si ride. O almeno, non come si potrebbe. Messe da parte alcune sequenze effettivamente spassose (la scena di sesso, gli intermezzi musicali, le sparatorie al ralenti) e il comunque ottimo cast (Génesis Rodríguez è splendida, Nick Offerman una garanzia), a tratti Casa De Mi Padre sembra quasi prendere sul serio l’insistito melodramma che si era prefigurato di parodiare – ma purtroppo ha soltanto le armi per una goliardata di poco conto che, alla lunga, risulta mortalmente noiosa.

Il film è uscito negli Usa lo scorso marzo in un numero relativamente ridotto di schermi (meno di 400) facendo però un discreto incasso soprattutto grazie al pubblico ispanico. Il dvd americano è già disponibile, quello britannico è in arrivo a ottobre. Non mi risulta sia prevista un’uscita italiana. Un suggerimento all’eventuale distributore: fate i bravi, non doppiatelo.

Jeff, Who Lives at Home, Mark e Jay Duplass 2011

Jeff, Who Lives at Home
di Mark e Jay Duplass, 2011

Jeff ha superato i trent’anni ma vive ancora nello scantinato della madre. Non lavora, fuma il bong, guarda le televendite e ha una verace passione per Signs, di cui condivide l’esasperato fatalismo. Pat è il manager di un ristorante, sposato e cieco alle esigenze della moglie: nonostante stiano mettendo via i risparmi per comprare una casa, a colazione le presenta la sua nuova Porsche parcheggiata nel vialetto. Jeff e Pat sono fratelli, anche se non si parlano mai. Anche Mark e Jay Duplass sono fratelli, ma lavorano insieme: sono stati tra i protagonisti del mumblecore, più che un movimento un’etichetta volta a semplificare una pulsione produttiva presente nel cinema americano indipendente lo scorso decennio, di cui vediamo in qualche modo le conseguenze nelle carriere di Greta Gerwig, Lynn Shelton, ma anche di Lena Dunham e dello stesso Mark come attore. L’inevitabile evoluzione commerciale dei due registi non ne ha però compromesso il talento né ha intaccato la semplicità del loro modo di raccontare: come e meglio che in Cyrus, i Duplass utilizzano attori noti (qui Jason Segel, Ed Helms e Susan Sarandon) per parlare di avvenimenti ordinari e sentimenti convenzionali, facendo però un passo in più, ovvero dando loro un respiro epico. Partendo da uno spunto cinefilo quantomeno peculiare (la passione di Jeff per il film di Shyamalan), da un’aderenza alle unità aristoteliche e da un’opposizione trasparente (quella tra la fiducia nel destino di Jeff e lo scetticismo di Pat), il film racconta una trasformazione della banalità in eccezionalità ma senza mai allontanarsi dall’immediatezza con cui sanno raccontare i personaggi, anche in rapporto alla realtà del tessuto urbano (che conoscono bene: qui siamo a Baton Rouge, i due registi sono di New Orleans). Il risultato abbraccia una visione del mondo entusiastica e forse un po’ naïf in cui la volontà è in grado di mutare la prosaicità del mondo: per fortuna il tutto è realizzato con senso della misura (il film non arriva all’ora e mezza di durata), con un’ironia garbata e irresistibile, una messa in scena intelligente e originale, lontana dai vezzi più amatoriali, e ovviamente un impagabile trio di attori. Sette anni dopo The Puffy Chair, per la carriera dei Duplass non potevamo sperare di meglio.

Non mi risulta sia prevista un’uscita italiana.

The Amazing Spider-Man, Marc Webb 2012

The Amazing Spider-Man
di Marc Webb, 2012

Non vale per qualunque film, ma spesso la scelta di assegnare una grande produzione a un determinato regista può essere l’avviso di una pista da seguire o di una decisione già presa. Scegliere il regista di una commedia romantica come (500) Days of Summer per dirigere un film di Spider-Man rendeva abbastanza chiaro almeno un intento, forse commerciale prima che artistico: spostare il baricentro dall’Uomo Ragno a Peter Parker, e mettere al centro del film più di ogni altra cosa il rapporto sentimentale tra il protagonista e Gwen Stacy. In tal senso, non è del tutto errato definire The Amazing Spider-Man un teen romance con i superpoteri, ma per fortuna Webb è rimasto lontano dalla pigrizia della saga di Twilight si è dimostrato all’altezza della situazione: il suo è un film decisamente riuscito che ha semmai la sfortuna di essere costruito su limiti strutturali, ben chiari già da prima della visione. Per quanto ci possano spacciare questo reboot come un’autentica novità, si tratta infatti di una origin story estremamente tradizionale e che non si scosta granché da quella raccontata soltanto dieci anni fa. La sceneggiatura non sembra fare molti sforzi per evitare l’effetto-replica e la narrazione procede in modo meccanico attraverso blocchi ben definiti e ormai noti; il reparto spettacolare è assolutamente impeccabile (le soggettive dei voli fanno la loro porca figura) ma non si vede il tentativo di dire qualcosa di veramente nuovo in un genere vicino alla saturazione; si perde qualche colpo in più con il villain di turno (il Lizard di Rhys Ifans) e ci si riprende quando in scena ci sono Peter e Gwen. Il grande vantaggio del film, persino rispetto ai primi due capitoli diretti da Raimi, è infatti senza dubbio nei due protagonisti: Andrew Garfield non è solo un attore capace e versatile, è espressivo, simpatico, arrabbiato, profondo, e contribuisce a sporcare il suo personaggio con un’umanità scombinata e confusa che lo allontana dai cliché adolescenziali per dare una nuova dimensione sia alle sue motivazioni che alla sua incapacità di fare la cosa giusta; e la sua stessa intelligenza è affrontata più come una condanna che come un’opportunità. Dall’altra parte, peraltro, c’è la solita favolosa Emma Stone, e probabilmente ciò che ci ricorderemo di questo film divertente e innocuo in futuro è l’alchimia davvero impressionante tra i due, la naturalezza del loro talento: senza bisogno di tirare in ballo le vicende personali dei due attori, Garfield e la Stone portano sullo schermo una freschezza e una bellezza immediata di cui il film aveva davvero bisogno. Forse è stata una buona idea, quella di mettere al centro del film la loro storia d’amore: perché è quello che ci portiamo a casa, alla fine del film.

Nei cinema dal 4 luglio 2012

Detachment, Tony Kaye 2011

Detachment – Il Distacco (Detachment)
di Tony Kaye, 2011

Tredici anni dopo l’esordio con American History X, da lui disconosciuto a causa dell’intervento della New Line e dello stesso Edward Norton sul final cut, Tony Kaye torna con un film che parte da un canovaccio piuttosto tradizionale per trasformarlo, attraverso la messa in scena, in qualcosa di molto più originale. Tratto dalle memorie di Carl Lund, il film racconta infatti del breve periodo passato in una scuola pubblica da un professore specializzato in supplenze e dal misterioso passato personale: incontrerà tra gli alunni e nel corpo docente un classico campionario di varia umanità a cui si aggiunge una giovanissima prostituta che si impone in qualche modo di redimere. Ma il film di Kaye è realizzato con uno stile personalissimo e fieramente indipendente che lo allontana dai canoni hollywoodiani: le singole scene del film (così come i membri del ricco cast) sembrano quasi schegge disordinate e causali a cui il montaggio si impone di restituire dignità narrativa, la regia liberissima e dinamica va alla ricerca del realismo sfiorando quasi lo stile del documentario ma con un intuito visivo spesso ammaliante che compensa i limiti del budget. E in tutta la parte finale Kaye riesce a trovare un equilibrio sensazionale tra il melodramma più tragico e una riflessione lucida e terribilmente avvilita sul ruolo dell’educazione nella società che, con la straordinaria immagine che chiude il film, non lascia molte speranze. Quelle restano altrove: lontano dai libri, fuori dalla classe.

Real Steel, Shawn Levy 2011

Real Steel
di Shawn Levy, 2011

L’aspetto più interessante di Real Steel, tratto (molto liberamente) da un racconto di Richard Matheson e da un episodio di The Twilight Zone scritto proprio da quest’ultimo, è senza dubbio l’idea di un futuro prossimo in cui un grande traguardo tecnologico (la creazione di robot antropomorfi) non ha modificato quasi nulla: lo si capisce già dai panorami della provincia americana dei titoli di testa, accompagnati da un brano acustico di Alexi Murdoch. Siamo nel 2020, ma al di là dello skyline che attende il protagonista alla fine del viaggio, potremmo essere nel presente o persino nel passato prossimo: il mondo sembra bloccato a suo modo in una situazione di stallo, e non è un caso che una scoperta che potrebbe cambiare il mondo venga utilizzata in modo relativamente marginale nello sport, per soddisfare il crescente desiderio di violenza del pubblico. Una visione non tanto pessimistica o distopica, come spesso accade, quanto disillusa, probabile figlia della crisi economica globale, e che si oppone a gran parte della fantascienza, più interessata (ragionevolmente) alle conseguenze di un’eventuale singolarità in grado di cambiare finalmente la faccia del pianeta. I tratti originali del film diretto da Shawn Levy finiscono però qui: Real Steel è infatti palesemente e forse anche volutamente costruito con stampini di opere precedenti (il più citato, non a torto, è Over the Top) oltre che con veri e propri blocchi squadrati di cliché sul rapporto padre-figlio o sul riscatto dell’ex campione e, più in generale, quelli provenienti dalla più rigida struttura del “film sportivo”. La sorpresa è che, da un certo punto in poi, non ci interessa granché: il film è raccontato con una professionalità impeccabile, non annoia mai nonostante sia lunghissimo (due ore secche), Hugh Jackman mostra un desiderio di fare le cose per bene che non va data per scontata nel genere, e i robot, pur essendo come abbiamo visto un mero pretesto per parlare d’altro, sono protagonisti di scene di ring davvero spettacolari. Un film che sembra nato per scontentare tutti – troppo tenero per gli amanti dei cinema duro, troppe botte per gli amanti del cinema pucci – ma che in realtà trova una sua dimensione, e la trova proprio nella sua ricercata prevedibilità. Non c’è nulla di male nel seguire le regole, se lo fai come si deve.

Biancaneve e il Cacciatore, Rupert Sanders 2012

Biancaneve e il Cacciatore (Snow White and the Huntsman)
di Rupert Sanders, 2012

È inevitabile che nella promozione di film tratti da una celebre fiaba, come sono i due diversissimi Biancaneve spuntati a poche settimane di distanza l’uno dall’altro, si faccia leva prima di tutto sull’attrice che interpreta la regina cattiva: dopotutto, la tradizione disneyana vuole che il villain sia (quasi) sempre il personaggio più interessante della storia. Così, come per Mirror Mirror era Julia Roberts, qui è Charlize Theron il punto di forza del film. Ma la pressione non giova all’attrice sudafricana che, nonostante la sensazionale presenza scenica le permetta di riempire lo schermo con un semplice sguardo, cade nel tranello dell’overacting, spingendo troppo la sua interpretazione e facendola cascare fuori dalla righe. Un elemento che sarà smorzato dall’edizione doppiata, ma che diventa presto il tratto caratteristico della prima mezz’ora: il geniale understatement di Young Adult sembra lontano secoli. Poi però Charlize, di fatto, scompare per buona parte del film – che ne esce ugualmente impoverito, privato della sua ragion d’essere.

Sanders è un regista capace di buone invenzioni visive, il background pubblicitario avvicina il suo stile fiammeggiante e autocompiaciuto proprio a quello di Tarsem (lo specchio liquido, l’abito fatto di corvi: paradossalmente questo film pare quasi più “tarsemiano” di Mirror Mirror) mentre il nume tutelare dell’operazione, tra battaglie epiche e lunghe camminate sul dorso delle montagne, sembra essere il fantasy jacksoniano della trilogia dell’Anello. Ma al di là di qualche intuizione, il suo Biancaneve non aggiunge nulla di originale o travolgente, la sceneggiatura è pigra e il plot terribilmente meccanico (se non si conta la scelta di troncare di netto ogni risoluzione, chiudendo come chi guarda l’orologio e vede che si è fatto tardi e peraltro barando con un finto accenno a un finale aperto), gli sforzi sovrumani per trasformare otto attori inglesi in nani sono scarsamente giustificati dal loro apporto alla trama e allo spirito del film (che è fin troppo cupo e serioso, qualche pennellata di ironia non avrebbe guastato) e la palese carenza di talento di una legnosa e impacciata Kristen Stewart non è certo d’aiuto.

Per chi ne avesse già ammirato le doti in Thor e The Avengers non è una vera sorpresa, ma il migliore in campo è proprio Chris Hemsworth: burbero, romantico e sfrontato, riesce persino a umanizzare il puntuale monologo amoroso e sorpassa le sue colleghe con una naturalezza e un fascino brusco che, nella seconda metà, contribuisce da solo a salvare il film dal pericolo della noia ogni volta che è in campo. Difficile invece salvare un paio di effetti speciali così sgraziati da sembrare ancora in corso d’opera: dove sono finiti 170 milioni di budget?

Cinema Verite, Shari Springer Berman e Robert Pulcini 2011

Cinema Verite
di Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2011

All’inizio degli anni settanta, il produttore Craig Gilbert ebbe un’idea a suo modo geniale: riprendere per mesi una tipica “famiglia americana” e ricavarne un documentario televisivo lungo dieci ore. Superata la diffidenza della PBS, ne uscì An American Family, andato in onda nel 1973 e divenuto un caso mediatico senza precedenti: dodici episodi in cui la vita di una famiglia apparentemente felice e normale veniva osservata durante il suo graduale, inevitabile disfacimento. Causato in parte, ovviamente, dal programma stesso. Questo film per la tv prodotto e trasmesso dalla HBO racconta una versione romanzata di tutta la storia (assai meno nota da noi che negli states), dalla genesi del progetto alle polemiche che lo seguirono, trovando soluzioni intelligenti per far dialogare il materiale d’archivio con la sua ricostruzione e azzeccando un ottimo cast – su tutti Diane Lane e James Gandolfini. La coppia di registi di American Splendor viene proprio dal documentario e utilizza la storia dei Loud per riflettere sull’evoluzione del mezzo televisivo – An American Family è considerato un antesignano degli odierni reality – e più in generale sulla fine dell’innocenza della televisione americana (non a caso sono gli ultimi anni della guerra in Vietnam) anche se spesso Cinema Verite funziona più che altro come discreto period movie.