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Sherlock Holmes – Gioco di ombre, Guy Ritchie 2011

Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows)
di Guy Ritchie, 2011

Il primo Sherlock Holmes diretto da Guy Ritchie era stato, oltre che un enorme successo commerciale, una bella sorpresa: il regista inglese dopo qualche intoppo era tornato in piena forma, ripensando in modo personale uno dei personaggi più rappresentati della storia del cinema e della tv senza tradirne lo spirito originario, giocando con gli spettatori senza prendersi mai troppo sul serio e inaugurando una moda o forse, chissà, addirittura un filone. Il “secondo capitolo” non cambia molto le carte in gioco, bilanciando con l’arrivo di Mycroft (interpretato dal grande Stephen Fry, ovviamente spassoso) e della classica nemesi incarnata da Moriarty (un Jared Harris perfettamente in ruolo, lo sa bene chi segue Fringe) l’assenza di carisma di Noomi Rapace (che sostituisce la Irene Adler di Rachel McAdams) anche se, dopotutto, il rapporto di amicizia tra Holmes e Watson è diventato così allusivo e romantico da rendere quasi accessoria una qualsivoglia controparte femminile. Chiunque abbia una minima conoscenza delle storie di Holmes sa bene fin da principio dove andrà a parare lo scontro tra il detective e il professore, ma il problema della trama non sta certo nella sua prevedibilità quanto, al contrario, nell’eccesso di sceneggiatura: firmato dai coniugi Mulroney, lo script confuso e caotico, intricato senza vere giustificazioni. In generale, A Game of Shadows non aggiunge granché ai punti forti del primo capitolo (l’alchimia tra i due protagonisti, il fascino dell’ambientazione curatissima,  il contrasto con la messa in scena ipercinetica, l’idea del talento deduttivo di Holmes come sorta di “macchina del tempo”), ma questo non impedisce certo il divertimento in sé: Downey Jr e Law sono sempre irresistibili, gli scambi screwball tra i due sono ancora i momenti più divertenti, la confezione è sfavillante, e c’è almeno una sequenza d’azione memorabile (la sparatoria nel bosco) in cui Ritchie ha finalmente la possibilità di sfogarsi fino in fondo replicando, ma qui anche potenziando, le idee del primo film.

Knockout (Haywire), Steven Soderbergh 2011

Knockout – Resa dei conti (Haywire)
di Steven Soderbergh, 2011

L’approccio di Soderbergh al cinema d’azione non potrebbe essere più differente da quello dei registi che abitualmente se ne occupano, tanto che questo contrasto che è alla base di Haywire finisce per essere quasi il suo unico fondamento: un film su Soderbergh che gira un film di arti marziali. Il regista dopotutto si è costruito la fama di firma eclettica anche coltivando l’interesse per i canoni, flirtando con essi e violandoli con le sue ossessioni (con risultati assai altalenanti) e anche qui il procedimento è simile: Haywire segue un canonico percorso vendicativo di un’attraente spia mercenaria costretta a difendersi da un complotto costruito alle sue spalle, ma Soderbergh – che oltre a dirigere si occupa personalmente della fotografia e del montaggio, sotto pseudonimi – lo asciuga completamente rendendolo statico, nonostante non manchino ben coreografate scene di lotta o di inseguimento. Questa sorta di ricercato disequilibrio si ritrova già nella lottatrice Gina Carano, volto noto del mondo delle MMA: straordinaria in azione, ovviamente molto meno a suo agio nelle molte sequenze narrative – che finiscono per risultare agli occhi dello spettatore un riempitivo in attesa del prossimo assalto. Soderbergh probabilmente vuole far dialogare un cinema spionistico più “raffinato” – tappeto sonoro di David Holmes incluso - con il vero “cinema di menare”, ma si fa distrarre dalle sue manie e dalla sovrabbondanza del cast (ancora una volta dopo il riuscitissimo Contagion torna il metodo delle performance isolate; ma in questo caso non giova) e finisce per annoiare. Non mancano comunque le buone idee e le buone invenzioni (per esempio la fuga nel bosco in retromarcia, ma anche tutta la parte con il solito carismatico Michael Fassbender) e la Carano quando ci si mette è una gioia a vedersi, ma Haywire è più una curiosità, un singolare esperimento, che un film davvero compiuto.

Link: la stroncatura di Nanni Cobretti sui 400 Calci.

Hysteria, Tanya Wexler 2011

Hysteria
di Tanya Wexler, 2011

In occasione della sua uscita italiana, Hysteria è stato sottotitolato nei poster “l’eccitante invenzione del vibratore”, con qualche ammiccante puntino di sospensione. Le motivazioni promozionali sono palesi (una manna dal cielo per le divagazioni editoriali sul tema) ma nel film l’invenzione in sé diventa quasi marginale rispetto a tutto il legame tra il superamento della diagnosi di isteria e lo sviluppo delle istanze femminili in una società sessista e retrograda: un apparato tematico e narrativo che forse è meno curioso e “vendibile”, ma è decisamente più interessante – lo sa bene la Wexler, che ha studiato psicologia a Yale e voleva raccontare soprattutto quella storia, dimenticata dai più. Anche se alla fine Hysteria è una commedia romantica in costume dall’impianto piuttosto tradizionale, apertamente “britannica” nonostante la regista sia americana, con il protagonista nei panni dell’impacciato, candido e inadeguato dottore sballottato sentimentalmente tra due donne antitetiche con un contorno di comic relief e di cliché del caso (la prostituta dal cuore d’oro vale come esempio perfetto di entrambi) e una produzione adeguata nonostante qualche ostacolo. Un film grazioso e intelligente, storicamente ammirevole, sostanzialmente inoffensivo. Forse senza la presenza di Maggie Gyllenhaal, qui luminosa e bravissima, sarebbe stato molto meno convincente.

God Bless America, Bobcat Goldthwait 2011

God Bless America
di Bobcat Goldthwait, 2011

“My name is Frank. That’s not important. The important question is: who are you?”

La filmografia di Bobcat Goldthwait sembra avere tra i suoi tratti più caratteristici la provocazione che si inserisce negli addormentati canoni del cinema americano e funge da vera e propria secchiata d’acqua fredda: Sleeping dogs lie era una variazione estrema su un canovaccio da commedia romantica (una coppia affronta la crisi quando lei confessa di aver fatto sesso con un cane al college) e il bellissimo World’s Greatest Dad si impossessava della riconoscibile maschera da commedia di Robin Williams mutandola all’interno di una parabola profondamente amara.

God Bless America invece è provocazione allo stato puro, aggressiva ed esplosiva, asciugata di ogni possibile fraintendimento. L’incipit del film mette subito le cose in chiaro: infastidito dalla rumorosa coppia con bambino urlante nell’appartamento accanto, il frustrato e solitario impiegato Frank sogna di bussare alla loro porta e ucciderli senza esitazioni, e quando la madre lancia il bambino Frank gli spara a mezz’aria. Uno sfogo onirico destinato però a diventare reale, come ogni storia di spree killing insegna: la miccia è la scoperta di un cancro incurabile, ma si accende solo quando Frank sente la figlia di nove anni urlare contro la madre perché ha avuto in regalo un Blackberry invece di un iPhone. A quel punto lo spettatore deve decidere se lasciare o raddoppiare, anche perché il punto di vista sarà sempre e solo quello dell’assassino, da lì alla fine del film.

La più grossa provocazione del film riguarda proprio questo meccanismo empatico: interpretato perfettamente da Joel Murray, il più bravo dei fratelli di Bill, Frank si proclama nemico della cultura televisiva in (quasi) tutte le sue manifestazioni, denuncia in modo cinico ma preciso un’insofferenza nei confronti del trash, della cafonaggine, dell’omofobia e della pedofilia della società americana che ha raggiunto e superato la saturazione. Noi siamo portati a pensarla come Frank, la differenza è che lui prende una pistola e comincia a sparare, e scagliandosi contro un’America che non sa più “essere gentile” ci spinge dalla parte – scomoda e inquietante – del grilletto. Le vittime possono essere le protagoniste viziate e petulanti di un reality show, quelli che parlano al cinema, i membri del Tea Party, fino all’epitome e obiettivo principale della rabbia di Frank: American Idol.

Frank non è solo. Accanto a lui, come una spruzzata di benzina su un fuoco già piuttosto vivo, c’è una sedicenne esagitata chiamata Roxy (interpretata da Tara Lynne Barr, una specie di frullato di Christina Ricci e Anna Faris) che decide di diventare la Bonnie Parker della situazione – ma funge più che altro da controcanto di un monologo crudele e virulento sullo stato dell’America odierna. God Bless America ha infatti questo problema, che schiaccia un freno decisivo e lo rende meno irresistibile: dà l’impressione di essere un film costruito intorno alla routine di uno stand up comedian - e non è un caso che sia proprio quello il mondo da cui proviene Goldthwait. Non soltanto per l’aggressività del linguaggio e per i temi affrontati, ma proprio per la stuttura dei dialoghi, che spesso si tramutano in veri e propri rant sulla decadenza del paese in cui vengono elencati uno per uno i mali della società e le “persone che meritano di morire”.

Tutto sommato però l’operazione va a buon fine: pur sacrificandola in parte per puntare alla pancia dello spettatore, Goldthwait ha comunque una sensibilità cinematografica tutta sua, che ancora una volta cerca il punto d’incontro tra la dolcezza e la pazzia come pochi registi americani hanno il coraggio di fare. Certo, mostra di non avere alcun interesse nelle mezze misure, ogni simbolismo è dichiarato, gli obiettivi degli sproloqui hanno spesso nomi e cognomi (Woody Allen, Lolita, Diablo Cody, Glee) oppure sono parodie conclamate (Fox News, lo stesso American Idol) e non c’è spazio per sottigliezze, ma nonostante utilizzi a man bassa l’assurdo e il grottesco (anche per sottolineare che, appunto, si tratta di una provocazione e non di un’istigazione) questo suo affresco dell’America di oggi e dei piccoli quotidiani orrori da piccolo schermo appare molto più realistico di quanto non sembri – rendendo ancora più efficace la caustica e furiosa furia omicida di Frank e Roxy.

Il film è stato presentato al festival di Toronto e poi al South by Southwest. 

Esce negli states a maggio ma qualche giorno fa è stato distribuito On Demand.

Silenced / The Crucible, Hwang Dong-Hyuk 2011

Silenced / The Crucible (Dogani)
di Hwang Dong-Hyuk, 2011

Nel 2005, la scuola Inhwa di Gwangju per bambini sordomuti finsice al centro di un processo per abusi, molestie e violenze sessuali ai danni dei giovanissimi alunni. I colpevoli, tra cui il preside, ne escono quasi indenni, con condanne morbide dovute alle scappatoie del sistema giudiziario coreano; uno dei colpevoli viene persino assunto di nuovo alla fine della condanna. Nel 2009, un libro della celebre scrittrice Gong Ji-young riporta l’attenzione su quei fatti ormai semidimenticati dai media; Silenced è tratto proprio da quel libro.

Da una storia così recente e così bruciante, era impossibile trarre un film del tutto compiuto: ma Hwang Dong-Hyuk, al suo secondo film, riesce a trovare un equilibrio ammirevole tra la crudezza del resoconto e le necessità del racconto cinematografico, affiancando le atmosfere tesissime da film dell’orrore della prima metà a una seconda parte più tradizionalmente processuale. Raccontato dal punto di vista di un giovane maestro vedovo e idealista che viene assunto (pagando una tangente) nella scuola per poi scoprirne ne scopre le verità nascoste, Silenced a tratti è vittima di qualche cliché del caso – soprattutto nel ritratto dei personaggi – ma non c’è dubbio che vada a colpire in modo efficace, duro e tagliente. Senza risparmiare quasi nulla allo spettatore né al giovane cast (le scene più dolorose sono terribilmente esplicite, quasi impensabili in un’ottica “occidentale”) si finisce per raccontare molto più di un singolo caso di cronaca, ma più generalmente le contraddizioni più profonde della società coreana, la sua corruzione, la sua ipocrisia e la sua omertà.

Tanto che il valore più determinante di Silenced si è rivelato fuori dai confini dello schermo: l’uscita in sala nel settembre 2011 e il suo enorme successo di pubblico (quinto tra i film locali e ottavo in assoluto tra gli incassi dell’anno, con più di 4 milioni e mezzo di spettatori: più dell’ultimo Harry Potter) hanno infatti contribuito ad attivare non soltanto l’interesse dei media, della rete e dell’opinione pubblica ma anche la macchina legislativa. Il caso drammatico della scuola Inhwa è stato riaperto, e poco più di un mese dopo l’uscita in sala l’Assemblea Nazionale ha pubblicato un una nuova legge che abolisce clausole confuse quando non medievali e rende più dure le pene per violenze sessuali ai danni di disabili e minori. La legge si chiama Dogani Law, dal titolo del film.

Il film è noto con entrambi i titoli: “Silenced” è il titolo per la distribuzione internazionale, “The Crucible” è la traduzione letterale del titolo coreano.

“Silenced” sarà proiettato al Far East Film Festival di Udine giovedì 26 aprile alle 22.

Diaz – Don’t Clean Up This Blood, Daniele Vicari 2012

Diaz – Don’t Clean Up This Blood
di Daniele Vicari, 2012

L’uscita a così breve distanza di Romanzo di una strage e di Diaz è curiosa e interessante per il modo in cui ci aiuta a osservare e distinguere due approcci radicalmente opposti a una materia sensibile e così delicata: il racconto cinematografico di un noto, bruciante fatto storico. E l’approccio scelto dal film scritto e diretto da Daniele Vicari e prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci non potrebbe essere più distante da quello di Giordana e Tozzi, perché scaturisce da un’idea decisiva: che si possa fare un film profondamente politico senza rinunciare al Cinema.

Tutto quanto, in Diaz, discende da questo stimolo primario e ineliminabile, a partire dalla struttura corale che si impadronisce di molte testimonianze trasformandole in veri personaggi di un intreccio dal respiro corale e, ancora di più, dall’intelligente struttura che avvolge (e rinchiude) questi personaggi utilizzando un’immagine solo apparentemente poco significativa (una bottiglia lanciata che si frantuma cadendo a terra) come perno narrativo dell’intera opera. Un “simbolo” che vuole funzionare anche come rottura di una tensione intensa e a tratti insostenibile, montata con un occhio (ma anche entrambi) al cinema di genere, più specificamente all’horror: la costruzione che porta gradualmente verso il blitz è un’alternarsi di casualità e presagi che sembra provenire da un film di zombi – e l’orrore che segue, benché terribilmente reale, non è che una conferma.

Quest’ultimo è un procedimento a cui il pubblico del “cinema italiano impegnato” non è abituato, ed un’idea piuttosto radicale che va ben oltre la rilettura noir del gangsterismo italiano fatta da Placido, e che si sporge verso il pubblico con l’audace sfrontatezza di un pugno nello stomaco e di un calcio nei denti: perché se parte del coraggio di Vicari sta in una sorta di dichiarata autocensura (ci si ferma dove si crede sia giusto, e non gli si può certo dar torto: un autore risponde alle proprie, di esigenze) e nell’idea, probabilmente impopolare, che le colpe vadano redistribuite e che il manicheismo non contribuisca a proteggere gli innocenti, non si può dire che il suo sguardo sia ammorbidito o tenue. Diaz picchia duro e dove fa più male, non solo nell’esplosione della furia tra le mura della Diaz o nell’angoscia della prigionia di Bolzaneto (comunque impressionanti e durissime) quanto nella rappresentazione dell’assurdo che scaturisce dalla banalità, un punto nero che partorisce una voragine.

Ma nonostante la verità impugnata dagli autori non voglia avere solo a che fare con l’esattezza della cronaca, Diaz non si dimentica il contatto con la realtà e sceglie di mescolare in modo minuzioso alla ricostruzione (saggiamente realizzata fuori dall’Italia) alcuni autentici video girati proprio a Genova in quei giorni, chiudendo il cerchio su un’operazione che come poche altre ha saputo mescolare Storia e finzione; perseguendo sempre un obiettivo definitivamente civile ma con i mezzi e le armi che sono quelli del Cinema. Considerando i pochi anni, poco più di 10, passati da quel giorno, e tutti i rischi che ne conseguivano, quello ottenuto da Vicari è un risultato davvero insperato.

Diaz è un film spaventoso, bellissimo e doloroso – e un film necessario: non soltanto, come è più ovvio sostenere, per puntare il dito su una ferita mai rimarginata, ma anche per ricordare che un altro cinema (italiano) è possibile.

Romanzo di una strage, Marco Tullio Giordana 2012

Romanzo di una strage
di Marco Tullio Giordana, 2012

A discutere delle differenze con la Storia e delle inesattezze del Romanzo lascio che ci pensino gli storici, gli esperti, ma non c’è dubbio che in Romanzo di una strage è anche questa confusione tra linguaggi, ciascuno con le sue regole ed esigenze, ad agire come tratto distintivo, e cinematografico. Nonostante le visibili libertà che lo allontanano dai territori della docufiction, termine scomodato abbastanza a sproposito, è evidente che il film nasce da un’esigenza prettamente didattica e per capirlo non c’è bisogno di leggere le interviste agli autori. Il problema più profondo di Romanzo di una strage proviene forse da questa pulsione, quasi pedagogica e tendenzialmente inattuale, che ha contribuito più di ogni altra a trasformarlo in ciò che è diventato nelle mani del trio Giordana, Rulli e Petraglia: un film secco, rigidissimo, mai veramente noioso ma decisamente poco coraggioso, che deve dire un determinato numero di cose e non può dirne altre, finendo per mescolare verità e romanzo, atti giudiziari e licenza poetica, libera reinterpretazione e imitazione pedissequa, in modo fin troppo ordinato e compiuto. Quasi tutto il film sembra muoversi in punta di piedi per non svegliare nessuno, e quando alla fine osa spostare il baricentro dalla cruda relazione all’interpretazione storica, lo fa in modo terribilmente prosaico, per di più all’interno di una cornice onirica che ne annulla l’effetto. Un paragone con La Meglio Gioventù è azzeccato, ma soltanto in contrasto: là ci si appropriava di un contesto storico per raccontare uno straordinario feuiletton televisivo tutto incentrato sui suoi personaggi, qui ci si appropria di due personaggi realmente esistiti (ma rivisitati in libertà, come in fondo è giusto che sia) per esporre un fatto storico, o una possibile lettura di tale fatto. In tal senso Romanzo di una strage ha un grosso merito, quello di aver riportato con innegabile professionalità l’attenzione su una tragedia che sembra lontana secoli ma che ancora fa male; nel farlo Giordana si è però dimenticato in parte di costruirci intorno un film che potesse stare in piedi da solo e soprattutto che potesse risultare avvincente anche per chi, la Storia, se l’è dimenticata oppure non l’ha mai conosciuta. Il cast fa quel che può, ma Favino e Mastandrea sono ingabbiati nell’austerità del progetto, Gifuni fa un Aldo Moro vacuamente identico all’originale (o meglio all’idea più diffusa sul modello), Lo Cascio e Chiatti sono pressoché inutili come gran parte delle molte figure di secondo piano; alla fine i migliori sono il Ventura di Denis Fasolo e il Freda di Giorgio Marchesi – sembrano usciti da un altro film, più aggressivo e squilibrato, più vicino al genere ma non per questo meno “politico”. Da un film del quale qui non c’è traccia.

Hindsight, Lee Hyun-seung 2011

Hindsight (Poo-reun so-geum)
di Lee Hyun-seung, 2011

Nel complicato processo di selezione che porta alla visione di un film sudcoreano rispetto a un altro, la presenza di Song Kang-Ho vale come garanzia. Mal che vada, ci sarà Song Kang-Ho. Hindsight non è certamente di uno dei migliori film della sua carriera, ma l’attore è solitamente perfetto nel ruolo di un leggendario gangster che si è “ritirato” per aprire un ristorante. Al suo fianco durante il corso di cucina appare la motociclista ventenne Se-Bin (interpretata da Shin Se-kyung) che ovviamente nasconde un segreto, e non è lì per caso. Eccellente lui, bellissima lei, assai meno memorabile il resto: la produzione è curatissima ma patinata, la struttura è interessante (apre con la stilizzata morte del protagonista e si tuffa un lungo flashback volto alla spiegazione se non alla negazione della tragica premessa) ma il proseguimento della trama rivela un complicato quanto risaputo intreccio di debiti, ricatti, riscatti e killer col ciuffo che si svolge fino a un finale decisamente più morbido e rassicurante della media. Ma in fondo a Lee Hyun-Seung, inguaribile romantico (il suo ultimo film, uscito dodici anni fa, è il celebre melodramma Il Mare da cui è tratto La casa sul lago del tempo), interessano i dettagli affettuosi tra i due personaggi più che il collaudato contesto da mafia movie. In conclusione, un film sufficientemente godibile ma inconsistente, solo per completisti.

 

Balada triste de trompeta, Álex de la Iglesia 2010

Balada triste de trompeta
di Álex de la Iglesia, 2010

Nel mezzo della guerra civile spagnola, uno spettacolo circense viene interrotto dai militari e i clown sono costretti a combattere fino alla morte: uno di loro diviene il protagonista di un sanguinoso assalto che causerà il suo imprigionamento. Negli anni settanta, al tramonto del regime di Franco, il figlio rimasto orfano esordisce come “pagliaccio triste” in un circo di periferia dominato da un clown arrogante e dispotico, fidanzato con la seducente trapezista Natalia. Il nuovo arrivato se ne innamorerà, dando vita a un pericoloso triangolo.

Tra le firme più interessanti degli ultimi vent’anni di cinema spagnolo, Alex de la Iglesia  aveva già dimostrato in passato (suoi gli imperdibili La Comunidad e Crimen Ferpecto) di saper contaminare i canoni e spiazzare le aspettative del pubblico con uno stile eclettico e virtuosistico e un nero, nerissimo senso dell’umorismo. Ma con questo film fa un enorme, impressionante passo in avanti:  Balada triste è un film straripante ed eccessivo che mescola la commedia nera, il cinema horror, il melodramma e un’ambientazione storica ben precisa, raccontando una storia d’amore disperata, ossessiva e maniacale ma allo stesso tempo anche un tuffo nella pazzia la cui ferocia si rispecchia in quella della storia spagnola del novecento. Insomma, tutt’altro che un cult movie preconfezionato: nonostante l’approccio postmodernista, provocatorio e grottesco abbia radici già nei suoi primi lavori come Perdita Durango, qui De la Iglesia mostra una consapevolezza che va ben oltre la stravaganza e una bravura che lascia esterrefatti, confusi, eccitati e spaventati. Violentissimo e impulsivo, sfrenato ma curatissimo oltre che visivamente entusiasmante, Balada Triste riesce nell’intento di non farsi soffocare dall’evidenza e dalla forza delle sue metafore: è un grandissimo film di amore e follia raccontato con furia, passione ed eccezionale talento.

Non è semplice – o forse non è completo – parlare di Balada triste senza fare accenno alle traversie che l’hanno riguardato nel nostro paese, perché è uno dei casi più noti degli ultimi anni. Alla produzione del film, presentato a Venezia due anni fa, ha partecipato anche Mikado Film, che ne doveva infatti curare la distribuzione – ma le cui successive difficoltà ne hanno impedito l’uscita, pur essendo annunciata (con il titolo Ballata dell’odio e dell’amore e con tanto di trailer ufficiale) già dall’autunno del 2010 e poi di nuovo nel 2011, in sala e in home video. Per il momento il film si trova invece in una sorta di complicato limbo ed è complicato se non impossibile capire quando e se riusciremo mai a vederlo.

Per chi si fosse stufato di aspettare, il dvd spagnolo ha i sottotitoli inglesi.

Il titolo internazionale del film è The Last Circus.

 

Biancaneve (Mirror Mirror), Tarsem Singh 2012

Biancaneve (Mirror Mirror)
di Tarsem Singh, 2012

Se c’è una cosa che ti puoi aspettare da un film di Tarsem, è l’inventiva scenografica che ha caratterizzato tutta la sua carriera, prima musicale e pubblicitaria e poi cinematografica. In realtà nel suo quarto film, ispirato alla favola dei Grimm, i cui elementi vengono “rimescolati” più che reinventati, questa impronta è limitata a una sola vera invenzione à la Tarsem, violazione delle leggi della fisica inclusa (lo specchio magico) e sostituita perlopiù dal lavoro dell’art department e della straordinaria costumista giapponese Eiko Ishioka, scomparsa da un paio di mesi e a cui il film è doverosamente dedicato.

La differenza sta tutta lì: come ai barocchismi si sostituiscono scenografie sontuose e abiti spettacolari, così la messa in scena è tutt’altro che fiammeggiante e risulta al contrario priva di vita, sterilizzata da fondali asettici e dall’eccessiva importanza del set rispetto alle istanze di regia. Dopotutto, stiamo parlando di un film asciugato di qualunque autentica inquietudine e unicamente volto a un innocuo anche se – ammettiamolo – gradevolissimo divertimento (al di là del giudizio assoluto, come live action cartoon non fa mezza piega), un film per cui vale la pena di estrarre dallo sgabuzzino l’espressione “per tutta la famiglia”: aspetto indiscutibile che se lo rende potenzialmente appetibile per qualunque fascia d’età, allo stesso tempo ne fa un film straordinario per nessuna di esse.

Mirror Mirror è infatti pieno di idee dall’enorme potenziale che però funzionano per poco, o solo fino a un certo punto: come i sette nani, simpatici ma per nulla memorabili, oppure le diverse meta-riflessioni sul mondo delle fiabe che non vanno molto oltre quanto già detto da Shrek e dai suoi innumerevoli epigoni – anche se tutta la riappropriazione dell’indipendenza eroica di Biancaneve, per quanto sbattuta in faccia al pubblico, è decisamente interessante. Il meglio lo darebbe Julia Roberts, ferocemente brava nel ruolo della stronza (un peccato perdersela in lingua originale), se non fosse che tutta la prima parte del film è troppo concentrata su di lei e sulla mansueta perfidia del suo battutario; molto meglio la seconda, in cui la protagonista diventa Lily Collins – che è una gran bella scoperta: deliziosa e perfetta per il ruolo, non le si chiede granché ma lo fa alla grande.

Nei cinema dal 4 aprile 2012

Sound of Noise, Ola Simonsson e Johannes Stjärne Nilsson 2010

Sound of Noise
di Ola Simonsson e Johannes Stjärne Nilsson, 2010

Amadeus è nato in una famiglia di grandi musicisti, ma è completamente privo d’orecchio e così è stato costretto a diventare un poliziotto. La sua carriera e il suo fastidio nei confronti della musica vengono messi alla prova da una banda di batteristi anarchici la cui missione criminale è trasformare la città (i suoi oggetti e i suoi luoghi, ma non solo) in una performance senza precedenti, allo scopo di liberarla dalla sua bruttura musicale.

Pur essendo tratto da un cortometraggio del 2001, diretto dagli stessi autori, in cui i batteristi “suonavano” le diverse stanze di un appartamento, non si tratta di un  pretestuoso allungamento. Al contrario, con uno stile assolutamente esaltante, un’ironia formidabile e (va da sé) uno spaventoso senso del ritmo, Simonsson e Nilsson sono riusciti a trasformare la brillante ma ovviamente limitata trovata originaria in un vero film, con una vera storia, personaggi autentici e un’idea di cinema tanto precisa quanto allegramente delirante. Il risultato è uno dei film più bizzarri, elettrizzanti e divertenti del cinema europeo recente, un’irresistibile operetta anti-musicale che funzionerebbe anche soltanto come spassosa e irriverente parodia o rilettura del film di rapina se non fosse un vibrante e allucinato manifesto di ribellione surrealista.

Un film talmente anomalo (e talmente figo) che non sono nemmeno sicuro di averlo visto sul serio. L’unica soluzione: vederlo un’altra volta.

Il corto originario di Simonsson e Nilsson si intitola “Music for One Apartment and Six Drummers” e potete vederlo interamente qui su Vimeo.

Presentato alla Semaine di Cannes nel 201o e in Svezia nel Natale dello stesso anno, “Sound Of Noise” è uscito un po’ ovunque. Non mi risulta sia prevista un’uscita italiana.

L’edizione dvd svedese ha i sottotitoli inglesi.

 

Happythankyoumoreplease, Josh Radnor 2010

Happythankyoumoreplease
di Josh Radnor, 2010

Scritta durante le riprese delle prime due stagioni di How I Met Your Mother e presentata al Sundance nel 2010 (dove ha vinto il premio del pubblico), l’opera prima di Josh Radnor rispecchia una personalità non del tutto dissimile da quella del suo più noto alter ego televisivo Ted Mosby, ed è un’ennesima variazione sul tema dei trentenni in colpevole o involontario ritardo sull’età adulta.

Il protagonista, interpretato ovviamente dallo stesso Radnor, è uno scrittore messo di fronte alle sue responsabilità dopo aver accolto in casa un orfano incontrato in metropolitana e dopo essersi preso una cotta per Mississippi, una barista del Mississippi; la sua migliore amica Annie (Malin Akerman), malata di alopecia, nasconde le sue insicurezze dietro un’ottimistica esuberanza; la cugina Mary Catherine (Zoe Kazan) non riesce a mettere una cornice precisa al suo lungo rapporto col fidanzato Charlie. In sintesi, i personaggi condividono un’inquietudine comune: la difficoltà e la paura di essere amati.

Radnor, regista piuttosto modesto ma sceneggiatore abile e scaltro, modera l’inevitabile banalità che le storie e il contesto newyorkese si portano dietro con un indiscutibile talento per i dialoghi, e bilancia in modo gradevole la sua (ricercata) ingenuità con un pizzico di presunzione che si riscontra in alcune frasi e scene “a effetto”. Ma in fin dei conti la sua fiduciosa e spudorata gentilezza non lascia indifferenti, anche perché può contare sul notevole rinforzo di un ottimo gruppo di attori – tra cui inevitabilmente spicca la Akerman, ma anche la Kazan: due facce così valgono da sole mezzo film.

Il film non è mai arrivato in sala in Italia e non mi risulta sia prevista un’uscita italiana.

Update: il film non è uscito in sala né in dvd ma come mi fa gentilmente notare Luca una versione italiana del film esiste eccome, nel listino del canale satellitare Mya. Per la cronaca, dovrebbe andare in onda il prossimo 6 aprile.

L’edizione dvd britannica, d’altro canto, costa pochi euro.

La colonna sonora prodotta dagli stessi curatori di “How I Met Your Mother” include molti brani della cantautrice Jaymay ma anche pezzi di band come Shout Out Louds, Cloud Cult e Blind Pilot. Potete sentirli tutti qui.

Il secondo film scritto, interpretato e diretto da Radnor si intitola “Liberal Arts” ed è stato presentato a gennaio, sempre al Sundance. Accanto a lui stavolta c’è Elizabeth Olsen.


Life Without Principle, Johnnie To 2011

Life Without Principle (Dyut meng gam)
di Johnnie To, 2011

Una delle cose che mi piacciono di più in Johnnie To è il suo essere del tutto riconoscibile anche quando gira film diversi dai suoi film più famosi, in particolare quei gangster movie che l’hanno reso uno degli autori più amati del cinema di Hong Kong e tra i quali ci sono alcuni dei massimi esempi del genere degli ultimi 15 anni. Life Without Principle è un film dalla struttura più complessa e intricata che fa incrociare con abilità e ironia tre storie sulla “crisi economica” apparentemente separate (un poliziotto restio ad aprire un mutuo per comprare una casa con la fidanzata, un malvivente di mezza tacca costretto a trovare soldi per pagare la cauzione al suo “fratello di sangue”, una giovane e frustrata impiegata di banca) e accomunate da due denominatori narrativi ben precisi: una sacca piena di denaro e il crollo della borsa, che diventa il pretesto e l’avvisaglia di un’inarrestabile decadenza morale, con i personaggi costretti a venir meno ai “princìpi” del titolo (etica, onestà, amicizia) pur di sopravvivere in un mondo allo sbando. Ma nonostante la gravità del tema, To racconta e mette in scena con una leggerezza che si avvicina più alla commedia che al noir – anche se di fronte al suo cinema non ha poi così senso la riduzione alle convenzioni: Life Without Principle è l’ennesimo esempio di un autore che si è impossessato dei generi e poi li ha superati, con una libertà assoluta e a volte persino straniante. Basti come esempio tutta la parte dedicata all’impiegata interpretata da Denise Ho: mezz’ora di film ambientata quasi unicamente in un minuscolo ufficio, una parte la cui apparente inconcludenza si rivela gradualmente necessaria sia per gli sviluppi della storia che per le tematiche del film. Che in definitiva si rivela cinico e allegramente disilluso come il mondo che ha dipinto e temporaneamente minacciato: l’ineluttabilità delle conseguenze delle nostre azioni per mano del fato o del karma non è che un ricordo del passato.

Il film, se ho ben capito, è nel listino 2012 di Fandango. Prima o poi uscirà?

L’edizione honhkonghese (regione 3) si trova su Yesasia.

The Myth of the American Sleepover, David Robert Mitchell 2010

The Myth of the American Sleepover
di David Robert Mitchell, 2010

“It’s a myth. Being a teenager. They trick you into giving up your childhood with all these promises of adventure. But once you realize what you lost, it’s too late. You can’t get it back.”

Periferia di Detroit, ultimo weekend estivo prima che inizi la high school. Le ragazze organizzano “sleepover”. I ragazzi pure, ma si vergognano a chiamarli così. Rob incontra una bionda al supermercato e passa tutta la sera a cercarla e schivarla, senza accorgersi che qualcuno è da tempo innamorato di lui. Maggie è improvvisamente sbocciata, a differenza della sua inseparabile amica, e vuole assolutamente baciare qualcuno prima che l’estate finisca. Claudia è arrivata da poco in città e proprio durante uno sleepover scopre un segreto sul conto del suo fidanzato. E poi c’è Scott, un “fratello maggiore” che ha mollato il college dopo una delusione d’amore, e che ritrova una scintilla di speranza in una vecchia foto del liceo.

Lo sleepover, che da noi si chiamerebbe al massimo “pigiama party”, è presentato fin dal titolo come calzante metafora di un momento formativo essenziale e irripetibile, ed è il perno narrativo intorno a cui si danzano le storie di questo racconto corale, vincitore del Premio Speciale della Giuria al SXSW un paio di anni fa. Con questo suo leggiadro, garbato e freschissimo esordio, grazie a piccoli e semplici tratti, spesso senza bisogno nemmeno di aprire bocca (come nella bellissima scena in cui Maggie e la sua amica pedalano per la città accompagnate da Elephant Gun di Beirut), e all’aiuto di una manciata di attori giovani e bravissimi, quasi tutti esordienti o non professionisti, David Robert Mitchell riesce a raccontare molte verità sull’adolescenza, vista come un contrasto evanescente tra la voglia di diventare grandi e la paura che il tempo stesso passi troppo in fretta sfuggendoci tra le mani, come se nell’agognato passaggio all’età adulta fosse già contenuta la malinconica consapevolezza della sua irrevocabilità.

Un bellissimo piccolo film che non ha paura di essere comune pur di essere autentico.

Il film è uscito da tempo in dvd negli USA: ovviamente è Regione 1. C’è anche un’edizione olandese, che è Regione 2 ma purtroppo è priva di sottotitoli inglesi.

Il film è passato anche al Festival di Torino nel 2010. Per il momento non mi risulta sia prevista una distribuzione italiana.

R.I.P. Tonino Guerra

Tonino Guerra, sceneggiatore (16 marzo 1920 – 21 marzo 2012)

Margin Call, J.C. Chandor 2011

Margin Call
di J.C. Chandor, 2011

“If you’re first out the door, that’s not called panicking.”

Chiedetemi quello che volete, ma non chiedetemi di raccontarvi per bene la trama di Margin Call. Perché non sono del tutto sicuro di aver capito bene cosa diavolo succeda, nel dettaglio, in Margin Call.  Un problema del tutto personale del mio cervello, che ha una profonda idiosincrasia per il lessico economico; e se anche i personaggi invocano spesso il più classico degli “adesso spiegamelo come se fossi un bambino di otto anni” a vantaggio dello spettatore neofita, l’esito del dialogo mi fa sentire come un bambino di quattro. Ciò nonostante, con mia stessa sorpresa, Margin Call è un gran film: in fondo, lo specifico meccanismo che porta l’azienda sull’orlo del baratro (ispirato ufficiosamente al caso Lehman Brothers) non è che un ingranaggio, l’innesto di un dramma feroce e compattissimo (si svolge tutto nel corso di circa 24 ore) che getta un’ombra quasi apocalittica sul mondo della finanza – e per estensione sul mondo del lavoro, di cui la struttura narrativa restituisce la conformazione piramidale – ma che sposta molto presto la sua attenzione sui personaggi, affiancando la storia di una sopravvivenza ai danni dell’etica alle piccole o grandi ossessioni personali dei suoi protagonisti. Loquace ma non verboso, più che sulla messa in scena asciutta e comunque precisa, l’esordio del promettente J.C. Chandor (nominato all’Oscar per il suo script) fa leva soprattutto sulla ricchezza dei dialoghi e sul lavoro di un cast assolutamente eccezionale, con Kevin Spacey e Jeremy Irons in testa e Demi Moore in un ritorno imprevisto e sbalorditivo; la produzione indipendente e il budget ridotto (tre milioni e mezzo di dollari: un’inezia) sono tutto l’opposto di un ostacolo. Un’opera prima davvero notevole. Che voi sappiate o meno cosa diavolo siano i livelli di volatilità.

Nelle sale italiane dal 18 maggio 2012.

Young Adult, Jason Reitman 2011

Young Adult
di Jason Reitman, 2011

Young Adult è un film ricco di conferme. La prima è la bravura di Diablo Cody, che dopo il successo di Juno aveva fatto un mezzo passo falso con lo svagato e inconcludente Jennifer’s Body e con la deludente serie tv United States of Tara. La seconda è la definita statura d’attrice di Charlize Theron: una che ha vinto un Oscar, ma per il film sbagliato, forse troppo presto. La terza, tra le altre, è il valore di Patton Oswalt, non solo uno dei migliori stand up comedian americani né tantomeno solo un doppiatore, bensì un attore bravissimo e “completo” di cui Hollywood dovrebbe cominciare ad accorgersi.

Chi non aveva nemmeno bisogno di conferme è invece Jason Reitman, che continua a non sbagliarne una: dopo il sorprendente esordio di Thank You For Smoking che allontanava ogni possibile accusa di ingiustificato nepotismo, dopo il caso eclatante del sopracitato Juno e le sei (vane) nomination agli Academy Awards di Tra le Nuvole, il regista canadese azzecca in pieno anche il suo quarto film. Quello meno attraente e vendibile (per dire: una sola nomination ai Globes, nessuna agli Oscar) ma forse quello più onesto, maturo, più coraggioso e – prendendo in prestito un termine troppo spesso abusato – più “cattivo”. La trama del film, di suo, si stende su terreni conosciuti, ma Reitman lascia campo libero ai dialoghi appuntiti e spassosi, crudeli e perfetti, e all’interpretazione eccezionalmente sgradevole della Theron, che riesce a risultare bellissima (come non mai, forse) e al tempo stesso ripugnante.

Forse si perde un po’ dell’empatia che estendeva e universalizzava la parabola sociale di Tra le Nuvole, e nella brutale risoluzione di questo film non c’è traccia del “cinismo gentile” di Juno, un dato che rende Young Adult più difficile da digerire, un dramma psicologico doloroso e spietato travestito da commedia indie: si potrebbe pensare che sia una nuova direzione nella filmografia di Reitman, oppure che, in fin dei conti, è un aspetto da sempre presente nei suoi film. La sua acuta professionalità ci fa ipotizzare che, semplicemente, questa storia e questo personaggio non si potessero raccontare in altro modo.

Bisognerebbe scrivere un post a parte sul trattamento inglorioso che i distributori hanno riservato al film per la sua uscita italiana, limitata a una dozzina di sale in tutto il paese: di fatto, è quasi come se non fosse nemmeno uscito. Le spiegazioni sono diverse, e non tutte simpaticissime, non è la prima volta né sarà l’ultima che accade, ma è davvero un peccato.

Game Change, Jay Roach 2012

Game Change
di Jay Roach, 2012

Tra le performance femminili più applaudite della stagione, come spesso accade, ci sono alcune fedeli interpretazioni di personaggi storici di enorme riconoscibilità: la Margaret Thatcher di Meryl Streep, per esempio, o la Marylin Monroe di Michelle Williams, capace di rileggere l’icona pop novecentesca per eccellenza senza incappare nel rischio della sterile imitazione.

Il caso di Game Change è persino più clamoroso: in questo film per la tv trasmesso dalla HBO che racconta l’intensa campagna di Sarah Palin per la vicepresidenza degli Stati Uniti nel “lontano” 2008, Julianne Moore veste i panni dell’ex governatore dell’Alaska calandosi nella parte con una furia mimetica che ha davvero pochi precedenti – o che forse colpisce più del solito a causa della ridotta distanza temporale dal modello – e che rappresenta in qualche modo l’opposto del metodo della Williams: riportandone sullo schermo il look, i tic, il particolarissimo accento, persino dettagli come il ritmo della parlata, l’attrice scompare completamente  in una formidabile quanto inquietante fotocopia.

Una prova mostruosa che però non aiuta il film a decollare, o forse contribuisce a determinarne il fallimento: purtroppo Game Change è un film terribilmente piatto e noioso che tradisce l’origine e la destinazione televisiva molto più di quanto ci si potesse aspettare dalla sua prestigiosa sede. E non sono d’aiuto né l’univocità della prospettiva democratica da cui la campagna repubblicana è narrata, né d’altra parte la scelta di ritrarre John McCain e Steve Schmidt con visibile rispetto – perché toglie al film ogni possibilità di infilare davvero le unghie nelle pieghe della storia. La tracotanza della Moore, invece, la distacca da qualunque tentativo di contenimento: è una specie di organismo autonomo che si muove a prescindere dal film, da cui esce un ritratto spietato, disturbato, umano e tridimensionale, ma che finisce per rosicchiare i pochi motivi di interesse rimasti attorno a lei.

Il meglio sta quasi sempre ai margini o fuori dal testo: non è un caso che l’esito migliore del film sia il video amatoriale che confronta le apparizioni pubbliche della Palin con la “versione” della Moore, o che la sequenza più bella del film sia quella in cui la Sarah Palin di Julianne Moore guarda sconvolta in tv la Sarah Palin di Tina Fey nel celebre episodio del Saturday Night Live. Una fiammata di genio, benché necessaria, all’interno di un film davvero limitatissimo.

A Simple Life, Ann Hui 2011

A Simple Life (Tao jie)
di Ann Hui, 2011

L’impressione è che i tempi siano cambiati, ma in verità non è ancora così semplice dalle nostre parti vedere i migliori film asiatici, tantomeno al cinema. Per fortuna esiste chi ne ha fatto una missione, come quelli di Tucker Film (per chi non lo sapesse, sono gli stessi che organizzano il Far East Film Festival di Udine) che da qualche tempo stanno cercando di distribuire in sala e in dvd alcuni titoli davvero interessanti oppure, in alcuni casi, indispensabili.

Rientra indubbiamente in quest’ultima categoria A Simple Life, che la regista 65enne Ann Hui ha presentato in concorso lo scorso anno a Venezia dove, tra le altre cose, la straordinaria protagonista Deannie Yip ha vinto la prestigiosa Coppa Volpi. Il film racconta il rapporto tra un produttore cinematografico e l’anziana domestica che ha lavorato per la sua famiglia per 60 anni, e che in seguito a un infarto è costretta a trasferirsi in una casa di riposo. Come suggerisce il titolo, A Simple Life è talmente “semplice” da rendere quasi impossibile spiegare cosa lo renda così speciale: un film di inusuale delicatezza e irresistibilmente perbene sul potere degli affetti, che affronta temi universali quanto rischiosi come la vecchiaia e la morte con un piglio sobrio, riflessivo ma sottilmente ironico, pudico ma indiscutibilmente ncommovente, che schiva ogni sentenza morale sul senso della vita lasciando semmai che il messaggio traspaia da tanti piccoli momenti di impalpabile onestà, e che sa rappresentare la dolce l’implacabilità del passare del tempo con una naturalezza narrativa impareggiabile.

Magari non l’avete notato, ma il film è uscito in sala in Italia. Andate a vederlo.

John Carter, Andrew Stanton 2012

John Carter
di Andrew Stanton, 2012

È successo qualcosa di curioso, con l’uscita di John Carter: molti l’avevano già condannato – artisticamente ma soprattutto commercialmente – ben prima che uscisse o semplicemente esistesse; un po’ per la peculiarità di condizioni produttive che l’avevano spinto fino a un budget di (si dice) oltre 200 o 250 milioni di dollari, forse perché l’industria ha bisogno, ogni tanto, di un capro espiatorio da trasformare in esempio per registi o produttori troppo ambiziosi.

L’ambizione di Stanton, tra i registi di punta della Pixar, già responsabile infatti della regia di film come Alla ricerca di Nemo e WALL-E, era in verità piuttosto trasparente: portare sullo schermo una storia letteralmente secolare (e sul tavolo di Hollywood più o meno da quando c’è il sonoro) com’è la “saga di Barsoom” di Edgar Rice Borroughs e renderla appetibile a un pubblico che nel frattempo ha divorato e digerito ogni possibile derivazione, clonazione e mutazione di quel tipo di storia.

Il problema maggiore del film non è però, come temevano, uno sfoggio eccessivo di mezzi votati al caos o, peggio ancora, al vuoto, ma ha a che fare con la sua quasi obbligata struttura: John Carter è un film che parte almeno tre o quattro volte prima di partire sul serio, e la revisione di Michael Chabon non sembra alleggerire affatto una prima parte che stenta a ingranare e interessare. Una volta innescato il meccanismo e messo piede a Barsoom, impostate le regole del gioco, ci si comincia a divertire.

E del resto del film, una sua buona parte, è quasi impossibile dire o pensare male: Stanton racconta la storia del soldato disilluso catapultato suo malgrado su un altro pianeta (dove finirà invischiato in un’altro tipo di guerra) cedendo spesso alle angherie degli stereotipi narrativi – non c’è nulla di male se lo fai con questa franchezza – ma il suo tentativo di trasportarvi anche il pubblico si può dire del tutto riuscito: John Carter è un film di avventure ingenuo e appassionante messo in scena con semplicità ed enorme professionalità.

Se c’è un film che questo John Carter mi ha ricordato è Stargate: al di là di una certa assonanza della colonna sonora di Giacchino e della somiglianza del percorso narrativo di Carter con quello del colonnello interpretato da Kurt Russell, parlo dell’idea di un cinema che sceglie di essere naif e puramente avventuroso senza passare, come accade per esempio molto spesso in Spielberg (dai Predatori a War Horse), dall’operazione-nostalgia o dalla malinconia prettamente cinefila, quasi del tutto assente in questo film.

Stanton, dalla sua, ha fatto tesoro della lezione in Pixar e forse più in generale in Disney: lo si vede nella costruzione delle sequenze più movimentate (quasi sempre eccellenti), nell’accenno palese a tematiche generalmente ecologiste, ma anche nel tratteggio delle figure secondarie, assai meglio scritte della media (in primis la Dejah di Lynn Collins) mentre il “cane” Woola sembra in tutto e per tutto uscito da un film d’animazione – non a caso è una delle trovate migliori del film, nonché il suo unico, irrinunciabile comic relief.

Tutt’altro, dunque, che il disastro che molti avevano annunciato e che alcuni hanno pure confermato, forse per ansia da prestazione – o forse più semplicemente perché non è stato di loro gusto. E se il debutto di Stanton non è all’altezza dei suoi risultati animati, ci rimane una sequenza – quella battaglia furiosa alternata al tragico flashback sulle “origini” di John Carter – in cui si vede tutta, ma proprio tutta la sua bravura: una sequenza temeraria, bellissima, commovente, da applausi a scena aperta.