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Millennium – Uomini che odiano le donne, David Fincher 2011

Millennium – Uomini che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tattoo)
di David Fincher, 2011

Nonostante un adattamento del best seller di Stieg Larsson, peraltro già avvenuto in Svezia pochi mesi prima, potesse sembrare da una certa distanza un’opera di passaggio, non solo minore ma meramente alimentare, in verità Fincher è riuscito ad appropriarsene, a farlo suo per l’ennesima volta: dopotutto, uno dei massimi pregi del regista è sempre stato quello di saper annullare i confini tra il cinema d’autore e quello commerciale, tra il valore artistico e la commissione, e quest’ultimo lavoro non fa eccezione. Quindi, nonostante non sia certo da annoverare tra i suoi lavori più riusciti in senso assoluto (ma il confronto con The Social Network sarebbe schiacciante per chiunque, o quasi) il primo capitolo della “saga americana” di Millennium è davvero un gran bel film: appassionante, violento e implacabile, permette a Fincher di riprendere il suo lavoro sul thriller d’indagine tornando sul percorso Se7en e Zodiac, e di prendersela ancora una volta con molta calma, superando le due ore e mezza di durata (più del già lungo film di Oplev) per concentrare tutte le energie delle prima metà sulla costruzione dei personaggi con un uso magistrale del montaggio parallelo – un procedimento che molti thriller sono costretti a saltare a pié pari per esigenze di minutaggio. Ma al di là della messa in scena di Fincher, come al solito ossessivamente millimetrica e perfetta, e dell’interessante anche se tutt’altro che rivoluzionaria costruzione narrativa che porta al puntuale svelamento del mistero, è inevitabilmente Lisbeth Salander il fulcro del film, il suo cuore pulsante, fino a divenirne quasi la ragion d’essere. E la spettacolare, bellissima, inquietante  Rooney Mara la rende indimenticabile con un procedimento diametralmente opposto a quello del suo regista: annullando la propria personalità nel personaggio con un’autentica mutazione, fisica e probabilmente in parte anche psicologica. La sua è una prova d’attore impressionante che riesce a dare al pur robusto e riuscito film di Fincher un nuovo significato, una disturbata e disperata anima nera.

I visionari titoli di testa del film sono stati creati da Blur Studio. La canzone è una cover di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin reinterpretata da Trent Reznor e Atticus Ross (autori della bellissima colonna sonora) e cantata da Karen O degil Yeah Yeah Yeahs.

My Week with Marilyn, Simon Curtis 2011

My Week with Marilyn
di Simon Curtis, 2011

Era facile intuirlo, ma il film di Simon Curtis (al suo esordio al cinema dopo una lunga carriera televisiva), uscito dopo un’interminabile gestazione, riesce a stare in piedi o forse persino a farsi sopportare quasi esclusivamente grazie all’interpretazione di Marilyn Monroe fatta da un’incredibile Michelle Williams. Non era un’impresa da poco, vestire i panni di una delle più grandi e ingombranti icone del novecento senza cadere nell’imitazione fine a se stessa: lo dimostra la prova, piuttosto forzata e sempre a un passo dalla macchietta, di Kenneth Branagh in quelli di Laurence Olivier. Un compito svolto dall’attrice con una bravura davvero straordinaria, non solo o non tanto per l’impressionante fotocopia di Marilyn in cui è riuscita a trasformarsi, ma per la sua naturalezza e per la sua spontaneità; il resto del film, al contrario, è di un’ordinarietà abbastanza sconfortante: nonostante i tentativi di una regia piatta, senza idee e di una sceneggiatura che sceglie comunque e sempre tutte le strade più facili affidando unicamente al cast (impegnato in una tiepidissima gara di somiglianze) il compito di stupire il pubblico, il film soffre dello stesso comprensibile incanto nei confronti del mito di cui è vittima il personaggio di Colin, e in definitiva racconta l’incontro con una specie di distacco che la trasforma, di nuovo, in una figurina fascinosa ma bidimensionale: un vero spreco. Provoca quindi un fastidio ancora maggiore quella spiccata presunzione del film, forse ereditata dai testi d’origine, di aver trovato una chiave del mistero di Marilyn; meno male che la Williams, tutta da sola in barba alla mediocrità del film, riesce con una punta di ironia a suggerirci che anche quello di Colin, e per estensione del film, è l’ennesimo tentativo fallito di svelare il suo segreto.

Tiny Furniture, Lena Dunham 2010

Tiny Furniture
di Lena Dunham, 2010

“My horrible secret is that I hate foreign films”

Sentiremo sempre più spesso parlare di Lena Dunham: la 25enne newyorkese è infatti l’autrice, regista e interprete di Girls, serie co-prodotta da Judd Apatow che andrà in onda su HBO a partire dal prossimo aprile. Ma la sua carriera è iniziata con questo piccolo e applaudito film presentato nel 2010 al South by Southwest, dove ha vinto il premio come miglior lungometraggio narrativo. Una vera e propria istantanea autobiografica dell’autrice: per confessare lo stallo emotivo e professionale seguito alla fine degli studi all’Oberlin College, la Dunham mette in scena una versione romanzata ma terribilmente sincera della propria vita, usando la madre (che è davvero una nota fotografa a New York) e la sorella nella parte di loro stesse. Le ossessioni e i patemi sono quelli di una generazione viziata che affronta per la prima volta il vuoto che si cela dietro la cultura velleitaria in cui è stata coccolata, ma la Dunham riesce a superare il potenziale più irritante dell’autoreferenzialità da “first world problems” con un umorismo sottile e imbevuto di citazioni, colto e consapevole della propria arguzia ma spesso ugualmente irresistibile, sopperendo ai tratti più snob con una rigida e intransigente autocritica. Quello che colpisce di più è infatti il modo spietato con cui la Dunham guarda e racconta il proprio senso di inadeguatezza, psicologico ma anche fisico, puntandosi addosso la macchina da presa senza troppi pudori – ma anche tutti i personaggi secondari (soprattutto la Charlotte di Jemima Kirke) sono davvero centrati, rappresentati con un misto di affetto, impotenza e cinismo. Leggerissimo e impalpabile, Tiny Forniture è un film che di fatto non va e non vuole andare da nessuna parte, ma se dalla distanza sembra seguire i dettami improvvisati del mumblecore, nasconde in verità una notevole precisione di messa in scena, un’innata predisposizione per i dialoghi e per il disegno dei personaggi. Se ne tenga a distanza chi ha un’idiosincrasia per il cinema americano cosiddetto indie, di cui sembra possedere tutte quante le caratteristiche; tutti gli altri troveranno nell’esordio di Lena Dunham il seme di un gran bel talento, sicuramente da coltivare. In ogni caso, come dicevo, ne sentiremo parlare sempre più spesso.

Negli states il film è uscito in dvd niente meno che nella Criterion Collection. L’edizione britannica (Regione 2) arriva invece il prossimo maggio.

Nelle nostre sale? Non fatemi ridere.

50 e 50, Jonathan Levine 2011

50 e 50 (50/50)
di  Jonathan Levine, 2011

Un tranquillo giornalista radiofonico 27enne scopre di avere una rara e aggressiva forma di cancro alla spina dorsale e di doversi sottoporre alla chemioterapia: il titolo fa riferimento alle possibilità di sopravvivenza che il protagonista legge su Wikipedia dopo la diagnosi. Ma nonostante la premessa sia potenzialmente deprimente, 50/50 riesce in quello che suona davvero come un piccolo miracolo: un film sulla malattia che non risulta stucchevole né patetico, che utilizza senza problemi i cliché narrativi (il rapporto con la madre, l’amicizia con gli altri malati) a suo vantaggio senza venirne mai schiacciato, e che si allontana dalla più facile pornografia del dolore affrontando l’argomento con toni da commedia – che lo avvicinano alla vita più di quanto il cinema abbia abitualmente il coraggio di ammettere. Un film sulla malattia che fa ridere? Indubbiamente, molto. Ma la forza del film di Levine sta soprattutto nella sua umanità, che include la possibilità che le persone di fronte alla malattia si comportino in modo inadeguato, spaventato, immaturo, egoista, e che poi ci sia qualcuno che ce la mette tutta. Gran parte del merito va alla sceneggiatura lieve e davvero commovente (perché si piange, cosa credete) che Will Reiser ha scritto ispirandosi alla sua esperienza personale, ma anche all’ottimo cast. Joseph Gordon-Levitt è bravissimo, misurato, ironico, fragile, e Anna Kendrick è infinitamente adorabile, ma è Seth Rogen a sorprendere davvero: interpreta l’ennesima versione di se stesso (stavolta letteralmente: lui e Reiser sono grandi amici) ma lascia trasparire dietro lo stampino della sua comicità greve un’imprevista, onesta e persino timida profondità.

Nelle sale dal 2 marzo 2012

Like Crazy, Drake Doremus 2011

Like Crazy
di Drake Doremus, 2011

La bella e giovane londinese Anna incontra Jacob a Los Angeles, si innamora perdutamente (e misteriosamente, ndr), passa con lui l’estate violando la scadenza del suo visto; così, dopo il suo ritorno in Inghilterra, le viene impedito l’accesso negli Stati Uniti. I due dovranno decidere se restare insieme nonostante l’obbligata distanza – e soprattutto a quali patti. Lo scopo di Doremus è quello di restituire spontaneità e naturalezza al cinema romantico con le armi più affilate del cinema indipendente: racconta una storia autobiografica, gira a bassissimo budget con una reflex della Canon da duemila dollari, affida gran parte dei dialoghi all’improvvisazione – conquistando, anche in questo modo, i favori della critica e della giuria del Sundance che gli assegna il Gran Premio. Purtroppo dietro i trucchetti esperti del filmmaker c’è poca, pochissima sostanza: nonostante una conclusione che possiede una sua strana, malinconica quanto deprimente coerenza, Like Crazy è un film di una banalità sconcertante, terribilmente noioso (un’impresa arrivare alla fine dei suoi 90 minuti scarsi), a tratti persino irritante nella sua malcelata presunzione, che fallisce già di partenza nel ritratto dei suoi due innamorati, il cui comportamento totalmente sciocco e irresponsabile ha ben poco a che fare con la cecità amorosa (più con il fatto che sono sciocchi e irresponsabili in prima battuta) e con cui è quindi davvero difficile se non impossibile immedesimarsi. E non basta qualche idea già vecchia buttata qua e là (come i time-lapse) per nascondere il fatto che la regia di Doremus sia completamente assente, nel migliore dei casi. Allo stesso modo, per definizione, gli attori sono lasciati a briglia sciolta; Jennifer Lawrence e tutti i personaggi secondari sono solo figurine abbozzate in funzione dei due protagonisti, Anton Yelchin è spaesato, fuori ruolo e sembra quasi sempre che stia provando la sua parte per la prima volta; Felicity Jones, invece, se la cava piuttosto bene: quasi dispiace vederla in questi panni, sostanzialmente sprecata.

La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene), Sean Durkin 2011

La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene)
di  Sean Durkin, 2011

Dopo molti mesi passati in una comune-setta tra le montagne dell’Upstate, la giovane Martha riesce a trovare il coraggio di fuggire e trova rifugio nella casa di villeggiatura della benestante sorella Lucy, con cui aveva troncato ogni rapporto prima di partire. Ma liberarsi dei segni lasciati dagli abusi e dal lavaggio del cervello non sarà affatto semplice.

Presentato lo scorso anno al Sundance, dove ha vinto il premio per la miglior regia, l’esordio dell’ottimo Sean Durkin si muove su opposizioni ben note al cinema indipendente americano, ma da un certo punto in poi sembra ispirarsi (anche visivamente) più alla tensione chirurgica di Haneke, trasformando verso la fine in una sorta di thriller in levare quello che sembrava essere solo un dramma psicologico e violento sulla dissoluzione della società borghese. Il film utilizza la narrazione a flashback in modo costante, preciso e molto intelligente, rivelando soltanto gradualmente – e soltanto quando è necessario per lo svolgimento della trama – ciò che è accaduto a Martha durante il suo soggiorno nella casa; peccato che Durkin finisca per segnare con eccessiva chiarezza i confini e le distanze tra i due mondi, osservando la vita nella setta con un distacco che forse ci impedisce di comprenderne del tutto il fascino nella fragile psiche di Martha. Ma si tratta di un limite ben circoscritto all’interno di un’opera prima intensa e dolente, a tratti spietata e terrificante, con una bella fotografia inquietante e un cast perfetto.

E il merito maggiore del film è stato indubbiamente presentare al mondo la bellissima e sorprendente Elizabeth Olsen: sorella minore di due celebri gemelle della tv, illumina il film con un’interpretazione sofferta e davvero memorabile. Una delle più belle rivelazioni del cinema americano dello scorso anno.

Il film esce nelle sale italiane il 25 maggio 2012.

L’edizione in dvd americana (Regione 1) è uscita in questi giorni.

I Muppet, James Bobin 2011

I Muppet (The Muppets)
James Bobin, 2011

Quale che sia l’origine produttiva del nono lungometraggio dei Muppet, il primo dopo 12 anni, appare evidente che si tratti, in definitiva, di un capriccio di Jason Segel. Scritto proprio dall’attore insieme al sodale Nicholas Stoller, il film è infatti l’occasione per sfoggiare molte delle ossessioni di Segel, prima di tutto quella per il musical (la bellissima Man Or Muppet non poteva che vincere un Oscar, anche se non è l’unica canzone meritevole d’attenzione) ma anche per il suo personale stile recitativo – una sorta di “figlio perbene” della famiglia di Judd Apatow da cui effettivamente proviene. Segel, dal canto suo, sembra divertirsi come un pazzo, e il modo con cui ha seguito la genesi e la promozione del film non è che una conferma della sua travolgente passione per il progetto. Per nostra fortuna, tutto questo entusiasmo si sposa alla perfezione con il mondo dei pupazzi creati da Jim Henson e ancora di più con la coloratissima e impeccabile co-produzione della Disney, che possiede i Muppet Studios dal 2004. La trama del film è il più classico e oliato dei canovacci (per salvare il loro teatro di posa, i Muppet devono “rimettere insieme la banda” e raccogliere una somma di denaro) ma la sua deliberata e quasi ricercata ingenuità è compensata dalla quantità e dalla qualità delle invenzioni visive, narrative, musicali, dalle apparizioni numerosissime e spesso irresistibili (Jim Parsons, Donald Glover, Feist, Dave Grohl) e più in generale da una pulsante necessità, più inusuale e aliena di quanto sembri, di mettere il proprio pubblico a suo agio, di farlo stare bene; magari coccolandolo in una bambagia di nostalgia e zucchero filato ma, permettetemi di dirlo, il fine giustifica i mezzi.

Mee mee mee mee.

War Horse, Steven Spielberg 2011

War Horse
di Steven Spielberg, 2011

Pur nel contesto bellico di uno dei più drammatici spartiacque della storia dell’umanità, quella tra Albert e il cavallo Joey è di fatto una storia d’amore. Un amore travolgente e a prima vista, capace di volare sulle ceneri della fine del mondo saltando di trincea in trincea, di perdersi e ritrovarsi sfidando il caso con la potenza magica del sogno e, perché no, della speranza. In fondo i “buoni sentimenti” che il film veicola e che, come spesso accade nel cinema di Spielberg, possono trarre in inganno se isolati dal contesto, non sono che una reazione davvero violenta e incisiva a una Storia tutt’altro che gentile, sono l’ultimo baluardo che ci permette di rimanere umani. Spielberg racconta l’ennesima storia sulla perdita dell’innocenza – che non torna a casa con i sopravvissuti, no, lei rimane nelle trincee vuote, e nell’accampamento violato tra decine di cavalli sacrificati – rimettendosi ancora una volta allo stupore di fronte alla bellezza del mondo, unica arma contro la corruzione dello spirito. E utilizzando il cavallo e la sua imperitura e testarda grazia, quasi più che come metafora, come perno narrativo di un’epica profondamente e deliberatamente inattuale, di una messa in scena spettacolare e di uno stile fiammeggiante che si rifanno ai classici, tra silhouette stampate su tramonti rosso fuoco e commoventi dolly che aprono lo sguardo su pianure e colline destinate a diventare terra bruciata. Facile storcere il naso di fronte a un’operazione così meravigliosamente anacronistica, ma la verità è che Spielberg qui è davvero all’apice della sua forma: usando la rarità e il coraggio di essere “gentili” come motore pulsante della storia, riesce sempre a regolare i toni di un racconto assolutamente lineare eppure ambizioso e complesso per come moltiplica le storie e i personaggi con una sapienza magistrale (basti pensare a come si alternano l’intensa sequenza della fuga di Joey nella terra di nessuno a quella, così lieve eppure così terribilmente sublime, della sua liberazione da parte dei due soldati nemici) ma sa anche regalare momenti di cinema semplicemente grandissimo, bilanciando con professionalità inattaccabile (coadiuvato dai soliti Williams, Kaminski e Kahn) l’istinto innato alla grandiosità e il pudore di fronte al dolore e alla morte. Ovviamente è necessaria una certa predisposizione: ma del resto, non è necessaria per qualunque film? War Horse , nella sua spudoratezza, nella sua vigorosa e virulenta emozione, è un film sostanzialmente perfetto.

Tyrannosaur, Paddy Considine 2011

Tyrannosaur
di Paddy Considine, 2011

Uno dei più interessanti volti del cinema inglese degli ultimi anni si sposta dietro la macchina da presa ed esordisce alla regia con un film che, come davvero pochi altri in tempi recenti, riesce a mettere a dura prova lo spettatore; l’incipit, in cui il protagonista uccide con un calcio in uno scatto d’ira il suo amato cane, vale quasi come una dichiarazione d’intenti: nel mondo di Tyrannosaur non ci sono semplici scappatoie, tra le strade di un’Inghilterra abbandonata da Dio e dal mondo la redenzione non si vende mai a buon mercato. L’incontro e l’amicizia tra un vedovo alcolizzato con il vizio del gioco e una caritatevole commerciante cristiana è per entrambi una rivelazione che però non fa sconti, illuminando fiocamente la misantropia nichilista e rassegnata del primo ma spalancando allo stesso tempo sotto i piedi della seconda una voragine ancora più profonda e cupa. Il percorso di Joseph e Hannah verso la consapevolezza della propria disperata condizione, e della strada verso la salvezza, è di conseguenza tra i più autenticamente sofferti e che si possano immaginare; Considine reinterpreta con micidiale lucidità i concetti di pietà e giustizia alla luce di una follia che sembra aver divorato la periferia del mondo, e sceglie di raccontare la violenza, psicologica e poi fisica, a tratti quasi indicibile, con un distacco a tratti impressionante, ma che non rende il suo Tyrannosaur meno intenso e umano – anche grazie alla bellissima fotografia di Erik Wilson (lo stesso di Submarine) e soprattutto alla bravura di Peter Mullan e Olivia Colman, davvero fuori dal mondo. Un film spaventosamente bello e doloroso.

Il film è stato presentato al Sundance 2011, dove Considine Mullan e Colman hanno vinto un premio a testa, e ha vinto il BAFTA come miglior debutto britannico dell’anno.

Nel Regno Unito è uscito lo scorso ottobre, in Italia è passato a Roma ma al momento non mi risulta sia prevista un’uscita nelle nostre sale. Il dvd inglese è già in vendita.

In Time, Andrew Niccol 2011

In Time
di Andrew Niccol, 2011

“Don’t waste my time.”

Una delle costanti del cinema di Andrew Niccol in passato, se si esclude il ben differente (e deludente) caso di Lord of War, è stata l’esasperazione di tematiche contemporanee nella forma di rappresentazioni distopiche, più o meno futuristiche: le minacce eugenetiche di Gattaca (tutt’oggi il suo film più bello), la digitalizzazione e/o morte del cinema nel sottovalutato S1m0ne, senza dimenticare la sceneggiatura di un capolavoro come The Truman Show di Peter Weir. In questo suo ultimo film Niccol parte da una brillante idea fantascientifica – compiuti i 25 anni non invecchi più ma devi guadagnarti il resto del tempo, divenuto unica moneta corrente – per rappresentare una sorta di satira delle diseguaglianze economiche che parte appunto dall’ossessione per la conservazione del corpo: perché gli esseri umani non sono tutti 25enni, ma sono anche (quasi) tutti belli o bellissimi. Il problema è che Niccol è bravo a mettere i pezzi al loro posto – e gli si riconosce il merito di essersi ostinato a fare “l’autore” all’interno del genere, almeno fino a questo film – ma decisamente meno a suo agio quando si tratta di mettere in moto la partita. La sceneggiatura compiaciuta ma involuta è senza dubbio l’aspetto più deludente del film (quanti altri giochi di parole sul lemma “time” possono esserci nei dialoghi di un film che si intitola in questo modo?) e né la cura spettacolare dell’apparato visivo, con il grande Roger Deakins alla fotografia, né l’insistenza di Niccol a giocare in modo divertito e inquietante con il paradosso (“queste sono mia suocera, mia moglie e mia figlia”) bastano ad allontanare la sensazione di meccanicità, o meglio ancora di massacrante pigrizia. Più che una partita a scacchi è una pista di macchinine già montata, di cui conosciamo non solo la destinazione ma la forma del tracciato. Delle riflessioni ambiziose sul presente che Niccol nascondeva dietro la sua apparente freddezza analitica qui non è rimasto molto: gli spunti sono assenti oppure, peggio ancora, sbattuti in faccia allo spettatore; per il resto rimane un luccicante e a tratti incantevole involucro vuoto – allo stesso modo in cui gli attori, di folgorante bellezza e fascino, vengono lasciati a sé stessi, a vagare imbambolati sulla scena.

L’arte di vincere (Moneyball), Bennett Miller 2011

L’arte di vincere (Moneyball)
di Bennett Miller, 2011

Il film sul baseball, si sa, vogliono sempre dire un’altra cosa. La vera distinzione è semmai tra i film comprensibili a chiunque passi di lì (il primo esempio che mi viene in mente è L’uomo dei sogni, che infatti è un capolavoro), quelli in cui la comprensione è desiderata ma non necessaria (Bull Durham, per dirne uno) e quelli che chiedono obbligatoriamente un’infarinatura delle regole dello sport*. Estendendo la richiesta ben oltre il formulario del gioco sul campo, Moneyball rientra in quest’ultima categoria, pur se è ben chiaro dove voglia andare a parare e quale sia la metafora di turno. Vantaggioso per la qualità dell’ottima sceneggiatura (a cui Aaron Sorkin ha contribuito, immagino senza metterci granché di suo), uno script intelligente che non vuole certo perder tempo in spiegazioni – perché quella sul baseball è una conoscenza nazionale condivisa, ergo data per scontata – ma un po’ meno per il povero cristo che del manuale del baseball è arrivato a pagina tre, come il sottoscritto. Ciò detto, messi da parte tutti i dialoghi e i passaggi che per colpa di un’eventuale scarsa conoscenza (più che delle regole in sé, intendo del sistema cognitivo e sociale che regola il baseball negli states, quello che Billy Beane è andato a intaccare) non si è riusciti a decifrare, resta una storia di riscatto personale e seconda possibilità tanto ben realizzata quanto prevedibile, diretta da Miller in modo pressoché invisibile quando non piatto, ben congegnata ma in definitiva non proprio stimolante. L’aspetto più interessante di Moneyball sta nel paradosso per cui l’applicazione di una cosa fredda come la matematica fa risaltare l’umanità delle sue parti, ma non si può dire che l’esperimento si rispecchi in modo compiuto nel film; la formidabile performance di Brad Pitt contribuisce a rendere il film più appassionante, ma non a renderlo meno inoffensivo.

*considerazioni iniziali suggerite da un thread su Facebook di UdP, che ringrazio

Mission: Impossible – Protocollo Fantasma, Brad Bird 2011

Mission: Impossible – Protocollo Fantasma (Mission: Impossible – Ghost Protocol)
di Brad Bird, 2011

I film ispirati alla serie tv Mission: Impossible sono stati sempre caratterizzati da un approccio curioso, e piuttosto inusuale per i cosiddetti blockbuster, per il quale a una costante produttiva (Tom Cruise, Paramount) si è accostata una variabile artistica rappresentata dalla “firma forte” dei registi coinvolti: Brian De Palma, John Woo e J.J.Abrams hanno trasferito di volta in volta nei film precedenti la loro poetica in modo molto evidente, ma è stato forse l’incontro tra quest’ultimo e Cruise a segnare un cambio di rotta.

L’arrivo di Brad Bird dietro la macchina da presa, sempre sotto l’egida della Bad Robot di Abrams, riporta infatti l’attenzione sul puro entertainment, allontanandosi da ambizioni autoriali per abbracciare in toto la ricchezza produttiva: in tal senso, Ghost Protocol risulta forse il meno personale dei quattro film, il meno originale, peculiare e riconoscibile; ma d’altra parte è indubbiamente il più onesto, e forse persino il più divertente: non è un caso la scelta di Bird, che in passato ha sfornato due capolavori dell’animazione ma all’interno di una struttura davvero industriale (pur se illuminata) com’è la Pixar. Qui il regista di Gli Incredibili e Ratatouille se ne sta infatti perlopiù schiscio, tirando fuori il cuore soltanto quando non te lo aspetti più – cioè, negli ultimi 5 minuti.

La scelta ha ripagato immediatamente: quasi 600 milioni di dollari incassati su un budget di circa 150 ne hanno fatto il più redditizio della saga. Ma tolta di mezzo la curiosità stilistica, qual è il punto di forza di questo quarto capitolo? Prima di tutto, il cast: certo, Tom Cruise si prende ovviamente il grosso della torta, ma Jeremy Renner è una spalla action perfetta e merita la nomea di co-protagonista; Paula Patton è meno immediatamente irresistibile di una Thandie Newton, ma alla fine porta a casa una prova assai convincente; infine Simon Pegg, promosso in tutti i sensi rispetto al terzo capitolo, è un comic relief che per una volta funziona a dovere, supportato da dialoghi adeguati (i due autori della sceneggiatura, come al solito terribilmente intricata, vengono da AliasHappy Town) che a volte giocano con i cliché della saga e più in generale dell’action spionistico (“Il conto alla rovescia non è d’aiuto”, “La prossima volta il riccone lo seduco io”) ma anche con la consapevolezza del pubblico – nonostante spesso si scelga semplicemente di fidarsi della cara, vecchia, sana sospensione dell’incredulità.

Perché con la giusta dose di ingenuità spettatoriale, sequenze come quella del Burj Khalifa di Dubai o quella nel parcheggio automatico verso la fine del film sono in assoluto le cose più clamorosamente spassose che vi capiterà di vedere questa stagione: roba da saltare sulla sedia e battere i piedini, e senza nemmeno bisogno di mettersi un paio di occhiali. Se invece non state al gioco, si fa presto: nella sala accanto proiettano un altro film. Dopotutto, mica si chiama Missione Plausibile.

A Very Harold & Kumar 3D Christmas, Todd Strauss-Schulson 2011

A Very Harold & Kumar 3D Christmas
di Todd Strauss-Schulson, 2011

Sono passati sette anni dal primo film di Harold & Kumar, tre dal secondo. Nel frattempo, così come John Cho e Kal Penn sono andati avanti con la loro carriera (il primo con Star Trek e Flashfoward, il secondo con House, la Casa Bianca e How I met your mother), anche i due personaggi hanno preso strade diverse; inoltre, il budget è duplicato ed è arrivato il trend del 3D a dare il La a un terzo capitolo. Che fa infatti molta leva sull’effetto: innumerevoli gli oggetti liquidi e solidi lanciati verso il pubblico, e non a caso il primo di essi è un anello di fumo.

Ma al di là di queste gag (che si perdono inevitabilmente nella visione casalinga), la carta vincente di A Very Harold & Kumar 3D Christmas è che si tratta in tutto e per tutto di un “film natalizio” con tanto di intervento di Santa Claus e messaggio edificante – Harold e Kumar erano inseparabili, si sono persi di vista, riscoprono la loro amicizia spinti dallo spirito delle feste – ma i suoi singoli elementi, ovviamente, non potrebbero essere più distanti dal canone del film di Natale, tra cannoni magici, vendicativi gangster ucraini con figlie vergini ninfomani, Patton Oswalt spacciatore vestito da Babbo Natale, e una povera bambina trasformata dalle circostanze in una tossicodipendente. Il gioco, nella buona tradizione della stoner comedy, è sempre lo stesso: portare alle estreme conseguenze le premesse iniziali (un prezioso albero di Natale da sostituire per accontentare Danny Trejo, l’aggressivo suocero di Harold) spingendo senza troppi freni sul tasto del politically incorrect, ma grazie alla bravura e alla simpatia dei due protagonisti (che sono attori veri: per il genere non è una cosa scontata) la “saga” riesce a conservare, pur nella sua deliberata e rovinosa scempiaggine, una sua evanescente ma irresistibile umanità.

Non poteva mancare Neil Patrick Harris nel ruolo di se stesso – o meglio, del NPH alternativo della serie, donnaiolo e drogatissimo: non era morto, si è fatto cacciare dal paradiso da Gesù in persona, e stavolta gioca con il suo recente coming out coinvolgendo persino il suo compagno David Burtka nell’ennesima favolosa auto-parodia.

Il film è uscito negli USA lo scorso novembre, nel Regno Unito a dicembre. A naso, non lo vedremo nelle sale italiane: per dire, “Harold & Kumar Escape from Guantanamo Bay” da noi non è mai uscito, nemmeno in dvd.

The Innkeepers, Ti West 2011

The Innkeepers
di Ti West, 2011

Dopo il formidabile The House of the Devil, con cui un paio di anni prima si è guadagnato (meritevolmente) un buon numero di fan, Ti West conferma il suo talento scrivendo, dirigendo e montando un nuovo horror “d’altri tempi”: questa volta non si tratta di una replica citazionista dello stile del passato, ma si respira ugualmente un’aria piacevolmente retrò, dall’ambientazione in un hotel infestato dai fantasmi al personaggio della sensitiva interpretato da Kelly McGillis. Difficile immaginare due film più distanti (ardito paragone: dal Tobe Hooper di Non aprite quella porta al Tobe Hooper di Poltergeist?) ma la mano è la stessa e si vede: West alleggerisce moltissimo la materia, rinunciando alla violenza e dirigendo i due attori protagonisti quasi come in una commedia (Sara Paxton è perfetta, una bellissima scoperta), ma ancora una volta si diverte come un matto a giocare con le pause e con le attese (di fatto, non facendo succedere quasi nulla per gran parte del film) e a usare come perno anche narrativo della tensione l’audio, i rumori e gli scricchiolii dell’albergo stregato. Una scelta che sembrerebbe quasi in linea con le recenti tendenze finto-amatoriali, se non fosse che West non lascia nulla al caso ed è davvero bravo da paura: nella scelta delle inquadrature, dei movimenti di macchina, nella gestione dell’unità di luogo e tempo, mostra una grazia e una precisione inaspettate. Si perde forse l’impatto del precedente, e forse non accade nulla che non abbiate visto decine di volte in decine di film, ma The Innkeepers non ha nulla da rimproverarsi: è un film di fantasmi piccolo ma impeccabile, divertentissimo ma crudele, in ogni caso una bella spanna sopra la media del cinema horror odierno.

Il film esce in sala negli states con una distribuzione “limited” il prossimo weekend, ma è stato disponibile online on demand già a partire da dicembre 2011.

Non mi risulta sia prevista un’uscita italiana in sala.

La Talpa, Tomas Alfredson 2011

La Talpa (Tinker Tailor Soldier Spy)
di Tomas Alfredson, 2011

Sembra fin troppo facile dire che Tomas Alfredson, al suo esordio in lingua inglese, fresco del successo del meraviglioso Let The Right One In, porta nel cinema britannico la sommessa freddezza del cinema svedese – ma è una banalità non così lontana dal vero: La Talpa è sì un film d’atmosfera, costruito anche su una malinconica magia scenografica di insistito perfezionismo, ma impone al racconto un ritmo e una prospettiva del tutto originale, che restituisce al cinema di spionaggio un passo decadente e grave che sembra davvero appartenere alle corde del regista. Meno cerebrale di quanto possa sembrare e meno intricato di come ve lo raccontano, il film di Alfredson è una spy story inusuale ma a suo modo entusiasmante, in cui la vera differenza è data, in definitiva, dal modo in cui riesce ad aprire squarci sulle singole vite dei suoi personaggi – ciascuno con il suo spazio d’azione, la sua storia necessaria, la sua pulsione, la sua motivazione e – per gli attori – la possibilità di mettere alla prova la propria abilità (in particolare, Benedict Cumberbatch e Tom Hardy sono due splendide conferme). Ma pur essendo popolato da un fenomenale cast di attori inglesi, La Talpa è letteralmente dominato dall’interpretazione gigantesca eppure priva di giogionerie, sempre volutamente sottotono eppure di impressionante, di Gary Oldman: già uno dei ruoli più memorabili della sua carriera.

The Unjust, Ryoo Seung-wan 2010

The Unjust (Bu-dang-geo-rae)
di Ryoo Seung-wan, 2010

La polizia è a caccia di un serial killer di bambini che terrorizza la popolazione coreana, ma dopo che il maggior sospettato viene ucciso per sbaglio durante un inseguimento i piani alti della polizia di Stato (per conto del Presidente in persona) decidono di affidare al durissimo (e non proprio integerrimo) Capitano Choi un compito ingrato, in cambio di una promozione a lungo agognata: dovrà scegliere un altro individuo sospetto, attribuirgli i delitti e arrestarlo, per placare l’opinione pubblica. Per farlo si avvale dell’aiuto di un boss, ma a mettergli i bastoni tra le ruote c’è l’ambizioso (e nemmeno lui proprio integerrimo) procuratore cui viene stato affidato il caso.

Se nei suoi suoi più noti film precedenti si era in qualche modo specializzato sullo scontro fisico (le botte di No Blood No Tears, il super-eroismo con arti marziali di Arahan, la street boxe di Crying Fist, le risse coreografate di The City of Violence), con il suo ultimo film Ryoo Seung-Wan sembra voler iniziare un capitolo del tutto distinto della sua carriera, lasciando quasi del tutto da parte l’azione e le botte (anche se Choi è un judoka spaventoso) con un film più adulto e dai contorni quasi politici: The Unjust è infatti un’opera definitivamente cinica e disillusa, che a partire da meccanismi del noir poliziesco metropolitano, rappresenta un mondo in cui le distinzioni tra buoni e cattivi non hanno quasi più senso, in cui ciascuno fa esclusivamente il suo interesse – con conseguenze letali, non soltanto per i pochi malcapitati che si trovano a difendere gli ultimi residui di onestà, ma per l’intero sistema della giustizia.

La sceneggiatura (di Park Hoon-Jung, lo stesso di I Saw the Devil: è il primo film di Ryoo scritto da qualcun altro) incespica e si avvolge un po’ su se stessa nel raccontare il funzionamento dei rapporti politici e burocratici tra polizia, mondo degli affari e mafia, finendo per impallare spesso il film, che a tratti risulta troppo complicato e persino noioso, ma che si riprende alla grande nel rendere i conti della corruzione e dell’amoralità diffusa. E se l’assenza di un riferimento rende in qualche modo disturbante l’esperienza del film (Ryoo ci prova gusto, utilizzando tra l’altro in modo spregiudicato l’enfatica ed esagerata colonna sonora) l’intervento tardivo del Caso beffardo e una parte finale violentissima e infine (a suo modo) catartica chiudono in modo esemplare la sua nerissima e crudele parabola.

Il film è uscito in patria nell’ottobre 2010, ed è stato presentato l’anno scorso a Berlino nella sezione Panorama, prima di fare un giro di festival tra cui il Far East Film di Udine.

Per il momento il film è disponibile in dvd nell’edizione coreana (Regione 3).

Buddha Mountain, Li Yu 2010

Buddha Mountain (Guan yin shan)
di Li Yu, 2010

Tre spiantati amici per la pelle tirano a campare nella provincia del Sichuan, qualche tempo dopo il terremoto che ha colpito la regione nel 2008: la prima canta in un locale e finisce nei guai dopo aver ferito accidentalmente un cliente; il secondo è simpatico ma in sovrappeso e viene puntualmente vessato e derubato dai coetanei; il terzo fa consegne a domicilio illegali e deve affrontare l’incombente matrimonio del padre vedovo. A causa della demolizione della casa che condividono, trovano alloggio nell’appartamento di una cantante d’Opera di Pechino di mezza età, rimasta sola dopo la morte del figlio in un incidente stradale. Il ritorno alla regia della regista cinese Li Yu dopo l’acclamato e discusso Lost in Beijing, ancora una volta con una piccola produzione indipendente, è un dramma intimo e delicato che riesce a raccontare le sue storie con sensibilità e impagabile leggerezza pur sullo sfondo di un evento che ha cambiato radicalmente la faccia della regione: e se l’impatto si riflette profondamente nelle vicende, Li Yu sceglie di non spiegare troppo a fondo le correlazioni, delegando semmai le immagini a comunicare quei sentimenti che i personaggi non riescono più ad esprimere. Visivamente semplicissimo eppure sorprendente, non sempre travolgente ma a tratti folgorante, Buddha Mountain si avvale della commovente prova della veterana Sylvia Chang, anche se è la bellissima Fan Bingbing (premiata a Tokyo, insieme alla regista) a rubare la scena a tutti: davvero formidabile.

Il film è stato presentato nel corso del 2011 in moltissimi festival in tutto il mondo, tra cui il Far East Film di Udine e l’Asian Film Festival di Reggio Emilia.

Il dvd è disponibile nell’edizione di Hong Kong: purtroppo è Regione 3.

The Yellow Sea, Na Hong-jin 2010

The Yellow Sea (Hwanghae)
di Na Hong-jin, 2010

Ku-Nam è un tassista col vizio del gioco che vive nel Yanbian, prefettura cinese al confine con la Russia in cui vivono moltissimi cittadini di origine o etnia coreana. Indebitatosi per far ottenere un visto per la Corea del Sud alla moglie, sparita poi da diversi mesi senza farsi viva, si vede costretto ad accettare un incarico per conto di un boss locale: dovrà recarsi illegalmente proprio in Corea del Sud per uccidere un uomo. Ma le cose si complicano quando scopre la verità sulla scomparsa della moglie e, soprattutto, di non essere l’unico assoldato per quell’omicidio.

The Chaser è stato uno degli esordi più sorprendenti del cinema coreano recente, e non solo dal punto di vista commerciale. Nella sua opera seconda, Na Hong-jin alza decisamente il tiro: rimettendo in campo gli stessi due attori del primo film (Yun-seok Kim e Ha Jung-woo) ma a ruoli invertiti, mette in scena un altro noir tesissimo e violento, basato non soltanto sul suo ormai noto talento per le fughe a piedi ma su una visione del mondo ancora più cupa e disperata. Che questa volta esplode in una moltiplicazione di personaggi (la lotta per la sopravvivenza di Ku-Nam finisce presto sullo sfondo di una vera e propria guerra tra bande e tra “mondi” enormemente distanti quali sono il Yanbian e la moderna città coreana) e di trame che Na si diverte a mescolare selvaggiamente, confondendo le acque, ribaltando le aspettative fino alla drammatica risoluzione finale.

L’ambizione del film non va del tutto a suo vantaggio: costruito in capitoli ben distinti, The Yellow Sea è un film molto lungo e denso (anche se i 157 minuti originali sono stati saggiamente ridotti ai 140 del director’s cut) che forse non riesce a bilanciare alla perfezione la complessità dell’intreccio con la capacità di tirarne le fila, e così il finale può persino portare lo spettatore a interrogarsi sulla comprensione stessa della trama. Ma sono difetti che passano in secondo piano rispetto alla bravura del regista, che riesce a compensare una certa confusione – ma solo nella seconda metà – con una furia davvero irresistibile, spingendo senza troppi pudori sul pedale sulla violenza (sopra la media locale: i colpi d’ascia non si contano, letteralmente) senza preoccuparsi troppo di stemperarla, finendo per azzeccare qualche sequenza davvero da antologia – il montaggio della fuga in Corea di Ku-Nam, la preparazione dell’omicidio, la sequenza in cui l’incredibile Kim Yun-seok si fa strada tra i nemici massacrando crani con un osso di bue – e, più in generale, uno stile che fa impallidire gran parte dell’action occidentale.

Il film è stato presentato a Cannes 2011 nella sezione Un Certain Regard. L’edizione britannica in dvd esce alla fine di marzo. Sul mercato internazionale viene distribuita la versione “director’s cut”, ovvero la stessa che ho visto io.

Per il momento non mi risulta sia prevista un’uscita italiana in sala.

La pelle che abito, Pedro Almodóvar 2011

La pelle che abito (La piel que habito)
di Pedro Almodóvar, 2011

In linea di massima, ho una conoscenza abbastanza approfondita dei miei gusti (e dei miei pregiudizi), ma nel caso dell’ultimo film di Almodóvar diverse reazioni particolarmente accese (di segno negativo, si intende) mi avevano convinto a tralasciarlo, a rimandarne la visione a tempo indeterminato. Fortunatamente ho deciso di tornare sui passi del mio (positivo) pregiudizio iniziale: La piel que habito è un film acceso e sorprendente, sregolato eppure terribilmente coerente, divertito e altrettanto divertente. Certo, è assai facile da disprezzare: scombinato, fallace (il finale moscio, alcune lungaggini, personaggi secondari abbozzati), esibizionista, e pressoché assurdo – che forse è anche un altro modo per dire passionale, sfrontato, provocatorio e vivo come sono i migliori film del regista. Che qui affronta temi a lui cari intrecciando ossessione amorosa e identità di genere ma filtrandoli attraverso un racconto che mescola il cinema horror d’autore con un melò fuori controllo; Almodóvar usa la splendida Elena Anaya come un’arma e sfida gli spettatori, le loro aspettative e le loro abitudini (soprattutto quelle legate alla narrazione e al transfert del desiderio sessuale) con perfidia e con ironia, con consapevolezza di sé (incluso il proprio stile e la propria filmografia) ma anche con una faccia tosta che può comprensibilmente attirare l’antipatia del pubblico: La piel que habito è un gioco che vive di un suo dettame interno che ha poco a che fare con il raziocinio e col rigore – ha tutto a che fare con la mania, la malattia, il tormento e – va da sé – con il cinema. Abbracciate senza troppe inibizioni le sue istanze, e accettato il fatto che non tutti i film di un regista amato debbano essere per forza intoccabili capolavori, La piel que habito è uno spettacolo follemente appassionante.

Our Idiot Brother, Jesse Peretz 2011

Our Idiot Brother
di Jesse Peretz, 2011

“You’ve got to get up every morning with a smile on your face, and show the world all the love in your heart, then people gonna treat you better: you’re gonna find that you’re beautiful as you feel” (Carole King, Beautiful)

Quello dell’individuo “alieno” che si inserisce all’interno delle rigide dinamiche di una comunità ristretta (spesso e volentieri una famiglia) sottolineandone le ipocrisie e poi facendone esplodere i meccanismi, è un modello oliatissimo e utilizzato assai spesso sia nella commedia che dramma, non solo nel cinema americano. Il film diretto da Jesse Peretz, regista noto soprattutto per i suoi videoclip (come Learn to fly dei Foo Fighters), ha la buona trovata – anche se non originalissima – di sostituire l’esogeno con l’endogeno: l’alieno in questione, interpretato da Paul Rudd, è infatti parte della famiglia ma concepisce la vita in modo totalmente opposto; è un fratello la cui “idiozia” non è patologica e non riguarda solo il suo look, ma piuttosto il rifiuto (parte inconscio e parte ingenuo) di conformarsi alle norme delle relazioni sociali – non a caso finisce puntualmente in galera, così come puntualmente viene scaricato a causa degli effetti disastrosi del suo candore. La sua famiglia, esattamente all’opposto, è infatti composta da tre sorelle con personalità ben distinte, ciascuna con il suo blocco emotivo: Elizabeth Banks è così impegnata nella carriera da non accorgersi di essere innamorata del suo vicino di casa Adam Scott, Emily Mortimer è la moglie succube di un regista di documentari (Steve Coogan) che la tradisce, Zooey Deschanel attraversa qualche indecisione sulla sua sessualità dopo aver tradito la sua fidanzata Rashida Jones con un uomo. Inutile dire quale sia il ruolo di Rudd, né cosa comporterà la sua candida e irruenta presenza nelle loro vite: il film è talmente schematico che si spiega da solo dall’inizio alla fine, la sua forza è altrove, nei dialoghi intelligenti e nelle interpretazioni del ricco cast (bravissimi soprattutto Rudd, la Banks, Coogan, la Jones e Scott) ma anche nell’idea di allontanare per un attimo la commedia dai territori demenziali, riavvicinandola al cuore dei personaggi in modo convincente, e senza risultare (troppo) stucchevole nella risoluzione della sua “lezione”. La voce di Carole King corre in aiuto sul finale, e non poteva esserci scelta più azzeccata: il film è tutto lì.

Il film dovrebbe essere nel listino Videa-Cde e potrebbe uscire (in sala? in dvd?) la prossima primavera, forse con il titolo Quell’idiota di nostro fratello.