Fuori Orario – s(Tat…

Fuori Orario – s(Tati) spaziali del riso – Lesson one


Le vacanze del monsieur Hulot


In principio ci fu Buster Keaton, e Harpo Marx. Alla fine del mondo, Pee-wee Herman, Mr.Bean e Roberto Benigni. In mezzo, c’era questo stralunato distratto allampanato signore francese, Jacques Tati. Grazie a Fuori Orario ho finalmente la possibilità di vedere alcuni dei suoi film più celebri.


Le vacanze, dunque. Visivamente, di una semplice ma innegabile bellezza. Narrativamente, uno snervante disseguirsi di gag lasciate a metà (come una sorta di reati impuniti). La sua è una comicità soffusa e malinconica che non arriva mai al nichilismo, si ferma spesso a un elegante umanesimo. Non distrugge, Tati, piuttosto sottolinea l’assurdità delle convenzioni, dell’appiattimento. Ne sorride, senza disprezzo. E’ buono con tutti, perché è diverso da tutti e può capire ogni cosa, nella sua apparente insipienza. Hulot è portatore di diversità, per come ragiona, per come si distacca dai chiacchiericci borghesi e dai rapporti (di ogni tipo), per la musica che ascolta, assordante e che si distacca dallo snervante leit-motiv. Un vero gioiellino.

Battaglia per la ter…

Battaglia per la terra


Certi film hanno la fortuna di passare alla storia come “il film più brutto della storia del cinema” e diventare così degli oggetti di culto. Come Ed Wood, per intenderci. Altri film hanno la sfortuna di passare alla storia come “il film più brutto della storia del cinema” ed esserlo davvero, almeno approssimativamente, e non meritare nemmeno il fortunato destino del culto cacofilo. La mia speranza era di trovare un nuovo cult movie tutto mio nell’immenso sgabuzzino dei filmacci dimenticati. Come “Vogliamoci troppo bene” di Salvi o “Musica per vecchi animali” di Benni.


Ci ho provato. Ma Battlefield Earth è davvero indifendibile. Bruttissimo, insensato, inutile, insulso, vuoto, esteticamente osceno, scritto malissimo, recitato peggio, ridicolo, e senza un briciolo, nemmeno una briciola, di fascino. Ma che dico di fascino: di cinema. Bleah, e anche beurp.


[unica consolazione: l'ho preso in salaborsa, quindi non ho speso una lira. almeno.]

21 grammi


Premessa (quanto mi piace fare premesse…): questo è un film che ha diviso. I bloggers lo hanno adorato, quasi tutti, o comunque in maggioranza. Basta leggere Film Tv per capire che la critica italiana non è proprio uscita pazza per 21 grammi. Posso dirlo? 21 grammi è un film dignitoso. Non è un capolavoro. Non sarà nella mia top 15 del prossimo anno. Però si lascia vedere abbastanza volentieri. Meno male. Odio buttare via i soldi per un consiglio sbagliato.


Aperto da un volo di uno stormo d’uccelli e chiuso dal cadere delle foglie autunnali, il pregio principale del film è la sua intensità, grazie soprattutto agli attori (soprattutto la mia adorata Naomi Watts, che già in Mulholland Drive aveva dimostrato il suo talento), con una fotografia sgranata (una di quelle cose alla Soderbergh che non posso sopportare e che mi hanno fatto odiare Traffic) ma carica di nebbia e di angoscia, e terribilmente adatta alla storia e al modo in cui viene raccontata. Ma anche, ovviamente, molto confuso. E non è per forza un pregio: la narrazione postmoderna è spesso in realtà molto più razionale di quanto sembri. Inarritu è comunque intelligente nel costruire un dramma rimandando gli indizi come in un thriller, cambiando anche l’approccio dello spettatore al film stesso, ma è veramente troppo sistematico nel condurre la sua crociata dissociativa e segmentata, e in alcuni momenti si ha l’impressione che il suo interesse sia soprattutto dimostrare che il mazzo è mescolato bene, e che non ci sono trucchi.

Freaks


Freaks è come gli snuff-movies: se non esistesse, potrebbe tranquillamente essere una leggenda metropolitana: un film sui freaks girato con veri freaks. E invece esiste, e non è così difficile vederlo. Io ho aspettato molti anni per vederlo, non per timore, ma perché la sua leggenda si è tramandata a noi con dovizia di particolari, e pensavo ci fosse ben poco da scoprire. E invece mi ha sorpreso, mi ha fatto venire i brividi, ha disturbato la mia coscienza. Cercherò di spiegare il perché.


In Freaks c’è un interessante e complessissimo instauramento dell’immedesimazione. La prima metà è approssimativamente comedy, con un numero di siparietti che, però, portano con sé commiserazione, tristezza, senso di abbandono: in poche parole, l’immedesimazione con i vituperati freaks, e la condanna dei comportamenti dei “normali”.


C’è poi la sequenza-spartiacque del matrimonio tra la trapezista e il nano (citata mirabilmente nell’ultimo Bertolucci), dove la commedia si stempera in un senso di angoscia diffuso: non è più così facile, di fronte a questi ”mostri” ballerini e schiamazzanti (“noi l’accettiamo, è una di noi”), distaccare la visuale in una normale morale manicheistica. Ci sentiamo anche noi, volenti o nolenti, minacciati dalla diversità. Lo spettatore è in un punto limbico, un punto liminare, tra la grettezza dei “normali” e una diversità che, comunque, fa paura, e crea disturbo. Questo comporta, o almeno per quanto riguarda la visione che io ho avuto dei meccanismi emozionali del film, dei sensi di colpa.


Il pre-finale è visionario e terrificante. L’immagine finale, una risata perfida e crudele. Tutto sembra sistemarsi e le colpe ricevere il giusto contrappasso. Ma la trapezista ridotta a freak è in realtà tenuta in gabbia per il piacere perverso dello spettatore pagante. Proprio come quei personaggi mostruosi a cui abbiamo imparato in fretta a voler bene, e per cui ci siamo sentiti in colpa. Insomma, nulla è cambiato, e nulla può cambiare. La risata diventa brivido, ritorna a essere orrore.

[parodie]


Visto che siamo in tema di parodie, dopo aver parlato di Casino Royale…


Come qualcuno avrà potuto notare nei commenti, grazie ai quei burloni (ah!) dei miei compagni di università, sono il primo blogger ad avere una parodia ufficiale: giovane cinofilo. Tristarello, vero? Buona lettura. Grazie, Ale. Me ne ricorderò.


[una citazione]


Cito, solo per conservarle nella mia disadattata memoria, alcune righe di un libro che ho appena finito di leggere. Non è il passo più bello dell’opera, ma tange il discorso-cinema, ed è molto divertente.


“Alistair aspettò quasi due mesi e poi spedì altre tre sceneggiature. Una parlava di un sicario bionico che rientra da un pensionamento prematuro quando sua moglie viene ammazzata da un serial killer. La seconda delle tre Gorgoni che s’infiltrano in un’agenzia di servizi di scorta nella New York dei giorni nostri. La terza era un musical heavy metal ambientato nell’isola di Skye. Allegò una busta con francobollo e indirizzo della dimensioni di un piccolo zaino. L’inverno era insolitamente mite.”


“Passaggi di carriera”, in Cattive Acque, Martin Amis, Einaudi

Casino Royale


Ieri sera, necessaria pausa da cose fondamentali come Coppola e De Palma, e mi sono guardato questa cosetta di 37 anni fa. So che c’è gente che adora i film di 007 (vivo con uno di loro). Io non li venero particolarmente, sono degli oggettini simpatici, a volte divertenti, nulla più. Detto questo, che sembra non c’entrare niente, se fossi un amante di 007 mi sarei spanciato (dio, che termine obsoleto) di più.


Casino Royale, per chi non lo sapesse (non che sia famosissimo…), è una parodia di 007, bizzarra nella realizzazione (è diretto a 10 mani, tra cui le due sagge manone di John Huston) e inaudita nel cast, veramente mostruoso. Ed è proprio il team di attori che tiene attaccato lo spettatore fino alla fine: Orson Welles che si prende in giro e fa il buffone, Peter Sellers che si autocita, David Niven che fa il lord balbettante, un divertentissimo Woody Allen fuori luogo. E le apparizioni geniali di George Raft e Jean-Paul Belmondo. Per il resto, è una sciocchezzuola fin troppo lunga (direi interminabile), almeno nella prima parte piuttosto noiosetta, che sfocia in un finale caotico e irrazionale, tra Mel Brooks (ante litteram) e i fratelli Marx. 


Ma è anche molto vintage, molto retrò, molto lounge (sto ironizzando, capiamoci). Ha un potenziale trendy (ancora ironia) che, se qualcuno lo sdoganasse e lo riscoprisse, schianterebbe nel consueto mondo dei cult-movie. Giace invece dimenticato. Sono sicuro che Mike Myers, talentuoso geniaccio che si è scelto un pessimo regista (Roach), l’ha visto e stravisto per i suoi Austin Powers.

Apocalypse Now Redux…

Apocalypse Now Redux
(post bipartito)


Prima parte: Apocalypse Now


Qualche giorno fa ho definito (al di là dei gusti personali, in senso oggettivo) 2001 “il più bel film della storia del cinema”. Credo non riuscirei mai a stilare una classifica del genere, perché si distacca troppo da quelli che sono i contributi soggettivi del cinema. Però in questa classifica inesistente e impossibile c’è una seconda posizione: ed è chiaramente Apocalyspe Now. Cos’altro si può dire? C’è troppa gente al mondo che non l’ha visto, bisogna educare le masse! La devastante portata emozionale, la profondità della morale storica, l’ambiguità fascinosa del buio, una folle ricerca estetica e sperimentale, la fotografia di Storaro (forse la migliore di sempre). E poi l’epos, e il contro-epos. Ricordo che la prima volta che lo vidi pensai all’Inferno dantesco. Erano diversi anni che non mi ci rituffavo, ora che l’ho rivisto (con la maturità acquisita negli anni) sono finalmente certo della tua grandezza.


Mi rendo conto che faccio veramente fatica a parlarne. Comunque, immenso.


Seconda Parte: Redux


La scena delle conigliette è superba, quella dei coloni estremamente interessante (e curiosamente sospesa, quasi onirica: non rompe l’atmosfera del film come fa, volutamente, con il ritmo). Il resto delle aggiunte è meramente accessorio, ma sono comunque spunti interessanti e mai forzati.


Era immenso prima, è immenso ora. Non c’è niente da fare.


Ah, nota sul doppiaggio. Io l’ho visto ovviamente in inglese (come perdersi le voci di Sheen, Hopper e Brando?), ma per curiosità ho provato a sentire il nuovo doppiaggio italiano appositamente rifatto per l’edizione Redux: terribile. Statene alla larga.


The untouchables


“They pull a knife, you pull a gun. He sends one of yours to the hospital, you send on of his to the morgue! That’s the Chicago way!”


Ah, che film! E che nessuno si azzardi più a dire che De Palma è un regista senza cuore! I suoi film sono sequele di pezzi di bravura tecnica inarrivabili (la scena della carrozzella, quella dell’agguato sul ponte, anche se la mia preferita è il piano-sequenza interrotto in cui viene ucciso Wallace), tagline indimenticabili, e personaggi che rimangono nella mente, altroché, nel cuore. Gli Intoccabili è probabilmente il miglior western degli anni ’80 (sì, western, ovviamente). Poi non lo ripeterò mai abbastanza, in lingua originale è un’altra cosa, e soprattutto per due ragioni, l’una l’accento scozzese di Connery, l’altra la straordinaria caratterizzazione di De Niro. Lo so che ho scritto poco, ma è un film che va visto e amato senza riserve. Parlarne non serve.


Una cosa che però voglio aggiungere è una certa somiglianza di Capone con un personaggio a noi ben noto. Non certo un assassino come Capone (si spera) ma… una certa somiglianza fisica… la faccenda delle holding e dell’evasione fiscale… l’impero economico… le amicizie politiche e gli obiettivi politici…


E chiudo qui, perché la politica mi interessa ben poco, e perché la cosa non mi spaventa. Per nulla. Ma riguardando il film, la somiglianza mi ha fatto sorridere.

Il declino dell’impe…

Il declino dell’impero americano

E dopo due post inutili, ecco il clou della giornata.


Tutti si affollano a vedere Les invasions barbares, tutti mi dicono “ma come, non l’hai visto?”. Quanti hanno visto Il declino dell’impero americano? Molti, immagino. Ma non molti della mia generazione. Di sicuro non lo conoscono in molti. O forse sono io a non essere ferrato in cinema canadese. Ma essendo un malato per queste cose, non avrei sopportato di vedere le Invasioni senza aver visto il Declino. Ieri sera, al Lumiere, l’occasione, che fa l’uomo ladro (e che fa i cinema ricchi).


Sono uscito dalla sala realmente incazzato. Esatto, non mi è piaciuto per niente. Posso riconoscerne l’importanza, o almeno la forza e il coraggio, posso contestualizzarlo. Come ho sentito dire da una ragazza all’uscita dal cinema: “pensalo nel 1986…”. La cosa non mi interessa. I film possono non avere una data di scadenza, questa è una certezza. In my humile opinion, questo film è scaduto.


Ma al di là di questa, che è un’opinione molto personale, e al di là dell’intelligenza, dell’arguzia, della profondità di molte delle cose che vengono dette, resta comunque che i personaggi di questo film sono antipatici. Un branco di antipatici e spocchiosi intellettuali che passa il suo tempo a sputtanarsi a vicenda, scoparsi a vicenda, filosofeggiare di ogni stronzata, lieti di essere loro il declino dell’impero occidentale, fieri della loro superiorità intellettuale (inesistente e inutile). Non si possono amare dei personaggi così, sono disgustosi, patetici, e diretti verso un futuro che non è futuro, immersi nella natura irreale del Quebeq come in una sorta di limbo, fingendosi astratti dai problemi e incapaci di aprire gli occhi di fronte alla tristezza che loro stessi hanno creato, che assumono acriticamente e su cui continuano, incessantemente, fastidiosamente, a parlare. “Sono stufa dei piccoli borghesi che non riescono a vedere la realtà” dice Dominique Michel, l’unica a dire qualcosa di vero, l’unica con il coraggio di smontare un muro di falsità che è il loro ultimo muro, prima della disgregazione della loro amata società. Detto così suona anche interessante, almeno sociologicamente. Lo è. Ma è anche molto irritante.


Ora le mie aspettative su Les invasions barbares sono molto diminuite…

Le ragazze della cas…

Le ragazze della casa bianca (Dick)


“You can’t let dick control your life!”


Il film non è molto noto, lo so. Per riassumere, è una sorta di rilettura comedy dello scandalo Watergate, che parte dalla supposizione che l’informatore “Gola Profonda” non fosse altro che una coppia di quindicenni oche e inconsapevoli.


Ah, i teen-movie… Categoria pericolosa (forse inesistente, ma utile). Spesso sono inguardabili. E a noi ne arriva una piccola percentuale, grazie a dio. Però ci sono casi in cui una sceneggiatura con un minimo di illuminazione, uno spirito arguto e magari un tocco di satira (politica o sociale che sia) possono produrre qualcosa di piacevole. E’ il caso di Ragazze a Beverly Hills, per esempio. Ed è il caso di Dick (che è Richard Nixon, ma anche “cazzo”, o peggio “cazzone”, in senso dispregiativo…), commediola leggera leggera che, va ammesso, sbaglia un po’ troppo spesso registro (e ha ragione il Mereghetti, la parodia di Bernstein e Woodward è inspiegabilmente inutile), però azzecca una serie di situazioni e di battute veramente spassosissime, come l’effetto dei biscotti alla Marijuana sul personale della Casa Bianca. Io l’ho visto in inglese, in italiano si perderebbero un sacco di doppi sensi (“I love Dick!”, o “You suck, Dick!”) e mi sono goduto la Williams e la Dunst, che non sono di sicuro due stupide, visto dove sono arrivate nella vita. Ma a fare le oche sono veramente bravissime.

Il principe cerca mo…

Il principe cerca moglie


Visto che ieri ho visto tre film (chiamatemi pazzo) e nessuno si caga mai i miei post precedenti all’ultimo del giorno, vado in ordine di interesse (del film e del post). Questo è sicuramente il meno interessante.


Chi non ha visto questo film alzi la mano. Coming to America è uno di quei film che hanno fatto la fortuna di Fininvest dei tempi d’oro. Lo trasmettevano di continuo, quando Eddy Murphy andava di moda. Io, quando ero un guaglione, adoravo questa robaccia e la conoscevo a memoria. Credo che John Landis sia uno dei primi registi di cui ho divorato sistematicamente la filmografia. Ma ero alle elementari, alle media. Ora mi chiedo: come diavolo faceva a piacermi una simile stronzata? Brutto, brutto brutto. E io odio dire “brutto” di un film, pensate un po’. L’unico motivo per cui l’ho ripreso in mano è che era un dvd, quindi me lo sono visto in lingua originale. Sai che cambiamento: rimane un’oscenità. Mamma mia. Ho i brividi. Quella costosa pacchianata all’inizio… I caratteristi, tutti terribili… Però mi ha ricordato la mia infanzia, i pomeriggi passati a imparare a memoria film come questo, o “La pazza storia del mondo”, ”Il diavolo e Max”, “Il cowboy con il velo da sposa”… Pur non nascondendo lo spirito critico che ci fa ammettere quanto facciano schifo, non bisognerebbe mai rinnegare il proprio passato. Salviamo qualcosa: la comparsata di Samuel Jackson e quella di Ameche e Bellamy. Quanti ricordi…

Tutto può succedere …

Tutto può succedere


Anteprima gratuita al cinema Capitol. Se FilmTv non ci fosse, lo ripeto, bisognerebbe inventarlo. Però, carissima Emanuela Martini-there’s-a-party, la prossima volta, quando organizzi un’anteprima, metti un cartello fuori con scritto che il film è così… posso essere cattivo?


Lillo mi guarda e mi fa: “stucchevole”. Stucchevole, per la Garzanti, è ciò “che infastidisce, che dà nausea, noia, disgusto”. Azzeccatissimo.


Prima di tutto, non fa ridere. Non abbastanza, visti i nomi, viste le faccette, visti gli ammiccamenti, e gli sforzi per rendere divertente una storia un tantino patetica e soprattutto scritta senza il minimo rispetto per i personaggi e soprattutto per il pubblico. Sono troppo cattivo? Sì. Ma la scrittura, il punto di vista femminile che si difende e poi si denigra e poi si autocelebra, è estremamente stucchevole.


Nicholson è grande, ma non basta a fare un film. Keanu post-Zion è sciapo e trasparente, la MacDormand inutilmente sopra le righe. Ma la delusione è Diane Keaton: insopportabile. Altro che Golden Globe. Sono troppo cattivo? Sì. Mi è venuta voglia di rivedere Annie Hall, uno dei più bei film degli anni ’70, e forse della storia del cinema. Lì era davvero una grande attrice, ora è veramente stucchevole.


Basta. Non serve altro. E’ una commedia d’attori e di scrittura (tra l’altro autoriflessiva, visto che la Keaton nel film scrive una commedia che è il film, sai che originalità), non c’è regia né fotografia né altro. Se non funzionano gli attori e la sceneggiatura, tutto risulta davvero troppo stucchevole. Grazie Lillo.

Equilibrium


[mi sono visto il film e poi mi sono ascoltato l'intero commento del regista, Kurt Wimmer. La sua umiltà e il suo amore per il cinema me l'hanno reso molto simpatico]


Brutto mestiere, quello del giovane cinefilo. Perché devo sentirmi in colpa a dire che Equilibrium mi è piaciuto? Data questa premessa, diciamolo: che è rubacchiato, è palese. Equilibrium è un film davvero dignitoso, ma non è Gattaca, non è Farenheit, non è Dark City (mezzo capolavoro da sdoganare in fretta), non è Matrix. E su questo voglio dire una cosa: non è un clone di Matrix. Mi arrabbio ogni volta che lo leggo su internet.


Perché lo difendo così, nonostante sia semplicemente un b-movie con pretese da a-movie? Perché Wimmer, regista e sceneggiatore, ha creduto fino in fondo alla questa sua “parabola Bradburiana”, sia nei temi (esplicitamente trattati e funzionali) sia nell’iconografia, inventadosi un mondo che è sì estremamente risaputo, ma è anche un mondo cinefilo (si può perdonare, la cinefilia non è un furto, altrimenti che ne facciamo di Quentin?). E quando si è ritrovato con il film da fare, con due soldi e poche settimane per farlo, si è detto: sarà il mio ultimo film. E si è sprecato, ha sperimentato, ha fatto tutto quello che lo studio del suo amatissimo cinema gli aveva fatto sognare, un giorno, di fare. Si mette a usare le lenti bifocali come De Palma, si spreca in carrelli, steady, utilizza persino un’idea (quella, molto intelligente, del kata della pistola) che sembra uscita dall’incubo di un liceale drogato di playstation.


E soprattutto ha il coraggio (e non è poco) di non far divorare la storia dall’azione e dai combattimenti, lasciando spazio a momenti melò e allo studio del personaggio (ma solo a Bale, gli altri sono macchiette). C’è un bel po’ di passione, e il ragazzo ha talento da vendere. Nonostante i risultati. Nonostante le riprese del regista della terribile seconda unità sembrino uscite da CSI. Nonostante il finale sia un po’ facilotto e “strizzato”. Pazienza, c’è tempo.

[auguri!]


auguri a me stesso


un mese di blog


1000 contatti (troppi miei)

Chicago


Ho scritto un po’ troppo di Schumacher e del suo Phone Booth, quindi ho perso buona parte dell’ispirazione e della lena per scrivere di Chicago. Un buon punto di partenza potrebbe essere la solita domanda: mi è piaciuto? La risposta è sì. Mi sembra anche ovvio. E’ davvero difficile criticare un film in cui il talento (visivo, fotografico e soprattutto attoriale) esce fuori in modo così ridondante dallo schermo. Insomma, una delizia per gli occhi (e per le orecchie), oltre che un’interessante variazione sul tema realtà/sogno, trasferito sul binomio vita/palcoscenico, rappresentazione del rapporto tra verità e finzione cinematografica. Ciò significa che tutto il film va letto in modo metafilmico? Sinceramente questo livello, se pur esistente, funziona assai meno di quanto funzioni l’alternarsi ritmico e ipnotizzante dei costumi, dei colori, delle musiche, dei corpi danzanti, che ricrea la fantasmagoria che è propria del musical, ma che spesso non riesce a venir fuori.


Certo, che Marshall non sia un super-regista si vede eccome, come in alcune parti un tantino “piattine”: non c’è (perché non vuole esserci, intendiamoci) la geniale destrutturazione di Luhrmann. C’è solo la voglia di raccontare una storia, e di raccontarla come si deve. Insomma, non che la regia sia terribile, ma si tiene comunque su un registro medio (o mediocre), tra un gusto teatrale simpaticamente retrò (mantenendo molti numeri su un palco) e l’ampio sfruttamento delle visioni di scenografi e costumisti. Il mio giudizio è quindi nettamente positivo, ma senza strafare.


Numeri musicali ce n’è in gran quantità, alcuni sono piacevolmente nella media, ma comunque non scendono mai sotto il livello attentivo che causa la noia. Però alcune parti superano maestosamente quel livello. Prima di tutto: la conferenza stampa in cui la Zellweger (bravissima come sempre, ma non che la Zeta-Jones sia da meno) diventa una marionetta nelle mani di Gere è la mia scena preferita, me la sono rivista tre volte. Poi c’è “Mister Cellophane”, in cui John C. Reilly mostra una bravura da brividi. Infine, uno dei primi balletti, quello del “tango delle sei assassine”, è una meraviglia, e possiede una carica erotica e simbolica magistrale.

In linea con l’assas…

In linea con l’assassino


La premessa obbligata è questa: Joel Schumacher è il mio regista (scusate il neologismo infantile) spreferito. Lo detesto. Il perché lo spiegherò nell’ultima parte di questo post.


Quando ho iniziato la visione di questo Phone Booth, con quel prologo presuntuoso e videoclipparo, e con quello schermo postmoderno diviso in parti, ho messo la testa tra le mani e ho detto: “ci risiamo”. Poi mi sono dovuto ricredere, e ammettere che, forse, un po’ di talento Joel ce l’ha (qualcosina di buono c’era in Ragazzi perduti, ma il mio è più un rapporto affettivo che altro). Lo ha tenuto stretto, e lo ha tirato fuori in questo film. Che è infatti, a parte dei tonfi clamorosi nella parte centrale e nel suddetto incipit, un vero gioiellino. La mia stima nei confronti del lavoro del team intorno a Schumacher aumenta con la visione del “making of”: 10 giorni di riprese per questa creaturina. Ragazzi, sono davvero pochi. Soprattutto, visto il risultato. Com’è possibile? Metà del merito va a Colin Farrell, che ha recitato un vero e proprio dramma da camera, con un incredibile talento teatrale (scene girate per minuti senza interruzioni). Poi il concept e lo script (frutto di quel geniaccio di Larry Cohen) è entusiasmante: una vera sfida. Non è eccezionale, non è un capolavoro, però è più che dignitoso, e realizzato con freschezza, soprattutto nella gestione degli attori e delle comparse. Direi che la sfida è stata vinta, quindi.


Ora parliamo di Schumacher. Perché lo detesto? Presto detto. Perché ha rovinato una serie che ho sempre amato moltissimo (Batman), trasformando i due capolavori Burtoniani in due ridicole baracconate indegne del nome di film. Perché è riuscito a trasformare un plot geniale, quello di Un giorno di ordinaria follia, in una schifezza inguardabile. Perché ha preso un film e una tematica dal potenziale cinicamente amorale (8mm) e l’ha fatto diventare uno dei film più moraleggianti (e brutti) degli ultimi anni. Perché ha fatto i due più brutti film giudiziari di ogni tempo: Il cliente e Il momento di uccidere. Credo che basti. Flawless non l’ho nemmeno preso in considerazione, e non credo lo vedrò mai. Grazie a Dio ha fatto Phone Booth e Tigerland (che pare sia molto bello, ma non l’ho visto per le suddette ragioni). Magari si è accorto di aver sbagliato tanto.

Down with love – Abb…

Down with love – Abbasso l’amore


Vado al cinema senza nessuna aspettativa, con la voglia di farmi quattro risate dopo l’imponente esperienza del Ritorno del Re. Guardo il manifesto, abbasso lo sguardo e dico ai miei amici: “che cagata”. Mi sbagliavo.


Premesso che non ci si deve aspettare un saggio di filosofia da un film leggero come una piuma svolazzante, e premesso è quasi automatico che un cinefilo (anche se amateur) gradisca un piattino così riflessivo nei confronti dell’american comedy anni ’60, date queste premesse si può definire tranquillamente un film riuscitissimo. Anzi, un vero spasso.


Una vera e propria “replica”, che con cura certosina mette in campo, più che un periodo cinematografico, un’intera cultura pop: le splendide scenografie, i costumi colorati e kitsch, le musiche perfette e incessanti di Marc Shaiman (che aveva fatto la score Harry ti presento Sally, e si sente). Ewan MacGregor che è un mezzo Sinatra mezzo Rock Hudson. Ma quello che mi ha fatto davvero impazzire (al di là, lo ripeto, dell’infinita leggerezza del progetto) è il riutilizzo degli stilemi: i trasparenti d’epoca che si vedono dietro i finestrini delle macchine, o lo split-screen che si trasforma in una session di phone-sex.


Poi ci sono delle cose davvero geniali: tanto per citarne due, la lunga confessione della Zellweger (bravissima, e terribilmente “nella parte”) su camera fissa senza stacchi, e il finale “favolistico”. Ti lascia una bella sensazione in bocca.

Bloscar – post tauto…

Bloscar - post tautologico


Marquant l’ha buttata lì. Io ci sto. Mi piacciono queste cose inutili. Che poi è una specie di replica del mio post sui Golden Globes.


Miglior film: Il ritorno del re
Regia: Peter Jackson
Attore: Billl Murray (o Johnny Depp, visto che se lo merita e Murray si può accontentare del GG)
Attrice: Naomi Watts (anche se non ho ancora visto “21 grammi”, la adoro, e poi Uma non è nominata)
Attore non protagonista: Tim Robbins (per simpatia, vedi sopra)
Attrice non protagonista: Renée Zellweger (ancora per simpatia, e per Down with Love)
Fotografia: Il ritorno del re (non ci si scappa qui)
Scenografia: La ragazza con l’orecchino di perla (a scatola chiusa, perché ho visto delle foto di scena e le scene sono straordinarie)
Montaggio: qui non mi pronuncio per carenza di info
Sceneggiatura originale: Lost in translation (ma se vince Alla ricerca di Nemo, gioisco lo stesso)
Sceneggiatura non originale: nessuno dei nominati (insomma, non mi pronuncio per mancanza di info)
Film straniero: The twilight samurai (visto che non c’è l’Italia, e poi dev’essere proprio bello… chissà)
Colonna sonora: Big fish (adoro Danny Elfman)
Costumi: L’ultimo samurai (perché al di là della bruttezza del film, i costumi sono belli, ma anche qui vale il discorso su La ragazza con l’orecchino di perla)
Trucco: La maledizione della prima luna
Effetti speciali: Il ritorno del re (ovviamente)
il sonoro, lo ignoro
Film d’animazione: Alla ricerca di Nemo (anche se Appuntamento a Belleville è strabiliante)




















Quell’oscuro oggetto…

Quell’oscuro oggetto del desiderio


Questo post l’avrei dovuto scrivere qualche giorno fa, dopo aver visto (finalmente) questo (ennesimo) capolavoro di Bunuel. Perché? Subito spiegato: la mia memoria non funziona molto bene ultimamente (vedi esame) e tendo a dimenticare tutto. E’ anche per questo che ho creato questo blog, ed è il motivo per cui si chiama “Memorie”. La mia amica psichiatra mi ha consigliato di prendermi una vacanza (“dai miei problemi”, aggiungerei io, citando “Tutte le manie di Bob” con Bill Murray). E invece io mi curo con il cinema, come ho sempre curato nevrosi e depressioni fin da quando ero un piccolo guaglione. Fine della parentesi personale, direi.


La cosa straordinaria dell’ultimo Bunuel (“Fascino discreto della borghesia” e “Fantasma della libertà” inclusi) è la sua inventiva, la sua capacità di inserire in un testo lineare (seppur all’interno di un flashback) inserti surrealisti (e non semplicemente surreali) che non se ne stanno lì a fare bella figura isolati da quella che è la dimensione narrativa, ma la permeano e la invadono: lo stesso personaggio ha due volti diversi, senza spiegazione o giustificazione apparente, e molti più di due . Tolta la questione più “seria”, quella dell’approccio crudele e vendicativo nei confronti degli atti linguistici, e soprattutto nei confronti della tanto vituperata bourgeoisie (mi ha detto babelsifh che si scrive così), è un film incredibilmente (ma davvero) divertente.

2001: odissea nello …

2001: odissea nello spazio


Ma secondo voi adesso io scrivo un post su 2001? Sì. Purtroppo ieri sera l’hanno fatto in televisione, e io non so proprio resistere. Non ce l’ho fatta. L’ho guardato. Tutto.


Nessun giudizio di valore: 2001 è a mio avviso il più bel film della storia del cinema. Le preferenze personali non contano, perché non è il mio preferito (e quello non lo dico). Su questo non discuto nemmeno.


Il post finisce qui. Il bello di 2001 è l’inconoscibile, l’ignoto, il nero bidimensionale del più bel controcampo della storia, e il vorticoso ballo di ossa e astronavi della più bella ellisse della storia. Fine.