Giappone

1/2 mensch
di Sogo Ishii, 1986

Una discarica di tonnellate di metallo non-più-urlante lasciato là e abbandonato, rifiuto vomitato dalla nostra civiltà. All’improvviso una goccia di sangue scende dalle lamiere, cadendo a terra. Con questa immagine si apre 1/2 mensch, formidabile "documentario" sugli Einstürzende Neubauten, girato dal futuro regista di Electric dragon 80.000v e Gojoe, in occasione del tour nipponico del gruppo berlinese. Ed è un immagine che coglie subito e alla perfezione, oltre che l’anima che muove un simile progetto – l’interesse di Ishii, simile a quello di Tsukamoto, per la civiltà industriale – anche l’anima stessa della band tedesca: ridare sangue, pulsazioni, vita, all’inorganico e all’immateriale.

Più cinetrip che backstage, più videoart che videoclip. E poi, gli Einstürzende Neubauten. Da possedere, ad ogni costo.
 
Ora, io certe cose, si sa, le mastico poco, e quindi, detta la mia, ho invitato un gradito ospite: Gas, brillante semiologo, appassionato musicologo, e illuminante scrittore.
Insomma, per una volta, passo il testimone.




Tra due e trecento parole i due amanti si lasciano a porconi; x esce sbattendo la porta, volutamente. Il riflesso percussivo dello stipite obnubila la funzione di chiusura. È rumore, ben più significativo di un’onomatopea. Il linguaggio arranca quando ci si vuole avvicinare: il rumore è sempre più forte; se fossi uno di quelli che usano espressioni del tipo “eterno femminino” (d’ora in poi: EF), direi che va drit… ma non uso certe espressioni punto stimolanti per voi freak.
La violenza, dal canto suo (y), va ponderata: senza il calcolo, potrebbe rischiare di non fare del male davvero. Sarebbe uno spreco di intelligenza.
I dati del problema: (i) le operazioni; (ii) quel che può capitare a tiro in una società industriale, dal trapano alla forbicina per i peli del naso al martello pneumatico ai musicisti; (iii) nella musica industriale ogni pre-testo oggettifero (ogni oggetto che capita di vedere in un cantiere o in una fabbrica dismessa) diventa testo; (iv) nella musica industriale i musicisti vanno annoverati – termine ad uso dei servizi di sport – tra gli strumenti, e se non lo fanno – cioè se non diventano violenza ponderata – che vadano a suonare rockabilly – e non facciano finta di essere manco mezzi uomini né caporali.
Questo audiovisivo cerca e trova un piano di traduzione – unico corteggiamento possibile – tra se stesso, il cinema e la musica. Visto col jeune-cinefilo che sbava è poi un’autentica soddisfazione (espressione EF). Abbiamo sbavato insieme. Il corteggiamento è riuscito.
(La porta andrà su di un palco giappo-cino a fare del rumore, legalizzata dalla società industriale a scassarsi.)

Tetsuo
di Shinya Tsukamoto, 1988

Il primo lungometraggio di Tsukamoto, e probabilmente il suo capolavoro: un delirante miscuglio di musica industrial, perversioni feticiste, visioni urbane distorte, poetica cyberpunk. Un trattato insuperato sulla civiltà postindustriale, sulla morte della carne e sul trionfo della disorganicità.

La città elettrica si avvolge intorno all’uomo soffocandolo e, attraverso l’epifania di un ubermensch duale con talloni di scappamento e un enorme pene a trivella, prepara l’avvento di una nuova apocalisse di metallo e sangue.

Ci vuole fegato, stomaco, resistenza allo shock e volontà ferrea, ma Tetsuo è uno dei film più decisivi e importanti degli ultimi vent’anni.

Le avventure del ragazzo del palo elettrico (Denchu Kozo no boken)
di Shinya Tsukamoto, 1987

Un ragazzino, deriso da tutti per via del palo elettrico che gli spunta dalla schiena, viene risucchiato nel tempo fino ad un futuro terrificante dominato dalla setta di vampiri Shinsengumi, dove una solitaria ex-professoressa che vive immersa nei propri ricordi (con un album fotografico sempre legato sulla testa) gli chiederà in nome di un’oscura profezia di diventare un eroe e di salvare il pianeta.

Da una bizzarra storia manga-cyberpunk-postatomica con non pochi riferimenti alla storia giapponese recente e non (gli Shinsengumi erano i samurai-poliziotti che difendevano Kyoto nella seconda metà dell’800), mescolando racconto popolare, horror estremo e audaci sperimentazioni visive, Tsukamoto Shinya, in 45 minuti "poverissimi" ma di immensa creatività visiva e narrativa (con paradossi spaziotemporali che si mangiano Terminator a merenda), fa le prove ufficiali per Tetsuo: lo stop-motion assunto a forma d’arte, i corpi che si muovono nello spazio, i corpi stessi che si fondono alle macchine, i fili elettrici e la carne che diventano una cosa sola.

Le radici di un genio, già ben visibili fuori dal terreno: assolutamente imperdibile.

Approfitto per linkare la scheda di enrico ghezzi, quantomai ghezziana, del bel cofanetto Rarovideo all’interno del quale è contenuto Denchu Kozo no boken.

[amore a seconda vista]

Il post … e il "relativo" ripensamento

Kiki – Consegne a domicilio (Kiki’s delivery service) (Majo no takkyûbin)
di Hayao Miyazaki, 1989



Dunque, come tutti sanno e come si è già avuta l’occasione di dire da queste parti, l’orientofilia di Marco Muller ha dato un gustoso frutto: e così il prossimo venerdì 9 settembre a Venezia uno dei più grandi registi viventi (in senso assoluto, che diavolo) riceverà il Leone d’oro per la sua carriera, costellata di tantissimi capolavori. Era tempo per me di vedere Kiki, uno dei suoi primi lungometraggi, e uno dei più visti, perché curiosamente distribuito worldwide dalla Disney, ma anche uno dei meno amati dai seguagi di Miyazaki.



Ma solo in senso relativo: la storia della piccola maga che va via di casa per svolgere il suo tirocinio di un anno, e impara il valore del lavoro, del sacrificio e dell’amicizia, metafora dell’adolescenza e del passaggio all’età adulta sullo sfondo del contrasto tra l’intimità della provincia e il caos della grande città, è appassionante e universale, non teme il confronto con i modelli, e regala molte emozioni, e almeno una sequenza da brividi e lacrime: quella finale in cui Kiki recupera i poteri e salva il suo amichetto dalla morte.



L’edizione dvd italiana è ottima, con centinaia di splendidi storyboard, ma per quanto il doppiaggio sia ben fatto aggiunge frasi "simpatiche" e da "grillo parlante" in bocca a Jiji, l’adorabile gatto parlante di Kiki, e copre alcuni dei tipici silenzi del maestro con un audio spesso posticcio. Meglio in giapponese, come al solito.



Il post, che si apre con una buona novella, si chiude purtroppo con una pessima, una scoperta fatta per caso ricercando il titolo originale su imdb. In poche parole, anche Miyazaki è stato colpito dalla febbre del nipporemake, e presto (nel 2006) ci toccherà sopportare il rifacimento statunitense e "live action" di questo film. Che dio ce la mandi buona.

Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro)
di Hayao Miyazaki, 1988



In attesa di vedere (probabilmente attraverso uno schermo, purtroppo) il Leone d’Oro alla Carriera nelle mani del più grande animatore vivente, recupero un paio di suoi film la cui visione ho per tanto (troppo, direi) tempo rimandato.



Due bambine vanno a vivere vicino ad una foresta, accompagnate da una saggia vecchina e da un padre con la testa fra le nuvole. Più un fratello che un vero genitore: fa il bagno e gioca con le figlie, ma in realtà sono loro a badare a lui, mentre la mamma è in ospedale in un paese vicino. My neighbour Totoro, quarto lungometraggio di Miyazaki, è un’opera magica e commovente che, come al solito, pur essendo "ad altezza bambino" e di fruizione praticamente universale (anche perché basato su linguaggi non verbali), non è affatto infantile né stupido, né considera tali gli spettatori.



E’ anzi un canto di pace dell’uomo con la natura che ribadisce la superiorità dell’innocenza dello sguardo del fanciullo, capace di scorgere la vita che pulsa nella natura, in cui la poetica di Miyazaki emerge più lontano del solito dalla cattiveria dell’uomo civilizzato, e anche da meccanismi narrativi classici: per gran parte del film non "succede" nulla, e i personaggi sono "protetti" da una natura amica e rasserenata. E Totoro, personaggio buffo e bizzarro che "è" la foresta, aiuta a superare la paura della morte con la forza della fantasia. Con la forza di un albero che cresce sotto gli occhi attoniti e sognanti delle due bimbe. Con la forza di un volo aggrappati alla pancia di Totoro.



I due rispettivi (e silenziosi) incontri delle due protagoniste con Totoro sono pura e vibrante poesia, da antologia del cinema tout court.

[the returner]



Pur con un ritmo probabilmente decelerato almeno fino a settembre, e in attesa di un post arretrato e procrastinato all’infinito (si tratta dell’ultimo bellissimo film di Romero), il blog riapre.



E mentre il v.u.b. scopriva che a Narnia gli animali parlano solo se li sai sentire, che Via del Campo fa davvero piangere e non se n’era mai accorto, che sui giovani d’oggi forse aveva ragione Manuel Agnelli, e che la Sicilia da lui esplorata in fretta ma con passione è forse il paradiso terrestre (o meglio), nei cinema sono usciti due film di cui da queste parti si è già parlato. E se n’era parlato bene.



Il primo è Breaking News, è uscito il 5 Agosto, ed è il primo film di Johnnie To ad essere distribuito in Italia. Ovviamente se lo trovate ancora in giro, lo consiglio più che vivamente, un po’ perché vale la pena di scoprire (finalmente anche noi) l’Autore hongkonghese che è tra gli ultimi pochi baluardi di un cinema mitico che forse non c’è più, un po’ perché questo è, tra i suoi lavori recenti, uno dei più riusciti. Attendendo Election, che uscirà in Autunno. fate un salto al multisala: non dovrete nemmeno spegnere il cervello come al solito.



Il post, qui




Il secondo film, uscito ieri 12 Agosto con un inspiegabile mese d’anticipo rispetto a quanto preannunciato, e con un lancio peggio che suicida (praticamente inesistente, senza contare la ridicola data d’uscita) è la Guida galattica per autostoppisti, attesissima riduzione cinematografica ad opera di Garth Jennings del primo capitolo dell’omonima saga letteraria del compianto Douglas Adams, visto in anteprima al primo Biografilm Festival di Bologna. E se i libri di Adams sono insuperabili, il film possiede una inaspettata e apprezzabile coerenza con il testo d’origine ed è comunque un vero spasso, con alcune trovate (soprattutto di adattamento) davvero geniali. Provare per credere. Su, andate al cinema: almeno fa fresco.



Il post, qui



Il 5 Agosto, oltre a Breaking News, la tremenda spinta orientofila ferragostina ha fatto uscire pure (chissà dove) Silver Hawk (di cui in giro si legge peste e corna) e il giapponese Returner di Takashi Yamazaki, visto lo scorso Gennaio al Future Film Festival di Bologna. Oltre ad essere proprio brutto, il film è stato pure trattato in sede di montaggio come il fondo di barile che è. Se volete andate pure, ma poi non dite che non vi avevo avvertito.


Il post, qui.

Survive style 5+, Gen Sekiguchi 2004

Survive style 5+
di Gen Sekiguchi, 2004

Opera prima di un regista pubblicitario, è una specie di “manuale di sopravvivenza” formato da cinque storie che si incrociano attraverso le leggi del caso come nella migliore tradizione delle narrazioni multiple. E lo fa con uno stile acceso, bizzarro e splendidamente fotografato, una bellissima colonna sonora techno-pop-rock, un discreto talento nel raccontare le storie e ottimo nell’affastellarle.

Non tutto è al suo posto, perché c’è dell’incoerenza e dell’instabilità, alcune parti sono più trascurate di altre, il ritmo ha cali non sempre (ma a volte) voluti, le guest star – Sonny Chiba e Vinnie Jones – a volte (ma non sempre) sembrano fuori posto. Eppure poco cambia, perché Survive style 5+ è un film palesemente riuscitissimo, per cui le stesse critiche sembrano forzature.

Ed è lontano dall’essere una cosetta scema per farsi due risate sceme: Sekiguchi e lo sceneggiatore Taku Tada hanno saputo creare con intelligenza dei personaggi e forgiare intorno a loro un intero mondo. Un universo colorato e saturo dove si può tornare dalla morte, sfidare la morte, volare in cielo sulle note dei Cake. E tutto questo per dimostrare il proprio amore, o semplicemente per sopravvivere. Oppure, con le parole del killer britannico Vinnie Jones, per trovare “what is your function in life”.

La cosa migliore in ogni caso, al di là delle pubblicità immaginarie (con qualche debito pythoniano: ma è chiaro che Sekiguchi conosce la materia che satireggia), è tutta la parte con Tadanobu Asano, forse la più lunga e di certo la più curata, in cui il nostro è tormentato da una (bellissima) moglie che non ne vuole sapere di morire, tra pugni volanti e immensi banchetti, calcioni volanti e sottile malinconia, gustose reiterazioni e tanti cucchiaini di caffè. E un finale che, ricomponendo i pezzi del caotico puzzle, lascia davvero senza respiro.

Andrea, Filmacco, Ichi, Infamous, Lovehkfilm, Twitch.

The bottled fools (Gusha no bindume)

di Hiroki Yamaguchi, 2004

Conosciuto anche con il nome di Hellevator, The bottled fools è, sul modello di Cube, un horror claustrofobico e pessimista, con i personaggi rinchiusi in un ascensore per gran parte del film, ambientato in una società (del futuro? le risposte nel bellissimo finale troncato) che si sviluppa in verticale su qualche decina di piani. La protagonista, tanto per rimanere in casa manga, è una ragazzina in divisa con strani poteri telepatici e qualche shock familiar-omicida.

Palese, ma non del tutto interessata, metafora e satira della società giapponese, virata però in un intenso (e digitale, ben gestito) rosso sangue, il film, che si vorrebbe disturbante e caustico, è però abbastanza sterile, soprattutto nelle sue implicazioni ideologiche. Anche se è innegabile un certo talento cult-trash, e un fascino perverso, soprattutto quando ci si dà dentro con botte, fiotti di sangue e budella sparse sul pavimento.

Comunque una delusione, e abbastanza noiosetto. Evitabile, ma qualcosa, sotto sotto, c’è.

Versus
di Ryuhei Kitamura, 2000



Yakuza, evasi, poliziotti, tanti zombie e qualche samurai, arti marziali e qualche sparatoria, indesiderate resurrezioni e la ricerca dell’immortalità: un’invalutabile sciocchezza concepita da un trentenne con il cervello di un dodicenne strafatto di VG e di cinema horror? Oppure un geniale frullato culturale, apoteosi del pastiche postmoderno, intelligente schiaffo culturale travestito da corsa frenetica e sanguinolenta?



Le uniche cose certe sono tre: la prima è che sotto certi aspetti (produttivi e linguistici) il film arriva con almeno 13 anni di ritardo. La seconda è che l’allora esordiente (nel lungometraggio) Kitamura, nonostante il budget all’osso e il senso diffuso di pulp-scampagnata tra amici pirla, con la mdp se la cava più che bene, soprattutto nei combattimenti iper-gore. Anche se narrativamente è pura anarchia. La terza è che sotto il divertito e ricercato trash citazionista si nasconde un’evidente consapevolezza, ma decisamente più innocua (e purtroppo meno ironica) di quanto si possa pensare.



Però, va ammesso, la palese (o palesata) idiozia di Versus non dà un attimo di tregua.

[remainders]



Esce oggi nelle sale italiane Samaria del regista coreano Kim Ki-duk, con il (corretto) titolo italiano di La Samaritana. Se l’avete già visto sicuramente lo amate o poco meno, e non potrete perdervi l’occasione di vederlo in sala, sperando in una buona (e integra, visto il tema) edizione italiana. Se siete fan di Kim ma non l’avete visto, non perdertevelo per nulla al mondo. Se invece di Kim avete visto solo Ferro 3, beh, sappiate che Samaria è a quei (altissimi) livelli, e forse anche un briciolo più bello.



Insomma, un capolavoro. Siamo lieti di accoglierlo tra le nostre braccia e ancora una volta nei nostri cuori.



Il mio post su Samaria è qui.



Oggi esce nelle sale anche My summer of love, di cui si è parlato qualche giorno fa: lasciate pure perdere.



Infine, anche se non uso parlare mai della programmazione televisiva, oggi faccio un’eccezione.



Stanotte dalle 1.35 (circa) su Raitre, all’interno di Fuori Orario, verrà trasmesso Bright Future di Kiyoshi Kurosawa. Se non vado errato, è il primo film del bravissimo regista giapponese ad esser visto in italia, festival esclusi. Malgrado l’ora tarda, è un’ocassione più unica che rara per avvicinarsi al suo cinema meditativo e affascinante.



Il mio post su Bright future è qui.

The taste of tea (Cha no aji)

di Katsuhito Ishii, 2004

Una bambina tormentata da un "sè gigante", il fratello innamorato timido e sognatore, una madre animatrice come il nonno sempre "accordato", uno zio mixerista malinconico, un padre ipnotizzatore taumaturgo. E poi, uno yakuza con un talento sprecato per il baseball, un solitario e fluido ballerino sulle rive di un fiume, una disegnatrice adultera e vendicativa, Anna Tsuchiya e Tadanobu Asano, e molto altro.

Descritto così sembra un anime tenero e folle, o uno come tanti altri. E invece Ishii, che di anime ne sa qualcosa, confeziona un lento e avvolgente elogio dell’infanzia, raccontando con sapiente leggerezza le vicende di una famiglia cresciuta e istruita nella fantasia (la creazione del cartoon come marchio di famiglia, l’uso terapeutico e allucinatorio dell’ipnosi), la loro conseguente impossibilità di crescere (e di morire?), e i loro fantasmi digitali, geniali e mai troppo minacciosi.

Un po’ troppo programmaticamente diluito, ma sono due ore e mezza a cui ci si abbandona volentieri: The taste of tea è un bellissimo film, commovente, dolcissimo e divertente. In una parola, magico.

Presentato alla Quinzaine de Realisateurs di Cannes 2004, nell’ultimo anno il film ha raccolto premi un po’ ovunque. E ovviamente, non è prevista alcuna uscita italiana.

[remainder]

Esce oggi nelle sale italiane Steamboy di Katsuhiro Otomo (regista di Akira), il film di chiusura di Venezia 2004.

E’ bellissimo, davvero bellissimo. Andate a vederlo, assolutamente.

[…anche se pare (via Gokachu) che la versione italiana sia 22 minuti (!) più corta di quella originale…]

Ah, ecco il mio post. E buona visione.

Bright future (Akarui mirai)
di Kiyoshi Kurosawa, 2003


Girato in un digitale livido e illuminato, Bright future è l’ennesimo tassello della riflessione sulla contemporaneità dello straordinario regista nipponico. Ancora la società e l’individuo: da una parte, una desolazione (sociale, lavorativa, umana) sotto cui scorre la sottilissima speranza: un abbraccio, un sacrificio, un piccolo gesto anarchico. Dall’altra parte, una novella dai tratti fantastici e favolistici sulla crescita e sui legami, sulla dipendenza e sull’adattamento (di Yûji come della medusa), sulla perdita e riscoperta della figura paterna.



Contro ogni immaginabile ruffianeria nei confronti del pubblico, con la solita "bellissima lentezza" (ma usando l’interruzione del climax come marca linguistica costante), Kurosawa costruisce la sua parabola morale (e ancor più spiccatamente sociale del solito) da simboli più che da didascalie, permettendo una stupefacente immersione inconscia (perché il film conquista in punta di piedi, senza che ce ne avvediamo) e un’interpretabilità estrema che fa il paio con una cristallina chiarezza d’intenti.



Non ho grande simpatia per il digitale, e mi manca forse la ricercatezza formale di altre opere del regista: tutto è apparentemente più grezzo, lasciato solo alla forza dei protagonisti (immensi il solito Asano Tadanobu e Fuji Tatsuya) e alle reiterazioni e alle distanze/divisioni da colmare: gli split-screen in auto, la prigione. Ma apparentemente, perché il film è con evidenza studiato fino al dettaglio (soprattutto in post-produzione) e riesce a proporre immagini di grande bellezza, come quella magica e incredibile delle meduse che vanno a disperdersi nel mare, fuggendo dalla città.



Efficacissimo il lungo piano-sequenza finale (con scoprimento del set), che segue i passi del vero "futuro luminoso" del giappone, anch’esso forse inconscio e racchiuso in un simbolo, ma un simbolo che è Storia e che si imprime sul cuore. Speranza.



Links: Murdamoviez, neo(N)eiga, Cinemavvenire, Locandina francese.

Donne allo specchio (Women in the mirror) (Kagami no onnatachi)

di Kiju Yoshida, 2002

Yoshida, maestro riconosciuto della new wave nipponica degli anni ’60*, è cresciuto accanto a Ozu*, e si vede: nel suo film amaro e crepuscolare c’è quella stessa ricerca degli ambienti interni, quello stesso interesse nei rapporti tra la Storia recente del Giappone e i legami familiari, lo stesso senso di sospensione inquieta**.

Ma il settantenne regista giapponese non possiede (o non possiede più?) l’innata levità per cui è noto il cinema da camera di Ozu, e così il ritratto di tre generazioni "spezzate" dall’orrore della guerra (e della bomba) rimane coperto sotto a quello che è, purtroppo e con nostra grande delusione, un mattone terrificante. Sprecata quindi la splendida prova di Mariko Okada, moglie di Yoshida* e attrice di Ozu, e perduta l’occasione di confrontare generazioni attoriali, visto che il modello della Okada viene riproposto (forse per ossessione, forse per reverenza) anche dalle altre due bravissime attrici.

Insomma, l’ambiziosa ma fragile metonimia che regge il film (tutta al femminile, e non a caso) si perde dietro a una ricerca formale chiusa e soffocante e a una fastidiosissima colonna sonora, davvero di rara antipatia. Qualche bella sequenza, il riconoscimento struggente e una mano posata sull’altra, una panchina dove i segreti vengono a galla come aborti di una Storia paradossalmente da dimenticare, non basta a risollevare il film.

Basterebbe il fatto, per chi scrive inaccettabile, che ogni metafora e ogni simbolismo, per quanto già di suo abbastanza chiaro (lo specchio rotto, il tramonto rosso, eccetera) venga esplicitato dai personaggi stessi e sbattuto in faccia allo spettatore.

Forse è stato un peccato fuggire dal dibattito con Yoshida e la Okada che seguiva la proiezione. Imperdonabile. Ma la fame superava di gran lunga l’interesse.

NOTE

*dati a me ignoti prima della stesura di questo post.

** a scanso di equivoci: ve lo dice uno che di Ozu, vagonate di frammenti a parte, ne ha visti
solo due. Ma il raffronto è di un’evidenza inevitabile.

[amore a seconda vista]

Il post, qui.

[FEFF2005]

Ichigo.chips (Ichigo no kakera)


di Shun Nakahara e Takahashi Tsutomu, 2005

Ichigo.chips è un film sul senso di colpa, una storia di fantasmi interiori che si dipana con lentezza attraverso il racconto della crisi creativa e umana di una scrittrice di manga.

Dopo avermi annoiato per una buona metà (ma affascinato per la trovata del sogno comatoso), alla fine mi sono reso conto che Ichigo.chips mi era piaciuto. E’ irrisolto, inspiegabilmente lento, e formalmente troppo sotto la media delle produzioni d’autore nipponiche (tanto che viene da chiedersi il perché di alcune sciatterie), ma ha esercitato a posteriori su di me un’emozione che si è quasi trasformata in commozione. E mi sono accorto raccontandolo a non so chi, che la trama, (durante il film insulsa), è invece profonda, intensa e umana.

Forse è merito dei picchi ironici sparsi nel tono tragico (come il gag dei kleenex), più probabilmente del bellissimo finale (uno sguardo di rinuncia, la consapevolezza dell’inanimità del sogno), e di una canzone (sui titoli di coda) che ti si attacca addosso come la colla.

[FEFF2005]

Kamikaze girls (Shimotsuma monogatari)


di Tetsuya Nakashima, 2004

Il film di Nakashima è dalle parti di Cutie Honey, per il modo in cui gioca con i linguaggi del cinema e dell’anime, e con cui mescola demenzialità e tenerezza. Il film di Anno magari si spinge un po’ più in là, perché il suo è un interesse quasi esclusivamente linguistico.

Kamikaze girls invece, oltre ad essere spassosissimo e una vera gioia per gli occhi, mostra uno sguardo poetico sul mondo molto più profondo, raccontando una storia che nasce dall’emarginazione e la solitudine della provincia, e che porta le due protagoniste (una ragazzina edonista e ossessionata dal rococo e da una punk ex-quattrocchi) alla scoperta dell’amicizia.

Veramente irresistibile, anche se è impossibile pretendere per tutto il film il ritmo straordinario dei primi 20 minuti. A detta mia e di molti altri (non di tutti, come sempre), il film più divertente passato qui al Far East Film Festival, e uno dei migliori in assoluto.

[Nota]

Il festival è praticamente concluso. Attendiamo con ansia la fine dell’ultimo film (Some) per annunciare l’Audience Award. Domani le ultime battute "postume", qualche riga sul curioso Ichigo.chips e sullo splendido Love Battlefield. E un inutile riassuntino.

Doppelganger (Dopperugengâ)

di Kiyoshi Kurosawa, 2003

Strano oggetto, il penultimo film di Kurosawa. Proprio lui, sempre paranoico, apocalittico, angosciato, pessimista, proprio lui la butta sul ridere. Non che sia un film ridicolo, è anzi una variazione modernissima sul doppio che maschera una riflessione matura sulla complessità dell’animo umano. Ma l’ironia sorprende davvero, e positivamente. E qualche volta si fanno quattro risate.

Stilisticamente, la solita goduria: e oltre ai soliti piani lunghissimi c’è un’uso dell’inquadratura divisa (anche in tre) che supera lo split-screen per rappresentare due punti di vista in contemporanea (difficilotto, visto che si tratta dello stesso attore), così come lo sdoppiamento della personalità, tema ormai trito e ritrito, trova nuove forme confondendo anima e corpo e rendendo inutile qualsiasi ovvia spiegazione razionale di ciò che succede.

Comunque in alcune parti (come nell’inizio), la mano thrilling di Kurosawa si riconosce, ed è un piacere avere paura con lui, e la mise in scene è sempre ai limiti della perfezione.

Grandissima, ovviamente, la prova doppia di Yakusho Kôji.

Lady snowblood (Shura-yuki-hime)
di Fujita Toshiya, 1973



Impossibile parlare di un film che tanto (forse più di qualsiasi altro) ha influenzato il (pen)ultimo Tarantino, senza giocarla sul confronto. E invece mi rifiuto, perché poi sembra che Kill Bill si sminuisca riscoprendo i suoi riferimenti, e invece non è così. Anzi. Almeno, per me. Vabbè, dunque.



La figura della donna nel cinema giapponese è un tema più che interessante, è un tema da tesi di laurea. Alcuni grandi registi nipponici, Ozu e Mizoguchi su tutti, hanno concentrato la loro attenzione sulla condizione degradata della donna del sol levante e la sua impossibilità di reagire. In questo contesto, Lady snowblood è un film profondamente politico (data come sottintesa la distinzione tra un film di genere qual è questo revenge movie e i nomi impronunciabili sopra citati).



Perché Lady Snowblood reagisce, eccome. Si può dire che è pura reazione, essendo pura vendetta, mentre intorno a lei si scatenano gli elementi, che prendono nuovi colori, mentre la storia del suo paese fa i passi falsi e la gente cade sotto l’inganno della politica, così che il rosso del sangue che lascia sulla neve al suo passaggio (sangue altrui, e il suo) non può ricordarci la bandiera giapponese. Bandiera che sventola nella sala da ballo su di un valzer che non può avere nulla di sacro e che, alla morte dell’ultimo nemico, viene trascinata via dal cadavere cadente.



Al di là di questo lato, che dimostra la profondità di un film che potrebbe sembrare una semplice carneficina (perché il sangue scorre, a litri), Lady Snowblood è un film bellissimo e incredibilmente intenso, come non me l’aspettavo. Molto del merito va alla splendida Kaji Meiko, ma anche alla regia di Fujita, che alterna una mobilissima macchina a mano a momenti di grande precisione e rigore, e altri in cui sfiora un briciolo di sperimentazione (quando appaiono le tavole a fumetti, probabilmente del manga da cui il film è tratto).



Non manca qualche momento di stanca, soprattutto nella parte centrale, e la voce off è spesso fastidiosa: ma si può anche soprassedere. Splendida la canzone che apre e chiude il film, cantata dalla stessa protagonista: la conoscevamo già bene tutti quanti, Flower of Carnage, ma risentirla qui ci dà nuove vibrazioni.