Giappone

Ghost in the shell 2: Innocence, Mamoru Oshii 2004

Innocence (Kôkaku kidôtai 2: Inosensu)
di Mamoru Oshii, 2004

Oshii continua il discorso iniziato con Ghost in the shell, riprendendo i temi e il personaggio cupo e noir del protagonista. Certamente anche Innocence non è per tutti: è un anime arduo ed estremamente adulto, infarcito inoltre di una letterarietà enciclopedica, da Confucio a Milton, che però non si ferma al citazionismo ma permette di sviluppare le tematiche, che sono sempre quelle altissime della natura dell’essere umano e dell’anima nell’era cibernetica, nell’era della riproducibilità (del corpo, dell’arte).

Nonostante questa complessità e parziale oscurità (ma è solo questione di attenzione, la sottotitolazione per una volta non aiuta), il film può esssere vissuto come un’esperienza puramente visiva. Sotto quest’ottica e a questo livello, è forse il punto d’arrivo del cinema d’animazione (non solo nipponica), sia per la meraviglia visiva che per l’integrazione di tecniche differenti.

Anche nella forma narrativa, il film non si ferma alla mescolanza tra fanta-action e trattato filosofico, ma sviluppa nuovi percorsi (forse rivoluzionari), arrivando al puro genio della lunga sequenza del castello di Kim, in cui Oshii completa un ideale tracciato postmoderno, sia a livello della narrazione (e qui non posso spiegare, va visto) che a livello tematico (il dubbio ontologico nella virtualità).

I titoli di coda presentano una versione cantata in inglese del Concierto de Aranjuez di Rodrigo (di cui è celebre la versione di Miles Davis in Sketches of Spain), ed è sempre un bel sentire. I titoli di testa, invece, tolgono letteralmente il fiato: di una bellezza inspiegabile, impossibile resistere alla tentazione di guardarli e riguardarli ancora.

Capolavoro.

Un consiglio: andate a leggere quel che ne ha scritto MurdaMoviez: lui lo adora molto più di me, ma nonostante ciò ne ha parlato in modo più completo, serio e preciso. Buona lettura. Ciao Lore’.

Cure (Kyua)

di Kiyoshi Kurosawa, 1997

Uno dei pilastri rifondativi del new japanese horror (definizione instabile che racchiude in sè realtà molto diverse) è in realtà uno strano thriller psicologico, che parte da uno spunto serial-thrilling abbastanza agghiacciante per trasformarsi poi in un tracciato metaforico, forse dedito alla descrizione di un’infezione macrosociale (come in Kairo), o forse semplicemente interessato alla complessità dell’animo umano.

Non sarà un horror, ma la distinzione è davvero inutile in questo caso, perché Cure mette una gran paura. Ma lo fa con uno stile personalissimo, che già anticipa film come Charisma: piani (e campi) lunghissimi, attese (e silenzi) interminabili, e prima di tutto un incredibile lavoro sul sonoro perturbante. Tratto lynchiano, basti pensare al rumore della lavatrice, sempre in funzione in casa di Takabe, o al suono dei carrelli trascinati nei corridoi.

Il risultato è un film affascinante ed estremamente sofferente nel suo essere "in levare", con scene davvero straordinarie, alcune visionarie e improvvise (come l’incubo terrificante che attende Takabe al suo rientro a casa) ma più spesso in piani-sequenza (come l’incontro sulla spiaggia) in cui Kurosawa mette a dura prova gli attori, che ne escono a testa alta: il bravissimo Yakusho Kôji nella scena della cella regala una performance incredibile, ma il silenzioso e inquietante Masato Hagiwara non è da meno.

Bellissimo il finale tronco e interrotto, e apparentemente misterioso: basta tenere gli occhi ben aperti.

Ghost in the shell, Mamoru Oshii 1995

Ghost in the shell (Kôkaku kidôtai)
di Mamoru Oshii, 1995

Dal manga di Shirow Masamune, infarcito di cartesiani e di memorie (simulate) dickiane, uno dei pilastri dell’animazione nipponica. Anche e prima di tutto per livello produttivo (e distributivo: fu il primo anime ad uscire in contemporanea sui mercati giapponesi e internazionali), e successivamente per la fama e il culto riservato degli amanti del genere.

Ghost in the shell parte come un action di fantascienza dai sottotesti sociopolitici, e si trasforma gradualmente in un trattato filosofico sull’ontologia umana. Ciò che ci rende umani, e il superamento della nostra naturaa per mano della civiltà cibernetica. Ma la filosofia Shirow e dello sceneggiatore Itô non è spicciola, ma coerente, e il film riesce a tenere in piedi le sue enormi ambizioni.

E la messa in scena di Oshii è un vero spettacolo, per di più creditrice di tantissima fantascienza successiva: gioca con gli spazi (visivi e narrativi) del reale e del virtuale con anni di anticipo sugli altri, e sa anche sfuggire dalla linearità richiesta dalla sci-fi creando una visione notturna e piovosa della città che ha pochi eguali nel genere, e non solo.

Settantacinque minuti a bocca aperta, senza respiro: stupefacente.

Tokyo godfathers
di Kon Satoshi (e Furuya Shôgo), 2003

A partire da un riferimento narrativo fordiano, Kon e Furuya costruiscono una favola moderna natalizia sulla seconda occasione, mettendo in campo tre personaggi di strada e il loro tentativo di riscattare gli errori e i dolori della propria vita con un’azione modesta ma eroica.

Che, per di più, per qualcuno di loro significa una rinuncia (la sognata maternità), o il rischio di tornare su passi che si credevano abbadonati da tempo. Non si pensi ad un approccio (termine abusato e spesso fuori luogo) buonista: i tre emarginati di non hanno intenzione di rinunciare alle loro personalità, al loro linguaggio e alla loro diversità, ma solo recuperare un po’ della loro umanità infreddolita.

Tokyo godfathers è un cartone davvero adulto, ma non tanto per il linguaggio e le situazioni, piuttosto per la sensibilità che Kon mette nella descrizione dei suoi irresistibili (tutti) personaggi, prendendo un punto di vista che è quello dei reietti e delle baracche, della strada fredda e innevata. E’ anche la storia di tre esclusi che ricominciano a fatica a comunicare con la società, e l’occhio di Kon è impietoso nei confronti del giappone contemporaneo, ma il suo intento è comunque dedicato alla costruzione di una strada di speranza nascosta nel cuore degli uomini, più che alla critica sociale.

Una cosa seria, quindi, ma anche piuttosto divertente, per la verve dei protagonisti e la brillante sceneggiatura. E non solo: c’è un inseguimento che toglie il fiato (e tutta la seconda parte è in "ascesa" emozionale), e le "scene madri" (tra cui il finale) sono davvero commoventi.

Link: what about Cinebloggers?

Furyo (Merry Christmas Mr.Lawrence)
di Nagisa Oshima, 1983

Un grandissimo film che trasforma una duplice storia di ossessione amorosa e solidarietà virile in un campo di prigionia giapponese in una riflessione sulla guerra come morte della verità e della giustizia. E per quanto sia fervente la critica di Oshima nei confronti della società giapponese (e non solo), il suo canto non si ferma al semplice antimilitarismo ma scava nelle pieghe dei personaggi per trarne un ritratto inarrivabile della disumanizzazione (collettiva) e del senso di colpa (individuale).

Lo stile di Oshima è rigoroso e perfetto nel singolo dettaglio, e il film vola altissimo anche grazie alla colonna sonora di Sakamoto (anche attore principale) e soprattutto alle splendide interpretazioni. Nessuna esclusa: se Bowie che mima "l’ultima sigaretta" è da brividi, non è da meno il ruolo "morale" del bravissimo Tom Conti e la performance davvero incredibile di Takeshi Kitano.

Gojoe (Gojoe reisenki)
di Sogo Ishii, 2000

Finito chissà come sugli scaffali delle videoteche italiane, il terzultimo film di Sogo Ishii (autore che purtroppo conosco solo di fama) è un film di spada violento e concreto, sanguinolento e furioso.

Favolosa la messa in scena barocca e visionaria, tra (pochi) momenti di stasi e battaglie caratterizzate da un montaggio estremo e iperframmentato e da uno sguardo che spesso condivide la furia omicida degli assassini. E con una fotografia sempre all’altezza e a volte davvero superba (soprattutto all’inizio e alla fine).

Purtroppo, a quanto pare, l’edizione "estera" è stata tagliuzzata per un pubblico (così pare) poco attento alle sottigliezze e più interessato ai combattimenti e all’azione. Manca una mezz’ora o poco più, e si sente: il film è più interessante che davvero divertente, e soprattutto la storia sembra non raccontare niente e non andare da nessuna parte, nonostante la cura con cui sono ritratte le contraddizioni sacre ed etiche del bel personaggio di Masatoshi Nagase (bravissimo).

Comunque sia, lo scontro finale tra Nagase e il sempre bellissimo Tadanobu Asano, con la furia degli elementi, tra fulmini e fuoco e sangue, è davvero un pezzo da novanta. Vista anche la rarità della distribuzione di un titolo simile, vale assolutamente la pena di noleggiarlo al più presto. Peccato, però.

FFF2005
Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro)

di Hayao Miyakazi, 2004

Se in qualche modo Steamboy è il miglior lungometraggio del Future Film Festival 2005, ma questo è il mio preferito. E’ una bella gara, ma ho pochi dubbi.

Non è La città incantata, ma poco ci manca: Miyazaki trova pane per i suoi denti nella novella di una scrittrice inglese. In apparenza è un ritorno all’infanzia, con figure comiche di spalla (straordinario Calcifer, demone del fuoco) inedite per l’autore giapponese, meno sottilmente angosciante degli ultimi lavori, più divertente, fiabesco, romantico.

Ma in realtà continua a parlare di temi universali, dell’amore, del rispetto umano, della pace, della morte. Riprende le sue amate ossessioni, la natura, il volo: centinaia di macchine volanti, come sempre. Ma sa reinventarsi, ribaltando l’elogio dell’innocenza infantile facendo diventare la protagonista un’arzilla signora 80enne. Ed estende la sua micidiale ed immensa immaginazione alle categorie della realtà, stupendo e divertendo con geniali paradossi spazio-temporali.

Ma quello che conta è che Miyazaki sa parlare ancora direttamente al cuore dello spettatore, sa incantarci e illuminarci, sa farci ridere e piangere, senza i sensi di colpa di una regressione (Miyazaki ha parlato addirittura di un "cartoon per anziani") ma con la semplicità e la sponeaneità emozionale che è propria del genio.

Non me l’aspettavo, ma è un altro capolavoro, e speriamo non sia l’ultimo.

Nota: è un vero onore esser stato seduto alla proiezione tra due tali signori blogger.

FFF2005
Paranoia agent (Mousou dairinin)

serie diretta da Kon Satoshi, 2004
Episodi 1-4 di 13

Le vicende di una schiera di personaggi che ruotano attorno a un misterioso ragazzino dai rollerblade dorati dipingono un affresco di una società dominato dalla schizofrenia. Il farsi altro da sè, lo sdoppiamento, è infatti marca metaforica favorita all’interno di una riflessione matura e profonda sulla solitudine, l’isolamento, e l’individualismo del giappone contemporaneo.

Shounen Bat, il "ragazzo con la mazza", è un altro "visitor q" che con la sua forza irrazionale riporta in superficie queste contraddizioni, questa violenza sociale inesplosa, e a suo modo rimette a posto i frammenti delle vite dei personaggi.

Adulto, appassionante e sconvolgente (come nel bellissimo terzo episodio, il migliore, senza nulla togliere agli altri tre), quasi sperimentale nella struttura e caratterizzato da una grande ricerca formale e psicologica, è uno degli anime seriali più interessanti che mi sia capitato di vedere in tempi recenti.

Speriamo di vederlo presto in Italia: chissà come va avanti…
MurdaMoviez, con cui l’ho visto (divisi però da una biondina) stavolta è d’accordo con me.

FFF2005
Steamboy

di Katsuhiro Ôtomo, 2004

Mi è difficile parlarvi dell’ultima fatica di Ôtomo, perché mi è piaciuto davvero tanto. Va bene, non è Akira, perché non è sperimentale, non è estremo, è più lineare e comprensibile. Ma importa davvero?

Quel che importa è la meraviglia, quella che si prova di fronte ad un immaginazione continua e fervida, la gestione incredibile dei tempi del racconto, l’emozione che si prova nel crescendo finale. Invece di trovare lo sfogo nell’impensabile futuro, Ôtomo affronta l’iconografia occidentale della fine del diciannovesimo secolo e la rilegge a suo modo, influenzato sicuramente dai lavori di Miyazaki (Steam Tower come Laputa?).

Quel che importa è che Steamboy riesce a essere, nonostante l’apparenza di racconto picaresco, un cartone animato decisamente adulto, che raccontando una storia fantastica ambientata nell’ottocento, ci parla in realtà del rapporto tra scienza, filosofia e guerra, le basi su cui è stato costruito il terribile secolo che è appena finito. Steamboy è un film sul novecento.

Questo lo si capisce durante tutto il film, ma appare chiaro durante gli splendidi titoli di coda. Cos’è allora quel ragazzo sorridente che attraversa con sguardo stupito le guerre mondiali e vola tra i dirigibili in fiamme, se non la speranza di un secolo migliore? Speranza ancora viva in quella silhouette eroica, nonostante lo sguardo sia nero e pessimista.

Quel che importa, infine, è che 2D e 3D vanno finalmente ad amalgamarsi, senza fare a spintoni, come a nessuno (o a pochi) era riuscito in passato: certo, la 2D è di una tale qualità, che va da sè.

Accetto le critiche che ho letto in giro, ma permettetemi di non condividerle: stupendo.

FFF2005
Returner (Ritaanaa)

di Takashi Yamazaki, 2002

Una cosa è la citazione, una cosa l’omaggio, una cosa il saccheggio: Returner saccheggia 25 anni di fantascienza statunitense come se fosse impossibile non farlo. Non sto nemmeno ad elencare i film saccheggiati, tanto sono i soliti.

Una sola buona idea grafica (il boeing che si trasforma in un trasformer a guisa di libellula), una sola idea narrativa decente (il finale, ma preparatissimo e forzato), una sola inquadratura originale (la morte del cattivo). Un po’ pochino, no?

Effetti speciali di controcampo (di rado gli "umani" condividono l’inquadratura con la CGI) e uno stile di un piattume davvero irritante. Il doppiaggio penoso non aiuta, ma i personaggi sono comunque di carta velina: Takeshi Kaneshiro senza un briciolo di fascino, e il cattivo-che-più-figlio-di-troia-non-si-può Goro Kishitani, nonostante ce la metti tutta, fa solo sorridere.

Duecento finali uno dietro l’altro, e uno più ridicolo del precedente. E lo volete capire che i cappotti lunghi di pelle nera sono scomodissimi per salire le scale?

Che Porcheria.

FFF2005
Cutie honey (Kyûtî Hanî)

di Hideaki Anno, 2004

Si vede la mano di Anno nel trattamento "live action" del celeberrimo manga del "leggendario" Go Nagai. La sua firma è una commistione avventura esplosiva, racconto intimista e comicità demenziale, con uno stile eclettico e spesso astratto. A pochi viene bene questo mix come a lui, ed infatti è tra i più apprezzati registi di anime.

In forma di film, Anno rispetta le attese, e costruisce un giocattolone colorato e fracassone, tirando dentro qualche tema a lui particolarmente caro (il ricordo dell’infanzia, il rapporto filiale), ma caratterizzandolo con un ritmo incessante (tranne qualche pausa intimista) e una comicità talmente assurda che sa conquistare. Così come il messaggio esplicito: talmente naif da essere irresistibile.

Date come accettate le regole del gioco, e senza prendersi troppo sul serio (come fa invece Anno nel finale, ma forse è un bene), ci si diverte come bambini. Davvero spassosissimo.

Eriko "Cutie Honey" Sato è perfetta nel ruolo dell’eroina allegra e svampita, e anche come impatto estetico è la fine del mondo, se vi piace il genere. Personalmente, i miei occhi erano tutti per Mikako Ichikawa.

Gallina nel vento (Kaze no naka no mendori)
di Yasujiro Ozu, 1948

Questo mio secondo Ozu (dopo questo), mi ha aiutato a superare quasi del tutto i pregiudizi (stupidi come tutti i pregiudizi) a cui ho già accennato in passato. Lo consiglio a tutti.

Con la solita semplicità, Ozu era capace di piccoli miracoli. Sia formali, come l’incontro sulla riva del fiume tra il marito e la prostituta, oppure quello sguardo al cielo di Tokiko: una rara fuga dal peso schiacciante degli interni e degli edifici decadenti. Sia di sceneggiatura, come tutti i dialoghi tra Tokiko e l’amica, costruiti saggiamente sulla malinconia che implode fino alle lacrime.

Ma gran parte della bellezza di questo film è dovuta all’interpretazione di Kinuyo Tanaka, futura favorita di Mizoguchi: un volto capace di incredibili variazioni d’intensità, un’attrice indimenticabile. E Gallina nel vento è in un certo senso un’altra faccia del successivo Vita di Oharu mizoguchiano. Ma mentre Mizoguchi conclude la sua parabola con un acuto pessimismo, Ozu restituisce all’uomo la sua capacità di perdonare e di superare le difficoltà con la forza dell’amore, in un finale inaspettatamente e splendidamente romantico, nella sua calda rassegnazione.

Dr. Akagi (Kanzo Sensei)
di Shohei Imamura, 1998

Saggio di bonario antilimitarismo e energica satira storica antioccupazionista, con un occhio al presente del Giappone, il film di Imamura è forse più convincente quando è pacificamente surrealista che non negli scorci drammatici che si intravedono al di sotto dello stile grottesco e divertito. Riesce comunque a non annoiare per un attimo e a far riflettere, non è poco.

Principale punto di forza del film, molto più delle sterzate visionarie del discusso e bizzarro finale, è la scrittura delle interazioni fra gli abitanti del villaggio, mossa da un appassionato spirito corale, che trasmette l’immagine di un villaggio solidale ed eticamente coeso, anche se la tematica ricorrente è quella della dipendenza e dell’ossessione: il sesso, la droga, le balene.

E, nonostante la provocazione sia contenuta, e malgrado si scalfisca più che intaccare, i personaggi funzionano alla perfezione: come Sonoko, bellissimo personaggio di Kumiko Aso, o lo stesso protagonista Akagi (interpretato da Akira Emoto), che corre freneticamente per il villaggio da una visita all’altra e che costruisce una sua etica del lavoro all’interno di una contingenza impossibile.

Gozu (Gokudô kyôfu dai-gekijô: Gozu)

di Takashi Miike, 2003

Gozu è il "viaggetto all’inferno" del giovane yakuza Minami alla ricerca di un "fratello" scomparso (che poi ricompare, ma…) nel contesto di un’inquietante paese della provincia giapponese (Nagoya) che sembra non risentire delle leggi della logica, ricolmo com’è di personaggi bizzarri e assurdi.

Girato con una cura persino maggiore del solito, il film inizia con una divertente svolta surreale su un tipico canovaccio yakuza. Ma è il finale horror la trovata più salutare e intelligente, e ha una carnalità e una schiettezza che non si vedeva più dai bei tempi di Yuzna (e infatti ricorda vagamente i mostri borghesi di Society). In mezzo, un florilegio di trovate e situazioni che sottolineano il valore formativo del viaggio di Minami: un viaggio di formazione sessuale, simbolicamente sessuofobo, e ben definito.

Decisissima l’influenza di David Lynch su questo film: oltre che nello stile rarefatto e inquietante, e nell’interesse nel sonoro e nei rumori di fondo, Miike risente dell’opera del maestro americano anche nello "sguardo perturbante" sugli oggetti, nella poetica del fuori-posto, e nella creazione di un mondo assurdo che scaturisce come un incubo dalle bizzarrie della provincia. E la struttura narrativa, con improvvisi cambi di identità e rinascite, sembra – da lontano – una versione sclerotica di Lost highway.

Gozu forse non va preso troppo sul serio: è il modo migliore per goderselo appieno. Se ci si riesce, se si chiude la visione (come il film stesso fa) con una grassa risata venata di inquietudine, Gozu può essere davvero spassosissimo, e una manna per i nostri cervelli bacati.

E leggete anche cosa ne ha scritto Cineblob: lui l’ha visto a Parigi, in pellicola. :-)

Lupin III: Il castello di Cagliostro (Rupan sansei: Kariosutoro no shiro)

di Miyazaki Hayao, 1979

Molti sanno che la prima serie animata di Lupin III fu diretta, insieme al Takahata Isao della "Tomba per le lucciole", da Miyazaki Hayao, forse il più grande regista d’animazione giapponese (o al mondo?), responsabile di una sequela di incredibili lungometraggi che fanno impallidire la maggior parte dei "concorrenti" occidentali (qui si è parlato di Laputa).*

C’è poco da discutere, anche perché ci siamo cresciuti un po’ tutti: Lupin III (in Giappone Rupan sansei, per evidenti questioni fonetiche) è una delle più belle (e adulte, in senso performativo) serie animate mai prodotte per la televisione. Ma Lupin è anche il protagonista di 13 lungometraggi, molti (o tutti) visti in Italia in tv anche di recente, tra cui solo questo può però pregiarsi della firma di Miyazaki alla regia. Ed è anche, e forse anche per questo, il più noto.

Il risultato sembrerebbe una tipica avventura del simpatico ladro, dei suoi due colleghi Goemon e Jigen, della sfrontata Fujiko, e dell’ispettore Zenigata, eterno inseguitore: i personaggi sono coerenti con la serie, e il narrato ha la stessa mescolanza di azione scatenata, intreccio giallo e il divertimento della commedia. Ma oltre per il ritmo ben più rilassato ed elegiaco (ma con improvvise e irresistibili sequenze action), qui si va un po’ oltre.

I capolavori di Miyazaki cominceranno a fioccare solo qualche anno dopo, dallo splendido Nausicaa del 1984. Ma non è forzato dire che si sente il tocco del maestro, e più diffuso di quanto si può credere: l’ossessione per il volo e per le macchine volanti, l’armonia con la natura (vegetale e animale), e la disillusione nei confronti del mondo degli adulti: Lupin non è un bambino, rappresenta l’istanza anarchica e irrazionale del fanciullo (in senso panico) che si scontra contro un mondo (anche politico) corrotto e brutale.

Cagliostro ha un paio di perle che lo rendono quasi degno dei lavori successivi del regista: il primo incontro tra Lupin e Clarissa nella torre, fatto di silenzi e parole, recite e verità (da lacrime agli occhi), e tutto l’inseguimento del prefinale, che si svolge tra i meccanismi dell’enorme orologio di una torre: imperdibile.

*ringrazio Gokachu per le preziose correzioni.

Link: FAQ su Lupin.

Audition (Ôdishon)

di Takashi Miike, 1999

Molti di quelli che hanno scoperto il cinema del regista giapponese sono partiti da qui, da Audition. Io, che sono tra gli ultimi, ci sono arrivato solo ora, dopo molte altre visioni. Speravo in un dvd italiano (spesso promesso, mai arrivato), e alla fine mi sono arreso (Andrea: grazie!).

Non mi resta che confermare quanto avete già sentito da molte altre parti: Audition si gioca senza dubbio la palma per il miglior Miike, o forse lo è e basta. A partire da una semplice riflessione psicosociale, e cioè la solitudine dell’uomo giapponese, Miike costruisce un film bizzarro e affascinante: prende le sue forme da un plot che sembra una commedia romantica (il provino del titolo serve per trovare una moglie a un inconsolato vedovo), lo sviluppa come un dramma intimo e amaro, per giungere a un vero e proprio implacabile mystery-thriller.

A differenza di quello che si può pensare, invece di esplodere subito come al solito, Miike parte con una scene triste e intensa, quella dell’ospedale. Per poi amministrare la tensione in modo magistrale per quasi tutto il film, concentrandosi con riflessività smodata sui personaggi e sui rapporti (con alcuni quadretti d’interno degni di un Ozu, e forse ad egli ispirati), centellinando la tensione in un modo impagabile: il primo spavento arriva dopo tre quarti d’ora, e poi nulla per molti minuti. 

E mostrando la solita ammirevole libertà linguistica: scavalcamenti di campo, jump-cut sui dialoghi, varietà fotografiche. L’effetto è di straniamento, confusione, inquietudine. E aiutano molto le interpretazioni di Eihi Shiina, davvero incredibilmente brava, e di Ryo Ishibashi, perfettamente nel ruolo e consono ad un’identificazione spettatoriale che nel finale darà i suoi (aspri) frutti.

Da un certo momento in poi comunque, Miike può permettersi di far debordare i materiali raccolti con tanta calma nella prima parte del film: su questa tecnica di rielaborazione si basa la lunghissima sequenza "onirica", che confonde ancora di più le acque (sogno/realtà?) mescolando i piani narrativi, e riesce in modo incisivo a scavare nei territori dell’inconscio. Magistrale, forse la parte più strabiliante del film.

E infine, c’è l’insostenibile finale, di cui si parla molto in giro, dove in effetti Miike sciocca come pochi altri sono riusciti a fare negli ultimi anni. Ma non in modo banale. Il regista gioca con l’orrore soprattutto da un punto di vista sonoro, forse perché sa che l’udito è un senso inescludibile (mentre gli occhi si possono chiudere), ed è un senso che punta diretto al cervello: impossibile non rabbrividire al rumore del ferro che striscia contro l’osso. Ma colpisce soprattutto l’incredibile consapevolezza di Miike sull’uso del fuori campo: non è una violenza completamente esplicita, non si mostra tutto, piuttosto si mostra e si nega, giocando con i nervi dello spettatore, con il risultato di uno shock fisico e mentale molto maggiore che non quello provocato dal gore incontrollato.

E, con la chiusa, perfetta come al solito, mostra di non aver usato tutta questa violenza senza un fine, non perdendo mai comunque di vista il progetto iniziale: che in fondo è la storia di un inganno, di un amore impossibile, e di una doppia e amarissima solitudine. Che non può non finire in lacrime.

Note di un inquilino galantuomo (Nagaya shinshiroku)

di Yasujiro Ozu, 1947

"Quel bambino, chi è?"

"E’ un problema!"

E’ finita la guerra, in Giappone si vive di stenti, il cibo è razionato. Al di là del proprio "cortile", dove si consuma l’ultima forma di confidenza, si è bruschi e scontrosi con il prossimo. Ma il rapporto con un bambino sperduto farà riscoprire alla vedova protagonista un istinto materno da tempo sopito, un istinto che è anche di conservazione, e che è anche l’amore verso il mondo che verrà, e una speranza che fuoriesce dagli occhi in forma di lacrime.

Un film di una semplicità al giorno d’oggi sconcertante, dove un semplice e breve incontro è la fonte di un messaggio universale sull’importanza della solidarietà sociale.

Negli interni, come sempre dal basso verso l’alto, Ozu si dimostra attento osservatore dell’interazione micro, con dialoghi piacevolissimi e persino spassosi momenti di commedia. Una per tutte, la scena delle pulci: degna di una comica beckettiana. Ma più che la fissità dell’ambiente interno, sono i drammatici esterni a far vibrare questo piccolissimo film, anche esteticamente, con l’astrattezza di quei due corpi che vagano sulla spiaggia, quella ricerca in un universo crudele e "vuoto", e quei volti di bambini abbandonati a se stessi, inconsci della responsabilità di ricostruire il loro paese.

Per stupidi pregiudizi che non vi sto a spiegare, (relativi nel dettaglio a quest’autore), shame on me, nonostante l’opera-quasi-omnia trasmessa da Ghezzi, questo è il mio primo Ozu. Almeno è il mio primo Ozu "intero". Ma, come già si evince dall’iconcina, non sarà l’ultimo: vi farò sapere.

I sette samurai (Shichinin no samurai)

di Akira Kurosawa, 1954

Versione integrale

Nella sua edizione integrale (restaurata dal British film institute), come tutti i film di una tale durata (200′), Shichinin no samurai potrebbe essere un’esperienza fisica dolorosa. E invece, nonostante la lunghezza, non si prova mai una senzazione di fatica (mio mal di stomaco permettendo), né tantomeno di noia: I sette samurai è un film incredibile, senza una vera falla né una vera imperfezione.

Una storia di sacrificio storico e umano, con la quale il remake (ne ho parlato pochi giorni fa, un western tutto sommato ordinario) non regge davvero il confronto. Grande merito, oltre alla perfezione di sceneggiatura, montaggio e dell’apparato tecnico, va agli attori, tra cui spiccano un Takashi Shimura poeticamente sottotono (il migliore) e soprattutto Toshiro Mifune, gigione e clownesco, in uno dei suoi ruoli più divertenti e allo stesso tempo più profondi, capace di contenere in sè una chiave storica di tutta la vicenda.

Immortale il messaggio di esplicito rifiuto dell’individualismo e di apologia del gruppo: molto attuale per i tempi in una società come quella giapponese, raggiunge un respiro universale e senza tempo grazie alla complessità psicologica con cui sono costruiti i tantissimi e splendidi personaggi.

Ma forse è soprattutto un film di avventura terribilmente appassionante, calibratissimo tra l’epica avventurosa, l’azione della battaglia, il dramma, e infine il respiro dato dai molti tratti comici (spesso affidati a Mifune). Forse preferisco la visionarietà delle sue tragedie shakespeariane o la complessità narrativa di Rashomon, ma sono differenze di caratura davvero minime: un capolavoro.

postilla: [visto che ora va di moda (vedasi Donnie Darko) citare la competenza dell’user rating di Imdb come metro di giudizio per i film] i sette samurai è tuttora al numero 5.

The happiness of the Katakuris (Katakuri-ke no kôfuku)

di Takashi Miike, 2001

Katakuri-ke è il rifacimento di The quiet family, film coreano del 1999, dello stesso regista di Two sisters. L’originale era una black comedy, comunque basata su un’idea geniale e spassosa: una "famiglia tranquilla" ma molto sfortunata, nel cui chalet i clienti muoiono come mosche, costretta quindi a seppellire i loro cadaveri pur di mantenere lo status quo e la tranquillità del loro alberghetto.

Ma l’idea di remake di Takashi Miike non è proprio delle più ordinarie: il regista giapponese mantiene infatti la black comedy come base, anche con le complicazioni horror e thrilling che ne conseguono classicamente. Ma ad essa mescola, o meglio abbina o affianca una specie di musical demenziale che strizza l’occhio ai musical occidentali, e che raggiunge vette di inesplicabile follia con un pezzo karaoke (!) e con un balletto in cui i morti si svegliano e ballano zombificati (!)insieme. Senza tenere conto dei tre inserti in cui i personaggi del film si trasformano in pupazzetti di pongo animati in stop-motion (!).

Detto così sembra semplicemente una stronzata, oppure una parodia. Non è nessuna delle due cose, perché i generi sono visti con l’occhio anarchico e divertito del cinefilo, e non con l’irriverenza destruens del critico. E perché come al solito Miike è un regista molto ambizioso, e al delirio visivo e narrativo si sottende sempre (anche se con un accenno, una frase), un’idea o una visione della vita molto (forse troppo?) universale: qui, tra le altre cose, si parla della capacità dell’umanità di sopravvivere alle avversità e soprattutto (vedasi l’ultima inquadratura, poetica e grottesca al tempo stesso) del ciclo della vita e della morte.

Comunque non è detto che vi debba interessare questo lato (o che dobbiate credere che esista davvero): di sicuro è la cosa più divertente che possiate vedere di Miike: tra le più grasse risate che mi sono fatto di recente, e una manciata di balletti kitsch e canzoni irrestistibili. E, a parte la tendenza a spezzare il film in pezzi isolati di bravura un po’ sfilacciati tra di loro, è uno dei suoi film in cui funzionano meglio l’incredibile talento registico di Miike e la sua innata vena anarcoide.

Comunque aveva già detto tutto lui.

The bird people in China (Chûgoku no chôjin)

di Takashi Miike, 1998

Perché ci piace tanto Takashi Miike, e perché ci piace tanto parlarne? Perché ci spiace tanto che il suo cinema sia invisibile nel nostro paese, che i canali distributivi spargono per la nazione solo The call (opera senza dubbio minore) e ci costringono a rifugiarci nella vendita online (e nel mio caso, nella gentilezza degli amici utenti di p2p)?

Questo film è importante come pochi altri per comprendere la risposta alle domande di cui sopra. Lo leggerete da ogni parte, e leggerete sempre la stessa cosa: l’esagitato, esagerato, violento, postmoderno, Miike con questo film mostra una seconda personalità. Bird people non è forse il più bel Miike tra quelli che ho visto, ma è l’opera in cui Miike mostra il suo talento nel modo più inequivocabile e incontrovertibile, l’opera che forse convertirebbe molti degli scettici che ancora non credono nella sua bravura.

Partendo da un’ironica riflessione sulla modernità, e mescolandola con una poesia che viene dritta dritta dai territori della fiaba, ci viene raccontata la storia di due uomini (un salaryman e uno yakuza, caratteri frequenti del cinema giapponese), e il loro cammino verso una consapevolezza (accettata o meno, ma raggiunta) che riguarda il rapporto dell’uomo contemporaneo con la natura, con la civiltà, con la base ancestrale del nostro essere umani, dei nostri desideri. L’amore, il sogno, il volo.

E il finale toglie davvero il fiato e lascia a bocca aperta: ha meritato una decina di furiosi e ossessivi rewind. Bellissimo.

Rimando al post su Cineblob riguardo questo film. Ha detto tutto lui. Buona lettura.