Hong Kong

Kung fu hustle (Gong fu)

di Stephen Chow, 2004

La prima volta che vedi Kung fu hustle sei sconcertato: da un autore come Stephen Chow, che pur hai imparato a conoscere e che apprezzi tantissimo, non ti saresti aspettato un tale splendore sceno-foto-grafico, una tale perizia tecnica e coesione narrativa. Ridi come un imbecille, ma non sentendoti un imbecille. Sei sicuro che Chow è geniale, che non hai visto male. Riconosci la sua comicità e i suoi temi di sempre, ma capisci che c’è qualcosa in più: un modo finalmente completamente cinematografico. Ti innamori della scena in cui Chow e Shengyi Huang si incontrano-scontrano-abbracciano sotto il poster di Top Hat, e ti viene proprio da piangere. Ti rendi conto che è il suo capolavoro.

La seconda volta che vedi Kung fu hustle lo fai perché vuoi rivedere i primi incredibili minuti: quel piano-sequenza nell’ufficio della polizia, quella lacrima sul volto e quel corpo di donna che vola sulla strada, quel balletto assurdo. Poi ti dici: dai, lo guardo fino a quando la banda dell’ascia arriva alle case popolari. Poi ti dici: dai, lo guardo fino alla scena in cui Chow si rigenera dentro un semaforo. E così via, lo rivedi tutto, è inevitabile.

E fai bene, perché ti accorgi di alcune cose che non avevi notato. Come Chow che, durante l’inseguimento à la Tex Avery, usa il coltello infilato nella spalla come specchietto retrovisore. Capisci quanto era difficile rendere un affettuoso omaggio al gonfupian, ma anche al gangster-movie e al western (e a chissà cos’altro), senza cadere un attimo nella facile parodia, senza annoiare un minuto. Ti innamori della scena in cui Chow, moribondo, disegna a terra con il sangue la sagoma del leccalecca, e ti viene proprio da piangere. Ti rendi conto che forse non è solo il suo capolavoro, ma un capolavoro.

La terza volta che vedi Kung fu Hustle cerchi un difetto. Non lo trovi.

Kung Fusion: nei cinema italiani dal 27 Maggio 2005.

The storm riders (Feng yun xiong ba tian xia)
di Andrew Lau, 1998



Il film che doveva rappresentare la rivoluzione digitale (e con sfoggio di mezzi e di tecnica) del cinema hongkonghese è in realtà un film brutto e insensato.



Difficile pensare a un Sonny Chiba più sprecato, i due protagonisti non hanno un briciolo di fascino (nonostante mossette e facce cupe), e l’unica a metterci un po’ di vita, come al solito, è la splendida Qi Shu. Incredibile che Lau abbia saputo fare un film come questo e Infernal affairs.



CGI a profusione, ma il risultato è una specie di attacco dei cloni sgangherato, talmente ridicolo da sfiorare la parodia, e talmente noioso da rendere difficile una visione unitaria. Io ci ho messo tre sessioni, fate voi.



Sono impietoso, forse qualcosa si poteva salvare. Forse, ma non per me. Probabilmente il più brutto film di Hong Kong che mi sia capitato di vedere.

Horror hotline… Big head monster (Hung biu hyn sin ji daai tau gwaai ang)
di Cheang Pou-soi, 2001



Mi sono avvicinato a questo film un po’ per quanto leggiucchiato su Hong Kong Express, un po’ perché l’occasione fa l’uomo ladro, e un po’ per la mia limitata conoscenza dell’horror hongkonghese (The eye a parte), spesso trascurato (e non solo da me) in favore dell’ormai globalmente noto (e remakato) horror giapponese.



Devo dire che, al di là delle aspettative, sono abbastanza soddisfatto: Horror hotline è un film stimolante e pauroso, e se qualche discendenza con il solito Ringu è innegabile (soprattutto per il rapporto tra soprannaturale e media), lo stile di Cheang è diverso, magari più effettato e meno raffinato di un Nakata o di un Kurosawa, ma capace comunque di raggiungere il suo scopo. Molte infatti le scene riuscite, e alcune (la "replica fantasma" del parto, lo scoprimento del cadavere nel garage, persino l’esorcismo et azzardato feto digitale) davvero riuscitissime.



Gli spaventi, quindi, non si risparmiano (come al solito, se si è predisposti), ma la cosa più interessante è il modo in cui Cheang sposta il baricentro verso l’irrazionale, rifiutandosi di dare una spiegazione a tutto e lasciando molto al mistero e all’interpretazione dello spettatore: tanto più frustrante se si pensa che buona parte del film è strutturato come un mystery. Peccato che il finale replichi Blair witch project paro paro: ca fa una figuraccia da complesso di inferiorità. Ma fa anche una paura marcia, e quindi accogliamo il plagio a naso turato.



Non un capolavoro, ma abbastanza interessante da invitarmi a recuperare New blood, che presto vedrò e di cui, altrettanto presto, ivi leggerete.

A chinese Odyssey

di Jeff Lau, 1994







A chinese odyssey Part one – Pandora’s box
(Xi you ji di yi bai ling yi hui zhi yue guang bao he)

A chinese odyssey Part two – Cinderella (Xi you ji da jie ju zhi xian lu qi yuan)

Finalmente ho terminato la visione di Chinese Odyssey, leggendario titolo del cinema di Hong Kong che, nonostante la distribuzione in due titoli, nasce come film a sè stante, in cui il talento di Lau riesce a unire il fantasy cantonese a una comicità demenziale e parodistica.

Quest’ultima affidata soprattutto all’estro del protagonista Stephen Chow, e al suo stile stralunato, talora greve ma sempre spassosissimo: alla scena in cui una manciata di persone si profiga (più volte) per spegnere (con i piedi) un fuoco accesosi tra le gambe di Chow si ride davvero sguaiatamente.

Ma come poi accadrà nel cinema di Chow, la parodia (il fantasy e il wuxia, persino Wong Kar-wai a più riprese) non impedisce un’ottima realizzazione. Jeff Lau ci mette tutto se stesso, e il risultato è un’epopea appassionante e visionaria: raccontarla è impossibile, tra reiterati paradossi temporali e sequenze come quella in cui 5 personaggi si mischiano le rispettive personalità. Roba da far impazzire un qualsiasi fan di Gilliam.

Come se non bastasse, l’impianto spettacolare è davvero spettacolare: merito della fotografia satura e accesa, e delle bellissime coreografie wire-action del grande Ching Siu-Tung. Se un problema c’è, è che tutto è buttato davanti agli occhi con un ritmo talmente estremo (basti vedere come comincia, in piena azione) e con una tale forza espressiva che un po’ di confusione è inevitabile. Ma glielo si perdona, perché ci si diverte davvero tanto.

Non ci viene negato nemmeno del sano romanticismo: grazie al fascino delle protagoniste (Ada Choi, Karen Mok, Athena Chu), e alla bellissima chiusa, con il Re Scimmia che si gira malinconicamente a guardare. Lungi da me dirvi cosa, ma ne vale la pena.

Mi è venuta voglia di rivedere Chinese Odyssey 2002

Drunken master (Jui kuen)

di Yuen Woo-ping, 1978

Quello che penso di Jackie Chan l’ho detto più volte, più o meno ad ogni visione. Non c’è bisogno di ripetersi.

Drunken master è uno dei primi film a lanciare Chan come superstar, e a diffondere il suo gongfupian dai materiali quasi inesistenti (pretestuosità della trama e centralità dei combattimenti – qui il film finisce subito alla fine dell’ultimo scontro) eppure irresistibile nella sua mescolanza con una comicità da cinema muto e con numeri che più che arti marziali sembrano balletti marziani.

Drunken master è già tutto questo. Yuen (ormai assorto a leggenda in Occidente) ha in qualche modo creato Chan, attraverso le sue coreografie spettacolari. In seguito Chan ha fatto di meglio (soprattutto dirigendosi da solo), ma questo è un buon punto di partenza per (ri)avvicinarsi al suo cinema, e comunque contiene alcuni dei combattimenti più strabilianti mai prodotti dal corpocinema, qui ancora giovane (aveva la mia età…), del folletto di Hong Kong.

Puro musical.

The king of comedy (Hei kek ji wong)

di Stephen Chow e Lee Lik-Chi, 1999

Con meno stramberie ed eccessi di alcuni (bellissimi) film precedenti, Chow si concentra su una coppia di personaggi nati perdenti e confeziona quello che, strano dirlo ma forse (e dico forse) è così, è il suo capolavoro. Forse sarebbe il suo capolavoro senza gli ultimi 20 minuti, che però sono ugualmente spassosissimi. Ma che importanza ha? Bellissimo.

Un film straordinariamente eclettico, come al solito diviso tra demenzialità e romanticismo. Ma qui la dimensione comica dà più spazio a una profondità e a una dolorosità nel tratteggio dei caratteri che altrove era lasciata in disparte. Chow si avvicina insomma alla vita vera, riflettendo sul valore del sacrificio amoroso e sul peso delle ambizioni. Gli emarginati sono sempre stati in prima fila nei suoi film, ma qui per la prima volta devono davvero lottare e soffrire (anche fisicamente), per raggiungere quello che vogliono e recuperare la loro dignità. I sogni non bastano più, nel mondo dell’industria del cinema.

Ma i comenti comici non mancano, e sono tra le cose migliori uscite dal cappello di questo piccolo genio: e più sono semplici meglio funzionano. Come la scena dell’audizione con muco, che fa semplicemente piangere dal ridere, o la lezione di dolore impartita ad un giovane gangster. Ce ne sono molte altre, ma tanto vale la pena di recuperare il film in qualche modo e godersele: lette in un blog non renderanno mai l’idea dell’irresistibile comicità di Chow.

Marginale Karen Mok, bravissima e bellissima invece Cecilia Cheung, come al solito vittima di un imbruttimento, ma a lei è andata ancora bene. Indimenticabile l’incontro sul set (di uno spassosissimo finto film di John Woo, con tanto di colombe in chiesa) con Jackie Chan, nello stesso anno in cui Chow appare in Gorgeous: il dialogo tra i due è da annali della storia del cinema.

(Jackie mostra la sua abilità nel cadere rovinosamente a terra)

Stephen: "Quando hai imparato a recitare così?"

Jackie: "Veramente non ho mai imparato…"

Stephen: "Ma tu sei un genio!"

Jackie: "Se ti applichi, ce la farai anche tu!"

The god of cookery (Sik San)
di Stephen Chow, 1996



Ancora Chow, e si rischia di ripetersi. Ma il piatto questa volta è ancora più prelibato: un gioiellino. Al terzo film il genialoide artista di Shanghai mostra già tutto il suo talento: forse è questo il vero punto di partenza del suo personalissimo (e riconoscibilissimo) stile.



Ci sono magari meno singole scene memorabili, ma l’impressione palpabile ad ogni sequenza è che ci sia una distanza immensa rispetto a From Beijing with love in quanto a raggiunta maturità tecnica, narrativa e registica (e che tempi brevi, per un comico!) e soprattutto a completezza dell’insieme. Insomma, bocciarlo (o semplicemente sottovalutarlo) come un’idiozia non è più possibile, se si ha un minimo di occhio (e di cervello).



Per dirne una, per il contesto in cui sono messe in atto le assurde vicende del "re dei cuochi": che è quello di emarginati sociali cresciuti per le strade, imbruttiti e resi mostruosi dall’accanimento e dalla povertà, e di un personaggio spocchioso e insopportabile che scopre l’umanità proprio in questo mondo. E poi, per dirne un’altra, la svolta melodrammatica, che è vanificata dalla leggerezza dall’insieme e dal finale, ma quando arriva è inaspettatamente struggente. Per dirne due.



Comunque, ciò che conquista davvero è la vena irridente e più sconsideratamente spassosa di Chow: il film è una delizia per gli occhi e fa davvero scompisciare, le caratterizzazioni sono fantastiche (la mia preferita è la giudice di gara, soprattutto quando si mette a ballare per testare la concentrazione dei concorrenti) e la trama è una trama vera, perché il dileggio continuo del cinema cantonese e la demenzialità continua non la rendono mai pretestuale, ma si mettono al suo servizio, in difesa di una vera poetica di fondo.



Bravissima Karen Mok, costretta ad un makeup orrorifico dalla smania di Chow di rendere orrende le sue attrici (ovviamente, non a caso, non tanto per) come succederà a Vicky Zhao in Shaolin Soccer. Nel finale sa rifarsi: non sarà la più figa di Hong Kong, ma che grazia.

The mission (Cheong Feng)
di Johnnie To, 1999



Probabilmente il più celebre (e il più celebrato) film di Johnnie To in occidente, e l’unico ad essere arrivato in Italia. E se n’ha ben donde: bellissimo. Per quanto il doppiaggio italiano, davvero il peggiore mai sentito da queste giovani orecchie, ne infici alquanto la visione.



La trovata geniale di To è quella di prendere in considerazione la rilevanza che hanno i tempi morti: un po’ come nella rifondazione Newhollywoodiana degli anni ’60, il celato diventa protagonista. Insomma, cinque guardie del corpo, seppur in una situazione di allarme, passano un sacco di tempo semplicemente ad attendere, a farsi scherzi idioti, a giocare (per dirne una a caso) a calcio con una palletta di carta nel corridoio. Ed è in questi momenti che nasce la loro amicizia, che si salda quel rapporto incrollabile di fiducia reciproca, più che nelle sparatorie.



Sparatorie che, però, sono splendide: in particolare, quella nel centro commerciale, tutta in sottrazione, una specie di anti-balletto statico e statuario di silenzi e scalemobili. Il regista mostra una capacità estetica incredibile di porre i corpi nello spazio: e con cinque personaggi ci vuole un bell’occhio. L’eclettismo di To comunque sorprendente: la secchezza astratta di The mission è ben lontana dal melodrammatico ed eccessivo A hero never dies (che io preferisco, ma son gusti).



Noir notturno e silenzioso, diventa apparentemente disperato dopo la "svolta" dell’ultima parte: ma il finale, paradossalmente, ribalta questo pessimismo con un sorriso che riporta la tematica "maschia" dell’amicizia virile su un percorso umanista che sorprende positivamente. E, doppiaggio permettendo, commuove.


Indimenticabile la martellante musichetta che accompagna tutto il film: visto il mio talento con il composer del Nokia, non ho resistito a farne la mia suoneria: ma quanto, quanto sono nerd?

From Beijing with Love (Guo chan Ling Ling Qi)
di Stephen Chow e Lee Lik-Chi, 1994

Il primo film da regista di Chow (quello di Shaolin soccer, per i sani di mente) è un gran bel film di azione e spionaggio e allo stesso tempo la sua parodia. Con la leggerezza irresistibile che è il suo marchio di fabbrica, Chow unisce infatti una vena sanamente spettacolare con la sua (strafamosa, in patria) comicità fatta di non-sense e demenzialità stralunata.

Nonostante il divertimento sia dovuto anche ad un’innegabile sapienza registica (perché c’è un progetto, e si vede) è la presenza di Chow a farla da padrona: un Candide con gli occhi a mandorla, macellaio da due soldi cresciuto con il mito di Roger Moore, che diventa inconsapevolmente eroe. E sotto l’apparente ingenuità si nasconde anche una riuscita satira (non troppo crudele, a dirla tutta) dello status quo nei rapporti tra il continente cinese e la ormai ex colonia britannica.

Anche l’impianto spettacolare non si ferma ai canoni ben noti dello storico (e ai tempi già decaduto) action hongkonghese, che riprende come modello ma spingendosi oltre, fino ad un finale fumettistico ed esagerato. Molte le idee spassose (il videotelefono nel water, la pistola che spara all’indietro e poi in avanti), e assolutamente geniale la sequenza dell’operazione, dove Chow usa una vhs porno come anestetico. Sensazionali le invenzioni inutili di Law Kar-Ying (le "dieci armi in una", la "torcia a energia solare").

Terribilmente divertente.

Molto di tutto ciò potrebbe essere ripetuto: grazie all’intervento attivo di MurdaMoviez, sentirete parlare ancora di Stephen Chow, da queste parti. Thanks.

As tears go by (Wong gok ka moon)
di Wong Kar-wai, 1988

Il primo film di Wong Kar-wai è un melò metropolitano ispirato (molto più che vagamente: stesse tipologie di personaggi e stesso sviluppo narrativo) a Mean Streets di Scorsese, in cui Wong si fa già notare per l’appasionato lirismo e la libertà compositiva che saranno suoi marchi di fabbrica.

Storia toccante di una fuga impossibile, di amicizia e di morte, con lampi di violentissimo noir e un tono cupo e disperato anche nei confronti dell’amore, il film è retto anche e soprattutto dalle interpretazioni dei tre protagonisti: geniale Jackie Cheung, bellissima (ovviamente) Maggie Cheung, perfetto per il ruolo il volto stoico di Andy Lau.

Ancora un po’ acerbo (e senza Christopher Doyle), ma già bello e incredibilmente intenso. Indimenticabile comunque il bacio nella cabina telefonica, il terribile pestaggio nel vicolo, e tutta la parte finale. Ma basterebbe solo quel flash, quel ricordo di un bacio e di un abbraccio, raccolto a terra morendo.

Davvero scult la versione cantonese di Take my breath away. Eppure funziona…

Infernal affairs (Wu jian dao)
di Andrew Lau e Alan Mak, 2002

Uno dei più (e uno dei pochi veri) grandi successi domestici del cinema hongkonghese degli ultimi anni è, sorpresa sorpresa (ma non tanto), davvero un gran bel film .

Regista altrove deludente (o almeno così dicono), Lau costruisce intorno a un intreccio intricatissimo ma godibile una storia di poliziotti e gangster, di scambi di ruoli e di identità che lascia senza fiato per stile e qualità. Un poliziotto infiltrato nelle triadi e un gangster infiltrato nella polizia: niente di nuovo, ma compatto e divertente, e comunque al di sopra di tutti (o quasi, escludendo Mann) i noir metropolitani occidentali di oggi.

Intrattenimento di gran classe, grandi star (dove un Anthony Wong sottotono ruba la scena a tutti persino da morto, riverso e sanguinante), e di conseguenza una dose di fascino supercool non indifferente; ma anche uno studio attento ai personaggi più che alla (poca) azione, e una variazione non banale sul tema del ruolo (e della divisa) nella metropoli: non facile, visto quanto il tema è stato visto già da ogni angolazione dal cinema cantonese.

Decine di scene da antologia (ad esempio le due morti "paterne", o il finale) si fanno perdonare alcune cose trendy per bocche facili. Avercene: da (ri)vedere.

Prossimo il remake per mano di un regista che qui amiamo: al di là dei dubbi legittimi, non sarebbe una buona occasione per vederlo nelle sale italiane, visto anche che in alcuni stati europei è uscito da ben poco?. Non si sa mai.

Three (San geng)
di Registi Vari, 2002

Per qualche misterioso intervento divino è comparso nelle videoteche italiane questo film a episodi, celebre coproduzione tra Corea, Thailandia e Hong Kong. Distribuisce Eagle Pictures: vuoi vedere che prima o poi metteranno fuori anche Three extremes? I tre segmenti non hanno quasi nulla in comune, quindi ne parlo separatamente.

Memories, di Kim Ji-woon (Corea del sud)
Un piccolo esercizio di stile (ma anche qualcosa di più), opera del regista che avrebbe poi realizzato Two Sisters, a cui la breve durata serve per sperimentare e giocare un po’ con i linguaggi, e per trasmettere una vicenda sull’abbandono e sulla memoria. Non propriamente horror, ma davvero pauroso, se si è predisposti: interessato in modo quasi teorico alle meccaniche dello spavento (l’inizio fa davvero saltare sulla sedia), Kim costruisce una tensione palpabile che resta per tutto il film e che alla fine si scioglie in un sorriso amaro. Bene, bravo, bis.

The wheel, di Nonzee Nimibutr (Thailandia)
Il segmento thailandese, a dispetto delle mie aspettative ricolme di curiosità, è quello che mi è piaciuto meno. Anzi, posso dire che non mi sia piaciuto. Nimibutr, produttore proficuo, e regista del Jan Dara di cui tanto male si è detto (ma mi riservo di vederlo comunque, visto che anch’esso è uscito da poco in dvd) costruisce una storia che mescola tradizione thai e ghost-cinema contemporaneo, annoiando però troppo spesso, o addirittura non suscitando alcun interesse: un dramma, vista la durata esigua. Il finale ricompatta il tutto, reimmette l’opera in un binario circolare, e azzecca qualche "visione": niente male. Peccato.

Going home, di Peter Ho-sun Chan (Hong Kong)
Nonostante il primo segmento sia molto bello, è questa la vera perla del trittico. Il segmento di Chan segue un binario e poi ne imbocca un altro, all’improvviso; sembra quindi prendere una sbandata narrativa, che è però solo apparente. Al di sotto di una bizzarra storia di paure infantili, ossessione necrofila, e medicina cinese, il risultato è una storia struggente e dolcissima sull’amore che sconfigge il dolore, la malattia, la morte. Peter Chan mostra una sensibilità incredibile e un senso notevole sia del dettaglio che dell’insieme. E poi fotografa Christopher Doyle: non serve dire altro. Un gioiellino.

In fuga per Hong Kong  (Gorgeous) (Bor lei jun)

di Vincent Kok, 1999

Gorgeous, tra i pochi film hongkonghesi dall’inizio del "periodo americano" di Jackie Chan, non è un film d’azione come pensavo (e come fa pensare il banale titolo italiano), ma una commedia romantica, simpatica ed edificante, con tanto di bottiglie con messaggi d’amore e amici delfini. Piacevole anche se di un’ingenuità sconvolgente, per non parlare dei sottotesti tematici (il confronto città/campagna, per dirne uno).

All’interno di questa storia d’amore tra un’ingenua ragazza taiwanese (dolcissima, meravigliosa Shu Qi), e un solitario industriale capitalista hongkonghese, c’è qualche combattimento, giustapposto in modo totalmente insensato, almeno per l’occhio occidentale. Duelli chiaramente pazzeschi, pochi ma più lunghi e persino meglio congegnati del solito. Chan che subisce in questo modo fa comunque un certo effetto.

Comunque, tra le ultime cose fatte da Jackie, si fa guardare, è diretto bene, e fa sorridere nonostante (o forse proprio per) le vette di stupidità naif e con qualche simpatica trovata demenziale (come la scena dell’effetto-vento). Sempre se Tony Leung (quello giusto) che fa la checca persa con i cetrioli sulla faccia è per voi il massimo dei divertimenti.

Ok, è una cazzata, ma che ci posso fare, io mi sono intenerito. Volete una buona, oggettiva, ragione per guardarlo? Potrebbe bastare, e avanzare, Shu Qi.

Storia di fantasmi cinesi 2 (Sinnui yauman II)
di Ching Siu-Tung, 1990

Il secondo (su tre) capitolo della fantasmatica saga di Ching Siu-Tung è propriamente un sequel, con tanto di "riassunto" all’inizio, e uno sviluppo coerente con il primo film. Ritroviamo personaggi, situazioni, Wu Ma. E ritroviamo anche la stessa qualità.

Il secondo Sinnui yauman è apparentemente molto simile al primo, in alcuni punti più controllato e preciso, in altri più esplosivo, perché vengono accentuati sia i caratteri horror che quelli melodrammatici: da una storia d’amore impossibile, si passa a una storia di malinconica ossessione amorosa, meno romantica ma anche più catartica e ottimista.

Anche se il capostipite è insostituibile nel mio cuore, il tono è qui decisamente più scanzonato e divertente (Leslie Cheung che nasconde le nudità di Joey Wong), con l’aggiunta comicissima di Jackie Cheung (da sganasciarsi la scena in cui viene immobilizzato), e regala ancora momenti di grande emozione (come la scena dell’ipnosi).

Non posso che essere soddisfatto come un bimbo, e aspettare con trepidazione di vedere il terzo.

FFF2005
La foresta dei pugnali volanti (Shi mian mai fu)
di Zhang Yimou, 2004

Zhang forse ha cercato di sistemare quello che in Hero non funzionava: guardando questo suo ultimo lavoro appaiono più evidenti le pecche del precedente.

House of the flying daggers è meno votato all’ambiguità storico-politica, più avventuroso e romantico. Il punto di partenza è sempre la menzogna; ma invece di costruirci sopra un apparato teorematico come in Hero, stavolta il falso viene usato come espediente narrativo. Magari forzando un po’ la mano con il ribaltamento di ruoli, ma in modo sicuramente più funzionale.

La fotografia di Zhao Xiaoding, a sorpresa, è migliore di quella di Doyle. Non per qualità illuminografica (lì Doyle è imbattibile, e il termine me lo sono inventato adesso), ma perché non schiaccia sotto il suo peso una regia che quindi ha l’occasione di prendersi una rivincita. E lo stile di Zhang risulta sanamente più grezzo, meno votato al lirismo e con più personalità tecnica. Il risultato è un film meno plastificato del predecessore.

Certo, molte cose non funzionano, sarebbe disonesto urlare al capolavoro. Prima di tutto, non c’è niente di nuovo sotto il cielo: non è detto che debba essere un difetto, ma una certa risaputezza è innegabile. E innamorato com’è del gesto plastico, dell’estetizzazione del combattimento (qui vera danza, molto più che altrove), e anche della protagonista, Zhang indugia un po’ troppo sui rallentamenti, e da un uso del digitale a volte un po’ eccessivo.

Nonostante ciò è un deciso passo avanti, senza arrivare ai risultati di Ang Lee, ma guardando al wuxia con più onestà e meno ambizione che in Hero. Forse provandoci ancora, Zhang potrebbe partorire fuori un ottimo film. Ma da quanto so, ha già rinunciato.

Se fossi una donna, Takeshi Kaneshiro me lo farei di brutto. E invece sono uomo: Zhang Ziyi non è mai stata così bella.

Di diverso parere l’amico FedeMc di SecondaVisione, che era dietro di me.

Storia di fantasmi cinesi (Sinnui yauman)
di Ching Siu-Tung, 1987

A chinese ghost story è uno dei tre o quattro film che qualche anno fa mi fecero scoprire e allo stesso tempo innamorare del cinema di Hong Kong. Quindi gli voglio molto bene. Pensavo di comprarmi il bellissimo cofanetto dell’intera trilogia, pubblicato dalla Eagle nei mesi scorsi. Ma dal momento che La7 ce li regala tutti e tre, rimanderò alla mia prossima sicura ricchezza.

Per alcune cose mi tocca ripetere quanto detto su The bride with white hair: anche qui un fantasy segnato dalla tradizione popolare e influenzato lievemente da alcuni oggetti occidentali, anche qui "cinema di pura meraviglia, di uomini (e donne) volanti e di amori impossibili". Ma il cinema di Ching, grande maestro di arti marziali e pregevolissimo regista, è diverso (e forse migliore) da quello di Yu.

Prima di tutto perché l’approccio al fantasy è più diretto, più irrazionale e sincero, più immerso in uno spirito senza tempo, interessato più alla (re)invenzione di un immaginario fantasmatico che alla trama vera e propria. In secondo luogo, per la riuscitissima combinazione di un ritmo forsennato fatto di voli e acrobazie e di una comicità stralunata (perfetto Leslie Cheung).

Infine, c’è tutta la seconda parte, in cui esplode un’impensabile immaginazione, che mescola l’horror e il fantasy inserendo elementi onirici e surreali, in un crescendo che non lascia un attimo di respiro, che sciocca per quanto eccede (una lingua lunga chilometri che si trasforma in una specie di enorme coccodrillo…) e che conduce a un finale malinconico: perché anche se il tono è scanzonato, c’è sempre il tempo di spendere qualche lacrima per un’amore irrimediabilmente perduto nelle polveri del sacrificio.

Santa Lucia, volume  6

City on fire (Long hu feng yun)
di Ringo Lam, 1987

Si chiude con questo film la visione dei film acquistati a Dicembre su www.dddhouse.com (due più che ok, due gioiellini, e due capolavori). Devo risparmiare o pensare al prossimo acquisto?

Poliziesco metropolitano che elogia l’amicizia virile e dramma noir sulla fiducia e sulla lealtà, City on fire prende in realtà una strada un po’ diversa dai capolavori di Woo che sembrano assomigliargli nelle tematiche: la sua scelta stilistica è infatti quella di asciugare il melodramma, e cercare di analizzare la barbarie e la crudezza che giace all’interno della città e delle gerarchie con un occhio violento e molto realistico.

Non un capolavoro, ma comunque un prodotto che (come spesso accade) sta parecchie spanne sopra l’action medio di quegli anni, dotato di una coerenza rara, rude e senza troppi fronzoli, e rinforzato da una bellissima seconda parte: per tensione narrativa e per scrittura dei personaggi (il rapporto tra giustizia e amicizia che rode l’animo del poliziotto sotto copertura), il finale è un vero gioiellino.

Non a caso, è stato ripreso nelle Iene da Tarantino (1992). Se l’influenza del noir di Honk Kong nel film è autodichiarata (a partire da A better tomorrow II), molto del finale di City on fire (e non solo, ma è la cosa più evidente) è finito in Reservoir dogs: il capannone, la difesa del colpevole, lo stand-off a pistole puntate, la chiusa. Questo non toglie ovviamente niente all’opera di Tarantino, per carità: si sa che la grandezza del suo cinema è anche (o proprio) nell’appropriazione e nella rielaborazione di materiali preesistenti (e in questo caso come in altri, supera l’originale).

Detto questo, Chow Yun-Fat era proprio bravo. Ma proprio tanto.

Santa Lucia, volume  5

A hero never dies (Chan sam ying hung)
di Johnnie To, 1998

A hero never dies è un melodramma di pistole e sangue, una storia di riscatto e rivalsa, un affresco funebre di corpi impazienti e in cerca di pace, una riflessione action sui valori dell’onestà e dell’onore, e una (doppia) storia di sacrificio amoroso. E se l’azione è magistrale e millimetrica, con risvolti western (non solo nel cappello di Martin) e un finale nichilista e impressionante (con vetri che volano come fiocchi di neve), è forse il lato melodrammatico a colpire al cuore: impudico fino alla spudoratezza, struggente fino alle (nostre) lacrime.

La regia di To è più che perfetta, capace di miracoli di tensione (la sparatoria nella baracca è tra le più belle mai viste, per non dire dell’inseguimento nell’ospedale) e di momenti di grande malinconia elegiaca. E senza bisogno di troppe chiacchiere: basta uno sguardo, o un movimento di macchina (spesso elastico, con "andata" e "ritorno").

Splendidi tutti gli interpreti, con menzione d’onore a Ching Wan Lau (Martin) e Fiona Leung. La lunga sequenza dell’incontro tra i due nemici, con quella "sfida" (rompere un bicchiere lanciando una moneta) che è anche presagio del destino dei due, e con quella bottiglia-feticcio (grande trovata narrativa) è di una bellezza indicibile.

Qualcuno ha scritto che questo è il capolavoro di Johnnie To, qualcuno forse no. A soli tre film (dopo il bellissimo Trow down e il "minore" Heroic trio), non posso azzardare simili ipotesi. Ma è comunque un capolavoro.

Santa Lucia, volume 4

Police story (Ging chaat goo si)

di Jackie Chan, 1985

Police story è il primo di una serie di quattro film interpretati da Jackie Chan, di cui in italia abbiamo visto il terzo (Supercop) e il quarto (First strike), diretti entrambi da Stanley Tong, mentre i primi due, diretti dallo stesso Chan, sono inediti in italia. E’ uscito da poco nelle sale cinesi New police story, diretto dal Benny Chan del piacevole Senza nome e senza regole (forse l’ultimo vero film di Chan), e pare che non si affatto male.

Questa prima "police story" è davvero una gioia per gli occhi e per tutti gli amanti del cinema rocambolesco dell’attore-regista honkkonghese. Il film riesce a coniugare in modo miracoloso la vena avventurosa e quella comica di Chan, ma nessuna delle due accetta il compromesso verso l’altra: le parti d’azione sono pari per ritmo e inventiva a qualsiasi costoso action americano (sia che si combatta, che ci si spari, che ci si insegua), e la commedia è portata a livelli di comicità degni del cinema muto: come la scena in cui Chan gestisce quattro telefoni diversi, o quella irresistibile del poliziotto vestito da aggressore.

L’inizio è fulminante: dopo una sparatoria, le macchine in inseguimento travolgono una baraccopoli come una slavina. E il finale non è da meno, tra voli da metri di altezza, centinaia di vetri spaccati, coreografie da balletto estremo. E tra risate e momenti di tensione, si fa il tifo come bambini per un folletto che si fa male (e parecchio) ma si rialza e combatte, con le mani, con i piedi, con tutto il suo corpo.

Poi, gli stunt: sono Jackie Chan, devo inseguire un autobus a piedi: cosa mi serve? Ma ovvio, un ombrello. Chan è uno stuntman impressionante (se n’è parlato diffusamente qui), ma anche un bravo regista e un discreto attore: quando le cose vanno male e la trama prende la piega hitchcockiana del wrong man, riesce ad essere convincente nella sua urlata protesta nei confronti delle gerarchie, anche se non si deve pretendere una profondità politica o una sceneggiatura originale da un cinema che è solo (o soprattutto) intrattenimento. Ma davvero di altissima qualità

Brigitte Lin tagliata corta è comunque affascinante, e deliziosa Maggie Cheung con il suo faccino imbronciato, nel ruolo dell’eterna fidanzata del protagonista (nei primi 3 film della serie). Uno dei suoi prodotti migliori, anche se il terzo Supercop non è molto da meno: e lì c’è Michelle Yeoh che salta con una moto su un treno in corsa…

Santa Lucia, volume 3

The bride with white hair (Bai fa mo nu zhuan)

di Ronny Yu, 1993

Uno dei più celebri fantasy honkkonghesi degli ultimi vent’anni, tanto che è passato anche da noi (c’è sul Mereghetti), per quanto non sia mai riuscito a trovarlo in Italia. E tanto che il regista se lo sono adottato in America: se n’è parlato anche qui.

La trama ricalca il modello tragico shakespeariano dei due amanti appartenenti a famiglie diverse: qui sono i clan al potere, quasi decaduti ad un passo dalla fondazione della Cina, contro un malvagio culto sotterraneo volto alla conquista e alla vendetta, fondato da due rinnegati ed esiliati fratelli siamesi uniti per la schiena: doppia-nemesi molto più che memorabile (con notevoli effetti horror).

Un cinema di pura meraviglia, di uomini (e donne) volanti e di amori impossibili, di tradizioni, culti magici e grandi battaglie, che non ha mai paura di osare in barocchismi e eccessi melò, pur di provocare lo stupore dello spettatore. E siamo fortunati, perché ci riesce in pieno: visionario e appassionante, un gran bel film.

Fascinoso Leslie Cheung (che ha deciso di lasciare questo mondo quasi due anni fa) e davvero incredibile lo charme e la presenza scenica di Brigitte Lin: quando questi due sono sullo schermo insieme, sono meglio di una tempesta elettrica.