Norvegia

Max Manus, Joachim Rønning e Espen Sandberg 2008

Max Manus
di Joachim Rønning e Espen Sandberg, 2008

Non è proprio semplicissimo muoversi nella ristretta e poco diffusa cinematografia norvegese, ma è pur vero che almeno un titolo all’anno spicca sugli altri per il suo successo critico e/o commerciale. Ed è facile identificare questo singolo film con il vincitore del nazionale Amanda Award (Amandaprisen). Nel 2007, per esempio, ci fu lo straordinario Reprise. Nel 2008, l’altrettanto sorprendente The man who loves Yngve.

Quest’anno a vincere l’ambito premio* è stato invece questo biopic in forma di dramma storico-bellico ambientato durante l’occupazione nazista della Norvegia, il cui protagonista, che dà il nome al film, è un vero mito nazionale della resistenza. E non sorprende che la rappresentazione delle sue eroiche e patriottiche imprese debba fare i conti con un approccio piuttosto tradizionale alla materia, prima di tutto da un punto di vista narrativo.

Ma se probabilmente per i norvegesi tutta la questione storica è più intellegibile (e pare abbia scatenato una polemica in patria sul ruolo della resistenza) ciò non toglie che il film sia un prodotto di impeccabile e innegabile professionalità – oltre che inaspettatamente vendibile: non è poco già il fatto che le vicende di Manus conquistino e appassionino senza troppi sforzi, nonostante siano ambientate in un contesto che, fuori dai confini della Scandinavia, è assai poco raccontato.

A tratti poi, Max Manus riesce a raggiungere un’intensità davvero notevole – quasi sempre grazie alla fantastica e mimetica prova d’attore di Aksel Hennie. Il resto lo fanno l’eccellente fotografia, il montaggio, l’accuratissima ricostruzione storica. Non sposta di un millimetro verso nord il baricentro del cinema europeo, ma non è nemmeno una cosa da poco.

In ogni caso un bel passo avanti, per Rønning e Sandberg. I due non muoiono dalla voglia di farvelo sapere, ma il loro esordio alla regia era stato Bandidas.

*Oltre al premio come miglior film dell’anno, Max Manus ha vinto gli Amanda come miglior attore, attrice non protagonista, fotografia, sceneggiatura, sound design e il premio del pubblico.

Il film non ha una data d’uscita italiana, così come non ce l’ha la sua "controparte" danese, Flame & Citron di Ole Christian Madsen.

Dead snow, Tommy Wirkola 2009

Dead snow (Død snø)
di Tommy Wirkola, 2009

Del norvegese Tommy Wirkola da queste parti si è parlato (in un post a cui voglio molto bene) circa un anno e mezzo fa: l’occasione era il suo esordio Kill Buljo. Ma se quella era una parodia demenziale (inutile dire di cosa) con il suo secondo film, forse anche grazie all’interesse suscitato sulla rete in tutto il mondo fin dall’annuncio – beh, come era possibile non alzare le orecchie di fronte all’arrivo di uno zombie-flick in cui i morti viventi sono pure uno squadrone di nazisti rimasti seppelliti nelle nevi norvegesi dalla secondaguerra? – Wirkola decide di alzare un po’ il tiro.

Confezionando così non più una parodia scema ma una vera horcom – ovvero un film che tende ad autosostentarsi sia come commedia che come horror – in cui in realtà la parte horror prende decisamente sopravvento. E la parte comedy, per così dire, rientra facendo il giro largo. Mi spiego: tutta la prima parte del film, una buona metà, è una roba tremendamente convenzionale, forse un po’ più autoriflessiva che al solito (i personaggi sono cinefili, citano titoli di film horror, conoscono bene l’immaginario degli zombi e alcuni si comportano di conseguenza), ma che fa leva su forme risapute, sia dell’horror occidentale che (soprattutto) dei compatrioti di Fritt vilt. Insomma: un horror. Niente di grave comunque, ma si sprecano gli sbadigli.

Ci si comincia a divertire, come al solito, quando Wirkola decide che ha toccato tutti gli usi e costumi dello slasher e comincia a giocare sporco, esagerando ed esagitandosi senza più preoccuparsi di mantenere un decoro e una serietà. Non vorrei spoilerare, ma in un film simile non è una grande rivelazione che muoiano come mosche, giusto? Bene, quando ne rimangono in piedi solo due o tre, allora sì che comincia una parte finale assolutamente scatenata: la sequenza dell’automutilazione è da vedere e rivedere, per non parlare di budella incastrate in rami d’albero, scherzi beffardi del fato, la carica dei morti viventi sulle note di un allegrissimo "halleluja" – e poi, questi spettacolosi zombi nazisti che mostrano saperne molto più di quanto i poveri malcapitati sperassero. Loro, e le loro seghe elettriche.

Alla fine il film si tira talmente su nelle sue battute conclusive che fa perdonare anche le cose più becere e prevedibili della prima parte. E poi, bon, ci si diverte. Però: qualcuno che conosce bene la Norvegia mi spiega quest’ossessione di Wirkola con il Twister?

The man who loved Yngve, Stian Kristiansen 2008

The man who loved Yngve (Mannen som elsket Yngve)
di Stian Kristiansen, 2008

"Ok, non si chiama Unione Europea né Russia. Non c’è la guerra al terrorismo. Nessuno ha un iPod. Cellulari, Internet, quella roba è fantascienza. Mi capite? No? Ok. E’ il 1989. Si chiama Comunità Europea, e io sono contro, cazzo. Si chiama Unione Sovietica, guerra fredda, Thatcher. La Norvegia ha il petrolio e gli yuppie, e la gente va in giro con dei piumini rosa, dei mullet con la permanente, e ascoltano musica di merda. Cosa ho fatto per meritarmi questo? Tutto è una barzeletta. Tutte le ragazze vanno negli USA alla pari "se la spassano da matti". Alla pari? Maledizione. Non ho amici. Non ho mai fatto sesso. Non ho idea del perché sono qui. Il mio nome è Jarle Klepp, e voglio una vita".

Con questo sfogo fulminante, recitato dal protagonista Rolf Kristian Larsen con lo sguardo in macchina durante una gita scolastica tra le paludi, inizia il primo film del regista norvegese Stian Kristiansen. Bastano pochi istanti, e Jarle trova una sua dimensione grazie all’amicizia con Helge Hombo, sancita dalla passione per Psychocandy dei Jesus and Mary Chain e per il disprezzo nei confronti dello status quo, la voglia di fuga. Titoli di testa scritti su audiocassette: tanto per capirci. Tre mesi dopo: il muro di Berlino è crollato, Helge e Jarle hanno fondato una band, Jarle sta con la ragazza dei suoi sogni, Cathrine. E il film, solo allora, è pronto a incominciare.

L’oggetto del desiderio che scatena la narrazione di Mannen som elsket Yngve è infatti, secondo gli schemi del teen-movie, un "individuo alieno", una squassante potenza esogena – il ragazzo nuovo giunto nella classe di Jarle. Biondo, pallido e delicato, Yngve gioca a quell’orribile depravazione borghese che è il tennis, ascolta robaccia synth-pop come i Japan di David Sylvian, è apparentemente antitetico a Jarle. Ma quest’ultimo prova per lui una fascinazione immediata che manderà in subbuglio non solo il rapporto con Helge e Cathrine, ma anche il sistema di valori, o presunti tali, su cui aveva costruito la sua identità. Quella stessa vita che chiedeva, ci chiedeva, a gran voce.

Quello di Stian Kristiansen è un esordio davvero sorprendente, per la sapienza con cui affronta di petto tutti i rischi del film adolescenziale da una parte, e del period movie sugli anni ’80 dall’altra, uscendosene con un film piccolo ma assolutamente irresistibile che parla, appunto, sia della ricerca del sé negli anni dell’adolescenza e di identità sociale e sessuale, sia di un momento storico ben definito e riprodotto con cura e malinconia in parti uguali – e per il suo trattare entrambe le facciate di una storia di crescita, di amicizia e di solitudine con grande freschezza, e soprattutto grande sincerità.

Gran parte del merito dell’umore che il film trasmette è dovuto poi a una scelta musicale molto precisa, proprio come è essenziale la musica stessa nello sviluppo della storia e nei rapporti tra i personaggi, dall’apertura su I wanna be adored degli Stone Roses fino ai Cure, passando per i R.E.M. di The one I love e, ovviamente, i Jesus and Mary Chain – senza contare l’apporto di band norvegesi come i Raga Rockers e gli Aller Værste!.

Il film, uscito in Norvegia più di un anno fa, è stato proiettato in una quantità notevole di festival in tutto il mondo, tra cui – sentite questa – la sfigatissima edizione 2008 del Festival Internazionale di Roma. Che però, per ora, non gli ha portato fortuna: non c’è traccia di un’uscita italiana, tanto per cambiare. Peccato.

Purtroppo l’edizione DVD norvegese non ha i sottotitoli in inglese: se volete acquistarlo, vi conviene aspettare che esca in qualche altro paese. Potrebbe essere una cosa lunga. In ogni caso, esistono in rete dei sottotitoli in inglese creati da un fan (tra l’altro, un ottimo lavoro). Insomma, fate voi.

Rovdyr (Manhunt), Patrik Syversen, 2008

Rovdyr (Manhunt)
di Patrik Syversen, 2008

Non si può dire che l’horror norvegese abbia un grande passato alle proprie spalle: Cciò nonostante, un film del 2006 chiamato Fritt Vilt (Cold prey) fece entusiasmare molti per la sua capacità di rinverdire un plot molto classico e abusato con uno stile ineccepibile e una regia solidissima.

Mentre in Norvegia è già uscito Fritt Vilt II (in arrivo sul mercato DVD inglese a fine Aprile), l’esordiente Patrik Syversen prova a dire la sua su quello che, visti i risultati, potrebbe essere una tendenza da tenere d’occhio. Anche se, lo diciamo subito, Rovdyr non è fico quanto Fritt Vilt. Non c’è infatti quasi niente che non si sia già visto in decine e decine di altri film: negli anni ’70 (richiamati anche dalla patina dell’otttima fotografia di Håvard Andre Byrkjeland) un quartetto mal assortito di ventenni in gita, ovviamente tutti bellissimi come sempre, diviene la preda di una vera e propria caccia nei boschi norvegesi. Aggiungeteci la traduzione del titolo: "rovdyr" significa "carnivori".

Eppure, nonostante la prevedibilità dell’assunto, dello svolgimento – ribaltamento prospettico compreso – e persino del solito ovvio finale beffardo, Rovdyr funziona bene: è teso e allucinato, violento e truce come gli si richiedeva, ha un’ottima cura del sonoro (e le musiche del britannico Simon Boswell), e per i suoi personaggi, per quanto accennati frettolosamente, si riesce a provare antipatia o simpatia – soprattutto nei confronti della spettacolare (in ogni senso) Henriette Bruusgaard, grazie a un buon talento nell’evitare di ricorrere (considerando la benvoluta brevità del film) a forzature di sceneggiatura.

Non è l’unico thriller/horror recente (Fritt vilt era un buon esempio, ma anche l’americano The strangers, per esempio) a mostrare come, in certi contesti, se si ha una mano robusta e nessuna pretesa di rileggere o rivoluzionare i generi, si possono percorrere strade già battute e portare a casa lo stesso un lavoro come si deve.


Statisticamente improbabile un’uscita nelle sale italiane. L’edizione inglese di Rovdyr in DVD uscirà il 30 marzo 2009. Nel frattempo, potete recuperare il DVD inglese di Fritt Vilt.

Kill Buljo: The Movie, Tommy Wirkola 2007

Kill Buljo: The Movie
di Tommy Wirkola, 2007

Quanto è bello svegliarsi in un mondo in cui non solo si può urlare a gran voce “esiste una parodia norvegese di Kill Bill”, ma addirittura “ho visto una parodia norvegese di Kill Bill”? Cos’altro si può aggiungere? Solo il fatto che esista una parodia norvegese di Kill Bill, mi rende una persona più felice. Poi, è chiaro a tutti fin dalle premesse che il film è una colossale monata, girata con l’equivalente 150mila dollari solo per poter fare delle battute di pessimo gusto ai danni di lapponi e di antilapponi, e ancor più per poter girare una lunghissima sequenza di inseguimento tra moto da neve.

Ciò nonostante, l’occasione che mi si presenta, quella di parlare non solo di una parodia di Kill Bill, ma di una parodia norvegese di Kill Bill, è rara e ghiotta, e tenendo fede al dogma Norvegia! Nuova! Corea! spenderò qualche parola in più. Anche se è evidente che questa immensa boiata, che ha la valenza artistica di un film girato tra amici durante i weekend, potrebbe gettare un’ombra su ogni parola spesa in difesa e in promozione del cinema di Oslo.

Ma comunque, conservando la ferrea convinzione che questo film sia più divertente da raccontare che da vedere davvero, e per salvare il salvabile, ecco a voi questo post assurdo che si chiama

I 10 selling point di Kill Buljo

1. KILL BILL
Chiaramente, come già detto, il film si vende come La Parodia Di Kill Bill. Almeno, cerca di spacciarsi come tale per mezz’ora, poi (giuro) se ne dimentica completamente, prendendo una piega completamente scollegata che ha un che di avanguardistico. Seh. Nell’ottica di “parodia di Kill Bill”, la cosa migliore è tutta la sequenza in ospedale, che vado a raccontarvi nei suoi punti-cardine: mentre Jompa Tormann (il nostro eroe lappone, di cui riparleremo allo sfinimento) viene stuprato durante il coma, sogna tutta una serie di suggestioni che rimandano al sesso anale, tipo andare in bici senza sellino o andare da solo sull’altalena per due, fino a essere investito proprio lì dal getto di un idrante; Jompa si sveglia dal coma, si alza sul letto, e si ritrova in bocca un numero vergognoso di profilattici, ovviamente usati; gli scappa da pisciare, mette la padella per terra e ci piscia come in una turca, ma non basta, allora mette per terra il cassetto di una scrivania e ci piscia, ma non basta. Stacc su un numero imprecisato di contenitori a terra, tra cui (sic) una scatola di fiammiferi, tutti pieni di piscia. Punchline: “such a small fucking cock and such a large amount of urine”.

2. IL LOOK
Il protagonista Jompa è un lappone, e per questo non solo viene deriso e stigmatizzato dal co-protagonista che lo insegue ingiustamente, un poliziotto che odia a morte tutti i lapponi e tutte le donne chiamato Sid Wisløff e intepretato (malissimo) da Wirkola stesso, ma ha sempre questa orrenda fascia etnicolappone sui capelli che fa il paio con i suoi meravigliosi baffoni. Da segnalare però apparizioni secondarie, come il padre del poliziotto nel flashback, che indossa una maglia bianca a rete, per di più piena di buchi, e soprattutto il tamarro che stupra Jompa mentre è in coma: sfoggia una minuscola giacchetta di pelle nera sotto cui fa bella mostra di sé un orrendo petto glabro e lucido.

3. IL MOMENTO SESSUALMENTE SCORRETTO
I cattivoni si nascondono in un allevamento di vacche: ci vuol poco a scoprire che uno di loro usa gli animali per scopi non propriamente alimentari.

4. LA MISOGINIA
Il poliziotto intepretato da Wirkola è uno dei personaggi più cinematograficamente spiacevoli che io ricordi, ciò nonostante la sua esagerata misoginia non può essere tralasciato come selling point, al giorno d’oggi. La sintesi del personaggio è probabilmente la scena in cui incontra la sua aiutante, una “pathfinder” lappone, peraltro particolarmente figa. Lei arriva vestita con dei coloratissimi abiti tradizionali lapponi, e gli dice “Boris” che in lappone significa, tipo, “Ciao”. Risposta di lui: “Chiamami Boris un’altra volta e ti apro un altro buco nel culo”, alla quale aggiunge un invito a mettersi addosso dei vestiti civili. Alla richiesta del dovuto rispetto professionale da parte di lei, la risposta di lui è: “Sei una lappone, e una donna: dove entra in gioco il rispetto?”.

5. L’ACCENNO DI SOTTOTRAMA CHE FA IMPAZZIRE IL FANDOM
Quando si incontrano in una taverna Jompa e la poliziotta, peraltro particolarmente figa, che lo contatta per difenderlo dalle accuse di Sid Wisløff e che diventerà la sua amante, il dialogo suona più o meno così:
(lei) “Io lo so, cosa hai fatto”.
(lui) “Mi aveva detto di avere 16 anni, lo giuro”.
(lei) “Cosa?”.
(lui) “Ah, niente, niente”.

6. IL METACINEMA
Dalla stessa sequenza parte un interminabile flashback amoroso, introdotto da Jompa: dopo aver detto la suggestiva frase “Aspetta, sono già stato ferito”, il nostro eroe si gira verso la macchina da presa con il dito puntato e dice “Vai col flashback!”. Lo so che è triste, è quel che passa il convento raga.

7. IL FLASHBACK AMOROSO
Momento di massimo stimolo erotico del film, il flashback amoroso di cui sopra non solo contiene una parodia di Titanic in cui la tipa in questione, peraltro particolarmente figa, ma questa volta con una faccia da puttanone che lévati, finisce sbudellata dal motore della barchetta, ma anche una scena – la più riprodotta se cercate il film su Google Images – in cui Jompa e la tipa in questione fanno petting immersi nel pesce crudo.

8. IL CLASSICO DEMENZIALE MERIGANO
La sequenza più riuscita nell’ottica del Classico Demenziale Merigano è probabilmente quella in cui Jompa spia i cattivi mentre questi stanno dentro a questa specie di rifugio montano. Primo: loro sono stati appena raggiunti da una bodyguard, peraltro particolarmente figa, un clone di Lara Croft che si chiama (ve lo giuro) Lara Kofta (e no, questa non la spiegano proprio), e si mettono (ve lo giuro) a giocare a Twister. Secondo: lui fa la nota gag del Classico Demenziale Merigano per cui fa rumori sempre più assurdi senza che i cattivi lo sentano, e poi rompe un rametto e lo sentono: ma il culmine comico arriva quando mette il piede su una tastierina Bontempi, da cui escono le note di Fight Club.
(mioddio, questa cosa è talmente bella che a raccontarla sembra che me la sia inventata io, tanto non vi metterete di certo a verificare)

9. LE PUNCHLINE DI JOMPA
Come ogni eroe action che si rispetti, anche Jompa uccide i cattivi in modo creativo e truculento, e poi prorompe in una bellissima battuta sprezzante à la Bruce Willis. Nell’ordine:
- il cattivo equivalente di Daryl Hannah, qui schifoso ciccione pedofilo, viene decapitato con l’ausilio di un misuratore della pressione. Punchline: “Stress, man, it’s a killer”.
- il cattivo x viene decapitato con la katana e la testa cade sulla neve. Punchline: “So much for keeping a cool head”.
- il cattivo y aveva per tutto il film una mascherina nera senza buchi, Jompa combattendo gliela toglie, lui è tutto contento perché finalmente ci vede, oggesù, e dice “I can see! I can see!”, al che Jompa lo alza e lo decapita con le pale del ventilatore da soffitto. Punchline: “Yes. But you didn’t see the fan.”

9b. LE PUNCHLINE SESSUALI DI JOMPA
Nella sequenza in cui Jompa e la poliziotta finalmente si baciano e fanno dei coiti, c’è tra di loro, tra un bacio e l’altro, il seguente dialogo. Sento dentro il dovere di trascriverlo interamente.
Lei: Jompa, i’m not wearing any underwear.
Lui: Tsk, talk about being forgetful.
Lei: Jompa, i feel there is something special and unexplainable between us.
Lui: Relax, it’s just my dick
Lei: Oh, Jompa! Jompa!
Lui: Shht. Less talk, more fucking.

10. LA SEQUENZA D’AZIONE
Come già accennato in precedenza, tutto il film è un pretesto per poterci ficcare in mezzo uno spettacolare inseguimento tra moto da neve. La sequenza in questione è effettivamente abbastanza ben fatta, soprattutto considerando la gente che vi è coinvolta.
Peccato che tutto intorno ci sia Kill Buljo.

In chiusura, vorrei sottolineare una volta per tutte che nel vedere l’impresentabile stronzata che è Kill Buljo mi sono in realtà divertito come un deficiente, e che l’ho pure parzialmente riguardato per scrivere questo post, il che fa di me solo uno snob, paraculo e cerchiobottista. Buona visione.

Den brysomme mannen (The bothersome man)
di Jens Lien, 2006

Den brysomme mannen, presentato alla Semaine di Cannes 2006 e vincitore di diversi premi in patria (tra cui il prestigioso Filmkritikerprisen di quest’anno, a pari merito con Reprise) ha una trama sfuggente, difficile da raccontare, e che porta molto fuori strada. Comunque: dopo un incipit in cui sembra buttarsi sotto un treno della metropolitana mentre due sconosciuti si baciano voluttuosamente sulla banchina, un uomo chiamato Andreas si ritrova accolto in una città senza odori né sapoti, dove gli viene assegnato un appartamento e un lavoro e dove, presto, troverà anche una compagna e un’amante. Fino a quando non si farà sentire la voglia di libertà da questo grigio contrappasso.

Va detto da principio, nel caso scegliate di avventurarvi nel mondo bizzarro e tardo-surrealista di Den brysomme mannen: è inutile cercare una spiegazione razionale o lineare a quello che accade ad Andreas. Nonostante si tratti con tutta certezza di una sorta di esperienza post-mortem, Lien e lo sceneggiatore di fiducia Per Schreiner (che ha tratto il film da un suo stesso testo radiofonico) fanno capire molto in fretta che il loro interesse è puramente metaforico, all’interno in un’ esplicita riflessione sulla disumanizzazione della società scandinava (o della società in generale). Il contesto narrativo si trasforma così in fretta in un pretesto, e i personaggi stessi, anche se divenuti ormai immortali, in pedine di un meccanismo circolare e crudele ben più grande di loro.

Pretesto assai suggestivo, comunque: se è difficile trovare un film a tesi così immerso nella sua Tesi da mettere da parte per tutta la sua durata (finale tronco/aperto compreso) le esigenze dello spettatore (e non è detto che sia un male, poi dipende dallo spettatore) d’altra parte la resa visiva del film è davvero affascinante e lucidissima, e allontana qualunque "tendenza" riconosciuta o riconoscibile per trasmettere l’inquietudine dell’assenza di emozioni attraverso i toni di grigio, le architetture spoglie, la satira glaciale ma impietosa del mondo del lavoro e delle abitudini borghesi.

E se è davvero ampio il ventaglio dei riferimenti (certo cinema di Lynch, serie come Il prigioniero, il teatro dell’assurdo, il gore spinto dei cartoon contemporanei) il quarantenne norvegese Jens Lien, nel suo primo lungometraggio ad avere una notevole risonanza internazionale, dimostra una grandissima personalità, uno smaliziato senso dell’humor, un eclettismo spesso beffardo, e soprattutto un impressionante talento nella gestione dei tempi e degli spazi. Tanto di cappello.

Abbiamo tramesso la rubrica Norvegia! Nuova! Corea!

Fritt vilt (Cold prey)
di Roar Uthaug, 2006

Completamente accecato dalla visione di Reprise, e dalla voglia – in buona fede – di svecchiare le solite pose cinefile attraverso la scoperta di cinematografie diverse dal solito, ho deciso di recuperare proprio uno dei più importanti successi commerciali delle ultime stagioni in Norvegia. Con mia sorpresa, è un horror, genere non molto coltivato dalle parti di Oslo. E con mia sorpresa ancora maggiore, non è affatto male.

Mi spiego. Ci sono cinque ragazzi (due coppie, una sedimentata e seria, l’altra fresca e sensuale, più un quinto personaggio più simpatico e sfigato) che vanno a fare snowboard in un posto bellissimo quanto pericoloso: ovviamente va tutto per il verso sbagliato, uno di loro si rompe una gamba, e quando si fa sera si ritrovano in un grandissimo hotel abbandonato. Apparentemente abbandonato. Da lì in poi, si innesca il meccanismo dello slasher, per cui i giovani protagonisti – non credo di poterlo chiamare spoiler – faranno uno ad uno la fine delle mosche.

A questo punto dovrei spiegare perché questo film, che descritto così sembra una cazzata, non lo è. Ci sono diverse ragioni, almeno quattro, che come al solito elenco banalmente. Primo, perché questo è uno slasher vero e puro, senza tanti fronzoli, senza tutti questi sbudellamenti ma ugualmente bello truce. Magari è adolescenziale e "tipico" quanto si vuole, ma io un horror così completamente sradicato dalla tradizione "critica" che ci portiamo sul groppone dai tempi di Scream non lo vedevo da tempo. Il cattivo è vicino al grado zero del mostro distruttore e indistruttibile – anche se poi il bellissimo finale ce ne rivela la genesi.

Secondo perché è scritto con quel minimo briciolo di intelligenza che fa sì che si possa empatizzare con l’umanità dei personaggi. Questione di aritmetica: alzerò meno il sopracciglio così, ma a me fa più paura. Terzo, non così distante, perché i cinque protagonisti sono bravi, oltre che ovviamente belli da fare schifo. C’è anche la splendida Viktoria Winge di Reprise, ma qui è bionda e vergine, ed è prevedibilmente la prima a tirare le cuoia – ribaltando (inconsapevolmente?) la tradizione per cui nell’horror se trombi muori. La sto facendo breve, si intende.

Il quarto motivo, che è quello che più salta agli occhi, è che Fritt Vilt è bellissimo a vedersi, e ha una cura estetica – aiutata dagli interni bui e labirintici dell’hotel e dagli esterni di pura neve – che l’horror spesso dimentica per strada. Per dire, è girato in 16mm e non l’avrei mai detto.

Nei limiti stabiliti di un film simile, insomma, tutto funziona a meraviglia. E chi l’avrebbe mai detto.

Link: la sintetica, ben più sobria ma felice, recensione di Dennis Harvey su Variety, che quoto da cima a fondo. Che sennò sembro rincretinito io.

Nota: Al di là dei discorsi scemi che mi ritrovo a fare spesso, anche e soprattutto in forma privata, suppongo che sia un po’ presto per alzarsi a urlare davvero "Norvegia! Nuova! Corea!". Però.

Reprise
di Joachim Trier, 2006
[Milano Film Festival - Concorso Lungometraggi]

Ieri pomeriggio ho detto – e pure scritto, da qualche parte – che difficilmente uno dei titoli presentati al Milano Film Festival sarebbe stato più bello di questo film norvegese: per una volta pare che io non abbia preso una totale cantonata, visto che Reprise si è aggiudicato il premio come miglior "lungo" del Milano Film Festival. Ma a prescindere dall’arbitrarietà delle giurie, il lungometraggio del 33enne Trier, già Discovery Award a Toronto, aveva davvero pochi rivali.

Il merito più evidente, in un film così basato sulla perfezione della sua complessa – ma senza fastidiosi eccessi intellettualoidi – struttura temporale, va quindi alla sceneggiatura, coraggiosissima e quasi sperimentale nel raccontare l’inizio e la fine tramite lunghi e complessi periodi ipotetici, così da "sdoppiare" letteralmente i destini dei suoi personaggi, abbinando la scelta al tentativo di uno dei due protagonisti a ricalcare la sua vita passata, forse per trovare lo snodo che l’aveva portato alla pazzia, e lasciando aperta ogni interpretazione sull’incredibile finale.

Ma si aggiungono anche una fotografia di impressionante bellezza, lucida ma mai patinata, e un gruppo di giovani attori, tanto fascinosi quanto bravi e intensi (Anders Danielsen Lie e Viktoria Winge in testa), a comporre un film bellissimo, a tratti travolgente per quanto sia sommesso e dolente, sul talento, sulla competizione, sull’amore, sull’amicizia, sulla follia, e su un sacco di altre cose. Imperdibile.

La mia impressione è che i norvegesi, anche se sono tutti troppo belli e fighi per non infastidire la nostra mediterranea mediocrità, e anche se fanno troppo spesso le virgolette con le dita, io qui lo dico, hanno tutte le carte per diventare i prossimi coreani. Rumeni permettendo. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

Nota: mancano ancora solo due post sul MFF (più precisamente sui due lungometraggi rimanenti: un altro britannico e uno rumeno, premiato con una menzione) e poi la smetto di rompervi le palle e ritorno alla vita vera. Promesso.