Regno Unito

La scomparsa di Alice Creed, J Blakeson 2009

La scomparsa di Alice Creed (The Disappearance of Alice Creed)
J Blakeson, 2009

Il titolo dice tutto: una ragazza di nome Alice Creed viene rapita. Il film è la storia del suo rapimento. I suoi due rapitori si chiamano Danny e Vic. Il film inizia con la preparazione da parte di Danny e Vic dell’appartamento che ospiterà Alice Creed. Il padre di Alice Creed è molto ricco. Danny e Vic no. Da lì in poi, vi lascio soli: la cosa migliore è non saperne nulla, come sempre accade per i film basati in qualche modo sui colpi di scena. E di questi ultimi, The Disappearance of Alice Creed fa un vero vanto, ma soprattutto il sostegno dell’intera narrazione: come si fa a tenere in piedi un film di 100 minuti ambientato quasi interamente in un bilocale con esclusivamente tre personaggi? Così, dopo una ventina di minuti c’è la prima sorpresa, che rimescola un po’ le carte del gioco. E dopo una quarantina di minuti, ce n’è una per cui sembra di dover buttare via l’intero mazzo. Da lì in poi, il film è un continuo andirivieni di ribaltamenti prospettici in cui il confine tra verità e menzogna si assottiglia sempre di più, ma il film funziona alla perfezione proprio perché le sue svolte sono elementi di un meccanismo che non nega mai se stesso né prende in giro o schiaffeggia lo spettatore. Tesissimo, diretto con talento dall’esordiente J Blakeson (un nome da tenere d’occhio) e forte di un notevole trio d’attori (tra cui una Gemma Arterton “normalizzata”), The Disappearance of Alice Creed è davvero una cosetta sorprendente.

Su tutto il resto, ne riparliamo quando l’avete visto.

Il film è nel listino Mikado e potrebbe uscire direttamente in dvd (?).

Se avete fretta o preferite le edizioni britanniche, è già uscito in dvd e blu-ray.

Nota: il trailer è inevitabilmente un po’ spoileroso, se volete affrontare il film a mente vuota. Io non ci avevo capito comunque una mazza, però ecco, siete avvertiti.

Wild target, Jonathan Lynn 2010

Wild target
di Jonathan Lynn, 2010

Sceneggiatore della televisione britannica di culto negli anni ’70 e ’80, Jonathan Lynn ha diretto nel 1985 il bellissimo Signori il delitto è servito (tratto dal gioco da tavola Cluedo) ma nessuna delle sue opere successive girate negli USA durante gli anni novanta è davvero memorabile: film come Mio cugino Vincenzo, Il distinto gentiluomo e FBI Protezione testimoni per quanto gradevolissimi si distinguono più che altro per la capace direzione degli attori. Non fa eccezione questo Wild Target, che per Lynn significa sì un ritorno dietro la macchina da presa (negli ultimi dieci anni un solo trascurabile film con Cuba Gooding Jr.) ma anche un ritorno in patria. Con un film che non potrebbe sembrare più inglese se non fosse che, paradossalmente, è il remake di un film francese: si tratta di Cible émouvante, una commedia da noi invisibile diretta nel 1993 da Pierre Salvadori. Questa, invece, è una commedia divertente, leggera, non indimenticabile ma impossibile da detestare, diretta con una leggerezza francamente rinfrescante, il cui maggior valore però è, come da copione, la composizione e la direzione dell’affiatato cast: l’impeccabile Bill Nighy si produce in una brillante e britannicissima clonazione dell’originale Jean Rochefort, Rupert Grint è una discreta sorpresa una volta privato del typecasting potteriano, e Martin Freeman è come suo solito irresistibile persino nel ruolo per lui inedito del “cattivo”: un killer tutto d’un pezzo dal sorrisetto creepy. E soprattutto, inutile nascondersi dietro tanti giri di parole, c’è Emily Blunt, che ormai è una specie di divinità, di una bravura e di una bellezza quasi offuscante. Per fortuna del film, non del tutto a suo danno.

Non è prevista un’uscita italiana*, via UK il film è disponibile in DVD e Blu-ray.

*UPDATE: il film dovrebbe uscire direttamente in dvd con Minerva il 24 novembre 2010.

Exam, Stuart Hazeldine 2009

Exam
di Stuart Hazeldine, 2009

Siamo in un futuro non ben specificato: “soon”, recita il cartello. Dopo aver superato una serie di prove anch’esse non ben specificate, otto candidati si ritrovano in una stanza asettica per un test scritto che permetterà loro di ottenere un lavoro molto ambito: ottanta minuti, otto scrivanie, otto fogli di carta A4 numerati, una guardia armata all’uscita. Un personaggio entra nella sala, elenca regole precise, esce. I candidati girano il foglio: non c’è scritto niente.

Il resto del film è ovviamente soggetto a spoiler grossi come palazzi (e il modo migliore per affrontare un film del genere è saperne il meno possibile), soluzione dell’enigma compresa: ma nonostante quest’ultima sia tanto semplice quanto efficace, Exam lo mette in chiaro, ciò che conta è il processo più che il risultato. Certo, il debutto di Hazeldine (uno sceneggiatore: si vede) è un thriller da camera che stabilisce da sé i propri limiti, lavorando su terreni calpestati sia tematicamente che narrativamente, ma non c’è dubbio che porti a compimento onestamente la sua ambizione: più che una metafora o una satira iperbolica del mondo del lavoro (come sembrava), è un trattatello psicanalitico sulla gestione della crisi, non troppo originale e succube al limite di qualche cliché (ma meno di quanto facciano temere i primi 30 minuti) e tenuto insieme per una durata forse eccessiva da un cast quasi sempre adeguato di gran belle facce da serie B, e da una regia capace, lontana da facili effettacci.

Il film non ha una data d’uscita italiana. Il dvd britannico si può già acquistare.

Link: I 400 calci

Exit Through the Gift Shop, Banksy 2010

Exit Through the Gift Shop
di Banksy, 2010

Non mi ha sorpreso ritrovare sul web diverse e accese discussioni su ciò che viene raccontato in questo documentario diretto da uno dei più noti e acclamati street artist al mondo e presentato all’ultimo Sundance. Anche alcuni critici hanno trattato la questione: chi accettando acriticamente i fatti narrati, chi dando per scontato che sia tutta una (impegnativa) presa in giro. Ci sono poi posizoni intermedie che ritengono che una “risposta” sia quasi del tutto ininfluente, o meglio che sia inutile scannarsi: tanto è la domanda, quella che conta. Uno degli scopi del film era senza dubbio proprio quello di farci interrogare sulla credibilità di una storia simile per far scaturire dalla questione il senso centrale della riflessione sul mercato dell’arte; in tal senso, la storia di Guetta e soprattutto quella della sua ascesa non è una beffa nei confronti dello spettatore, che è anzi complice, ma del mercato stesso – un’irresistibile satira del sistema in cui quest’ultimo mostra le sue contraddizioni senza bisogno delle iperboli tipiche della satira.

Poi Exit Through the Gift Shop è anche un sacco di altre cose: è indiscutibilmente un documento straordinario sull’opera quotidiana degli street artist che contiene peraltro alcune impagabili immagini di artisti come Invader e Banksy stesso al lavoro; ma è anche la storia di un uomo inadeguato e ossessivo che insegue un’impresa eccezionale e raggiunge degli obiettivi impensabili nonostante o proprio per via della sua inadeguatezza; è un film terribilmente divertente, in qualunque modo lo si voglia prendere; e alla fine, proprio nel suo continuo negarsi come tale e nel suo utilizzare la figura di Guetta come terzo elemento del paradigma, Exit Through the Gift Shop è davvero l’unico documentario possibile su Banksy.

E va benissimo così.

Non è prevista un’uscita italiana. Il dvd inglese si può già acquistare.

Four lions, Christopher Morris 2010

Four lions
di  Christopher Morris 2010

Ciò che sorprende di più di Four Lions, che racconta i maldestri tentativi di quattro giovani musulmani radicali a Sheffield di compiere un attentato suicida durante la Maratona di Londra, è come faccia dimenticare piuttosto in fretta di essere un film “scandaloso” o “pericoloso”: Morris trova un modo tutto suo, degno figlio della tradizione comica britannica, per affrontare a viso aperto (ma non a denti stretti, anzi, permettendo al pubblico risate crudelmente liberatorie) uno dei pochi autentici tabù della contemporaneità – e minarne i fondamenti con le armi dell’ironia e della satira, realizzando una commedia quasi-demenziale che non bada tanto alle mezze misure e, cosa ancora più importante, fa ridere davvero.

Morris in realtà è meno sfrontato di quanto non sembri: nonostante il suo progetto sia stato respinto dalla BBC e da Channel 4, si è mosso facendo ben attenzione a non pestare troppo i piedi (superato un certo limite, c’è poco da scherzare) ma quello che è riuscito a ottenere con questa irresistibile farsa, recitata splendidamente da tutto il cast, è una riflessione autentica e sincera che riesce ad andare più in profondità rispetto alla media dei servizi giornalistici o dei film più seriosi – gli stessi che per amore dello spettacolo e per paura di non offendere nessuno rimangono impegolati spesso negli stessi pregiudizi che avrebbero voluto sfatare. Morris invece spazza via tutto, sa che l’unico modo per raccontare questi personaggi è allontanarli dalla macchietta del musulmano pazzo, dipinge case, famiglie, abitudini quotidiane, disegna dei veri personaggi e gioca tutto sulla sua idea migliore: tracciare la differenza tra l’ignoranza e la cattiveria, tra la banalità e l’inevitabilità del male. Assolutamente consigliato.

Non è prevista un’uscita italiana. Il dvd inglese si può già acquistare.

Black Death, Christopher Smith 2010

Black death
di Christopher Smith, 2010

Il bristoliano Christopher Smith è un regista che da queste parti è visto da tempo con un occhio di riguardo: merito della scatenata commedia horror Severance, ma soprattutto dello stupefacente Triangle, geniale e cerebrale frullato di paradossi spaziotemporali che diventò una delle ossessioni del sottoscritto nella scorsa stagione. Per lo stesso motivo, saremmo pronti a perdonare a prescindere uno scivolone. Il suo quarto lungometraggio, ambientato nel trecento della "peste nera", è in realtà a mio avviso più un passo indietro che un vero passo falso.

A volerla dire tutta, Black Death dà più che altro l’impressione di un film che fatica a prendere una direzione, indeciso tra la riproposizione efficace di un immaginario medievale aspro e violentissimo e il racconto morale con metafora nascosta in bella vista. Da un lato c’è infatti la cruda prima parte, con una rappresentazione originale e cupissima dell’Inghilterra minacciata dalla pestilenza e dalla morte, dall’altro c’è la tendenza a trasformarsi gradualmente (o improvvisamente) in un film a tema. E nell’ansia di stendere sul tavolo le sue opposizioni e di sembrare una cosa serissima a tutti i costi, si dimentica per strada il gusto della narrazione, diventando statico e inerte e affidandosi perlopiù alla presenza di Carice van Houten, che per un po’ è ambigua e affascinante, ma il cui facile contrasto finisce presto per diventare stucchevole.

Il tocco di Smith si vede soprattutto nello sguardo crudele e a suo modo tragico sullo spirito umano, in cui l’indole ferocemente (e sadicamente, a tratti) pessimista del regista acquista persino una maggiore profondità – con il rischio, certo, di diventare la sua maniera, ma non si può negare che anche questo film lasci una palpabile sensazione di disagio e di sconforto. E che se Black Death non è forse all’altezza dei due film precedenti, mostra quantomeno che Smith, a differenza dell’opera stessa, sa perfettamente dove sta andando. Adesso speriamo che ci arrivi con il prossimo film.

Non è prevista un’uscita italiana nelle sale italiane a breve, ma a metà ottobre esce l’edizione dvd britannica

Centurion, Neil Marshall 2010

Centurion
di Neil Marshall, 2010

Tra i registi del cosiddetto Splat Pack, Neil Marshall non è solo uno dei più benvoluti, ma uno dei più interessanti ed eclettici: dopo essersi smarcato dal circuito degli appassionati (il suo primo film era l’interessante Dog Soldiers) con il fenomenale horror The Descent, con il suo sorprendente terzo film Doomsday aveva mostrato una notevole sfrontatezza nell’affrontare il pastiche di generi e i topoi del cinema post-apocalittico, attirando su di sé anche qualche immeritata antipatia da parte di alcuni fan della prima ora.

Con Centurion il suo cinema sembra prendere una strada diversa, allontanandosi apparentemente da scenari horror per raccontare una fantasiosa risoluzione di un famoso mistero – quello della "nona legione" romana scomparsa nelle Highlands scozzesi all’inizio del secondo secolo DC. In realtà, a Marshall interessa decisamente più l’action adrenalinico che la rivisitazione storica, la sua mano flirta con il thriller più che con Il Gladiatore, per nostra fortuna, e il film più che per la vicenda in sé si fa notare soprattutto per l’approccio sempre più materiale e sanguigno alle scene d’azione.

Insomma, dopo Doomsday pensavo di aver assistito al maggior numero di decapitazioni possibili in una pellicola di largo consumo, ma solo perché non avevo visto Centurion: la sequenza della prima battaglia in cui la legione viene sterminata dai Pitti, è una lunga e furiosa carneficina in cui quasi ogni inquadratura, all’interno di un montaggio serratissimo, è un ammazzamento, spesso molto truculento – ma il fatto che il film inizi con un soldato di guardia infilzato da una lancia là dove non batte il sole era già un bel campanello d’allarme, se così si può dire. In queste sequenze Marshall è in grandissima forma e Centurion si pone come il proseguimento ideale del film precedente, agli antipodi semmai rispetto a un’opera come Valhalla Rising.

D’altra parte però il film non spicca certo per l’originalità o la brillantezza del plot (nel film precedente sostituite dal continuo scarto di genere e dall’ammiccamento cinefilo) e visto che, azzerata l’ironia, Centurion non ha quella stessa capacità di gestire il corso della narrazione (buttando nella mischia una tiepida storia d’amore svalutata immediatamente dal contorno) spesso e volentieri affida il compito di tenere alto l’interesse a una fotografia eccezionale ma cartolinesca e alla tosta presenza scenica del suo protagonista. Gioco forza: chi non lo farebbe, avendo tra le mani Michael Fassbender? Anche se in realtà la vera star del film è la spettacolare Etain di Olga Kurylenko, proto-braveheart di spietata bellezza nei cui occhi Marshall riesce a far bruciare con una forza visiva deflagrante la fiamma della perdita e del desiderio di vendetta.

Non mi risulta che sia ancora prevista un’uscita italiana per le sale

Cemetery Junction, Ricky Gervais e Stephen Merchant 2010

Cemetery Junction
di Ricky Gervais e Stephen Merchant, 2010

Se il primo film come co-regista di Ricky Gervais, acclamato autore/attore di serie come The Office ed Extras, era stato il sorprendente The invention of lying, scritto e diretto insieme a Matthew Robinson, la sua opera seconda non si poteva immaginare più differente di così. Ma è anche, sicuramente, una pellicola più personale e sentita: d’altra parte la presenza al suo fianco di Stephen Merchant, amico di lunga data e braccio destro in entrambe le serie tv oltre che nel podcast di culto (poi trasformato in serie animata) chiamato The Ricky Gervais Show, è più di un indizio in tal senso.

Messa da parte la satira politico-religiosa del film precedente, Cemetery Junction è infatti un piccolo e delicato romanzo di formazione che racconta di un gruppo di tre ragazzi di Reading, nel Berkshire – non a caso, il paese dove Gervais è nato e cresciuto. Bruce, con tante parole di libertà in bocca ma una carriera già segnata nella fabbrica locale e un padre perdente, alcolizzato, abbandonato dalla moglie, che spende le sue giornate davanti alla telly. Freddie gli occhi blu, faccia da divo e faccia da schiaffi, una voglia irrefrenabile di "fare i soldi" e di non diventare come i suoi sgradevoli e reazionari famigliari. Infine "Snork", comic relief del trio, occhialuto e sgraziato, che non si rassegna ad abbassare la barra dei suoi canoni estetici per trovare finalmente una ragazza che si possa innamorare di lui.

Gervais e Merchant mettono in campo una riproposizione malinconica ed efficace della loro adolescenza, delle velleità di fuga e della rabbia da ventenni che si scontrano con la realtà delle cose e con la scoperta profonda delle responsabilità del mondo adulto, lasciando ai margini la loro comicità più acuta (relegata ai dialoghi tra la nonna e il padre di Freddie, interpretato dallo stesso Gervais) e accogliendo a braccia aperte il canone del period movie. Tanto che, in verità, Cemetery Junction è un film che non fa un passo più in là di quanto richiesto dalle regole del gioco, forse per la consapevolezza di voler narrare una storia molto semplice, piccola, forse "banale", ma che grazie alla brillantezza dei dialoghi (soprattutto quelli tra Freddie e la sua vecchia fiamma, interpretata dall’abbagliante Felicity Jones) e alla perfezione del cast riesce, senza fare troppo clamore, riesce a superare una certa sensazione di meccanicità (e quella, ben più palpabile, che Gervais non sia proprio un gran metteur en scene) a conquistare ben più che la nostra simpatia.

Solomon Kane, Michael J. Bassett 2009

Solomon Kane
di Michael J. Bassett, 2009

Non sarebbe l’atteggiamento più corretto e rispettoso nei confronti di un film, quello di andare a pescare soprattutto le considerazioni "relative", ma nel caso di Solomon Kane può essere almeno utile per apprezzare ciò che funziona – perché, diciamolo, non è moltissimo. Il film dell’inglese Bassett è una produzione europea che cerca un suo posto nel percorso del cinema epico-fantasy (a partire da un personaggio della letteratura pulp vecchio di ottant’anni e più) e lo fa con un budget abbastanza ridotto ("solo" quaranta milioni di dollari) e un cast di facce semisconosciute – a partire dal protagonista James Purefoy, quasi-sosia di Hugh Jackman che, lo capite da voi, non è che sia proprio un trascinatore di folle.

Insomma, relativamente alle condizioni produttive e alle ambizioni spettacolari, Solomon Kane si difende piuttosto bene e il tratto più caratteristico, quello che lo tiene in piedi quasi per tutta la sua durata, è la sua cupezza: tanta pioggia, tantissimo fango, botte, sangue, un aiuto considerevole dal minaccioso set ceco, qualche scelta trucida/violenta che un film hollywoodiano forse si sarebbe risparmiato, un personaggio con un dilemma morale vero e un look che lévati. E un Purefoy che, tutto sommato, ce la mette tutta per non sfigurare e alla fine porta a casa il suo risultato. Il divertimento non manca, almeno per metà del film: purtroppo ci sono anche intere decine di minuti in cui non succede sostanzialmente un cazzo e non ci resta che aspettare con impazienza che qualcuno si decida a tirar fuori pistoloni e coltelloni e faccia una bella stragetta. Poi, va da sé, basta guardare con entrambi gli occhi aperti per vedere spuntare le poverate dietro l’angolo: qualche fondale impietosamente brutto, una principessa da salvare non proprio carismaticissima (Rachel Hurd-Wood) e soprattutto la parte finale, con un villain (Jason Flemyng) conciato in quel modo e un super-mostro-demone in CGI che sembra uscito da un videogioco per la PS2 trovato nei cestoni del supermercato.

Ecco, quello dell’infamia dell’offerta speciale sembra essere anche un po’ il destino di questo film. Tornando al discorso iniziale: probabilmente, di quel cestone, Solomon Kane sarebbe il miglior film. Ma sempre nel cestone sta.

Green zone, Paul Greengrass 2010

Green zone
di Paul Greengrass, 2010

Se certi film ti rimangono in mente,
ce ne son altri che lasciano niente,
e pur se apprezzo con aria distesa
del buon Greengrass la macchina da presa,

di giorni ce ne son voluti tanti
perché decidessimi a scriverne un post.
Faccio mea culpa, non voglio compianti,
non ho più nemmeno la scusa di Lost.

Dunque, di Green Zone rammento assai poco,
le bombe, matt damon, bravo tuttora,
sarà che di mio con l’armi da fuoco
non ho buon rapporto, né coi militar,
però di spunti ce n’è per mezz’ora
e dopo un tot che palle, quel traballar.

Sull’armi di distruzione di massa
è sempre il caso di rifare il punto,
almeno non v’è traccia di melassa,
ma può bastare soltanto l’assunto?

E visto che il film non sembra volere
nascondere la sua didascalia,
ho detto, sì, facciamoci vedere,
con questa mia ributtante poesia.

Modo ideale per scriverne in fretta
senza il bisogno di dire o di fare
lo so, non è la mia forma perfetta,
ma se non altro vi dà l’impressione
che almeno sappia che pesci pigliare,
però, questo kekkoz, che furbacchione.


[ehi tu amichetto che leggi da feed rss, mi sa che per capirci qualcosa ti tocca proprio cliccare e aprire il post stavolta, e poi dai pure la colpa a splinder se vuoi]

Kick-Ass, Matthew Vaughn 2010

Kick-Ass
di Matthew Vaughn, 2010

Nel panorama dei film sui supereroi, tratti o meno da pagine a fumetti, il nuovo film di Matthew Vaughn era uno degli esperimenti più rischiosi: portare Mark Millar sullo schermo non è un gioco da ragazzi. Bekmabetov con Wanted ci era riuscito bene, a suo modo, con uno stile roboante e testosteronico, ma il regista di Stardust va olltre, consegnando, e spero che passi in qualche modo il mio incontrastato entusiasmo, uno dei film più esaltanti e irresistibili della stagione. Non era facile, appunto: Kick-Ass abbina un pantone di colori accesi a una storia cupa e sanguinaria, un soggetto provocatorio che parla di vendetta e morale (e di un sacco di altre cose) a un impianto da "film adolescenziale".

Chiaramente, chi vi scrive era già ben predisposto nei confronti della pellicola: bastava aver dato un’occhiata alle pagine di Millar e John Romita Jr per rendersi conto del suo potenziale cinematografico. Allo stesso modo, bastava aver visto uno dei molti trailer circolati per mesi in rete per puntare con impazienza la sveglia alla data d’uscita del film. Ma Vaughn non si è limitato a trasferire nel film gli elementi di più immediato appeal, in primis le sequenze d’azione (assolutamente spettacolari, e comunque girate e montate con più libertà di quanta il progetto richiedesse: ben fatto) ma, per farla breve, ha fatto le cose sul serio fino in fondo. Con una sceneggiatura adeguata e adulta, tutta sui personaggi, sulle loro urgenze, sulle loro mancanze, sulle loro pulsioni inarrestabili, con una colonna sonora spaventosa (un aspetto che spesso è dato per scontato, mentre qui non si sbaglia un colpo, dai Prodigy a Bad Reputation) e soprattutto con un cast fenomenale, dal sorprendente "esordiente" Aaron Johnson a un ritrovato e sorprendente Nicolas Cage, al solito incredibile Christopher Mintz-Plasse.

Ma Kick-Ass, va detto, è prima di tutto Chloe Moretz, che interpreta il ruolo di Hit Girl: questa è la nascita di una stella, se vogliamo. Quello che riesce a fare la giovanissima attrice classe 1997 (fa impressione persino pensarlo) nel film di Vaughn è qualcosa di assolutamente miracoloso. Questione di presenza scenica, di talento innato, o forse semplicemente di bravura: tant’è, che quando la Moretz è in campo non ce n’è più per nessuno, ruba la scena a tutti trasformandosi in una minuscola opera d’arte pop, sia che volteggi massacrando malcapitati e vomitando cunt fuck e cock,sia che decida di partire all’azione attraverso una silenziosa preghiera laica davanti a due tazze di cioccolato e marshmellows. Una benedetta forza della natura: ci aspettiamo grandi cose da lei, ma in Kick-Ass ci ha già dato ben più che una speranza.

Il film non ha ancora una data d’uscita italiana.

Hunger, Steve McQueen 2008

Hunger
di Steve McQueen, 2008

Diretto da un artista video londinese dal nome altisonante e divenuto nel giro di poco tempo uno dei film di maggior successo (e più chiacchierati) della storia del cinema irlandese, Hunger è uno dei film più duri, violenti, inflessibili e intransigenti che mi sia mai capitato di vedere nella mia carriera di spettatore: ambientato nel 1981 nel carcere di Long Kesh, dopo aver fornito il contesto attraverso una messa in scena brutale e ineccepibile, il film racconta fase per fase il martirio del soldato dell’IRA Bobby Sands durante un lungo sciopero della fame che lo porta inevitabilmente alla morte. E se McQueen mostra un interesse in questo suo primo lungometraggio, è quello di non volere, o meglio di non potere scendere a compromessi. Con il pubblico, con sé stesso, con il suo cast e con il linguaggio del cinema. A costo di troncare l’opera in parti ben distinte, tra cui spicca quella – ormai celebre – del dialogo tra Sands (interpretato da Michael Fassbender) e un sacerdote: una singola inquadratura a camera fissa lunga più di un quarto d’ora a cui segue un lungo primo piano di Fassbender, una scelta senza precedenti che trasforma letteralmente il film, da crudo e implacabile ritratto storico qual era, sottolineando ancora di più la sua caratura morale e le sue ambizioni filosofiche. Dopo questa lunga sequenza, la lenta e dolorosa morte di Sands diventa quasi una passeggiata per lo spettatore – e se da una parte il tour de force attoriale richiesto dal piano-sequenza precedente diventa per Fassbender un vero e proprio martirio attoriale, con il corpo (non a caso così bello e fascinoso) ridotto in brandelli, scarnificato in un modo quasi insopportabilmente intenso, McQueen, probabilmente per sua deformazione, studia ogni singola inquadratura con un rigore e una precisione che gelano il sangue – con un effetto immediato, quello di riempirci di brividi quando la macchina da presa all’improvviso, prende il volo nella stanza dissolvendo l’immagine con un volo di mortiferi corvi (una delle singole inquadrature più metaforicamente strazianti del cinema recente). Insomma, Hunger è un film straordinario e unico che cerca (con successo) di andare in due direzioni spesso incompatibili, alla testa e alla pancia, perché in fondo è un film che parla di storia, di politica, di un preciso momento, di un messaggio, di uomini realmente vissuti e realmente morti, anche con intenti quasi didascalici e descrittivi, ma anche e soprattutto di sacrificio, di bisogni primari, della "fame", di saper spingere i limiti del proprio corpo – così come fanno McQueen e Fassbender stessi, nel film – e della propria psiche, della propria anima, a servizio di una speranza anche soltanto possibile.


Non mi risulta sia prevista un’uscita italiana del film. Il dvd inglese invece costa pochissimo. Compràtelo.

Bunny and the bull, Paul King 2009

Bunny and the bull
di Paul King, 2009

È possibile comprendere un film come Bunny and the bull senza conoscere l’opera dei Mighty Boosh, crew di attori responsabili di spettacoli teatrali e di serie tv omonima di culto, diretta peraltro dallo stesso Paul King? Forse è per quello che non mi ha entusiasmato, più di tanto: della serie non ho visto un episodio, amen – ma il film in ogni caso sa vivere di vita propria, è un piacevole e surreale road movie sul filo della memoria, arricchito soprattutto da un’originale scelta scenografica legata alla rielaborazione onirica dei ricordi che ricorda qualcosa di Gondry ma con un umorismo più spiccatamente british. Una black comedy bizzarra ma sostanzialmente riuscita, seppur con un ritmo non sempre all’altezza e con interpretazioni spesso spinte sopra le righe, che alla fine cerca anche di alzare il tiro delle ambizioni – riuscendoci solo a metà. In definitiva, un film assolutamente godibile che, dopo poco, è già sparito.

Cracks, Jordan Scott 2009

Cracks
di Jordan Scott, 2009

Non dev’essere semplice girare il tuo primo film, se sei la figlia di Ridley Scott e la nipote di Tony. Uno si immagina che siano tutti lì a guardare se i suoi film siano, e saranno, più simili a quelli del papà o a quelli dello zio. Probabilmente non è così, anzi, certamente – ma è il modo più interessante e insieme più banale che potessi immaginare per iniziare un post sul primo film di Jordan Scott, figlia di Ridley, nipote di Tony.

In realtà Jordan Scott, essendo una fotografa e una regista di spot pubblicitari, va dritta nella direzione indicata dalla sua formazione, con uno stile patinato e visivamente molto ricercato, che ama soffermarsi più che altro sugli aspetti figurativi e plastici, sulla bellezza dei corpi nello spazio, per esempio insistendo al ralenti sulla grazia (o sulla disgrazia) delle ragazze che si tuffano nell’acqua. A suo modo, la Scott è già una formalista, pur se acerba e a tratti ingenua: ma ciò non esclude che Cracks possa fornire anche uno sguardo interessante sulla psiche femminile, con una storia di desiderio e di riscatto forse un po’ didascalica nella parte iniziale, ma abbastanza incisiva e con una parte finale (prevedibilmente) tragica e dolorosa.

E con un terzetto di protagoniste quasi perfette, che non è cosa da poco per un film piccolo e "indipendente". Ma se molto dell’appeal ex ante del film si deve alla presenza di Eva Green, tanto bella quanto brava nel sapersi imbruttire a comando, e se l’ottima Juno Temple sembra ormai incatenata al ruolo da scassacoglioni già incarnato in Espiazione, è in realtà Maria Valverde, ex ragazzina prodigio del cinema spagnolo, già Melissa P. nell’adattamento del best seller italico, a bucare davvero lo schermo e a fare la differenza. Ben di là delle sue effettive capacità, in nome di una troppo spesso dimenticata pura fotogenia: questione di labbra, di occhi, di sguardi, forse di mera presenza – eppure, sublime.

Insomma, se ci fosse davvero qualcuno così stupido da chiedersi se assomigli di più a papà Ridley o a zio Tony, risponderemmo: probabilmente a nessuno dei due. Speriamo solo che per lei, sul lunghissimo periodo, butti un po’ meglio.

Il film è uscito in Regno Unito e Francia lo scorso dicembre, e prima o poi potrebbe uscire pure da noi. Chissà. Nel frattempo, c’è già in vendita il dvd inglese.

L’uomo nell’ombra (The ghost writer), Roman Polanski 2010

L'uomo nell'ombra (The ghost writer)
di Roman Polanski, 2010

Mi addolora un po' il pensiero che quando il nuovo film di Roman Polanski uscirà nelle sale si parlerà di tutt'altro, in primis delle traversie personali del regista ma anche delle implicazioni politiche del confronto tra Adam Lang e Tony Blair, e non del film stesso, del film e basta: già per una questione di principio, ma anche e soprattutto perché The ghost writer è davvero un grande film, che come ogni approccio di un autore al cinema di genere nasconde sotto i canoni del genere vibrazioni morali che trascendono gli stilemi narrativi e visivi.

Gli aspetti più stupefacenti di The Ghost Writer, al di là dell'intreccio fantapolitico, sono infatti tutta opera di Polanski. Da una parte, l'incredibile sceneggiatura, adattata dal regista insieme a Robert Harris a partire da un romanzo di quest'ultimo, non solo per la struttura perfetta, di soffocante e geniale inevitabilità, ma anche per i dialoghi, tra i più acuti e acuminati del suo cinema recente – uno script che trapassa con un uso beffardo e cupo della sagacia le convenzioni e l'uso stesso dell'ironia nel noir. Dall'altra parte, la messa in scena, che non si poteva sperare più rigorosa e ammaliante, tra ossessioni hitchcockiane per i feticci, una tensione costruita sui silenzi che arriva dritta da Frantic, e un gusto senza tempo per autentici pezzi di bravura – tra cui un finale che dire magnifico è dire poco.

A completare il quadretto di un film a cui, davvero, non si può dire niente (se non che lo svelamento conclusivo non è dei più imprevedibili: ma ci interessa davvero, a quel punto, soprattutto se è raccontato in questo modo magistrale?) c'è il cast, con un Ewan McGregor particolarmente in forma in testa a tutti. Ma il meglio lo danno i due personaggi femminili: una bionda e una mora, come da tradizione noir: Kim Cattrall e Olivia Williams. Questa, a quasi 42 anni, si conferma come una delle attrici dell'anno, di sicuro uno dei volti più talentuosi del cinema britannico.

Nei cinema dal 9 aprile 2010

Bright star, Jane Campion 2009

Bright star
di Jane Campion, 2009

Ho sempre avuto l'idea che Jane Campion sia una regista a cui piacciono le sfide, che nel suo lavoro sia quindi importante la componente di rischio, calcolato o meno. E che poi vada bene o meno. Bright star per esempio è un film che non sceglie per nulla la via più facile – tutt'altro: già aprire con un film una finestra sulla vita privata di un artista, un poeta come John Keats poi, non è cosa facile, né tantomeno lo è raccontare la sua poesia. O qualunque poesia.

E poi, come già il capolavoro Ritratto di signora, l'approccio al film in costume è in realtà più inusuale di quanto sembri a un primo approccio, così come rappresenta una rottura il rifiuto della Campion, anche sceneggiatrice, di adattare al gusto contemporaneo una storia d'amore così imprevista, inattuale e platonica, eppure stranamente universale, comprensibile e "umana". Mettendo in scena un film tanto sussurrato e quieto quanto dolente nell'accettazione dell'assurdità della vita, un film in cui le azioni cedono il posto alle parole, così come i rimpianti e i ricordi prendono il posto della stessa vita.

Un'opera peraltro visivamente superba e sfrenatamente romantica, che trova nelle interpretazioni del cast uno dei suoi punti di forza, in primis Abbie Cornish nei panni di un personaggio in cui le aspirazioni di indipendenza sociale e il puro sentimento amoroso sembrano andare di pari passo – fino a confonderne i confini. Bright star rappresenta in ogni caso una sorpresa graditissima, perché è il ritorno, in grande stile anche se con toni quasi timidi, intimi e introversi, di una grande autrice che nell'ultimo decennio, complice un film sbagliato come In the cut, ha faticato a ritrovare la sua strada. Bentornata, Jane Campion.

Il film doveva uscire a febbraio, poi l'uscita è stata rimandata all'ultimo momento: arriverà nelle sale con 01 il 23 aprile 2010. Difficile però immaginare come se la siano cavata con l'edizione italiana: le poesie saranno tradotte ex novo? Se possibile, consiglio quindi come sempre la visione in lingua originale: il dvd inglese esce oggi e costa poco.

Triangle, Christopher Smith 2009

Triangle
di Christopher Smith, 2009

In un certo senso, il godibilissimo e spassoso Severance mi aveva messo in guardia: a scanso di un colpo di fortuna, Christopher Smith poteva essere davvero uno dei registi di genere britannici più interessanti in circolazione.  Il suo terzo film non conferma soltanto questa impressione, la rilancia del doppio: e improvvisamente, l’etichetta di regista di genere comincia a stargli anche un po’ stretta.

Il problema di un film come Triangle è la difficoltà di spiegare perché sia imperdibile senza intaccare il meccanismo di svelamento che è ben più che buona parte del gioco. Ma che non è comunque tutto: al di là dell’emicrania narrativa che il film diventa dopo meno di mezz’ora, c’è una cupissima discesa all’inferno, ancora più frustrante perché inevitabile da un certo punto in poi, una messa in scena eccellente, e una gestione perfetta dei topoi (il viaggio in barca, la nave fantasma, i corridoi deserti, il deja-vu, e via dicendo) oltre che un gusto spiccato nel ribaltamento di questi ultimi.

Ma c’è soprattutto una capacità di gestire con impassibile coerenza gli incasinatissimi paradossi della sceneggiatura: la vera differenza sta però nell’atteggiamento di Smith nei confronti dello svelamento. Triangle non lascia la canonica sorpresa alla fine ma preferisce creare una condizione e insistervi con spirito analitico e sadico, fino alle estreme conseguenze. Per intenderci: una volta capito il meccanismo, si è soltanto a metà del viaggio, e a metà del film. Il resto è tutto un ostinato e maledetto accanimento: ed è forse proprio questo a renderlo uno dei film più curiosi, inconsueti ed esaltanti degli ultimi tempi.

Non mi risulta sia prevista un’uscita italiana. Il dvd inglese esce all’inizio di Marzo.

Un altro post: Dolores Point-Five sui 400 Calci.

An education, Lone Scherfig 2009

An education
di Lone Scherfig, 2009

La prima sceneggiatura scritta appositamente per il cinema da Nick Hornby è prevedibilmente un meccanismo di micidiale perfezione, tra dialoghi impeccabili e ribaltamenti di prospettiva, ma il film della danese Scherfig non è certo tutto lì: c’è anche l’affresco di un’Inghilterra anni ’60, periferica e suburbana, quasi inedita, in contrasto dai lustrini della capitale; e c’è uno dei cast più brillanti del cinema britannico recente. Anche perché il film non butta via niente: tra le cose migliori del film ci sono personaggi come quelli di Olivia Williams e Alfred Molina, capaci di esprimere tutta una vita in una scena. Normale però che sul film spicchi senza sforzi la performance, davvero impressionante, di Carey Mulligan, che grazie al suo talento fa prendere il volo al film. Che meriterebbe senza dubbio più spazio di quello che gli sto dedicando: ma tutto sommato, An education è un film che vive dei propri momenti, di sensazioni quasi palpabili: andate a vederlo e lasciate che vi parli di persona.

In sala dal 5 febbraio 2010

Un matrimonio all’inglese, Stephan Elliott 2008

Un matrimonio all’inglese (Easy virtue)
di Stephan Elliott, 2008

C’è qualcosa di impalpabilmente insoddisfacente nella perfezione di questo film: parlo soprattutto dell’aspetto scenografico, fotografico, della direzione degli attori. Difficile pensare che dietro la macchina da presa ci sia il regista di Priscilla, né tantomeno che vi si sieda un regista australiano: Elliott con questo film sembra abbracciare, anche se in fondo malinconicamente, un cinema britannico spesso accantonato a causa del pastiche: normale che il risultato sia così impeccabile, ma allo stesso modo era forse inevitabile un certo sentore di vetusto e stantìo.

Ad ogni modo, Easy virtue è uno dei film meglio recitati degli ultimi tempi: è grazie alle performance degli attori, soprattutto un gigantesco Colin Firth e un’eccezionale Katherine Parkinson, che Elliott riesce a trasmettere il racconto di due mondi che si scontrano la cui peculiarità è soprattutto il punto d’osservazione, il divertito cinismo che arriva dal trono del terzo incomodo – con uno spassionato tifo per il personaggio di Jessica Biel (qui più brava che bella, ed è tutto dire). L’impero inglese viene lasciato, in definitiva, ad ammuffire insieme ai drappi e al mobilio di un altro secolo: forse anche Easy virtue è un tiepido addio, per quanto tardivo.

Sherlock Holmes, Guy Ritchie 2009

Sherlock Holmes
di Guy Ritchie, 2009

Trovo che sia abbastanza sciocco che si possa andare a vedere un film come Sherlock Holmes di Guy Ritchie per poi indignarsi (o soltanto per potersi indignare) del fatto che il personaggio di Arthur Conan Doyle non risponda alle proprie aspettative o all’idea che ci si è fatti, nel tempo, di questo personaggio. Primo, perché è chiaro il film risponderà solo e unicamente alla visione del testo originale da parte dell’autore. Secondo, perché è una capricciosa perdita di tempo: se pensate che il film possa ferire il vostro immaginario state a casa vostra, giusto? Il discorso ovviamente si applica a una serie infinita di testi culturalmente rilevanti, per esempio i libri di Tolkien o gli eroi della Marvel.

Detto questo, in realtà, ho trovato lo Sherlock Holmes di Ritchie assai più conforme alla mia idea di Holmes rispetto a quel che mi aspettassi – presuntuoso, antipatico e (solo?) ubriacone, mena le mani come un professionista, lavora di deduzione, possiede il talento (la cui rappresentazione filmica è tra i punti di diamante del film: Sherlock Holmes, a modo suo, è un time traveler) di vedere il mondo come collezione di elementi e non solo come flusso. E alla fine il regista si mette un po’ in secondo piano, soprattutto rispetto ai suoi film passati, mantenendo del suo stile soprattutto lo spirito un po’ goliardico e cazzone, mettendo da parte deviazioni metafisiche (presenti in Revolver ma, tra le righe, pure in Rocknrolla) e lasciando stavolta più spazio alla crew tecnica: in Sherlock Holmes hanno una rilevanza impressionante le (assolutamente splendide) scenografie e i costumi che con piglio steampunk ricreano una Londra elegante e fangosa, una strepitosa città-cantiere dove si muovono cupi complotti all’ordine costituito.

Ovviamente la mano di Ritchie si fa sentire, senza dubbio nel montaggio delle (ottime) scene d’azione, tra cui spicca l’eccezionale scena in slow-motion dell’esplosione, ma soprattutto nella direzione sopra le righe e quasi cartoonesca degli attori: con una coppia come Robert Downey Jr. e Jude Law ha gioco facile. E qui interviene uno dei fattori più interessanti del film, così come uno dei più risaputi (e chiacchierati): come può svilupparsi la trattazione della coppia Holmes-Watson ai tempi del "bromance"? Il film dà una sua risposta, alquanto seducente, ma mantenendo un registro scherzoso che permette di non prendersi mai sul serio – ammiccando, semmai, giusto a chi vuol sentire.

Un mero divertissement, siamo d’accordo, ma di quelli implacabilmente irresistibili.