Regno Unito

Moon, Duncan Jones 2009

Moon
di Duncan Jones, 2009

Presentato all’ultimo festival di Sundance e poi accolto in USA e UK con unanime entusiasmo, il primo lungometraggio diretto da Duncan Jones è davvero una bella sorpresa – forse, dandogli tempo, una di quelle che lasciano il segno: Jones si dimostra fin da principio un regista e soggettista abile e sensibile, ma il fatto che più sconcerta è come questo suo esordio vada in una direzione differente rispetto a quella che siamo abituati a vedere nelle opere prime – più cupa e "sottrattiva": una scelta impeccabile, per quello che vuole ottenere.

Infatti Moon è costato "soltanto" 5 milioni di dollari, eppure è anche uno dei film di fantascienza più rigorosi e profondi degli ultimi tempi: forse perché Jones ha il coraggio di non chinare la testa di fronte ai classici, di genere e non solo, ispirandosi addirittura con sfrontatezza a modelli "alti" come Solaris e 2001: Odissea nello spazio (il computer di bordo GERTY rappresenta una curiosa variazione sul tema di HAL) restituendo al grande schermo un’idea di fantascienza filosofica e metafisica che era andata perduta – il tutto con pochissimi elementi (un solo attore, ovviamente enorme, un set claustrofobico, un conto alla rovescia, una paura, una rivelazione, l’impulso alla libertà) che permettono di andare a fondo in una riflessione decadente e malinconica sull’uomo e la sua identità. Senza rinunciare all’impatto visivo, ovviamente, e soprattutto a una notevole ricerca, fin nel dettaglio, sull’armamentario futuribile – di cui il film fa sfoggio senza un briciolo di spocchia.

Difficile dire granché senza rivelare dettagli della trama: fatto sta che Moon riesce da solo a dare una boccata d’aria a un genere forse soffocato da un decennio di sensazionalismi, e che l’opera prima di questo 38enne inglese – che per un caso non tanto fortuito è pure il figlio di Ziggy Stardust – sembra già quella di un autore affermato, con una sua mitologia e, parrebbe, una sua ben definita impronta personale.

L’universo narrativo dovrebbe secondo le intenzioni di Jones dare vita a una trilogia*: speriamo, e confidiamo, che gli episodi successivi mantengano anche solo la metà di ciò che Moon promette.

Nei cinema dal 4 dicembre 2009

Il dvd britannico esce il 16 novembre e si può già acquistare.



*per quanto fonti riportino questa informazione, è in realtà improbabile che una trilogia si completi in questi anni: i prossimi progetti da regista di Duncan Jones dovrebbero infatti essere altri due film. Il primo è Source Code, scritto da Ben Ripley con Jake Gyllenhaal su un soldato che prima di un’esplosione si ritrova nel corpo di un’altra persona, e prima ancora Mute, un progetto più piccolo, un noir fantascientifico ambientato nella Germania del 2046.

Parnassus, Terry Gilliam 2009

Parnassus (The imaginarium of Doctor Parnassus)
di Terry Gilliam, 2009

Mi sono reso conto che ci sono cose che concedo volentieri a Terry Gilliam e che non concederei quasi a nessun altro: la magia di Parnassus risiede forse proprio nel suo essere un film scombinato e scombiccherato? E inoltre, è un film sfortunato, mutilato, infine miracolato. L’artificio grazie al quale Gilliam ha risolto il dilemma della dipartita di Heath Ledger rivoltando la sceneggiatura e facendo ripartire da zero persino assunti di base del suo immaginario è geniale, ma non toglie che nel film, in ogni sua inquadratura, si senta il peso di un’assenza. Che non è soltanto quella dell’attore australiano, ma quella del film che era – come se dentro al corpo ciancicato di questo Parnassus si muovesse il fantasma di un Parnassus che non vedremo mai.

Per il resto, Parnassus è davvero il primo vero erede diretto di Le avventure del barone di Münchausen (con Christopher Plummer dove c’era John Neville e la splendida, ammaliante Lily Cole dove c’era una giovanissima Sarah Polley) ed è quanto di più lontano possa esserci dall’appeal commerciale di un Tim Burton ed è destinato, con il suo ritmo scivoloso e squilibrato, a fare arrabbiare il pubblico "medio" in caccia di volti da star – mentre sembra nato per fare la gioia di chi segue Gilliam da una vita: ci ritroverà quella stessa apparentemente ingenua e amabile spavalderia nel cantare le lodi della narrazione e nell’elogiare il potere dell’immaginazione, oltre che l’inimitabile modo in cui il regista ha sempre giocato con i piani del racconto, tra sonno e veglia, tra realtà e finzione, tra i baracconi di cartone di cui è fatto il mondo e la pulsione e il desiderio di cui sono fatti i sogni.

The damned uniterd, Tom Hooper 2009

The Damned United
di Tom Hooper, 2009

Sarò franco, trovo il calcio assai poco interessante. Forse è per il modo in cui viene raccontato, forse è il modo in cui viene raccontato da noi – o forse no, lo trovo poco interessante e basta. Figuriamoci quanto posso trovare interessante la storia di un allenatore di calcio. Ecco, The Damned United è la storia di un allenatore di calcio. Eppure è un gran bel film. Persino per chi, del calcio, se ne lava le mani.

Perché in fondo lo fa anche il film stesso: l’ossessione del protagonista nei confronti dell’allenatore-rivale Don Revie è da un certo punto in poi slegata dal mondo sportivo come lo è dal periodo storico. Del calcio giocato, tutto sommato, vediamo poco o niente: vediamo e ci interessano semmai le panchine nascoste dentro la nebbia, al riparo dalla pioggia torrenziale ma a distanza di un sottile vetro dagli insulti e dalle urla, più che il campo vediamo spogliatoi pieni di fumo e consenda di cui riusciamo a sentire l’odore, quello del sudore – come già Brian Clough, in fondo: nel momento cruciale della sua carriera e della sua vita, lui, la partita, si rifiuta proprio di vederla.

Dopotutto questo non è un film qualunque, ma un film scritto da Peter Morgan con Michael Sheen – come The Queen, come Frost/Nixon – quest’ultimo responsabile dell’ennesima impressionante performance che non si ferma per nulla al semplice mimetismo. E come nel film precedente, Morgan riesce a tradurre la fissazione edipica di Clough in uno scontro quasi epico, che ancora una volta schiacciato dalla piattezza e dall’inganno dello schermo televisivo rivela la piccolezza tragica dei grandi progetti e delle umane ambizioni – la mitopoiesi che tra l’erba maltagliata e il sapore amaro dell’ingiuria si scontra a testate e gomitate con il crollo della volontà, in una civiltà fatta di fango e nebbia.

Il film dovrebbe uscire in Italia nel gennaio 2010 con il titolo Il maledetto United.
Se avete fretta, il DVD inglese è già in vendita da un po’.

Chéri, Stephen Frears 2009

Chéri
di Stephen Frears, 2009

Quando un regista così capace ma anche così eclettico com’è stato Frears tira fuori una roba come Chéri, se non altro si può evitare di temere che si sia completamente bollito. Magari, si può pensare, è un momento di stanca in una carriera lunga e invidiabilissima. Magari. Ma quanto possiamo perdonargli di un film così vecchio e soporifero, inutile più che davvero dannoso, dopo l’intelligenza e il rigore (ancora "in costume", sui generis) di The queen?

L’interesse per il romanzo di Colette, a cui nemmeno il talento dello sceneggiatore Christopher Hampton con i period movie riesce a restituire un senso di attualità, è quantomeno inspiegabile se non alla luce della fascinazione di Frears per determinate e contrastate figure femminili, e per il genere in sé: ma dando un’occhiata solo vent’anni indietro ci si trova davanti Le relazioni pericolose (ancora con il trio Frears-Hampton-Pfeiffer) al confronto del quale questo drammetto da salotto appare ancora più imbarazzante, rigido e imbalsamato, e senza l’impressione di saper osservare con la giusta distanza la sua stessa imbalsamazione.

Poi c’è Michelle Pfeiffer, che è splendida, che è bravissima, che regala uno sguardo in macchina finale da gelare il sangue, e tutto quanto: ma non è che l’unica figurina rara in un album ingiallito e lasciato a marcire in una scatola di Quality Street dentro un cassetto del soggiorno, tra le bottiglie di brandy e le pastiglie Valda.

Harry Potter e il principe mezzosangue, David Yates 2009

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the half-blood prince)
di David Yates, 2009

In tutti questi anni di (dis)onorata carriera, questa è la quarta volta che mi trovo a scrivere post sui film della saga di Harry Potter. Ogni volta sottolineando la premessa essenziale: che non sono un lettore della Rowling, e che non mi interessa in alcun modo di come sia stata tradotta la tal cosa o la tal altra dalla pagina allo schermo – ragionamento che in realtà vorrei si applicasse il più possibile al cinema in generale, non solo quello tratto da best seller di successo. Ma chi non è senza peccato non scaglia una mazza.

Questa è comunque delle quattro in assoluto la volta in cui ho meno voglia di menare tanto il cane per l’aia usando locuzioni come "menare il can per l’aia". Ci sono due possibilità: la prima è che sono invecchiato, che gestire con serietà un blog cinefilo a metà luglio nel 2009 parlando di un film che hanno già visto tutti (e che io stesso ho visto ormai cinque giorni fa) non fa più per me e non ne vedo (sempre) il senso – soprattutto se da quell’altra parte gli stimoli sono così ridotti come in quest’ultimo periodo. La seconda, più probabile, è che è prorio questo film a non essere stimolante sotto alcun aspetto.

In realtà Harry Potter 6 è un filmetto abbastanza divertente, diciamo: quanto basta. Il problema viene probabilmente dalla materia originaria, o (fermo i vostri bollori) quel che ne è rimasto nel trattamento e nella sceneggiatura: insomma, in questo film non succede nulla fino a 10 minuti dalla fine. Poi c’è il botto, vabbè – ma a quel punto abbiamo già assistito a due ore di commedia adolescenziale-dark con ragazzini che vogliono saltarsi addosso ma non lo fanno perché sono inglesi (e per quanto se ne dica, la parte teen comedy è a mio avviso quella meglio riuscita del film: almeno si ride) accomodandoci su una comoda posizione riassumibile così: "quanto mi fa ridere Ron, quanto mi fa sangue Hermione". Emma Watson, finalmente. Nessun disastro, per carità: Yates alza un pochetto il tiro, non si abbassa ai livelli di Columbus. Ma se Cuaron e Newell sono roba che appartiene al passato, e già si sapeva, la maggior parte dei delusi farà prima ad abituarsi: nel gran finale l’andazzo non cambierà.

Avevamo tra le mani una delle saghe produttivamente più interessanti mai viste sullo schermo e dalle potenzialità eclettiche (espresse) infinite. Adesso abbiamo tra le mani un pop-corn movie giusto un po’ più intelligente e sensibile (e notevolmente meglio realizzato, non dimentichiamolo) della media. Farselo andar giù alla fine è solo una semplice questione di adattamento.

The young Victoria, Jean-Marc Vallée 2009

The young Victoria
di Jean-Marc Vallée, 2009

E’ senza dubbio interessante vedere come se la possa cavare il regista di un film come C.R.A.Z.Y. con un’opera che non potrebbe sembrare più agli antipodi – almeno all’apparenza, visto che anche qui si parla di famiglie soffocanti. Seppur in un contesto radicalmente differente: quello di un film in costume abbastanza canonico, patrocinato niente meno che da Martin Scorsese e dal Graham King che co-produsse The Departed, e scritto dal Julian Fellowes che qualche anno fa massacrò La fiera delle vanità di Thackeray.

Per contrastare una sceneggiatura che, come si poteva prevedere, ha la mano un po’ pesante, Vallée sceglie di adottare una messa in scena che rispetta le aspettative del cinema in costume (lasciando per esempio molto spazio e gioco libero alle belle scenografie oppure ai costumi di Sandy Powell, già Oscar per Shakespeare in love e The aviator) in modo talmente pedissequo che, quando torna in campo, la mera presenza della sua regia acquista un valore maggiore – come nell’intelligente montaggio parallelo della "istruzione" di Albert all’inizio del film, o quell’improvviso "volo" di Victoria al centro della stanza da ballo.

In ogni caso, si può dire senza troppe paure che The young Victoria è un film in cui l’apparato produttivo ha una rilevanza maggiore di quello registico. Questo non significa però che il film non sia venuto bene, anzi: la scelta di affrontare questo determinato periodo della vita e di privilegiare il racconto romanzato dell’origine dell’immortale storia d’amore tra Victoria e Albert e i condizionamenti che hanno prima ostacolato e poi favorito il loro matrimonio più che sul contesto storico-politico, è una scelta che ripaga con la moneta della leggerezza – a patto di accettare che si tratta, appunto, più di un feuilleton sulla nascita di un’amore che di un romanzo storico sulla generi dell’Era Vittoriana.

Ma qualunque cosa scriva su questo film dovrebbe tenere conto della presenza, meravigliosamente ingombrante, di Emily Blunt – giovane attrice inglese verso la quale non ho mai nascosto di avere un certo debole, per il suo innato talento e per la sua stupefacente anche se inusuale fotogenia. In questo caso, la sua performance è mirata soprattutto alla professionalità e alla credibilità di un personaggio a rischio di noiosa agiografia: esperimento comunque riuscito. Ed è davvero un piacere sentirla recitare in inglese britannico, una volta tanto.

Il film è uscito nel Regno Unito lo scorso marzo ed è già disponibile in DVD.

In the loop, Armando Iannucci 2009

In the loop
di Armando Iannucci, 2009

Fatti che è utile conoscere del film: primo, Iannucci non è italiano ma scozzese (anche se suo padre era un pizzaiolo napoletano). Secondo, In the loop è tratto da una serie tv della BBC del 2005 intitolata The thick of it – considerata la versione contemporanea dello storico Yes Minister e una sorta di rovescio satirico della medaglia rispetto allo statunitense West Wing – con personaggi simili e con il ritorno di parte del cast (non c’è Chris Langham che nel frattempo si è fatto 6 mesi al gabbio per pedofilia).

Ma l’origine dichiaratamente televisiva dell’operazione non compromette affatto le sue qualità cinematografiche: per capirci, In the loop è un film che dovrete vedere una seconda volta perché la prima volta eravate troppo occupati a pisciarvi sotto dal ridere per riuscire a capire che diavolo stesse succedendo e per capire metà dei fittissimi dialoghi – almeno nella prima parte, prima che le cose si facciano più serie e il film di Iannucci diventi anche, sempre nel contesto satirico, una cosa piuttosto seria. Dopotutto la grande lezione di molta tv britannica di oggi è la capacità di affiancare la trivialità all’intensità emotiva con una naturalezza che i colleghi d’oltreoceano si sognano.

Insomma, per una volta non è un caso né un abbaglio se la stampa di mezzo mondo si è strappata i capelli: quello di Iannucci è un film diretto con intelligenza e padronanza dei mezzi e dei linguaggi (creando una sorta di interessante ibrido tra il rispetto della narrazione canonica cinematografica e la mobilità mockumentaria simil-reportage figlia di serie come The office) e scritto con acume davvero straordinario, un film sottilmente crudele e perfido fino alla fine, dotato (se non si fosse capito) di decine di dialoghi da incorniciare e, non ultimo, di uno dei cast migliori degli ultimi tempi. Anche senza scomodare lo spassoso cameo di Steve Coogan.

Peter Capaldi, che ha una faccia da civil servant mai vista e che infatti interpreta un ruolo non del tutto dissimile anche nella sublime terza stagione di Torchwood, grazie a queste due stoccate è diventato al volo, nel giro di una settimana, uno dei miei attori preferiti.


Il DVD inglese esce il 24 agosto, nel frattempo potete preordinarlo qui.


Grazie infinite a TBFKAO per avermi spinto a guardarlo.

Lesbian Vampire Killers, Phil Claydon 2009

Lesbian Vampire Killers
di Phil Claydon, 2009

Inanzitutto vorrei spezzare una lancia per il fiuto produttivo di Phil Claydon e soci: tirare fuori un film con un titolo del genere garantisce quasi automaticamente l’interesse di una larga fascia di cultori del cinema di genere. Insomma, con un lancio simile, il film diventa quasi un accessorio.

Infatti Lesbian vampire killers, che è una specie di via di mezzo tra l’ennesimo sfruttamento della moda lanciata da Edgar Wright con Shaun of the dead (la parte iniziale e la coppia di protagonisti fanno quasi pensare a un rip-off malriuscito) e tra quello che parrebbe un ben più sentito omaggio agli horror della Hammer (in particolar modo a Vampiri amanti di Roy Ward Baker, alla Karnstein Trilogy e a tutto ciò che ha le sue radici da Carmilla di Sheridan Le Fanu), in realtà è davvero una sciocchezzuola di poco conto girata con due sterle nel bosco dietro casa con quattro fighe a fare tappezzeria.

Però non è nemmeno nulla di particolarmente fastidioso – tranne quando esagera con la postproduzione infilando ralenti e accelerazioni qua e là un po’ a casaccio: allora lì sì, che diventa fastidioso. Ma nemmeno eccessivamente spassoso, ecco: probabilmente è il segno che la cosiddetta "horcom" britannica sta tirando gli ultimi sospiri, ma quattro risate le strappa. Se nella categoria si è fatto di meglio, si è fatto anche di peggio: se ci si tura il naso per un cast improbabile, ci si può anche divertire.

Il film ha comunque un pregio indiscutibile che nel suo campo è davvero impagabile: è brevissimo.

St. Trinian’s, Oliver Parker e Barbaby Thompson 2007

St. Trinian’s
di Oliver Parker e Barnaby Thompson, 2007

Sempre nel limitato contesto dei miei personali giudizi e dei miei metri di giudizio, mi fido già abbastanza del mio istinto e del mio intuito. Ma forse dovrei farlo con più costanza: come avevo già scritto su Friday Prejudice, mi è capitato diversi mesi fa di abbandonare St. Trinian’s dopo un terzo della sua durata, sconfortato dall’infima qualità del film in questione. L’uscita italiana mi ha fornito la scusante per riprenderlo in mano, illuso che la bruttura del film fosse causata da qualcosa che avevo mangiato.

Ma avrei dovuto, appunto, consultarmi prima. Il film diretto da Parker e dal produttore Thompson è infatti brutto come me lo ricordavo, se non di più. Quel che fa ancora più male è che St. Trinian’s è tutt’altro che un progetto fallimentare: ci sono di mezzo l’omaggio a un cinema britannico per ragazzi che non c’è più, un cast davvero interessante, una secchiata di ragazze in divisa, Rupert Everett vestito da donna che flirta con Colin Firth.

Ma il risultato è una poverata completamente priva di senso e, quel che è peggio, priva di qualsiasi ombra o accenno di ritmo e mordente, che non graffia (e va bé) ma che nemmeno diverte, una fuffona noiosissima piena di ammiccamenti alle sottoculture fatti da persone che hanno cercato "emo" su wikipedia e di becerissime citazioni cinematografiche – e con ben DUE gag in cui un cagnolino di nome Mr. Darcy si aggrappa arrapato alla gamba di Colin Firth. Quel che è troppo, è troppo.

D’altro canto però sembrano divertirti tutti moltissimo: infatti St. Trinian’s provoca lo stesso imbarazzo di quelle barzellette per cui ride solo quello che le racconta. Che sono ancora peggio di quelle che non fanno ridere nessuno.

La sequenza del makeover di Talulah Riley è, nella sua bieca e canonica inevitabilità, l’unico motivo lontanamente valido per pupparsi tutta intera questa robaccia.

Transsiberian, Brad Anderson 2008

Transsiberian
di Brad Anderson, 2008

Dopo L’uomo senza sonno, tutto sommato molto visto e discusso da noi, non pensavo che Anderson potesse avere dei problemi di visibilità dalle nostre parti. Invece il suo nuovo film, coproduzione anglo-franco-tedesco-lituana che ha conquistato la critica americana  (fin dalla presentazione al Sundance 2008), è uscito un po’ dappertutto negli scorsi mesi. Ma non in Italia. Dovrebbe essere nel listino di Mediafilm, ma non c’è traccia di un’uscita italiana.

Peccato, perché questo film è la conferma del talento del regista americano che in Europa ha trovato la sua seconda patria. Ecco, magari il film non supera un certo livello di guardia, spesso si rimane nel campo del mero mestiere: ma il quadrangolo morboso che si svolge sulla transiberiana da Pechino a Mosca nella prima parte (quasi tutto sulle spalle di Emily Mortimer, che se la cava egregiamente) perforato dall’avvento violento di Kingsley nella seconda, funziona che è una meraviglia.

Tra echi di Polanski e del Konchalovsky di Runaway train, Anderson mostra una conoscenza perfetta dei meccanismi di suspense e aspettativa, sa tradirli con furbizia (all’incirca a metà film), e tira fuori una cosetta non proprio freschissima ma abbastanza inquietante sul potere devastante della bugia – e magari prima o poi la fanno vedere anche a voi.

Nel frattempo potete acquistare il DVD su Play.com al prezzo di un aperitivo sui Navigli.

Push, Paul McGuigan 2009

Push
di Paul McGuigan, 2009

Mi incuriosisce molto, in un tempo in cui gli universi Marvel e DC vengono setacciati alla ricerca di ogni possibile trama da trasformare in film, vedere se la cavano con soggetti (e supereroi, e poteri) originali che traggono magari ispirazione da quegli stessi immaginari. Così come lo spassoso Hancock l’anno scorso, quest’anno è il turno di Push, primo lavoro rilevante dello sceneggiatore David Bourla.

Maltrattato in patria, forse perché troppo simile a Heroes, il film in realtà meritava miglior sorte. O forse sono io che mi gaso particolarmente quando vedo film "fantastici" in cui molte sequenze sono girate con taglio realistico, tra macchina a mano e ambientazioni suburbane. In ogni caso, a prescindere dalla simpatia nei confronti di McGuigan (per me una bella conferma dopo Slevin: qui comunque abbassa un po’ il tiro) è un film innegabilmente impeccabile sotto il profilo produttivo: ottime la fotografia di Peter Sova e le scenografie del canadese François Séguin, che sfruttano al meglio l’ambientazione hongkonghese.

Ma è soprattutto un film immediatamente godibile, sia quando percorre la strada già battuta da (molti) altri che nella capacità di presentare e rendere plausibile una mitologia tutta nuova, stramba e complessa, sia quando la butta un po’ sul ridere (i due "urlatori" della Triade) che quando, verso la fine, infila sullo spiedino misto di fantastico e action una o due cosette sull’aleatorità della memoria – che quasi quasi ci stavamo cascando. E Dakota Fanning, piaccia o meno, è brava. Ma brava brava, eh.

Niente di che, ma ci si diverte: peccato, dunque, che nessuno se ne sia accorto.

I love Radio Rock, Richard Curtis 2009

I love Radio Rock (The boat that rocked)
di Richard Curtis, 2009

Ho già detto la mia su Friday Prejudice, seppure in forma breve. La pigrizia mi imporrebbe di chiuderla lì, ma ho ancora un paio di cose da dire.

In realtà vorrei sottolineare ancora una volta questo aspetto che la colonna sonora del film di Curtis possiede e che mi ha lasciato davvero soddisfatto. Credo sia una questione di pelle, perché non so spiegarmela razionalmente: so solo che per far funzionare così bene una sequenza che riguarda un momento fondamentale del rapporto tra un padre e un figlio usando Father and son di Cat Stevens secondo me ci vuole della bravura. E mica poca.

Poi vabbè, il film non è 24 hour party people, è costruito su opposizioni e conflitti molto semplici, a volte esplicite e didascaliche, e i personaggi hanno tutti un piede sul confine della macchietta (particolarmente tutta la parte di Kenneth Branagh e Jack Davenport) quando non sono effettivamente ispirati a persone realmente esistite. Ma nonostante questo la macchina si muove che è un piacere, e al di là dell’ispirata freschezza che questo film esprime in ogni sequenza, forse il più grande talento di Curtis, che ha già mostrato in molti dei film da lui scritti, è la capacità di farci affezionare a personaggi di cui, normalmente, non ci potrebbe lontanamente interessare. Qui si fa il tifo. Sbracciandosi.

Talulah Riley – che in altri film, nelle foto, "nella vita vera", è una ragazza carina, sì, ma ordinaria e imperfetta, troppo magra, con la bocca troppo grande – qui è talmente bella che non sembra nemmeno umana.

Già segnalato nei commenti di là: occhio agli svarioni e alle libertà della versione italiana. Se potete, andate a caccia di una sala che lo proietti in lingua originale.

Star system (How to lose friends & alienate people), Robert B. Weide 2008

Star System – Se non ci sei non esisti (How to lose friends & alienate people)
di Robert B. Weide, 2008

Quando sbagli un film sulla base di premesse traballanti, va bene, hai sbagliato, ma ti capisco. Ma come si fa a sbagliare un film con protagonista Simon Pegg? Come si fa a sbagliare, e a farlo con un tonfo rumorosissimo, un film in cui Megan Fox interpreta il ruolo di un’attrice che a sua volta interpreta il ruolo di una giovane e sensuale Madre Teresa?

Evidentemente si può.

Non servirebbe nemmeno il titolo italiano orripilante per far fuggire la gente dalla sala: HTLFAAP è semplicemente una commedia che non fa ridere. Alla fine del film hai il torcicollo, per tutte le volte che hai fatto "no" con la testa di fronte all’ennesima gag scombinata, all’ennesima imbarazzante citazione de La dolce vita. Come si può pretendere di fare un film su questi argomenti senza un briciolo di cattiveria, senza fare un graffietto, non dico con la punta della chiave, ma con le unghiettine, santo dio?

E basta, tutto qui.

RocknRolla, Guy Ritchie 2008

RocknRolla
di Guy Ritchie, 2008

"Beauty is a cruel mistress, is it not?"

Senza strapparci le viscere e lo scalpo, lo possiamo dire, a voce bassa, piano piano, che non ci sentano, che Guy Ritchie è tornato? O almeno, che è tornato in forma? D’accordo, RocknRolla non è Lock & Stock: e allora? Ok, ogni tanto dà la sensazione di essere già un revival di se stesso: ma potevamo chiedere di più? Suvvia.

Perché non solo il film è uno spasso innegabile (se non vi divertite con questa roba, siamo sinceri, non parliamo nemmeno la stessa lingua), pieno di persone che parlano e camminano e agiscono sopra le righe, di irresistibili situazioni à la Ritchie (due esempi tra tutti: il monologo sugli schiaffi e il balletto con le sovraimpressioni), di un uso grottesco della violenza che non sembra essere uscito vivo dagli anni ’90, e la solita sequela di catchphrase pazzesche. Tipo "there’s no school like old school, and I’m the fucking headmaster", per capirci.

Oltre a questo, che già basterebbe per una seratina davvero come-si-deve, ci sono anche un Tom Wilkinson impressionante e calibratissimo, un Gerard Butler fico come non mai ma che accetta finalmente di esprimere in toto la sua anima più ironica e cazzona, una Thandie Newton tornata alla sua antica specialità (quella di farlo rizzare a tutti, personaggi e pubblico in sala, con la sola forza del pensiero) e soprattutto Toby Kebbell, responsabile di una performance furiosa e perfetta, oltre che di tre minuti da brividi – gli unici, approssimativamente, in cui Ritchie sembra tornare sui passi percorsi in Revolver, ma senza quella sensazione di che-cavolo-stai-dicendo-willis.

Sarò banale a citarla, ma la sequenza dell’inseguimento tra "i nostri eroi" e due gangster russi sostanzialmente immortali è una delle robe più incontrollatamente divertenti che mi sia capitato di vedere al cinema quest’anno. Non è poco.

State of play, Kevin Macdonald, 2009

State of play
di Kevin Macdonald, 2009

Non ho voglia, c’è poco da dire, vieniamo al dunque: il film è tratto da una miniserie della BBC che purtroppo non ho mai visto (ma che potrei anche decidermi a vedere, visto il cast della madonna), e sposta l’azione dal Regno Unito a Washington DC. Russel Crowe è il giornalista vecchio stampo, Ben Affleck il politico in difficoltà, Rachel McAdams è Kelly Macdonald, Helen Mirren è la doverosa rappresentanza britannica.

Come si può evincere da pochi elementi, State of play è abbastanza inquadrabile, altrettanto inquadrato, pure squadrato, aggiungerei. Ma questa diventa anche la sua forza: il film è sensato, attualissimo e divertente, la regia di Macdonald è capace, robusta e pragmatica, il cast è fascinoso e terribilmente azzeccato – persino Ben Affleck. Non si prende mai il volo, ma si trova gusto nel tenere i piedi ben piantati a terra, nonostante la sceneggiatura tenda a inseguire semplificazioni e rassicurazioni narrative.

Alla fine, in questo panorama di inattaccabile e spassosa mediocrità, riesce però a spuntarla in modo eccellente il discorso centrale del film, quello sulla morte e sul significato del giornalismo (e dell’immaginario del "giornalista"), che aggiorna Tutti gli uomini del presidente – anche con omaggi espliciti – ai tempi del blog e del giornalismo online.

Nei cinema dal 30 aprile 2009

Franklyn, Gerald McMorrow 2008

Franklyn
di Gerald McMorrow, 2008

Avendo già espresso sinteticamente una posizione "a caldo" su twitter, ed essendo passata ormai dalla visione una settimana, spesa a cercare di rimuovere l’impressione di fastidio e di presa per il culo che Franklyn mi ha causato, cercherò di essere breve ripetendo quanto già era ben chiaro: Franklyn è una delle più brutte delusioni dell’ultimo periodo, e già buon candidato al Premio Cantonata 2009.

Il problema è che Franklyn è il figlio ideale di un’idea di cinema, aberrante o perlomeno pericolosa, per la quale il mero mescolare le carte (narrative, culturali, linguistiche, fate voi) dovrebbe bastare a tirare fuori un cult movie – e poco importa se il film in sé è una robaccia confusa e noiosissima, qualcuno ci cascherà con tutte le scarpe. McMorrow dev’essere uno di quelli convinti, per dire, che Donnie Darko fosse fico a prescindere da cosa fosse messo in scena, perché uscivi e wow, non ci ho capito un cazzo. Ehm, volevo dire: no.

Così, dopo un’ora abbondante di cosa diavolo sta succedendo, quando l’impianto viene spiegato, esplicitamente, senza più alcun dubbio (inclusa la tremenda risoluzione finale), è davvero difficile non sentire la propria voce dire a voce alta "beh?" e poi, quando tutti si sono girati a guardarti, dire "beh, dico, è tutto qui?". Mi hai spacciato una cialtronata che è un pretesto, di una futilità imbarazzante, per mettere in scena dei tizi con dei cappelli a cilindro e per far dire a Eva Green quattro sciocchezze sulla morte per una riflessione sul rapporto tra il sé e la realtà? Tra l’altro trascinandomi al cinema con l’inganno? Bravo Gerald, bell’inizio davvero.

Se vi viene voglia di uscire e vedere questo film, guardatevi qualche foto di Eva Green, è un’esperienza assai più soddisfacente ed è pure gratis.

Cry of the owl, Jamie Thraves 2009

Cry of the Owl
di Jamie Thraves, 2009

Tratto da un libro di Patricia Highsmith che aveva già ispirato un film di Chabrol con lo stesso nome negli anni ’80 (da noi Il grido del gufo), il film è una coproduzione paneuropea (Regno Unito, Francia e Germania) girata in Canada nell’Ontario, ed è il secondo lungometraggo di Jamie Thraves, regista inglese di molti bellissimi videoclip musicali tra cui almeno due notissimi capolavori del genere (Just per i Radiohead e The scientist per i Coldplay).

E quando un autore di videoclip si mette alla regia di un lungometraggio, la paura è sempre quella, che rimanga intrappolato trasferendo certe convenzioni di quel genere – ma Thraves è un regista intelligente, per nulla esagitato e scomposto, e infatti si muove in direzione opposta: il film è misurato, quasi compassato, e Thraves affronta la sua vicenda "gialla" con grande professionalità e senza alcuna concessione – consegnando semmai spesso la regia nelle mani della (sua stessa, e buona) sceneggiatura. Non traendone un film assolutamente memorabile, ma costruito con garbo e con un notevole senso del tragico, della predestinazione, del coraggio e della sconfitta.

Dal canto mio, l’ho recuperato soprattutto perché mi incuriosiva vedere all’opera un cast di protagonisti così bizzarro: Paddy Considine, sempre meraviglioso anche con questo inedito accento nordamericano, e Julia Stiles, che risulta misteriosamente adatta al suo ruolo – sempre se superate il fastidio per il fatto che reciti (o che, mi vien da pensare, sia indotta a recitare) come se leggesse la lista della spesa.


Cry of the owl non ha ancora una data d’uscita nel Regno Unito, e ci sta mettendo parecchio: le riprese sono avvenute alla fine del 2007. Nel frattempo, il film sta uscendo alla chetichella direttamente in DVD in altri paesi come Brasile, Germania e Repubblica Ceca. Difficile che trovi spazio dalle nostre parti.

The edge of love, John Maybury 2008

The edge of love
di John Maybury, 2008

Se c’è una cosa che The edge of love mostra è che non basta il fascino della poesia in sé a fare un buon film, tantomeno celebri versi recitati in voice over mentre sullo schermo si dipana una roba che sembra, passatemi la prevedibile similitudine, una pubblicità della Chanel lunga 110 minuti. Un film "in costume" basato su un quartetto dovrebbe avere come minimo il sostegno di una sceneggiatura robusta e coraggiosa – che, manco a dirlo, non c’è: lo script di Sharman Macdonald (curiosamente, la madre di Keira Knightley) si limita a mostrare dei ribaltamenti di prospettiva tanto prevedibili e fiacchi quanto incapaci di dare sostegno a tutto il resto del film.

La preoccupazione maggiore di Maybury e della sceneggiatrice sembra quella di mostrare il minimo timore reverenziale possibile nei confronti di Dylan Thomas. In questo modo, e tra le mani di Matthew Rhys (comunque il meno peggio dei quattro) il poeta diventa semplicemente uno un po’ stronzo, donnaiolo e immaturo, mentre accanto a lui Sienna Miller trasforma la moglie borderline Caitlin in una tizia insopportabile che si agita e urla. Ovviamente, Thomas (e il quarto del sistema, un rigidissimo Cillian Murphy) è un pretesto marginale per parlare del rapporto tra le due donne, ovvero Caitlin e Vera, che è interpretata dalla mascella di Keira Knightley. Ma dal momento che non succede niente di niente per un quattro-quinti del film, è un dato preoccupante che non ce ne possa fregare di meno dei personaggi che si muovono all’interno dell’inquadratura.

Piaccia o meno lo stile morbosetto di Maybury e la fotografia patinata (e davvero stomachevole, per quanto mi riguarda) di Jonathan Freeman, è difficile negare che la parte centrale contenga alcune tra le scene e sequenze più di cattivo gusto del cinema britannico recente, tra cui una scena di sesso tra la Knightley e Murphy costruita su un uso indecente della dissolvenza incrociata e in cui le solite musiche pallosette di Badalamenti danno il definitivo colpo di grazia.

Non è ancora prevista una data italiana, nonostante sia in circolazione da parecchi mesi. Magari uscirà in estate alla chetichella, oppure direttamente in DVD. Se proprio volete vederlo, il DVD inglese costa solo una decina di euro.

The fall, Tarsem Singh 2006

The fall
di Tarsem, 2006

All’inizio del decennio Tarsem Singh, che negli anni ’90 era uno dei più premiati e talentuosi registi di videoclip nonché figura essenziale della pubblicità d’autore, esordì al cinema. Il film però non uscì come si sperava: The cell non riusciva infatti a coniugare sullo schermo il fascino visivo del regista indiano, le sue citazioni di Giger e Damien Hirst, con la sceneggiatura brutta e prevedibile di Mark Protosevich e l’indoddisfacente cast – con Jennifer Lopez in testa.

Molti anni dopo, Tarsem è tornato alla regia con un film che, per non correre rischi, si è autofinanziato, in modo coraggiosamente indipendente, girando il mondo tra splendide location, tra la Namibia e il Sud Africa, per quattro anni – per raccontare la storia di uno stuntman del cinema muto dagli istinti suicidi che, costretto in un letto d’ospedale a Los Angeles, ritrova la voglia di vivere inventando una lunga fiaba a una bambina persiana col braccio ingessato. Un film che, dopo la presentazione a Toronto nel 2006 e un lungo travaglio distributivo, ha trovato una porta aperta in molti paesi (tra cui Russia, USA, Giappone, UK, Spagna, Corea) nel corso del 2008, e che uscirà a breve anche in Belgio e Germania.

E questa volta Tarsem va a segno: la bella e compiutissima sceneggiatura scritta insieme a Dan Gilroy e Nico Soultanakis gli permette di sfruttare in modo finalmente completo e per nulla pretestuale la sua vena visionaria, riempiendo lo schermo di invenzioni visive eccezionali (non ultima una breve ma stupenda sequenza in stop motion realizzata dai fratelli Lauenstein di Balance), trasformando l’ironia in epica, e le location esotiche in luoghi magici dove tutto è possibile, e riucendo infine a far commuovere, e nemmeno poco – anche grazie all’eccezionale lavoro sui due attori (lui è Lee Pace, futuro "piemaker" in Pushing daisies, lei è la giovanissima Catinca Untaru, classe 1997), la cui performance è (pare) basata parzialmente sull’improvvisazione.

Forse è lungo qualche minuto di troppo: ma è affascinante e immaginifico, inventivo e sanamente strabordante, oltre che tenerissimo – in definitiva, un film a cui, anche per l’attesa dichiarazione d’amore finale nei confronti del cinema in ogni sua forma e manifestazione, non si riesce a non voler bene.

The reader, Stephen Daldry 2008

The reader
di Stephen Daldry, 2008

L’ultimo film di Stephen Daldry è diviso in tre parti ben separate, così come il libro di Bernhard Schlink da cui è tratto, e in altrettandi modi è possibile leggerlo – e così è stato fatto negli ultimi mesi. In realtà, la complessità tematica è parte della forza del film stesso, provocatorio nel suo cambiare rotta proprio perché dall’ambiguità delle differenze nasce la difficoltà, affascinante e ambiziosa, di prendere una parte, di decifrare completamente un film che, per sua stessa natura, non vuol essere decifrato del tutto.

Non si tratta quindi di scegliere cosa sia, o di che cosa parli. The reader è un racconto di formazione passionale, intenso e bruciante. E allo stesso tempo è un film che riflette, nel contesto storico del senso di colpa post-Olocausto del popolo tedesco, sull’origine del male e ovviamente sui suoi caratteri contingenti (secondo William Arnold "Nazism as more a product of explicable ignorance than inexplicable evil", forse semplificando eccessivamente). E allo stesso tempo, infine, è un film assai più intimo e insieme universale, un film sul segreto, sulla vergogna – i cui dettagli non si possono esplicitare senza rivelare i fondamenti della trama, ma Rober Ebert scrive, saggiamente che "The reader isn’t about the Holocaust, it’s about not speaking when you know you should".

Se le tre parti spingono singolarmente su ciascuno dei tre tasti, The reader alla fine è però più propriamente una suite in cui questi tre movimenti giungono a una sintesi – in cui uno stesso senso di colpa, nel processo catartico (fondamentalmente inane) da collettivo si fa individuale. Ma forse è proprio questa struttura così serrata e così multiforme, questa visione così audace e pur sorretta da una struttura così solida, probabilmente, a porre un freno alle emozioni che non solo dalla storia in sé, ma dal modo coraggioso in cui è raccontata, dovrebbero scaturire a cascata. Invece, The reader a un certo punto si ferm.

Rimanendo però un film di misteriosa, inesplicabile bellezza, da guardare a mente aperta, capace com’è di torcere alternativamente il cervello e le budella, e in cui nella terza parte, finalmente, anche il cuore, malato di silenzi e morente di segreti, può avere il suo ruolo. E infine, non ci sarebbe più nemmeno bisogno di dirlo, un film che contiene una delle interpretazioni più impressionanti, coraggiose e devastanti degli ultimi tempi – tanto che avrei voluto scrivere soltanto di lei per tutte queste righe, ma non trovavo le parole – quella di Kate Winslet.